﻿JOYCE CAROL OATES.
...
.
...
STORIA DI UNA VEDOVA.
...
.
...
Traduzione di: Giuseppe Bernardi.
...
.
...
2013. Bompiani Editore - RCS Libri, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
..
È una mattina di febbraio del 2008, e Joyce Carol Oates porta il marito sofferente al pronto soccorso del Princeton Medical Center, dove gli viene diagnosticata una polmonite. Confidando in una dimissione da lì a un paio di giorni, la coppia non si aspetta quello che sta per arrivare: a causa di un’infezione contratta in ospedale, Raymond Smith muore inaspettatamente lasciando sola sua moglie.
Storia di una vedova esplora la lotta di una donna che si trova ad affrontare la vita senza il compagno che l’ha sostenuta, amata, persino formata, per cinquant’anni. Joyce Carol Oates racconta con lucidità, rigore, nitidezza, persino ironia, il tempo del dolore, del vuoto, del disorientamento, del caos di incombenze generate dal decesso; ma racconta anche il tempo dell’amicizia vera che conforta, del coraggio e della forza d’animo. Joyce Carol Oates, straordinaria e prolifica scrittrice, traccia un ritratto di sé spietato e autentico, come mai aveva sinora fatto nella sua multiforme carriera, consegnandoci il suo libro più autentico, coraggioso, luminoso.
...
.
...
L'AUTRICE.
...
.
...
Joyce Carol Oates è nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attività di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Università di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Università di Princeton. Dal 1978 è anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonchè Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente è professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
.
Già nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il più importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize; è stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
.
Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le più prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi è unanimemente annoverata tra i più importanti autori mondiali.
...
.
...
STORIA DI UNA VEDOVA.
...
.
... 

In memoria di mio marito Raymond Smith.
...
.
...
 Avvertenza.
 Alcuni brani di questi ricordi autobiografici sono apparsi in “The Atlantic Monthly” e in “Conjunctions”. 
 
 Oh, Joyce... quanto sarai infelice.
 Gail Godwin.

 Mi addolora così tanto apprendere che due settimane fa
 Ray è mancato. Alla morte di qualcuno cui volevo bene,
 ho sempre visto quanto fosse vano rammentare
 a me stesso che questa persona non cessava di essere vera
 perché non c’era più, proprio come chi sta
 in Nuova Zelanda non è meno reale perché non è qui.
 Derek Parfit.

 Quando è morta mia madre,
 ogniqualvolta il dolore diventava insopportabile, ricorrevo
 a un principio della Gestalt e mi dicevo:
 “Ho scelto di avere una madre che è morta” ”
 T.D., ex collega alla University of Windsor
 
 Un respiro alla volta, Joyce. Un respiro alla volta.
 Gloria Vanderbilt.
 
 La veglia.
 Mio marito morì, la mia vita crollò.
 
 1

 Il messaggio.
 15 febbraio 2008. Tornando alla macchina, che ho parcheggiato in modo piuttosto sghembo in una stretta via laterale nei pressi del Princeton Medical Center, ho notato sotto un tergicristallo del parabrezza quello che mi è parso un foglietto di carta pesante. Ho avvertito una stretta al cuore, e insieme un senso di sbigottimento, di colpa e di apprensione. Una multa? Lo scontrino del parcheggio? E perché a quell’ora? All’inizio del pomeriggio, ho lasciato la macchina lì mentre andavo frettolosa e infastidita, con un coacervo di ammonimenti che mi rimbombavano nella testa come un frinio di cicale – se mi aveste visto, avreste forse pensato, con un certo 
compatimento: ‘Quella donna ha una fretta disperata, come se ciò servisse a qualcosa’ –, mentre andavo, dicevo, a trovare mio marito nell’unità di monitoraggio avanzato dell’ospedale, dove era stato ricoverato diversi giorni prima per una polmonite. Adesso, invece, sto tornando a casa, per 
riposare un paio d’ore, prima di tornare lì stasera. Sono ansiosa, ho la bocca secca e un gran mal di testa, anche se mi sento in uno stato che oserei definire “speranzoso”: infatti, dopo il ricovero, Ray ha mostrato un costante miglioramento, ha ripreso colorito, è arrivato a dire di sentirsi meglio, e il numero di inspirazioni d’ossigeno, che variano a seconda dei respiri – 90, 87, 91, 85, 89, 92 –, è in continuo miglioramento, al punto che abbiamo già preso accordi per il suo trasferimento nella clinica di riabilitazione vicina al centro medico (essere speranzosi è il nostro conforto di fronte 
all’eventualità della morte). Nel pomeriggio dell’ennesima giornata ospedaliera interminabile e sfinente, mi sono chiesta se non fosse davvero una multa quel foglietto sulla macchina, che ho distrattamente posteggiato in sosta vietata: in quella vietta è ammesso sostare solo per due ore, e io 
sono rimasta in ospedale per un tempo più lungo. Mi sono resa conto, con imbarazzo, che la Honda Accord del 2007 – di un bianco che, nel crepuscolo di febbraio, appariva stranamente brillante, come certe bizzarre creature fosforescenti nelle profondità del mare – è stata parcheggiata da una 
persona davvero incapace: era sbilenca sul marciapiedi, e la gomma posteriore sinistra invadeva la sede stradale nascondendo la riga bianca che la delimita; inoltre, il paraurti anteriore era pressoché attaccato al SUV posteggiato davanti. Comunque ho pensato subito che, se quel foglietto non fosse lo scontrino del parcheggio, non avrei detto nulla a Ray: ‘No, non gliene parlerò, e pagherò la multa senza accennare alla faccenda.’
 Dopo averlo aperto e lisciato con mano incerta, ho scoperto che il foglietto non era una multa del comando di polizia di Princeton, bensì un pezzo di carta qualsiasi che conteneva un messaggio scritto aggressivamente in stampatello. L’ho letto diverse volte con occhi esterrefatti, e mi è parso di vacillare sull’orlo di un abisso:
 IMPARA A PARCHEGGIARE, STUPIDA TROIA
 Proprio come in quella “parabola” di Franz Kafka, nella quale la verità più profonda e devastante della vita di un individuo gli si rivela accidentalmente – casualmente – tramite un passante, così alla Futura Vedova, quasi già fosse nella condizione di vedovanza, vien fatto di capire che la sua situazione, per quanto infelice, ghermita e schiacciata dall’ansia, non le dà il diritto di sconfinare nello spazio altrui, specie se si tratta di quello di sconosciuti, del tutto ignari della sua esistenza – la gomma posteriore sinistra invade la sede stradale, nascondendo la riga 
bianca che la delimita.
...
.
...
 2.
...
.
...
 L’incidente d’auto
 C’era stato un incidente automobilistico. Mio marito era morto, ma io ero sopravvissuta.
 Ciò non è (effettivamente) vero. Ma, da un certo punto di vista, corrisponde a verità.
 Gennaio 2007. Poco più di un anno prima che mio marito fosse colpito da una grave 
polmonite e che, nella mia ansia, lo convincessi a rivolgersi al pronto soccorso del Princeton 
Medical Center, senza neppure immaginare il fatto – terribile e irrefutabile – che il viaggio di 
ritorno non l’avrebbe riportato a casa, avevamo avuto un incidente d’auto piuttosto grave, il primo 
da quando ci eravamo sposati.
 Retrospettivamente, potrebbe sembrare ironico che questo incidente, nel quale Ray 
avrebbe potuto lasciarci la pelle – ma ciò non era avvenuto –, fosse capitato a poco più di un 
chilometro dal Princeton Medical Center, all’incrocio tra Elm Road e Rosedale Road: un incrocio 
che superavamo regolarmente per andare a Princeton e tornare a casa, un incrocio che ora attraverso
come in una sorta di incubo ripetuto, dove mi sento rimproverata: “Potevi restare uccisa qui! Non 
hai nessun diritto di affliggerti: la tua vita è un dono.”
 L’incidente è avvenuto in una sera infrasettimanale, quando stavamo per entrare 
nell’incrocio: da chissà dove – di certo dal lato del guidatore – si palesò un diabolico fascio di luce 
abbagliante, poi si udì uno stridio di freni e un urto pauroso, mentre il cofano della nostra macchina 
veniva stritolato, il parabrezza andava in frantumi e gli air-bag si aprivano con uno scoppio. 
 Subito dopo lo scontro, eravamo troppo confusi per considerare quanto fossimo stati 
fortunati nell’impatto – in seguito, per giorni, settimane e mesi abbiamo cercato di decifrare 
l’elusività dell’accadimento –, visto che l’altro veicolo aveva colpito solo il davanti della nostra 
macchina, danneggiando il motore, il cofano e l’asse delle ruote anteriori; un paio di decine di 
centimetri più a destra, e Ray sarebbe rimasto ucciso o gravemente ferito, schiacciato. Comprendere
quanto fossimo stati vicini a un evento letale era al di là delle nostre capacità – per esempio, sarebbe
stato sufficiente che l’altro veicolo fosse piombato nell’incrocio mezzo secondo più tardi...
 Dentro la nostra auto semidistrutta si percepiva un acre odore di bruciaticcio. Gli air-bag
erano esplosi con una violenza incredibile. Se non vi siete mai trovati in un veicolo nel quale si 
sono attivati gli air-bag è piuttosto difficile anche solo immaginare la forza, l’impeto e la brutalità 
della loro fuoriuscita.
 Se vi aspettate qualcosa come un colpo di cuscino o di pallone, scordatevelo – non è 
affatto così. Magari pensate a qualcosa che non potrà comunque danneggiarvi, visto che serve a 
evitare ferite al vostro corpo – ebbene, non è così.
 Nell’istante in cui gli air-bag esplosero, la faccia, le spalle, il torace e le braccia di Ray 
furono colpiti come lo sparring partner incapace di un peso massimo al top della forma; le sue mani 
aggrappate al volante vennero investite da una sorta di acido, che gli procurò una serie di bruciature 
grandi come una moneta – lo impestarono fastidiosamente per settimane. Seduta accanto a lui, io 
ero troppo stordita per comprendere con quale forza ero stata colpita dall’air-bag: pensai che il 
cruscotto si fosse deformato al punto da schiacciarmi contro il sedile con una pressione tale che non
riuscivo a respirare. (Per i due mesi successivi, il dolore per le ecchimosi al torace, al costato e alle 
braccia quasi mi impedì di muovermi senza appigli o di ridere liberamente.) Ma lì, dentro la 
macchina fracassata, per effetto della scarica di adrenalina, non capimmo subito di essere stati 
sbattuti e pestati in quel modo: infatti ci agitammo per riuscire ad aprire le portiere e posare i piedi 
sull’asfalto. Quando ci riuscimmo, fummo come travolti da un’ondata di sollievo: “Siamo vivi! Non
ci siamo fatti niente!”
 Sulla scena dell’incidente giunsero gli agenti della polizia. Arrivò anche un’ambulanza, 
con il personale paramedico specializzato nella rianimazione. Mi venne in mente che una mia 
studentessa era una volontaria delle unità di soccorso di Princeton, e sperai che non fosse tra gli 
operatori intervenuti sul posto. Non avrei proprio voluto che la mia disavventura venisse raccontata 
e diffusa con una certa eccitazione tra gli allievi dei miei corsi: “Sai chi ha avuto un terribile 
incidente d’auto, ieri sera? La professoressa Oates!”
 Qualcuno raccomandò caldamente che “Raymond Smith” e “Joyce Smith” venissero 
accompagnati in ambulanza al pronto soccorso per essere visitati – soprattutto era importante che si 
sottoponessero a un’indagine radiografica –, ma noi non seguimmo quell’indicazione, sostenendo di
stare bene e di essere sicuri che non avevamo alcun problema. Nella strana euforia successiva a un 
incidente, durante la quale non si percepisce alcun dolore né si concepisce la semplice esistenza di 
sensazioni dolorose, insistemmo nel dire che ci sentivamo a posto e che volevamo andare a casa.
 In piedi al freddo, tremanti e vacillanti vicino alla nostra auto semidistrutta – sembrava 
come se, per gioco, un gigante l’avesse sollevata, stritolata e poi lasciata cadere –, desideravamo 
soltanto una cosa: andarcene a casa. 
 Ci venne chiesto se stavamo “rifiutando” le cure mediche, e noi ribadimmo che il nostro
non era un rifiuto, no: semplicemente, pensavamo di non averne bisogno.
 “Trattamento medico rifiutato”, annotò comunque il poliziotto, compilando il suo 
rapporto.
 Fummo accompagnati a casa da due agenti, a bordo di un’autopattuglia. Erano gentili, 
cortesi. Entrammo nella nostra casa buia verso mezzanotte. Ci sembrò che fossimo stati via per 
molto tempo, più di una semplice serata, come se stessimo tornando da un lungo viaggio. I nostri 
nervi crepitavano come cavi dell’energia elettrica spezzati e caduti sulla strada. Cominciai a tremare
in modo convulso. Avevo gli occhi asciutti, ma provavo la sensazione di aver pianto a lungo, 
giacché li sentivo stanchi e svuotati di ogni lacrima. Capivo che Ray stava bene – me lo ribadì lui 
stesso più di una volta. In effetti, entrambi ci sentivamo bene. Certo, eravamo stati sfiorati da una 
catastrofe, che tuttavia non ci aveva colpito. Per certi versi, si trattava di un accadimento difficile da
comprendere: era come cercare di incasellare un grosso pensiero ingombrante in un piccolo spazio 
del cervello.
 Avvertii le prime fitte di dolore al petto. Mi assalivano quando sollevavo un braccio, o 
ridevo, o tossivo.
 Ray scoprì di avere delle chiazze rossastre sulle mani: “Cosa sono, bruciature? Com’è 
possibile che mi sia bruciato?” Fece scorrere dell’acqua calda sulle mani. Poi prese un paio di 
compresse di Bufferin per calmare il dolore.
 Feci anch’io lo stesso. Non avevo nessuna voglia di andare a letto, perché prevedevo 
una miserabile notte insonne: verso le due, però, ci coricammo e, in qualche modo, ci 
addormentammo. Uno squarcio di luci abbaglianti, uno stridio di freni, e poi il terribile momento 
dell’impatto... L’odore pungente di una sostanza chimica, gli air-bag che ci colpiscono come se 
fossero degli alieni invasati di un film horror...
 “Andrò a comprare una macchina nuova. Domani.”
 Le parole di Ray risuonarono calme nel buio. In esse c’era un tono confortante che 
faceva pensare alla normalità, alle consuetudini.
 Un conforto nel quale Ray avrebbe voluto stemperare le conseguenze dell’incidente.
 Raymond, “il protettore saggio”.
 Lui aveva otto anni più di me – otto anni di vita. Era nato il 12 marzo 1930, mentre io 
avevo visto la luce il 16 giugno 1938.
 Com’erano lontane, queste nascite! E quanto tempo era passato da quando ci eravamo 
sposati, il 23 gennaio 1961! Qualche settimana dopo l’incidente, avremmo celebrato il 
quarantaseiesimo anniversario di matrimonio. Se siete più giovani di quanto eravamo noi, leggendo 
queste date non pensereste certo che queste ricorrenze fossero per noi irreali, o surreali: durante tutti
gli anni del nostro matrimonio, ci eravamo sempre sentiti come se ci fossimo incontrati poco tempo 
prima, come se fossimo stati “nuovi” l’uno per l’altra, come se stessimo ancora “conoscendoci”. 
Spesso sperimentavamo delle “timidezze” reciproche; c’erano molte cose che volevamo tacere o 
“non condividere”, proprio come accade a due persone che stanno cominciando a conoscersi 
intimamente e non vogliono correre il rischio di offendersi o di essere presi alla sprovvista.
 Ray non aveva quasi mai letto romanzi e racconti miei. Leggeva i miei saggi e le mie 
recensioni per testate quali la “New York Review of Books” e il “New Yorker” – mio marito era un
eccellente direttore editoriale, molto acuto e informato, come hanno sempre detto innumerevoli 
autori che scrivono per la “Ontario Review” –, tuttavia non era particolarmente attratto dalle mie 
prove narrative e, di conseguenza, si potrebbe dire che non mi conosceva interamente: mi 
conosceva parzialmente, ancorché in misura considerevole.
 Come mai? Possono essere addotte molte ragioni. È qualcosa che mi ha sempre 
intristito – mi è impossibile negarlo.
 Per esempio, perché scrivere è un’occupazione solitaria, e uno dei suoi pericoli è dato 
dall’isolamento. Dall’isolamento, però, derivano alcuni vantaggi: la privacy, l’autonomia, la libertà.
 La notte dell’incidente, e anche nelle notti e nei giorni seguenti, mentre misteriose fitte 
mi trafiggevano il petto e le costole e, in cuor mio, temevo che le brutte bruciature giallo-rossastre 
sulle mani di Ray non andassero più via, mi dicevo che se lui fosse morto, io sarei stata totalmente 
allo sbando: per me, sarebbe stato molto meglio morire con lui, piuttosto che sopravvivere da sola. 
In simili momenti, non pensavo a me come scrittrice o come intellettuale, ma come moglie.
 Una moglie spaventata al pensiero di diventare una vedova.
 Il mattino seguente, le nostre vite tornarono normali, sebbene sottilmente alterate: ci 
apparivano un po’ strane, come se fossero le esistenze di altri che avevano solo una vaga 
somiglianza superficiale con le nostre. Era venuto il tempo di dire: “Accidenti, avremmo potuto 
morire ieri sera! Ti amo. Sono molto contenta che tu sia mio marito...”, ma le parole non mi 
uscivano dalla bocca.
 In un matrimonio ci sono tantissime cose che andrebbero espresse, ma molte di esse 
vengono taciute. Si pensa sempre che ci saranno altri momenti, altre occasioni. Anni!
 Quella mattina, Ray chiamò il concessionario della Honda dove aveva acquistato l’auto 
e si accordò per farsi venire a prendere e accompagnare allo show-room di State Road per comprare
un’altra macchina: scelse una Honda Accord LX del 2007 (con il tettuccio apribile), a bordo della 
quale, nel tardo pomeriggio, imboccò il nostro vialetto. La carrozzeria era di un bianco splendente, 
come quella dell’auto distrutta nell’incidente.
 “Ti piace la nostra nuova macchina?”
 “Una nostra nuova macchina mi piace sempre.”
 Dentro di me pensai: ‘Ha rischiato di morire in quel momento. Tutt’e due abbiamo 
rischiato di morire. Il 4 gennaio 2007. Sarebbe potuto accadere facilmente.’ L’anno e sei settimane 
successivi – quello che ci restava da vivere insieme – sarebbe stato un vero regalo. Non lo sapevo 
ancora, ma avrei dovuto esserne grata!
...
.
...
 3.
...
.
... 
 Le prime cose sbagliate
 11 febbraio 2008. Arriva un tempo, un momento, un istante – lo ricorderai per sempre – nel quale capisci istintivamente, sulla base di prove assolutamente irrilevanti, che c’è qualcosa che non va.
 Non sai – non puoi sapere – che è il primo di una serie di eventi “ingiustificati” che culmineranno in una totale devastazione della tua vita qual è stata fino a quel momento. Perché, dopo tutto, può darsi che quello non sia proprio il primo di una serie di accadimenti, ma solo un evento isolato, e che la tua esistenza futura non risulterà devastata, bensì semplicemente alterata, rimodellata.
 È ciò che ti piace pensare. E a questo pensiero ti aggrappi disperatamente.
 La prima cosa sbagliata in quell’ordinario lunedì mattina di febbraio si è identificata nel
fatto che Ray s’era alzato prima dell’alba, nel buio invernale.
 Quando l’ho scoperto in un angolo appartato della casa erano le sei e un quarto ma, a 
quanto mi raccontò, era in piedi dalle cinque.
 Si era fatto la doccia e vestito, aveva dato il pasto mattutino ai gatti a un’ora 
esageratamente antelucana e aveva ritirato l’involucro azzurro trasparente con il “New York 
Times”. Poi si era preparato una parca colazione con frutta e fiocchi di latte, e ora stava mangiando 
– stava cercando di mangiare – seduto al nostro lungo tavolo bianco Parsons: al di là del cortiletto, 
potevo vederlo attraverso la veranda, una figura solitaria in un alone di luce, mentre la stanza 
scompariva nell’ombra. Se in quel momento ci fossimo guardati, e lui non lo fece, avrebbe visto 
me, che lo osservavo, e la pianta di sanguinella nel giardino, che appariva trasformata nella notte 
dai fiocchi di neve bagnata simili a efflorescenze sui rami.
 Infatti era una sanguinella dai fiori bianchi, quella che Ray aveva piantato lì diversi anni prima.
 Mostrava un particolare orgoglio per quel piccolo albero, oggetto di un’amorevolezza 
speciale, visto che all’inizio sembrava non avere attecchito. Aveva richiesto attenzioni particolari e, 
per noi, la sua sopravvivenza aveva significato molto grande, quasi quanto la sua straordinaria bellezza.
 Quando, nei panni della moglie, volevo elogiare Ray – o rincuorarlo se si sentiva giù di 
morale –, era sufficiente che gli parlassi della sanguinella: ciò bastava per far comparire un sorriso 
sul suo volto. Di solito.
 Infatti, in casa nostra, il pollice verde l’aveva mio marito, non io. Ray era un raffinato 
direttore editoriale, amato da moltissimi scrittori per il lavoro e i consigli che hanno portato i loro 
libri alla pubblicazione, e nel contempo un “curatore” attento e meticoloso delle cose viventi. No, 
non le creava né determinava la loro nascita, ma le assisteva, le accudiva e si prodigava affinché 
continuassero a “esistere” – fiorendo e fruttificando. Al pari del lavoro editoriale, il giardinaggio 
richiede una pazienza infinita, un profondo altruismo e una buona dose di ottimismo. Benché io ami
i giardini – in special modo, il “giardino di Ray” d’estate e all’inizio dell’autunno –, non è come 
esperta di soggetti in evoluzione, bensì come osservatrice, che ricevo segnali crudelmente 
paradossali dal mondo vegetale: l’orchidea riccamente fiorita che, appena portata a casa, perde i 
petali, e non li riavrà mai più; i meravigliosi mazzi di tromboncino i quali, quando varcano la nostra
soglia, misteriosamente avvizziscono e muoiono nel giro di una sola notte, come se fossero divorati 
dall’interno. In considerazione dell’età, Ray si ricordava degli “Orti della Vittoria”, realizzati nei 
primi anni quaranta a Milwaukee, nel Wisconsin: quando ne parlava, nel racconto di quegli orti che 
tutti coltivavano per lo sforzo bellico comunitario, c’erano gli echi della sua infanzia. Per Ray, il 
giardino era un modo per evocare quegli idilliaci ricordi. Era sempre così felice quando stava 
all’aperto! O quando prendeva la macchina e andava al vivaio ad acquistare sementi e piantine! E 
con quale ansia aspettava la fine dell’inverno, per iniziare a dissodare il terreno e seminare modesti 
ortaggi come la lattuga o la ruchetta, nonostante il rischio di una gelata.
 Il coltivatore è un ottimista per eccellenza. Non è solo convinto che il futuro gli porterà i
frutti dei suoi sforzi: egli crede ciecamente nel futuro.
 Anche se le specie che Ray aveva piantato o seminato nella nostra proprietà di due acri 
– la sanguinella, le forsizie, le peonie, i “cuori di Maria”, i tulipani, le cascate di crochi, i 
tromboncini e le giunchiglie – erano assolutamente comuni, per noi erano talismani viventi, carichi 
di significati. Riflessività, considerazione, tenerezza. Pazienza. La proiezione di un futuro (condiviso).
 Mi sovviene un ricordo. Durante la primavera tardiva e fredda del nostro anno sabbatico
trascorso a Londra tra il 1971 e il 1972, abitavamo in un appartamentino piuttosto scalcinato, ma 
chic, nel quartiere di Chelsea; adesso io rivedo Ray che cura un piccolo e malconcio vaso di 
nasturzi dai colori accesi sul nostro piccolo terrazzo. Probabilmente la terra era molto povera, e le 
foglie delle pianticelle erano aggredite e divorate da insetti famelici, eppure Ray si prodigava a 
curare quelle piantine con grande accanimento. Attraverso la finestra, lo osservavo, non vista, ed 
ero assalita da una sorta di languore, da un impeto d’amore nei suoi confronti, un amore futile e 
vanitoso: in quei giorni, il mio giovane marito si accaniva per far vivere quei poveri nasturzi, 
proprio come tutti noi ci intestardiamo per tenere in vita le persone che amiamo, quelle che 
vogliamo assolutamente proteggere e sottrarre a qualsiasi insulto. Se essere mortali significa sapere 
che è impossibile garantire la continuazione della vita, bisogna però tentare di farlo.
 Per me, l’anno sabbatico passato a Londra è stato gradevole e pesante nel contempo. 
Avevo nostalgia di casa, mi sentivo sradicata. Poiché non ero abituata all’inattività – cioè, a non 
insegnare –, mi sentivo inutile, amorfa: il mio unico divertimento era la scrittura, che affrontavo con
un’enorme concentrazione. Era l’atto di ri-creare, con un’ossessività oscillante tra l’esultanza e la 
compulsione, l’onirico paesaggio urbano di Detroit con la sua vivida malia, nel romanzo Do with 
Me What You Will. Ray, invece, l’anno sabbatico se l’è goduto appieno: gli piaceva Londra in sé – 
in particolare, le nostre lunghe passeggiate nei bellissimi parchi verdi e ammantati di rugiada: il 
nostro preferito era Regent Park – e si era innamorato di quelle regioni come la Cornovaglia e il 
Wessex, che avevamo visitato durante il nostro girovagare in auto. Mio marito aveva la capacità di 
godere della vita in un modo che mi è sconosciuto.
 Esistono persone che – benedette – sono in grado di vivere la propria esistenza senza 
avvertire minimamente il bisogno di aggiungervi qualcosa (un qualche sforzo “creativo”); e ci sono 
persone – maledette? – per le quali le attività mentali e immaginative si pongono al di sopra di ogni 
altra cosa. Per costoro, il mondo può risultare infinitamente ricco, gratificante e seducente, anche se 
non può definirsi “sommo”: infatti, deve essere interpretato come un dono, ottenuto soltanto quando
si è arrivati a creare qualcosa che si colloca oltre e più in alto del mondo.
 A parole del genere, Ray risponderebbe con un sorriso confuso e le parole: “Ti prendi 
troppo seriamente. Per quale motivo?”
 In casa nostra, lui era sempre stato il depositario del buon senso. Il consorte che, con un 
richiamo gentile, riportava al nido il nibbio che volava incosciente sempre più in alto, e che sarebbe 
arrivato a perdersi nella stratosfera, prima di finire ridotto in brandelli.
 In quel mattino della seconda decade del febbraio 2008, il sole non s’era ancora alzato. 
Il cielo appariva grigiastro, opaco. Avvicinandomi a mio marito, ho provato un moto di disagio, di 
apprensione. Seduto alla tavola, Ray mi è apparso ricurvo sul giornale, con le spalle cadenti, come 
se fosse molto stanco. Appena gli ho chiesto se c’era qualcosa che non andava, ha risposto subito: 
“No!... No!” Si sentiva soltanto un po’ “strano”: si era svegliato prima delle cinque e non era 
riuscito a riprendere sonno perché, a stare disteso, faticava a respirare; adesso aveva il corpo 
fastidiosamente caldo, sudaticcio, e gli sembrava di avere il fiato corto...
 Tutti questi sintomi me li ha riferiti con il tono tranquillo di un resoconto. È così che un 
marito rifila alla moglie la soluzione del rebus rappresentato da tali informazioni: al pari di certe 
emozioni, troppo crude da definirsi, simili dettagli possono solo essere trasferiti all’altro, al cauto, 
attento e ipervigilante coniuge.
 Nella maggior parte dei casi, la moglie viene delegata ad affrontare simili imprevisti. 
Anzi, penso che sia sempre così. La moglie è la persona eletta a esprimere allarme, paura, 
preoccupazione: è lei che si vota al pianto.
 È stato quasi uno shock vedere che il piano bianco della cucina, sempre immacolato, era
disseminato di fazzolettini di carta usati. Qualcosa nel modo in cui questi fazzolettini erano stati 
gettati e abbandonati – la trascuratezza, l’indifferenza del gesto – non apparteneva al carattere di 
mio marito: no, c’era qualcosa di sbagliato.
 Un’altra cosa anomala era rappresentata dal fatto che Ray mi ha detto di aver già 
chiamato il nostro medico di famiglia a Pennington, lasciandogli un messaggio in segreteria e 
chiedendogli di poterlo incontrare in giornata.
 Be’, non si trattava di una bazzecola. Ray era il tipo di marito che, a causa del carattere, 
si dimostrava piuttosto restio a chiamare il dottore. Era ostinato e stoico: il tipo di coniuge che, 
anche quando è la moglie a star male, la poveretta deve supplicarlo affinché le fissi un 
appuntamento con il medico. Era il genere di persona con una soglia del dolore molto alta, al punto 
che chiedeva al dentista di intervenire senza la preventiva iniezione di novocaina nelle gengive.
 L’ho sfiorato, e lui ha avuto un sussulto, come se il mio tocco gli avesse procurato 
dolore. La sua fronte era calda, appiccicaticcia e imperlata nel contempo. Aveva il respiro fioco. Mi 
sono accorta che era estremamente pallido, ma aveva le gote arrossate; nei suoi occhi ho notato un 
reticolo di venuzze e ho avuto l’impressione che non riuscisse a mettere a fuoco le immagini.
 Sono stata colta da una sensazione di panico e ho pensato: ‘Ha avuto un infarto?’ 
 Poco tempo prima, un nostro amico aveva avuto un infarto. Un uomo che aveva circa 
dieci anni meno di Ray, e che era in ottima forma. Non era stato un attacco grave, ma lui ne era 
rimasto molto scosso: eravamo rimasti tutti scioccati, perché era impensabile che un individuo in 
buona salute avesse avuto un infarto, un insulto che avrebbe potuto rivelarsi mortale – avrebbe 
potuto morire, nonostante il suo ottimo stato fisico e la sua esuberanza. E Ray, che non aveva mai 
goduto di una forma invidiabile, stava già prendendo delle pastiglie per l’ipertensione – per la sua 
pressione sanguigna elevata –, una cura che avrebbe dovuto aiutarlo a evitare un attacco cardiaco; 
eppure ora appariva quasi paonazzo in viso, e stordito e preoccupato: non aveva finito la colazione 
e, nella lettura, non era andato oltre il sommario del “New York Times”, nel quale comparivano 
sempre più spesso foto di guerra goyesche e intere colonne di notizie tetre, talmente disturbanti che 
un’anima sensibile avrebbe potuto rimanerne soffocata.
 Ah, l’America sopravvissuta all’11 settembre! La guerra in Iraq! La manipolazione 
dell’ottuso pubblico americano freddamente ordita da un’amministrazione interessata ad alimentare 
un patriottismo paranoide! Leggendo avidamente il “New York Times”, la “New York Review of 
Books”, il “New Yorker” e “Harper’s”, al pari di molti amici e colleghi di Princeton, Ray era uno di
coloro che si sentivano assalire dall’indignazione, che erano in allarme; di coloro che aborrivano i 
crimini di guerra dell’amministrazione Bush, oltre alle sue furbizie, la sua ipocrisia, il suo cinismo, 
la sua abilità nel manipolare una grande massa della popolazione che pareva immune alla logica, al 
buon senso e alla storia. Il naturale ottimismo di Ray – il retaggio della sua anima di giardiniere – 
era stato notevolmente inficiato dai mesi, dagli anni di frustrata contrarietà per tutto ciò che George 
W. Bush rappresentava. Io avevo imparato a non rinfocolare la sua indignazione, ma ad attenuarla. 
O, magari, a evitare che si scatenasse. Pensavo: ‘Può darsi che sia successo qualcosa di 
estremamente grave. Che le notizie siano foriere di eventi tremendi. Non devi chiedere niente!’
 Ma Ray stava troppo male per essere stato sconvolto dall’ultimo kamikaze imbottito di 
tritolo in Iraq, oppure dalle ultime atrocità in Afghanistan o nella Striscia di Gaza. Le pagine del 
giornale erano sparpagliate sul tavolo, come fazzolettini buttati via. Il suo respiro era stanco, 
affaticato – uno strano fruscio, simile a quello di una sottile striscia di plastica sferzata dal vento.
 Con voce calma, gli ho detto che volevo accompagnarlo al pronto soccorso. Subito. Mi 
ha risposto di no: “Non è necessario.”
 Ho insistito, dicendogli che, sì, era necessario. “Andiamo adesso. È sbagliato 
aspettare...” Ho tirato in ballo il nostro medico di Pennington, il cui ambulatorio avrebbe aperto di 
lì a un paio d’ore, e ho aggiunto che probabilmente lui non sarebbe stato visitato prima del 
pomeriggio.
 Ray ha ripetuto che non voleva andare al pronto soccorso – non si sentiva così male da 
rivolgersi a un’unità d’emergenza –, che aveva un sacco di faccende da sbrigare quella mattina, 
lavori per il numero della “Ontario Review” di imminente pubblicazione, impegni che non poteva 
rinviare: la scadenza per la consegna dei materiali per l’uscita di maggio era vicina. Ma quando si è 
alzato in piedi, mi sono resa conto che barcollava, come se il pavimento oscillasse sotto i suoi piedi.
Gli ho cinto la vita con un braccio e l’ho aiutato a camminare. Sono stata assalita dal pensiero: ‘Non
è affatto un buon segno, questo. Anzi.’ Un uomo orgoglioso come Ray non si sarebbe mai fatto 
sorreggere da una donna, neppure se questa fosse stata sua moglie da quarantasette anni. L’orgoglio
maschile non l’avrebbe portato ad ammettere che, sì, era davvero malato. E il PS – il pronto 
soccorso, l’unità d’emergenza – voleva dire ammettere la sua debolezza, l’impotenza di fronte alla 
malattia. Io pensavo che fosse il posto dove era necessario portarlo.
 Tossiva, rantolava. Dalla sua pelle promanava un calore malato. Eppure, la sera prima 
sembrava perfettamente in salute – aveva anche preparato la cena per entrambi: io ero stata fuori ed 
ero tornata alle otto. (Questa ultima cena nella nostra casa, il pasto finale che Ray aveva preparato 
per noi, era composto dai suoi piatti abituali: uova fritte, pane integrale, zuppa Campbell e pollo con
riso americano. Io lo chiamavo dall’aeroporto – Philadelphia o Newark – appena sbarcata, e lui 
approntava la cena nell’arco di tempo che impiegavo per arrivare a casa, un’ora circa. Quando era la
stagione giusta, trovavo sulla mia scrivania un fiore raccolto nel “suo” giardino.) Durante la cena, si
era mostrato di buon umore e in perfetta forma; poi, verso le dieci e mezzo, aveva cominciato a 
tossire con insistenza e, sentendosi molto stanco, era andato a dormire.
 In seguito, avrei dolorosamente ricordato che ero stata assente per due giorni. Su invito 
del prestigioso critico e studioso Emory Elliot, ex collega alla Princeton, ero andata come visiting 
writer alla University of California di Riverside. Ebbene, mio marito si era ammalato in quel paio di
giorni: Ray disse che, sì, forse era uscito senza giacca e/o berretto, e che probabilmente si era 
beccato un bel raffreddore. Non può accadere una cosa simile: numerosi test scientifici hanno 
dimostrato che l’aria fredda, anche umida, non causa il raffreddore (è una malattia scatenata da un 
virus molto aggressivo), ed è impossibile prendere il raffreddore uscendo un momento senza giacca 
per vedere se c’è posta nella cassetta o per andare a gettare le lattine nel bidone dei metalli 
riciclabili sul marciapiedi, a meno che non si sia un soggetto esaurito, o con il sistema immunitario 
debilitato. In questo caso, si può cadere vittima del raffreddore, ma è assai improbabile che il 
malanno si riveli fatale. Forse il “brutto raffreddore” di Ray ha dato la stura a una malattia più 
grave.
 Qualche tempo dopo, mi sarei ricordata che qualcos’altro non quadrava: la remissività 
di mio marito. Eravamo seduti in cucina a discutere, sotto gli sguardi fissi, implacabili e incuriositi 
dei nostri due gatti – ci stavamo comportando in maniera piuttosto strana in quell’ora crepuscolare, 
prima dell’alba, visto che di solito eravamo da tutt’altra parte della casa –, quando all’improvviso 
Ray si è arreso e ha detto: “Va bene. Se pensi che sia meglio così, andiamo. Mi accompagni in auto?”
“Certo che ti porto in macchina! Andiamo.”
 Fin lì può darsi che tutto fosse normale, visto che il pronto soccorso rappresentava un 
consiglio e una decisione della moglie. Il marito accettava quella soluzione, anche per 
tranquillizzare lei. Davvero? Comunque, ha detto Ray, con un’alzatina di spalle per rimarcare la 
perdita di tempo che avrebbe comportato quella faccenda, il nostro medico di Pennington 
probabilmente gli avrebbe prescritto degli esami e lui sarebbe dovuto andare ugualmente al Medical
Center di Princeton.
 Senza il mio intervento – benché io abbia cercato di aiutarlo – Ray si è preparato per 
andare al pronto soccorso. Non voleva che mi agitassi intorno a lui, e nemmeno che lo toccassi, 
come se la pelle gli facesse male. (Era un effetto dell’influenza, vero? Il nostro medico di 
Pennington mi metteva in imbarazzo a volte, visto che non esitava a prescrivergli antibiotici quando
un “brutto raffreddore” intralciava il lavoro di Ray: ripensandoci, temevo che tutti questi antibiotici 
potessero danneggiare il suo sistema immunitario.) 
 Quando siamo usciti di casa, i gatti ci hanno guardato fissi. Era davvero molto presto, 
appena l’alba! Qualcosa nei nostri modi li aveva resi accorti, sospettosi. E poi quanto mi è sembrato
strano guidare con mio marito accanto: era qualcosa che accadeva di rado. Avevamo una sola auto, 
la Honda, e raramente Ray sedeva al posto del passeggero, a meno che non fossimo in viaggio, e 
allora si guidava a turno: comunque, anche in quei frangenti, era lui a condurre il veicolo più a 
lungo – in qualsiasi caso, spettavano a Ray l’attraversamento delle aree urbane e le strade molto 
congestionate di traffico. In quel momento, la mia ansia era diminuita, poiché sapevo di aver preso 
la decisione giusta, ovviamente; mi sentivo abbastanza tranquilla, penso. Benché tutti i nostri amici 
di Princeton concordassero sul fatto che solo a Manhattan e, al limite, a Philadelphia si potesse 
trovare un’assistenza medica degna di tale nome, il pronto soccorso del Medical Center era l’unico 
disponibile nel raggio di molti chilometri (e anche il più opportuno: lì Ray sarebbe stato curato 
immediatamente, e si sarebbe trovato benissimo – ne ero certa).
 Non aveva portato nulla con sé, poiché non prevedeva di dover passare la notte lì.
 Mentre entravamo a Princeton, Ray mi comunicò un elenco di incombenze da sbrigare. 
In poche parole, dovevo fare una serie di telefonate: ordinare dei libri, avvertire il 
grafico/impaginatore della “Ontario Review” in Michigan. Nonostante stesse poco bene, si 
preoccupava – esclusivamente – per il proprio lavoro. (Nell’anno precedente, il suo lavoro era stato 
un motivo di preoccupazione, fonte di ansia e di dolore: con l’economia americana in declino e le 
biblioteche che avevano ridotto i loro budget, le pubblicazioni di nicchia si vendevano sempre di 
meno e gli abbonamenti alla “Ontario Review” non potevano che seguire quel trend.) Aveva un 
respiro fioco, e dalla sua gola proveniva una sorta di raschio; quando si è zittito, mi sono 
domandata: ‘Chissà cosa sta pensando.’ Ho allungato una mano e gli ho toccato il braccio; ho 
provato un moto di tenerezza quando mi sono accorta che aveva trovato il tempo di farsi la barba. 
Anche in condizioni fisiche pessime, non concepiva di presentarsi al pronto soccorso in disordine.
 Ho pensato che fosse una scelta giusta, naturalmente. E mi sono detta anche che la 
situazione non poteva essere particolarmente grave: si sarebbe risolta con una visita al pronto 
soccorso.
 Io lo amavo, volevo proteggerlo. Volevo prendermi cura di lui.
 Ray era già stato al pronto soccorso di Princeton. Era accaduto qualche anno prima, 
quando le sue pulsazioni erano diventate irregolari – “fibrillazione atriale” –, ed era rimasto lì per 
l’intera notte, sottoposto a quello che venne definito “un comune protocollo terapeutico non 
invasivo”. Alla fine, tutto andò a posto. E tornò a casa con un ritmo cardiaco perfettamente “nella 
norma”. Capii che Ray stava bene appena entrai nella sua stanza e lo trovai imbronciato, assorto 
nella lettura della pagina delle recensioni del “New York Times”; subito proruppe in una caustica 
lamentela per la qualità del cibo dell’ospedale.
 Era un buon segno! Quando un marito si lamenta del cibo, una moglie sa che non c’è 
niente di serio di cui preoccuparsi.
 Ero certa che anche questa visita al pronto soccorso avrebbe avuto il medesimo epilogo.
Ero davvero sicura. Dopo aver percorso la Route 206 nel traffico del primo mattino, guidando sulla 
Rosedale Road verso Witherspoon Street, non immaginavo minimamente quanto familiare – 
amaramente familiare – presto mi sarebbe diventata quella strada. Avevo la certezza di star facendo 
la cosa giusta: ero una moglie avveduta e premurosa, anche se non eccezionale, perché ero 
assolutamente convinta che andare al pronto soccorso era l’unica cosa ragionevole da fare.
 Poiché sapeva che mi trovavo in difficoltà ad affrontare le rampe dei garage multipiano 
– quei labirinti ascendenti e discendenti, con le innumerevoli minacce di umilianti cul-de-sac e 
divieti d’uscita – Ray si è offerto di parcheggiare. “No, no!” Sono arrivata all’ingresso del pronto 
soccorso in modo che Ray potesse scendere lì; gli ho detto che sarei andata a parcheggiare e l’avrei 
raggiunto all’accettazione nel giro di pochi minuti. Erano esattamente le otto. Ho calcolato quanto 
tempo Ray sarebbe dovuto restare al pronto soccorso: probabilmente qualche ora. Per cena, 
comunque, saremmo tornati a casa – speravo.
 È stato un sollievo trovare un parcheggio in una stradina laterale, dove la sosta massima 
consentita era di due ore. Ho pensato che, al limite, sarei potuta uscire dall’ospedale e spostare la 
macchina. Un paio di volte al massimo.
 In questo modo, senza volerlo, la Futura Vedova sta garantendo la morte di suo marito 
– il suo destino. Anche se crede che sta comportandosi intelligentemente – “avvedutamente” e 
“ragionevolmente” –, sta portandolo in una capsula di Petri brulicante di batteri letali dove, nel 
giro di una settimana, il poveretto soccomberà per una virulenta infezione di stafilococchi.
 Anche se lei fantastica che sarà a casa per cena, sta garantendo che il marito non potrà
mai tornare a casa. Inconsapevolmente, tutte le Future Vedove immaginano di star facendo la cosa
giusta, in un tripudio di innocenza e ignoranza! 
 
 4

 “Polmonite”
 Un evento inaspettato!
 La prima reazione dell’uomo angustiato: “Non ho mai avuto una polmonite prima 
d’ora.”
 La prima reazione della moglie: “Polmonite! Avremmo dovuto capirlo.”
 Ho pensato ingenuamente: ‘Be’, in qualche modo, mi sento sollevata. Non è un infarto, 
non è un’embolia, non è un problema cardiaco: niente che ponga mio marito in pericolo di vita.’
 Subito Ray è stato registrato nella struttura del pronto soccorso. Subito è stato assegnato
a una postazione – “Postazione 1”. Adesso era parzialmente svestito; adesso era ufficialmente un 
paziente. L’essenza di questa parola sta nel fatto che il soggetto deve avere pazienza. Infatti, 
l’esperienza del paziente, come quella di sua moglie, consiste nell’aspettare.
 Abbiamo atteso a lungo: per quante ore non è chiaro nella mia memoria. Perché Ray è 
stato visitato e interrogato; gli è stato fatto un prelievo di sangue; poi è stato sottoposto a 
un’ulteriore visita e gli hanno nuovamente prelevato un campione di sangue. In alcuni momenti, ero
accanto a lui; in altri, no. 
 La nostra vita è fatta di innumerevoli minuzie! Telefonate, commissioni, appuntamenti. 
Nessuna di queste cose riveste un minimo significato per gli altri; eppure per noi, magari in modo 
fugace, ciascuna di esse occupa uno spazio – un tempo – assai importante: si potrebbe dire che la 
nostra esistenza è una concatenazione di minuzie interrotta, in momenti imprevedibili, da eventi 
importanti.
 Se avessi saputo che mio marito aveva meno di una settimana di vita, come avrei 
reagito? Come mi sarei comportata? È stato meglio non saperlo? La vita non può essere vissuta 
sempre in modo febbrile. A un certo punto, persino l’ansia svanisce. Perché, dopo la corsa a 
Princeton, mentre ero al pronto soccorso, nella postazione assegnata a “Raymond Smith”, mi è 
sembrato che il tempo avanzasse in maniera rallentata, che arrivasse persino a muoversi all’indietro.
Aspettare... aspettare: per i risultati delle analisi, per uno specialista, per un vero dottore, per un 
primario. Poi, alla fine, la diagnosi viene formulata: “Polmonite.”
 Polmonite! Il mistero era risolto. La prognosi era fausta. La polmonite è una malattia 
comune e facilmente curabile, non è vero?
 Tuttavia eravamo entrambi scontenti: a quel punto, Ray non poteva essere dimesso in 
giornata. Sarebbe stato trasferito nel reparto ospedaliero, dove avrebbe dovuto restare “almeno per 
la notte”.
 A me è parso di capire che sarebbe stato trattenuto solo “per la notte”.
 Se avessi avuto occasione di parlare con amici, avrei detto loro: “Ray è al Medical 
Center con una polmonite. Resterà lì per questa notte.”
 Oppure, con un’aria di incredulità, come se fosse una cosa totalmente estranea al 
carattere di mio marito, avrei detto: “Non immagineresti mai dove si trova Ray! È al Medical 
Center, con una polmonite, e vi resterà per la notte.”
 Per quale motivo la diagnosi di polmonite ci avesse sorpreso in quel modo, lo ignoro. 
Ripensandoci adesso, non sembra affatto qualcosa di sorprendente. Ray ha reagito cercando di 
parlare con il personale ospedaliero, chiedendo informazioni sulla polmonite e sul lavoro che 
svolgevano: voleva trasmettere l’impressione che non era un individuo pauroso e che aveva una 
totale fiducia in loro – molte persone ricoverate in ospedale desiderano essere considerate brava 
gente, pazienti simpatici, tipi disponibili e divertenti! Scherzava con le infermiere e gli inservienti: 
finché sarebbe stato costretto a rimanere al Medical Center di Princeton, avrebbe voluto sentirsi 
apprezzato, un vero signore, una persona dolce e molto simpatica – come se questo avesse potuto 
salvarlo!
 Una parte considerevole del nostro comportamento – della nostra “personalità” – è 
costruita così. La sopravvivenza dell’individuo al servizio della specie.
 Il grande filosofo americano William James ha detto: “Abbiamo tante personalità 
quante sono le persone che ci conoscono.”
 A queste parole, vorrei aggiungere: “Noi non abbiamo queste personalità, a meno che 
non ci siano delle persone che ci conoscono. A meno che non ci siano persone che speriamo di 
convincere che meritiamo di esistere.” 
 “Ti voglio bene! Torno più presto che posso.”
 È stato un sollievo lasciare il pronto soccorso a metà pomeriggio, fuggire dall’invadente
odore di disinfettante del centro medico – se non altro per respirare l’aria fredda di quel 
malinconico giorno di febbraio!
 Mi sentivo davvero triste al pensiero di Ray intrappolato là dentro. Il mio povero 
marito, malato di polmonite, e obbligato a trascorrere la notte in ospedale.
 Mi aspettava una moltitudine di incombenze – telefonate, commissioni... A casa, ho 
selezionato la posta da portare a Ray quella sera: cercava sempre di rispondere subito alla 
corrispondenza della “Ontario Review”, aveva il terrore che le lettere si accumulassero sulla sua 
scrivania – da studente di una scuola cattolica di Milwaukee, gli avevano inculcato un esagerato 
senso di responsabilità verso quello che, in senso molto ampio, potremmo definire il mondo. Fino al
tardo pomeriggio, ho chiamato ripetutamente il Medical Center – più e più volte –, per sapere se 
Ray era stato trasferito nel reparto ospedaliero, e ho ottenuto sempre la risposta: “No. No! Non 
ancora.”
 Alle sei e mezzo circa, ero pronta per ritornare al Medical Center, con una serie di cose 
per Ray: vestaglia, articoli da toeletta, libri... All’estremità del tavolino del soggiorno c’erano i libri
che stava leggendo, o che si proponeva di leggere, oltre ai manoscritti mandati alla rivista e 
direttamente allo stampatore: molti avevano buste con l’indirizzo del mittente e i bolli per la 
restituzione. Il telefono ha preso a squillare, e io sono corsa a rispondere, presumendo che fosse 
l’accettazione del pronto soccorso che voleva comunicarmi il numero della stanza in cui Ray era 
stato trasferito. Dapprima non sono riuscita a comprendere cosa mi stavano dicendo: “Il battito 
cardiaco di suo marito è aumentato a dismisura e, nonostante le cure, è impossibile stabilizzarlo. Se 
sopraggiungesse un arresto cardiaco, ci autorizza a utilizzare procedure e mezzi straordinari per 
tenerlo in vita?”
 Ero talmente allibita che non sono stata in grado di rispondere. Lo sconosciuto all’altro 
capo della linea ha ripetuto le sue incredibili parole. Mi sono ascoltata balbettare con grande sforzo:
“Sì. Sì, naturalmente!” Ghermita da un senso di assurdità e dal panico, ho farfugliato: “Sì, fate tutto 
quello che potete fare! Salvatelo! Arrivo immediatamente.” Ecco il primo segno inequivocabile 
dell’orrore, dell’impotenza, della tragedia incombente. Ho brancolato alla cieca per posare la 
cornetta sulla forcella del telefono a muro della cucina. Sono stata assalita dalle vertigini e dalla 
nausea; ho sentito la forza abbandonare le mie gambe e le ginocchia piegarsi: sono caduta oltre la 
soglia della sala da pranzo, nei pressi di un tavolino poco distante. Ho provato una sensazione 
misteriosa, come se da un contenitore uscisse del liquido. Il bordo del piccolo tavolo mi aveva 
colpito le gambe appena sopra il ginocchio, perché nella caduta vi avevo sbattuto contro – in modo 
pesante e rozzo –, prima di stramazzare sul parquet duro. Non riuscivo a credere che mi stesse 
capitando una cosa del genere, così come mi era impossibile convincermi di ciò che stava 
accadendo a mio marito. Dietro di me, la cornetta del telefono dondolava all’estremità del cavo a 
spirale: non sarei mai stata capace di afferrarla, ora che giacevo scompostamente distesa a terra. 
Cercavo di controllare il respiro impaurito e continuavo a dirmi: “Va tutto bene. Non stai per 
svenire. Adesso passa. Devi andare da Ray. Ti sta aspettando. Ancora un minuto, e tutto sarà 
passato!”
 Ma il mio cervello era in tilt, era una fiamma spenta. Le mie gambe – le cosce – 
pulsavano dolorosamente, ed è stato questo dolore a svegliarmi. Mi è stato impossibile capire 
quanto tempo fosse passato: pochi secondi, forse. Ho ripreso a respirare in modo normale, ma mi 
sentivo troppo debole per muovermi. Sarebbe stato sufficiente un altro momento per riprendermi; le
forze sarebbero tornate: ero sicura di questo. Distesa sul pavimento della sala da pranzo, intontita 
come se mi avesse scalciato un cavallo, alla fine ho capito e mi sono detta: ‘Devo essere svenuta 
davvero. Questo vuol dire proprio svenire!’
 Le sei e mezzo di sera dell’11 febbraio 2008. L’Assedio – non ancora identificato: non 
ancora identificato con questo nome e neppure sospettato – era cominciato.
 Stranamente, la Futura Vedova ha dimenticato quella telefonata. O meglio, ha 
dimenticato i suoi contenuti. Con imbarazzo, avvilimento e una vena di preoccupazione, 
rammenterà che è “svenuta”, che ha “sbattuto pesantemente contro il tavolino della stanza da 
pranzo, ed è caduta sul pavimento”; è rimasta priva di sensi per “appena un minuto. Meno di un 
minuto”. Un brutto livido del colore di melanzana marcia e con una forma che ricorda il profilo 
dello stato della Florida segnerà la parte alta delle gambe, le cosce e una piccola area del ventre. 
La tormenterà un dolore forte e diffuso – fitte acute – per il fatto di essere piombata pesantemente 
sul parquet duro senza attutire la caduta con le mani. Comunque, ha dimenticato quella terribile 
telefonata – quasi tutto ciò che le è stato detto. Tra poco, avrà ben altro da ricordare. Eventi più 
importanti e indelebili, che lo svenimento non sarà in grado di rinviare.
 
 5

 Telemetria
 Nella mia vita – e nel mio vocabolario – è entrato un nuovo, straziante termine: 
telemetria.
 Perché Ray non era stato trasferito nel reparto di medicina generale, ma nell’unità di 
monitoraggio avanzato che dipendeva dalla terapia intensiva.
 Telemetria: la base del monitoraggio avanzato! La prima volta che sono salita al quinto 
piano del Medical Center e ho percorso il corridoio che avrei conosciuto così approfonditamente nei
sei giorni successivi, ogni particolare della scena si è impresso indelebilmente nel mio cervello, ed è
diventato una sorta di film muto proiettato in continuazione – ribobinato e riproiettato, ribobinato e 
riproiettato...
 I posti attraverso i quali passiamo sopravvivono alla nostra esistenza. Costituiscono 
degli immensi depositi della memoria dei quali non abbiamo coscienza.
 “Unità di monitoraggio avanzato” vuol dire macchine: macchine che elaborano una gran
messe di dati, macchine che monitorano le condizioni di un paziente. E io sono stata letteralmente 
scioccata nel vedere mio marito in un letto d’ospedale, con la mascherina dell’ossigeno e il piccolo 
tubo della flebo che portava, goccia dopo goccia, un liquido sconosciuto fin dentro il suo braccio. 
Sia il suo battito cardiaco sia i suoi parametri respiratori venivano monitorati: attraverso un 
dispositivo simile a una molletta applicata al dito indice, una macchina trasformava le assunzioni di 
 
ossigeno in un flusso continuo di cifre – 76, 74, 73, 77, 80 –, la cui base era 100.
 (Quando, un giorno o due dopo, ho provato ad applicare il dispositivo al mio dito 
indice, il numero è salito a 98 – “Normale”.)
 È stato sconvolgente vedere Ray in quella condizione: così pallido, così stanco, così 
intontito. Come se fosse appena tornato da un lungo viaggio. Come se io avessi già cominciato a 
perderlo.
 Nonostante il dispositivo per la somministrazione dell’ossigeno e i sensori delle varie 
macchine, Ray stava leggendo, o cercava di farlo. Quando mi ha visto, ha sorriso debolmente. “Ciao
tesoro.” La maschera dell’ossigeno conferiva al suo volto magro un’incongrua aria sbarazzina, 
come se fosse in costume. Mi sono sforzata per non piangere. Ho stretto la sua mano; lui ha 
contraccambiato la stretta, poi ha guidato le mie dita verso la sua fronte: non mi è sembrata 
particolarmente calda, benché mi avessero detto che la sua temperatura era pericolosamente alta – 
38,5°.
 “Come ti senti, tesoro? Oh, tesoro...”
 Tesoro. Era il nostro reciproco – e intercambiabile – appellativo per rivolgerci l’un 
l’altra. L’unico nome con cui chiamo Ray, così come è il solo nome con il quale mio marito si 
rivolge a me. Ovviamente la prima volta che ci siamo incontrati, a Madison, nel Wisconsin, 
nell’autunno del 1960 – entrambi specializzandi alla facoltà d’inglese della locale università: Ray 
era un “anziano” che stava per completare la sua tesi di Ph.D. su Jonathan Swift; io, appena laureata
alla University of Syracuse, ero andata a iscrivermi al master in inglese –, di sicuro ci eravamo 
chiamati con i nostri rispettivi nomi, ma presto tutt’e due divennero un semplice “Tesoro”.
 Esisteva una regola: tutti dovevano chiamarci con i nostri nomi, e nessuno poteva 
rivolgersi a uno di noi usando quell’appellativo “privato” – era qualcosa che sentivamo intimamente
nostro.
 (Non riesco a spiegarlo, ma in tutto ciò c’era una sorta di timidezza. Avvertivo una certa
titubanza, quando dovevo chiamarlo “Ray”, come se quell’uomo che aveva allora quasi trent’anni 
incarnasse la maturità, la sicurezza e il piglio virile: qualcosa a cui io, piccola ventiduenne 
inesperta, non potevo accedere. Più tardi, accadde che nei sogni talvolta io fondessi la figura di mio 
padre, Frederic Oates, con quella di mio marito – il più vecchio, non potevo chiamarlo col suo 
nome, ma solo Papi; il più giovane, mi sentivo di chiamarlo soltanto Tesoro.)
 La crisi cardiaca era stata superata? Adesso le pulsazioni di Ray erano leggermente alte 
e aritmiche, ma evidentemente non era più in una condizione di pericolo.
 Altrimenti sarebbe stato in terapia intensiva. L’unità di monitoraggio avanzato non è la 
terapia intensiva.
 Sfortunatamente, la camera 541 era in fondo al corridoio dell’unità di monitoraggio 
avanzato, e per arrivarci si doveva passare davanti a molte porte mezzo aperte: non era affatto 
raccomandabile sbirciare dentro – pare che lì ci fossero principalmente pazienti anziani, rattrappiti 
nei loro letti e attaccati a macchine ronzanti. Sono stata assalita da una sorta di terrore viscerale: 
‘Com’è possibile che stia accadendo una simile tragedia. È troppo presto!’ 
 Avrei voluto protestare: Ray non era affatto come quei pazienti. Anche se aveva 
settantasette anni, lui non era vecchio.
 Era asciutto, aveva una muscolatura ben conformata, faceva palestra tre volte la 
settimana in un centro fitness di Hopewell. Non fumava da trent’anni, prestava grande attenzione 
all’alimentazione e beveva in maniera assai moderata; fino a due o tre anni prima, ogni mattina si 
alzava alle sette e, con qualsiasi condizione di tempo, andava a correre – a fare jogging – nelle 
stradine di campagna vicino a casa, per una quarantina di minuti o anche un’ora. (Io restavo a letto, 
troppo esausta per alzarmi e accompagnarlo, a causa dei sogni turbolenti che avevo fatto durante la 
notte, o magari solo per pigrizia.)
 Le infermiere dell’unità di monitoraggio avanzato erano davvero gentili – perlomeno, 
quelle che ho conosciuto.
 Una di esse, piuttosto attempata, mi ha spiegato accuratamente la situazione, come 
aveva già fatto con Ray: era molto importante che respirasse attraverso la maschera – col naso, non 
con la bocca –, in modo da inalare ossigeno puro. Quando Ray si preoccupava di seguire questa 
indicazione, i numeri sul display dell’apparecchio di monitoraggio salivano immediatamente.
 C’era la possibilità – la promessa – che il paziente avesse davvero il destino nelle sue 
mani: nei suoi polmoni.
 Appena siamo rimasti soli, Ray mi ha detto di sentirsi “molto meglio”. Era sicuro che 
l’avrebbero dimesso nel giro di pochi giorni. Mi ha chiesto di portargli un po’ di lavoro l’indomani 
mattina – non voleva “restare indietro”.
 L’ansia di restare indietro. L’ansia di perdere il controllo, di perdere la posizione 
raggiunta, di perdere la propria vita. Restando sempre ai margini della nostra concezione del 
mondo, brillavano le fiamme di un azzurro gelido che la nostra risoluta allegrezza americana aveva 
allontanato: “Sì, so mantenere il controllo! E so prestare attenzione. E so essere all’altezza della 
situazione, qualunque essa sia!”
 Ray ha stretto forte la mia mano. Le sue dita erano stranamente fredde per essere quelle 
di un uomo con la febbre. In quei momenti cruciali, il mio protettivo marito si sforzava di 
confortare me.
 È entrato nella stanza un giovane dottore indiano e si è presentato con un’energica 
stretta di mano, dicendo che si occupava di “malattie infettive”. Ha aggiunto che avevano prelevato 
del materiale dal polmone destro di Ray ed era stato messo in coltura per determinare il ceppo di 
batteri che sosteneva l’infezione: appena si fosse proceduto all’identificazione, si sarebbe 
prontamente instaurata una terapia efficace.
 Il dottor I. parlava svelto, con una voce calda e fluida. Si rivolgeva a noi in modo 
formale, chiamandoci signor Smith e signora Smith. Comprendevo alcune sue affermazioni, mentre 
altre mi erano del tutto oscure. Mi sentivo talmente grata per l’esistenza stessa del dottor I. che gli 
avrei baciato la mano. Ho pensato: ‘Ecco un uomo che sa! Ecco un esperto.’
 La Futura Vedova è forse fuorviata? La sua fiducia in questo sconosciuto dal camice 
bianco palesatosi nella stanza d’ospedale di suo marito è forse malriposta? Questa storia avrebbe 
avuto un altro finale – più felice –, se avesse trasferito suo marito dal modesto centro medico del 
New Jersey in un ospedale di Manhattan o di Philadelphia? E se fosse stata meno credulona, più 
scettica?
 Forse era come se anche lei fosse stata invasa – infettata – da uno sciame di batteri 
letali, sediziosamente proliferati non in un polmone, ma in quell’area del cervello dove alcuni 
studiosi collocano il nucleo del pensiero razionale. 
 
 6

 Dall’archivio delle e-mail
 12 febbraio 2008
 A Richard Ford
 Al momento, Ray sta rimettendosi da una cattiva infreddatura che è degenerata in 
polmonite, senza che ce ne accorgessimo in alcun modo...
 Un affettuoso saluto a entrambi,
 Joyce
 A Leigh Bienen
 Ray sta guarendo – lentamente – da una brutta polmonite che è cominciata con un forte
raffreddore...
 Un caro saluto a tutt’e due,
 Joyce
 14 febbraio 2008
 A Gloria Vanderbilt
 Le condizioni di Ray migliorano e peggiorano e migliorano e peggiorano...
 Io ho quasi rinunciato a ottenere delle spiegazioni riguardo a quest’altalena.
 I dottori però dicono che, in generale, sta migliorando definitivamente. Peccato che 
questa polmonite sia davvero molto virulenta, e l’infezione abbia interessato gran parte di un 
polmone.
 (So poco di malattie infettive, ma sto imparando rapidamente.)
 Con affetto,
 Joyce
 
 7

 E. coli
 13 febbraio 2008. L’infezione batterica nel polmone destro di Ray era stata identificata: 
E. coli.
 “E. coli! Ma non è collegata a?...”
 “Alle infezioni intestinali? Non sempre.”
 Questo abbiamo appreso dal dottor I. E di nuovo eravamo stupiti, ingenuamente – c’è 
sempre qualcosa di ingenuo nello stupore che si prova in simili circostanze – perché, come per la 
maggior parte delle persone, pensavamo che il tremendo batterio Escherichia coli riguardasse 
esclusivamente le infezioni gastro-intestinali, causate da acque potabili inquinate da liquami, 
materia fecale nei cibi, alimenti mal cotti, hamburger parzialmente crudi al centro, lattuga o spinaci 
contaminati. Ecco giustificato il cartello con la severa ammonizione che compare sopra il lavello 
nei bagni di servizio dei ristoranti: “Per il personale: è obbligatorio lavarsi le mani prima di tornare 
al lavoro.”
 E invece non è così: ci eravamo sbagliati. Era come se una colonia di rapaci batteri E. 
coli stesse lottando per colonizzare il polmone destro di Ray, con l’intenzione di sciamare più tardi 
in quello sinistro e, da lì, attraverso il flusso sanguigno, impadronirsi di tutto il suo corpo, possedere
totalmente il loro ospite dal respiro caldo – e divorarlo totalmente, come un predatore, un leone, un 
alligatore... È questo che abbiamo appreso, che siamo stati costretti a sentire, rendendoci conto che 
molte delle nostre convinzioni riguardo alla medicina – la maggior parte? – sono del tutto 
inadeguate, come le nozioni dei bambini.
 La voce del dottor I. suonava liquida – proprio la sua o quella di uno dei colleghi in 
camice bianco che, nei sei giorni trascorsi nell’unità di monitoraggio avanzato del Medical Center 
di Princeton, avevano visitato o soltanto dato un’occhiata a Ray: un numero davvero considerevole 
di specialisti, come è risultato dal conto ospedaliero speditomi qualche settimana più tardi –, mentre
ci spiegava che le infezioni da E. coli, lungi dall’essere limitate allo stomaco, possono interessare 
anche le vie urinarie e i polmoni. I batteri dell’Escherichia coli possono trovarsi dappertutto, ci 
aveva detto: nell’ambiente, nell’acqua, “persino all’interno della bocca”. Aveva aggiunto che, quasi 
sempre, il nostro sistema immunitario combatte vittoriosamente l’invasione. Qualche volta, però...
 “I pazienti affetti da polmonite sostenuta da E. coli solitamente presentano febbre, 
mancanza di fiato, ritmo respiratorio accelerato, secrezioni respiratorie accresciute e rantoli sub-
crepitanti all’auscultazione.”
 (Come mai i medici usano in questo contesto il verbo “presentare”? Non trovate che sia 
piuttosto irritante, anche se lo faccio io? È come se un individuo “presentasse” i propri sintomi a 
un’esibizione mondana: “Il paziente Ray Smith presenta febbre, respiro corto, ritmo respiratorio 
accelerato...”)
 Ora che il ceppo di batteri era stato identificato, avevano iniziato una terapia con 
antibiotici specifici, integrata da altri farmaci, somministrati attraverso l’ago della flebo infilato nel 
braccio di Ray. Un vero sollievo! Erano buone notizie. Impossibile non pensare che il trattamento 
antibiotico fosse una sorta di guerra – uno stato di belligeranza –, come nell’allegoria medioevale 
del Bene e del Male: dalla nostra parte stava il Bene, dall’altra c’era il Male. Impossibile non 
pensare alla guerra – alle guerre – che il nostro paese stava combattendo in Iraq e in Afghanistan 
proprio in quei crudi termini teologici.
 Come osservava Spinoza: “... tutte le creature mirano a preservare la propria esistenza.”
 In natura, non esiste il Bene e non esiste il Male, soltanto la vita in lotta contro un’altra 
vita. Una vita che consuma una vita. Ma ci piace pensare che la vita umana valga più di altre forme 
di vita: di certo, più di forme di vita primitive come quella dei batteri.
 Sfinita per la mia veglia – anche se si può dire che non fosse ancora cominciata la mia 
autentica veglia! –, sono scivolata in una sorta di sonno vigile al capezzale di Ray, che si era 
appisolato respirando tranquillamente l’ossigeno dalla mascherina. Nel mio sogno confuso, non 
c’erano figure riconoscibili, ma soltanto forme di batteri primordiali, un movimento frenetico, una 
sensazione di minaccia e di disagio – quelle allucinatorie formazioni di segmenti luminosi pulsanti 
che oscurano la visione e che sono sintomatiche della cefalea: io, però, non avevo mai sofferto di 
mal di testa. Sentivo la bocca secca, aspra. Era come se fosse l’interno di una bocca altrui, e 
provavo disgusto. Un pensiero beffardo mi ha assalito: ‘I batteri devono essere penetrati nel tuo 
corpo. Ma per questa volta la malattia ti ha risparmiato.’
 Al risveglio, non sapevo con esattezza dove mi trovassi. Provavo ancora una sensazione
di disagio. Chi c’era in quel letto d’ospedale? Mio marito? Sì, nonostante una specie di deturpante 
maschera o guaina travisasse quel volto che mi era sempre sembrato così bello, così giovanile, così 
giusto...
 Qualcosa dello sconvolgimento della vedovanza sta cominciando ad affiorare. Infatti, è
attraverso i sogni che si plasma il nostro “io” futuro. Nel tentativo di negare che il marito sia 
seriamente malato, al ritorno a casa, la Futura Vedova non farà una ricerca sull’E. coli in Internet.
Né, per quasi diciotto mesi dopo la morte del marito, si interesserà a questo ceppo di batteri assai 
comune, per paura di scoprire l’informazione che allora aveva istintivamente cercato di 
esorcizzare: “Il tasso di mortalità della polmonite sostenuta da Escherichia coli arriva fino al 
settanta per cento.” 
 
 8

 Veglia/e all’ospedale
 Esistono due categorie di veglie ospedaliere.
 La veglia a lieto fine, e l’altra.
 Affrontando una veglia ospedaliera come se vi trovaste a bordo di una piccola canoa 
sulle rapide di un fiume impetuoso, potreste non avere un’idea chiara del futuro che vi aspetta: se 
quella sia una vigilia a lieto fine, o l’altra. Un dubbio che si risolverà soltanto all’epilogo. Cioè 
quando il paziente verrà dimesso dall’ospedale e riportato sano e salvo a casa. Oppure... non 
dimesso, e mai più riportato a casa. 
 
 9

 Jasmine
 14 febbraio 2008. Quel giorno nella camera 541 c’era Jasmine: haitiana, pelle scura, 
viveva con i genitori a Trenton e odiava il “disgustoso” inverno del New Jersey. Era l’aiuto-
infermiera assegnata a Raymond Smith, che avrebbe lavato il paziente al riparo di un paravento, 
cambiato le lenzuola e rifatto il letto; l’avrebbe assistito mentre camminava per la stanza, 
parlandogli in continuazione, come ora stava facendo con me. “È la signora Smith, vero? Come 
’ndiamo, signora Smith?”: aveva una voce acuta come il canto degli uccelli tropicali. All’inizio, 
Jasmine era una presenza allegra nella stanza, al pari dei fiori che molti amici avevano mandato, 
sistemati nei vasi sul tavolo accanto al letto di Ray; era cordiale, amichevole, desiderosa di 
mostrarsi servizievole, desiderosa di piacere agli altri, desiderosa di risultare molto piacente... – 
una tozza e forte giovane donna con i capelli raccolti in treccine, guance carnose e lucenti occhi neri
dietro le spesse lenti con la montatura rossa di plastica. Ma con il passare dei minuti, mentre 
continuava a blaterare, affaccendandosi per la camera con grandi sospiri e borbottii, la sua presenza 
è diventata un fastidio, qualcosa di davvero irritante.
 Ritto a sedere nel letto, adesso Ray respirava attraverso un inalatore nasale, e stava 
cercando coraggiosamente di vagliare la posta che mi aveva chiesto di portargli: comunicazioni 
della banca, lettere degli autori della “Ontario Review”, poesie e racconti inviati alla rivista come 
proposte... Accanto al letto, io mi sforzavo di approntare il programma del workshop di fiction del 
giorno successivo alla Princeton University, mentre Jasmine seguitava ininterrottamente a ciarlare, 
senza che la nostra mancata reazione la scoraggiasse (forse non la notava neppure); a un certo 
punto, aveva emesso una sorta di sibilo tra i denti – forse con l’intenzione di manifestare il proprio 
disgusto – e, con un gesto da bambino petulante, aveva afferrato il telecomando accendendo la TV, 
con il volume piuttosto alto. Noi le abbiamo chiesto di spegnere, per favore: stavamo cercando di 
lavorare. Jasmine ci ha guardati, come se non avesse mai udito una simile richiesta; poi ha replicato 
dicendo che guardava sempre la TV in queste camere e, quasi stemperando le sfumature ostili, ci ha
domandato se poteva tenere acceso l’apparecchio, magari con un volume più basso. Quindi, fasciata
dall’uniforme bianca di nylon che la stringeva sui fianchi e sulle cosce robuste, aveva sistemato una
seggiola proprio sotto al televisore e, dopo essersi seduta, si era messa a guardare un programma, 
concentrata sulle grottesche immagini guizzanti, come se fossero le cose più importanti al mondo. 
Si succhiava il labbro, rideva, sbuffava e mormorava tra sé: “Oooh, ma guarda un po’! Uuuh!” 
Dopo un po’ – venti, venticinque minuti –, come se il magico schermo avesse perduto 
improvvisamente ogni attrattiva, Jasmine si è interessata a noi con rinnovato entusiasmo e, mentre 
la TV continuava a spandere nella stanza scoppiettii e brusii, ha ripreso il suo stridulo cicaleccio da 
uccellino. Subito ho desiderato di premermi le mani sulle orecchie, sebbene sorridessi – un sorriso 
simile a una smorfia esagerata, al punto che avvertivo un dolore al volto –, poiché non volevo che la
giovane haitiana si sentisse offesa dalla mia mancanza di attenzione o di rispetto nei suoi confronti: 
lì dentro, il suo comportamento doveva essere comunque elogiato e incoraggiato. Nel frattempo, 
Ray teneva gli occhi chiusi per lo sconforto: intrappolato in un letto d’ospedale, con l’ago della 
flebo conficcato nella vena dell’incavo di un braccio tumefatto e l’inalatore nasale fissato dietro la 
testa, in una sorta di anticamera dell’inferno, era costretto ad ascoltare un monologo dell’aiuto-
infermiera che raccontava di un ex paziente, il quale si era mostrato davvero molto gentile con lei – 
gentilissimo, al pari della moglie. Quella coppia di anziani le aveva fatto regali veramente speciali e
le aveva spedito una cartolina – Cara Jasmine! – dal Sud-Ovest degli Stati Uniti: erano persone 
proprio simpatiche e generose, veramente carine... Mentre ascoltavo quelle parole magnificanti e 
vagamente accusatorie, sono stata assalita da un’ondata di sgomento, da una stilettata di paura: mi 
sono chiesta se quell’operatrice del Medical Center di Princeton non fosse una ritardata, una tizia 
con delle turbe mentali. Una squilibrata.
 Comunque, nessuna delle altre infermiere – quasi tutte più anziane – assomigliava a 
Jasmine: lei sembrava provenire da un’altra dimensione, forse da una di quelle allegre commedie 
televisive. C’era un’unica differenza, però: in quel momento, Jasmine non era divertente – anzi, era 
tremendamente seria. Ho cercato di farle capire che Ray era stanco e che avrebbe voluto riposare; 
mi sono sforzata di sorridere, di parlare educatamente, per paura di irritare quella giovane donna 
suscettibile. Ma, alla fine, ho detto, con voce energica: “Mi scusi, Jasmine, mio marito è 
tremendamente stanco, e vorrebbe dormire.” Dopo queste parole, la giovane haitiana ci ha 
indirizzato uno sguardo esterrefatto: per un momento, è sembrata incapace di replicare – forse si 
sentiva insultata, visto che sul suo volto era comparsa un’espressione di shock esagerato, simile a 
quella di un cartone animato. Poi ha parlato: “Signora, intende dirmi che devo essere più tranquilla?
Che non devo parlare? È questo che mi sta dicendo, signora: che devo smettere di parlare?” Dietro 
le spesse lenti, gli occhi luccicanti di Jasmine sembravano sporgersi per lo stupore. Il bianco della 
cornea risplendeva. Le ho detto che mio marito si stancava facilmente e che, come sapeva, aveva la 
polmonite: poiché non riusciva a dormire bene di notte, avrebbe dovuto riposare durante il giorno – 
e, se non fosse riuscito ad addormentarsi, un po’ di sollievo gli sarebbe arrivato dal tenere gli occhi 
chiusi. Mentre parlavo, Jasmine mi osservava con gli occhi sgranati ma, non appena la mia voce 
tentennava o si interrompeva, ecco che lei tornava al racconto della coppia di anziani veramente 
gentili, simpatici e generosi: “Mi volevano un gran bene. Dicevano: ‘Jasmine, porti una ventata di 
aria fresca con il tuo sorriso.’ Mi hanno spedito una cartolina con scritto: ‘Cara Jasmine, come te la 
passi?’” A questo punto, ho gridato: “Per favore! Per favore, la smetta!”
 Jasmine è rimasta a bocca spalancata: si sentiva insultata.
 È andata a sedersi pesantemente sulla sua sedia sotto il televisore e ha emesso dei sonori
sospiri e dei ripetuti mormorii. Il suo volto carnoso è avvampato, facendo risaltare ulteriormente il 
bianco degli occhi. Era imbronciata, accigliata come una bambina, furiosa. Non c’era alcun 
ragionamento nel suo odio verso di noi: semplicemente, aveva considerato un insulto il fatto di non 
adorarla. Ho pensato: ‘Mi sono fatta una nemica. Potrebbe venire a uccidere mio marito di notte?’
 Il mio cuore ha iniziato a battere forte, in preda al panico. Avevo portato mio marito in 
quel posto orribile, e ora non ero in grado di proteggerlo. Cosa dovevo fare per tutelarlo?
 Mi sono detta: ‘In qualsiasi caso, è colpa mia. Sono stata io a combinare questo 
pasticcio.’
 Dall’unica finestra della camera, mi sono accorta che era buio. Ho pensato che 
probabilmente il sole era calato da un bel po’ di tempo, visto che l’oscurità scendeva presto in quel 
perpetuo crepuscolo invernale. Ho detto a Jasmine che, se voleva, poteva andare in mensa per la 
cena – forse era presto, ma mi sembrava il momento opportuno, visto che mi sarei trattenuta almeno
per un’ora.
 Sbuffando per l’esasperazione, Jasmine ha preso a rovistare dentro una grossa borsa di 
panno che teneva sulle ginocchia. Ho pensato che non mi avesse ascoltato e, con un tono più 
amichevole, ho ripetuto ciò che avevo detto. Lei ha corrugato la fronte e sollevato lo sguardo: aveva
un’espressione fiera e imbronciata ma, alla fine, ha sorriso.
 Jasmine ha chiuso la grossa borsa con uno scatto e mi ha indirizzato un altro sorriso: 
“Grazie, signora! È davvero gentile.”
 
 10

 Veglia
 14 -16 febbraio 2008.
 Ah, quei giorni (e quelle notti): un nastro di Möbius che si srotola e riarrotola.
 La settimana-incubo della mia vita, eppure durante quella settimana Ray era ancora vivo.
 “Non angustiarti per quella faccenda, tesoro! Me ne occuperò appena torno a casa.” E: 
“Basta che tu lo metta sulla mia scrivania. La prossima settimana, saremo ancora in tempo. Dovrei 
essere già a casa, allora.”
 Al suo capezzale. Respirando attraverso l’inalatore, Ray stava leggendo – cercando di 
leggere – uno dei libri che gli avevo portato da casa. Anch’io stavo leggendo – cercando di 
leggere, con tutta la fuggevole concentrazione di cui potevo disporre – le bozze rilegate di un libro 
sulla storia culturale del pugilato che avrei dovuto recensire per la “New York Review of Books”. 
Quando era l’ora dei pasti, Ray non se la sentiva di mangiare il cibo dell’ospedale. Quando era 
l’ora del prelievo di sangue, l’infermiera aveva difficoltà a trovare la vena: il braccio di Ray era 
tumefatto, e aveva uno strano colore.
 L’aria della camera d’ospedale sapeva di chiuso, di “esaurito”. Fuori era una giornata
fredda di un cupo febbraio. Quel pomeriggio, all’università, ci sarebbe stato un reading 
sponsorizzato dal dipartimento di scrittura creativa al quale avrebbero partecipato Philip Lopate e
uno scrittore israeliano; naturalmente non avrei potuto presenziare né partecipare alla cena con i 
relatori e i miei colleghi. Una veglia ospedaliera presuppone un tempo rallentato. Un tempo in 
stallo. In questa stasi, il terrore si riproduce come i batteri più virulenti.
 All’improvviso, Ray ha cominciato a parlare di qualcosa che non sono riuscita subito a
capire: parlava con voce lenta e strascicata; era un discorso confuso sulla necessità di prendere 
qualcosa da casa nostra e portarlo “a casa di Shannon” – Shannon era l’infermiera preferita di 
Ray, poiché si era mostrata molto gentile con lui. In qualche modo, nella logica di un sogno 
delirante, mio marito pensava di non trovarsi in un ospedale, bensì in una “casa” che apparteneva 
a Shannon, dove entrambi eravamo ospiti. 
 Le parole di Ray sono state così improvvise che mi hanno colto impreparata. Quando 
avevo portato mio marito al pronto soccorso, qualche giorno prima, alcune sue frasi mi avevano 
lasciato perplessa: mi erano sembrate prive di senso. Adesso, però, si era rivolto a me come se 
fosse sonnambulo, e quel repentino cambiamento delle sue condizioni era scioccante, spaventoso. 
Mi sono affrettata a dirgli che, no, non era a casa di Shannon, ma all’ospedale, al Medical Center 
di Princeton.
 Mi è parso che Ray non avesse udito le mie parole o, se le avesse sentite, cercava di 
minimizzarne il significato.
 La sua preoccupazione riguardava qualcosa che dovevo portargli da casa nostra – 
perché gli serviva qui, nella casa di Shannon, dove lui era convinto di avere un “appartamento”.
 Con calma, gli ho ripetuto che, no, non si trovava nella casa di Shannon, ma 
nell’ospedale dove lei lavorava come infermiera.
 “Tesoro, sei stato molto male. Sei ancora malato. E adesso devi...”
 A quel punto, Ray si è irritato: voleva discutere per convincermi che, in realtà, quella 
era la casa di Shannon.
 “No, tesoro. Shannon è un’infermiera. E tu sei al Medical Center. Hai la polmonite, e 
sei stato molto male. Comunque, ti stai riprendendo, e il dottore ha detto che la prossima settimana
potresti già tornare a casa.”
 Abbiamo discusso a lungo su questo assurdo tema, ma io non riesco a ricordare 
granché. Rammento solo che ero molto scossa, disorientata. Quell’uomo – quell’uomo diventato un
bambino cocciuto che parlava strascicando le parole – non era l’individuo che conoscevo.
 Sono andata nella saletta delle infermiere a cercare Shannon. Le ho chiesto cos’era 
successo a mio marito, e lei mi ha risposto che non dovevo allarmarmi: era una situazione che si 
verificava in alcuni pazienti, una reazione abbastanza comune che si sarebbe risolta presto. Le ho 
domandato dove Ray potesse aver recuperato l’idea di trovarsi nella sua casa – in un 
“appartamento” della sua casa –, e Shannon ha riso e mi ha detto: “Suo marito è un uomo molto 
dolce, quella cosa l’ha detta anche a me. È meglio non contraddirlo. Bisogna assecondarlo, per ora.”
 Assecondarlo. Per ora.
 Ray sarebbe stato davvero imbarazzato se avesse saputo che veniva “assecondato” – 
era qualcosa di veramente sconvolgente.
 Sono andata in cerca di uno dei medici che seguivano Ray: il dottor B.
 Il dottor B. era quello che aveva firmato il ricovero di Ray. Era mio marito a conoscere
meglio il dottor B., un uomo molto cordiale, sulla quarantina. Sarà lui a stilare il certificato di 
morte di Ray.
 Anche il dottor B. mi ha detto che non dovevo allarmarmi – non era raro che, nei 
pazienti con una carenza di ossigeno, si verificasse quel tipo di fenomeno che va sotto il nome di 
“pensiero delirante”.
 Mio marito, è stata l’assicurazione del dottor B., era solo “moderatamente delirante”: 
probabilmente c’era un difetto nell’inalatore nasale, oppure Ray aveva respirato con la bocca e 
non col naso come prescritto. Ecco perché mi consigliava di restare al suo capezzale quanto più mi
fosse possibile – per “ancorarlo” alla realtà.
 Mi sono sentita sollevata: Ray era solo “moderatamente delirante”.
 Ero davvero risollevata: il dottor B. mi appariva così autentico, persino disponibile 
oltremisura. Come se, avendone il tempo, fosse stato disposto a intrattenermi, raccontandomi tutte 
le situazioni comiche di deliri dei suoi pazienti – probabilmente, degenti che prima erano stati 
ricoverati per polmonite nella camera 541.
 Il dottor B. mi ha detto che si trattava di uno stato reversibile.
 Reversibile?
 Poteva anche capitare che questa condizione critica fosse definitiva. Non reversibile!
 “Sì, signora Smith. Di solito, è reversibile.”
 Il dottor B. ha ordinato che fosse tolto l’inalatore nasale e venisse ripristinato l’utilizzo
della maschera d’ossigeno. In breve tempo, mio marito è tornato in sé; io sono scivolata fuori dalla
stanza e mi sono rifugiata in un bagno delle donne, a piangere di gratitudine
 Giorni e notti in vorticosa successione, come montagne russe: all’ospedale, a casa, 
all’ospedale, a casa... In macchina da casa a Princeton, in macchina per tornare a casa da Princeton.
Febbraio è stato un mese tetro e, anche in quella settimana – la settimana finale della nostra vita 
insieme –, le cupe mattine apparivano soffuse di una strana luce senza fonte.
 Una sorta di misteriosa radiazione dall’interno.
 Ero sollevata – più di quanto volessi ammettere – dal fatto che lo stato di “moderato 
delirio” di Ray fosse scomparso.
 Comunque, non ero dell’umore adatto per meditare sul concetto di “reversibile” e 
“irreversibile”, e neanche per considerare cos’è “normale”, o cos’è l’“io”. Ero tormentata dal 
pensiero che le nostre identità – l’“io” che le persone credono di riconoscere in noi: le nostre 
“personalità” – sono soltanto una questione di ossigeno, acqua, cibo e sonno: allorché veniamo 
privati anche di una sola di queste cose, il nostro essere fisico si altera quasi immediatamente, o 
molto presto, e per gli altri non siamo più “noi stessi”. Ma, alla fine, che cos’altro siamo?
 L’“io” è forse il corpo fisico, o il corpo fisico è soltanto il depositario – l’involucro – 
dell’“io”? È il più antico di tutti i paradossi filosofici e metafisici. Tu non vedi l’“io” senza un corpo
che lo contenga, e tuttavia non puoi vedere un corpo senza un “io” che lo animi.
 Quando mia madre morì, all’età di ottantasei anni, aveva perduto una buona parte della 
sua memoria – della sua “mente”. Eppure non aveva perso il suo “io” – non totalmente, perlomeno.
 Era diventata molto smemorata, e si potrebbe dire che era una versione di sé più fioca e 
meno animata – come un carattere di stampa, dopo molte battute della pressa, perde le sue grazie. 
Tuttavia, la mamma non fu mai interamente perduta. Nel giardino della residenza per anziani di 
Clarence, New York, mio fratello Fred e io eravamo seduti insieme a lei. A un certo punto, Fred le 
domandò se si ricordava chi ero, e subito la mamma disse: “Non potrei mai dimenticare Joyce!” – e 
in quell’istante era effettivamente così.
 Volevo molto bene a mia madre. Amici che conoscevano entrambe, mi hanno sempre 
detto che in me c’è molto di lei: alcuni atteggiamenti, le inflessioni della voce, il modo di sorridere 
e di ridere. Ma io so che in me c’è anche molto di mio padre. (Mamma è morta due anni dopo papà. 
Prima della scomparsa del marito, mia madre aveva convissuto con un piccolo dispiacere, il fatto 
che lui stesse nell’ala più lontana della residenza per anziani: “Laggiù,” diceva la mamma, 
indicando un edificio preciso. “Il mio Fred sta laggiù.”)
 Amando i nostri genitori, li portiamo dentro di noi. Abitano in noi. Per lungo tempo, ho 
pensato che non avrei potuto sopportare di vivere senza mamma e papà, che non sarei riuscita a 
“sopravvivere” a loro: essere una figlia senza genitori mi sembrava una cosa impossibile.
 Ora la penso differentemente. Ora non ho scelta.
 Tornare a casa!
 Che felicità, che sollievo tornare a casa!
 Come se fossi stata via per giorni, invece che per ore.
 Come se avessi viaggiato per molti chilometri, e non per un breve tratto di strada.
 Dietro una staccionata alta un paio di metri, talmente sbiadita da non capire che è legno 
di sequoia; dietro un lembo di terreno con piante decidue e sempreverdi, la nostra casa sembrava 
librarsi nel buio, bianca come un fantasma, nessuna luce all’interno, mentre io ero convinta di aver 
lasciato almeno una lampada accesa, stamane: ero davvero tremendamente stanca e non vedevo 
l’ora di trovarmi già dentro quel rifugio – mi pareva quasi di svenire, tanta era la voglia di 
raggiungere quelle stanze: avrei potuto mettermi a piangere per lo sfinimento e per il sollievo.
 Che veglia d’incubo! Mi sentivo addosso l’odore dell’ospedale – quel particolare puzzo 
di qualcosa di vagamente marcio eppure dolciastro, celato sotto l’odore superficiale di disinfettante 
– che mi assaliva appena entravo dalla porta girevole che ruotava lenta e mi ritrovavo nell’atrio: era 
lì che percepivo quel tanfo, e lo sentivo negli ascensori, nei gabinetti, nei corridoi, nella stanza di 
Ray (che bizzarra espressione “la stanza di Ray” – finché Ray non l’avesse liberata e il suo letto 
fosse stato occupato da un altro)... Quel lezzo, io l’avevo anche nei capelli, sulla pelle, nei vestiti. 
Bramavo di essere già dentro casa e di togliermi quegli abiti “contaminati”, desideravo fare una 
doccia, sfregarmi energicamente la faccia, le mani, i capelli scompigliati e pieni di nodi. Ho 
pensato: ‘No, prima il telefono.’ Dovevo controllare le chiamate nella segreteria di Ray e nella mia. 
‘No, prima i gatti.’ Dovevo dar da mangiare ai gatti, lasciarli andar fuori: ombrosi e diffidenti, 
preferiscono uscire, anziché mangiare nel loro angolo in cucina. ‘No, prima la posta.’ Ma ero troppo
stanca per ritornare fino alla cassetta delle lettere: nella mia testa, il pensiero di quei passi è 
diventato sempre più lontano ed è svanito. ‘No, prima le luci.’ Perché tutta la casa era molto buia – 
una caverna, un sepolcro. Come una pazza che si è liberata dal letto di contenzione, sono corsa per 
le stanze, accendendo le varie luci: luce nel soggiorno, luce nella sala da pranzo, luce nell’ingresso, 
luce nelle camere, luce nello studio di Ray – luce! Ho acceso anche la radio in cucina e la 
televisione nella nostra camera da letto: non potevo sopportare quel silenzio. Si potrebbe pensare 
che stavo facendo le prove per il ritorno di Ray: l’intera casa illuminata, come se fosse 
programmato un ricevimento. ‘No, prima devo pulire.’ Mi dicevo che, con un’energia fanatica, 
avrei passato l’aspirapolvere in ogni stanza, insistendo sui tappeti: di tutte le incombenze 
domestiche, passare l’aspirapolvere era quella che mi piaceva di più, per l’ottuso rumore sordo che 
rilascia e per l’immediata gratificazione che procura l’aggeggio: c’è qualcosa di davvero 
gratificante nel passare l’aspirapolvere la sera tardi o magari a notte fonda (come non si dovrebbe 
fare, naturalmente, se il marito o il compagno fosse a casa e cercasse di dormire). Sull’onda 
dell’ispirazione, mi proponevo anche di spolverare una parte dei mobili di casa: il tavolo della sala 
da pranzo, per esempio, benché non ne avesse alcun bisogno; comunque, volevo lucidarlo perché lì 
avrebbe mangiato Ray, al suo ritorno: nel giro di pochi giorni, me lo sentivo – non sapevo cosa 
avrebbe gradito: gliel’avrei chiesto l’indomani. Di certo, il tavolo avrebbe dovuto essere splendente,
in modo da far risaltare le venature del mogano. ‘No, prima mi occuperò della scrivania di Ray.’ 
Ecco cos’era davvero importante, cruciale! Avrei tolto le pile di corrispondenza dalla scrivania – 
cioè, da entrambe le scrivanie – e avrei lucidato i piani con un prodotto all’essenza di limone: Ray 
sarebbe rimasto sorpreso. Avrei messo in ordine tutti gli oggetti che lui aveva lasciato sbadatamente
sulle mensole: cose curiose come dei post-it semiusati, penne a sfera con l’inchiostro seccato da 
chissà quanto tempo, scatoline di graffette, elastici appiccicati l’un l’altro, una piccola sveglia 
digitale con i numeri rossi che lampeggiano nel buio come gli occhi del demonio. Pressata 
dall’urgenza della mia missione, per prima cosa avrei raccolto e sistemato le penne e le matite 
sparpagliate – per una forma quasi maniacale, nel lavoro di editor Ray utilizzava matite cremisi, 
arancio, porpora e verde –, disponendole sul suo tavolo secondo una specie di ordine discreto; poi 
avrei pulito i vetri delle finestre col Windex – che piacere strofinare il vetro con gli asciugoni di 
carta, mentre al di là della superficie volteggia una donna-fantasma i cui tratti si perdono 
nell’ombra. Era molto buio fuori – niente luna – e, peraltro, era già l’una e venti. Non avevo alcuna 
intenzione di stendermi sul letto della nostra camera: sarebbe stato come sdraiarsi in un campo sotto
il sole cocente. Mi sentivo come un viaggiatore che si trova in un luogo insolito, incomprensibile: 
ero devastata dall’insonnia. Mi è sempre accaduto qualcosa del genere: al minimo 
scombussolamento della mia vita, l’insonnia mi tormenta. Figurarsi ora che mio marito si trovava in
ospedale: sì, era impossibile dormire. Provavo una sensazione di disgusto, anche se non riuscivo a 
capire verso che cosa. ‘Cosa faccio, se squilla il telefono? Cosa faccio, se...’ Fare le pulizie era un 
ottimo antidoto a simili pensieri. Mi sarei occupata anche degli armadi di Ray, dei cassetti delle sue 
scrivanie; ma forse sarebbe stato preferibile che iniziassi a selezionare i libri nella stanza degli 
ospiti, che avevano cominciato ad accumularsi sul tavolo bianco Parsons. ‘No, prima i fiori.’ 
Proprio come Ray mi faceva trovare dei fiori sulla scrivania al ritorno da un viaggio, alla sua 
dimissione dall’ospedale avrei dovuto fargli trovare dei fiori sul suo tavolo da lavoro – dovevo 
annotarmi di passare dal fiorista per comprare qualcosa. Un vaso di begonie? Dei ciclamini? Ma 
quale fiorista!? Avrei potuto acquistare dei fiori nel complesso del Medical Center – no, non si 
trattava di una buona idea: era possibile che fossero impregnati del tremendo odore d’ospedale! 
Con queste idee per la testa, mentre cercavo di organizzare un piano di lavoro credibile, passando 
da una stanza all’altra della casa illuminata a giorno, canticchiavo, borbottavo – e neanche 
sottovoce –, parlavo da sola dandomi delle priorità sulle cose da fare, perché quando non c’è 
nessuno cui rivolgersi, tranne due gatti guardinghi e sospettosi, inevitabilmente si finisce per 
rivolgersi a se stessi. Nel mio stato d’animo, nel quale l’ansia aveva ceduto il posto a una sorta di 
sollievo – il sollievo di essere a casa –, la mia voce eccitata, amplificata dalle stanze deserte, mi 
rimandava nientemeno che a quella di Jasmine. Un pensiero, improvviso: ‘La posta!’ Avrei dovuto 
assolutamente suddividere la corrispondenza di Ray in mazzette, con grande attenzione: il 
responsabile editoriale di una rivista riceve diversi tipi di lettere ogni giorno. Era indispensabile che 
seguissi uno schema: corrispondenza personale, comunicazioni di lavoro, posta importante e di 
scarsa rilevanza – avrei scartato tutta la pubblicità. Come una segretaria diligente, avrei aperto le 
buste e dispiegato i fogli, in modo che a mio marito sarebbe stata sufficiente un’occhiata per capire 
di cosa si trattava. Con il suo ricovero in ospedale, sarebbe toccato a me occuparmi delle bollette da 
pagare, un’incombenza solitamente appannaggio di Ray. Avrei dovuto saldare una serie di fatture, 
annotando il pagamento affinché lui potesse registrarlo nella contabilità casalinga – Ray teneva 
meticolosamente, assiduamente conto della nostra situazione patrimoniale. Qualcuno potrebbe dire: 
“Non è necessario pagare le bollette appena arrivano. Si può procrastinare. Si può aspettare anche 
settimane!”, ma nell’attesa si annida la minaccia della dimenticanza, il pericolo della confusione, il 
rischio del superamento della scadenza. A quel punto, notai che, nel cortile, la coltre di neve 
presentava strani rigonfiamenti, simili ad animali accucciati: i pacchetti senza avviso di ricevimento
lasciati dalla UPS e dalla FedEx per “Raymond Smith, Ontario Review Inc.” Erano ormai le due e 
venti, ma mi è sembrato urgente ritirare quei pacchi e lottare con lo scotch per aprirli: di sicuro, 
contenevano cose richieste da Ray, che gli avrei portato quella mattina stessa – bozze impaginate, 
bozze in colonna, prove di copertina. Avvertivo un certo piacere nel maneggiare i materiali destinati
a mio marito – era piuttosto attraente, elettrizzante –, le prove di copertina del numero di maggio 
della “Ontario Review” con le illustrazioni dell’artista Matthew Daub, i cui acquarelli raffiguranti le
cittadine della Pennsylvania e i paesaggi rurali erano molto amati da Ray: di certo, la loro vista gli 
avrebbe rallegrato la degenza in quella triste stanza d’ospedale. Erano cose che ci avevano 
accomunato, dato che per oltre trent’anni avevamo condiviso i progetti e le uscite della “Ontario 
Review” e dei libri pubblicati dalla casa editrice della rivista. Sprofondata in una sorta di stato 
sognante, sono rimasta a fissare le riproduzioni dei lavori di Daub, pensando a quanto dovessero 
sentirsi più felici gli artisti visivi rispetto agli scrittori, ai narratori e ai poeti, cioè a coloro che 
hanno una connessione verbale e lineare col mondo. Attraverso il linguaggio, supplichiamo delle 
persone che ci sono estranee, non solo a leggere ciò che abbiamo scritto, ma a sussumerlo, a 
rimanerne toccati, a sentire. La mia mente è stata attraversata da un lampo, da una scossa: ‘Posporre
il viaggio!’ Questo era davvero urgente: dovevo posticipare la nostra imminente visita alla 
University of Nevada di Las Vegas, dove Doung Unger – un amico scrittore – aveva invitato Ray e 
me a parlare agli studenti del master di scrittura creativa. Il viaggio, pianificato da tanto tempo, 
avrebbe dovuto svolgersi un paio di settimane dopo: impossibile, troppo presto, magari in seguito, 
in primavera, o forse in autunno, come aveva suggerito Ray – “Di’ a Doug che mi spiace molto, ma 
questa dannata polmonite mi ha messo veramente fuori combattimento.” Avrei mandato un’e-mail a
Doug, perché non ce la facevo a telefonare a nessuno, neanche agli amici – anzi, specialmente agli 
amici. All’improvviso, un altro pensiero si è insinuato in me, proprio mentre stavo accingendomi a 
scrivere all’amico di Las Vegas sul mio computer: ‘No, voglio I Vespri!’ E così, alle due e quaranta 
del mattino, ho deciso di ascoltare un cd dei Vespri di Rachmaninov, una delle opere musicali 
preferite da Ray, una magniloquente composizione corale di straordinaria bellezza, che mio marito 
e io avevamo apprezzato insieme in un concerto anni prima – forse a Madison, nel Wisconsin, 
quando eravamo sposati da poco, quando era appena incominciata la grande avventura di dar vita a 
una collezione di dischi; i maliosi e ondivaghi Vespri che qualche mese addietro avevo udito al 
ritorno da un viaggio, scendendo dalla limousine nel nostro vialetto d’ingresso: mi aveva fatto 
sorridere il fatto di udire quella musica emozionante provenire dalla nostra casa – Ray aveva alzato 
il volume dello stereo, per ascoltarla nello studio, e io avevo pensato: ‘Sì, sono proprio a casa.’
 
11

 Dall’archivio delle e-mail
 16 febbraio 2008
 A Richard Ford
 Ray sta cominciando decisamente a stare meglio, ma non voglio sfidare il destino 
spingendomi troppo in là nell’ottimismo. Grazie, Richard, per il tuo sostegno morale: è 
grandemente apprezzato... Spero che tu possa venire (arrivare fin qui dal Maine) e guidare nei 
sobborghi trafficati di Princeton. Potrebbe essere la tua “nuova fase” – i biografi ne sarebbero 
elettrizzati. Quant’è più facile rispetto allo scrivere...
 Con affetto a entrambi,
 Joyce
 (Quando Richard Ford è venuto a sapere che Ray era stato ricoverato in ospedale, molto
gentilmente si è offerto di prendere subito un volo per Princeton, per “portarmi in giro con la 
macchina”: sono rimasta profondamente commossa da quella generosissima offerta, ma il buon 
senso mi ha consigliato di non accettarla.)
 17 febbraio 2008, ore 4:08
 A Emily Mann
 I medici dicono che Ray sta migliorando – e anche a me pare che sia così –, tuttavia ha 
ancora un lungo percorso davanti a sé, ed è talmente debole e a rischio di febbre che ho paura per 
il futuro: per certi versi, penso che non starà mai più perfettamente “bene” – questa esperienza è 
stata veramente devastante. E, in ogni caso, devo considerarla un presentimento di ciò che ci 
attende, inevitabilmente. Non riesco a dormire al pensiero di tutto quello che sarà necessario fare 
– e che io dubito di saper fare...
 Comunque, tu stai affrontando un’esperienza assai peggiore, per cui penso che anch’io 
riuscirò nell’impresa. I pensieri notturni non sono produttivi, ma... come evitarli?
 Sto radunando un po’ di foto da portare a Ray, per tirarlo su di morale, e mi è capitato 
fra le mani un bellissimo ritratto di te e Gary, scattato qualche anno fa da Ray durante un party da 
noi... Sono sicura di avertene dato una copia a suo tempo.
 Con affetto,
 Joyce
 (Il marito di Emily Mann, Gary Mailman, colpito da una tremenda infezione dopo una 
terapia prescrittagli da un medico dell’Hospital for Special Surgery di New York, è rimasto 
ricoverato in clinica per dieci giorni, più o meno nello stesso periodo in cui Ray si trovava al 
Princeton Medical Center. Per qualche giorno, le veglie ospedaliere di Emily e mie coincisero. Gary
ha rischiato di morire, e si è ripreso lentamente, a casa. Ha impiegato diversi mesi per guarire – 
comunque è guarito.) 
 
 12

 Ammassi di memoria
 Alla fine, si riconoscono sempre quei posti – prima invisibili, inidentificabili – dove si 
accumulano ammassi di memoria, pozzi di ricordi.
 Per esempio, tutte le stanze e le sale d’attesa degli ospedali e, in particolare, quelle dei 
reparti dove sono ricoverati malati molto gravi: unità di monitoraggio avanzato e terapia intensiva. 
Nessuno vuole mai tornare in questi luoghi, dove si cammina letteralmente sugli ammassi di 
memoria, infidi come acidi gelatinosi. Si annidano anche negli angoli, si nascondono nelle ombre. 
Nelle trombe delle scale. Negli ascensori. Nei corridoi e nei bagni. Tutte le emozioni e le sensazioni
sono state memorizzate, ovunque, all’insaputa degli individui che le hanno provate. Nel piccolo 
emporio, nell’edicola, dove la gente si sofferma a sbirciare i titoli dei giornali, subito dimenticati, 
mentre nella stanza del parente ricoverato un inserviente sta cambiando le lenzuola o, dietro a un 
paravento, sta facendo una spugnatura al malato. Dove la gente si ferma a perder tempo mentre il 
paziente è stato condotto in radiologia per ulteriori esami e sta aspettando il proprio turno in un 
corridoio, a un altro piano. Gli ammassi di memoria si accumulano particolarmente sotto le sedie 
delle sale d’attesa della rianimazione, dove le lacrime hanno macchiato le piastrelle del pavimento o
inzuppato le passatoie: nessuna di quelle lacrime può essere cancellata, proprio come l’odore che 
aleggia lì – quello della malinconia, che è il vero odore della memoria.
 In un ospedale è pressoché impossibile camminare senza imbattersi in ammassi di 
memoria lasciati da sconosciuti – il terrore di ciò che era imminente nelle loro vite, le loro false 
speranze, le loro entusiastiche e liberatorie interpretazioni, le loro improvvise prese di coscienza di 
realtà implacabili. Si può solo desiderare di udire gli echi dei loro commenti sussurrati: “Sembrava 
che stesse così bene, ieri: cos’è accaduto durante la notte?”
 Bisogna sempre lottare per non scivolare in un altro dolore. Bisogna già farsi coraggio 
per affrontare e coltivare il proprio. 
 
 13

 “Non ho nessuna ragione per piangere”
 17 febbraio 2008. Quella mattina, alle sette e mezzo, quando sono arrivata all’ospedale 
e ho preso l’ascensore – quinto piano, girare a sinistra, unità di monitoraggio avanzato –, ero senza 
fiato/di fretta/ansiosa di vedere mio marito (perché, sempre, la prima occhiata che si dà al paziente a
letto nella sua stanza, senza che lui se ne accorga, consente di capire molte cose), e avevo con me la 
voluminosa edizione domenicale del “New York Times” da leggere insieme. In fondo a quel 
corridoio diventato ormai familiare, oltre la saletta delle infermiere anch’essa ben conosciuta, c’era 
la stanza 541 con il letto di Ray. Mi sono affacciata, ho guardato, ma ho visto soltanto il materasso 
senza lenzuola.
 “Signora Smith, suo marito si trova nella stanza 539. È stato spostato lì questa mattina. 
Abbiamo cercato di chiamarla a casa, ma doveva essere già uscita...”
 Quando sono entrata nella camera 539, davanti alla quale ero passata senza sbirciare 
dentro, tremavo così forte che Ray mi ha chiesto se mi sentivo male: ero sbiancata in faccia e stavo 
tremando a causa di uno shock terrificante – il peggiore della mia vita –, oppure il mio tremore era 
una manifestazione del sollievo che provavo nel vedere Ray? Era sdraiato nel nuovo letto, in una 
nuova stanza – ma identica alla precedente –, con un tavolino uguale, sul quale troneggiava un vaso 
di fiori mandato dagli amici. Non aveva né maschera d’ossigeno né inalatore nasale: il suo 
assorbimento di ossigeno era migliorato, ed esisteva una consistente probabilità che il martedì 
successivo venisse dimesso dall’ospedale. Mi ha sorriso e ha sussurrato: “Ciao, tesoro”, ma quando 
mi sono chinata sul letto per dargli un bacio, sono stata assalita da un’ondata di fiacchezza e sono 
scoppiata a piangere. Piangevo irrefrenabilmente: per la prima volta da quando avevo portato Ray 
all’ospedale, il mio volto appariva deformato come quello di un bambino durante gli spasimi di un 
pianto disperato. “Non ho nessun motivo per piangere. Piango solo perché ti amo così tanto,” sono 
riuscita a balbettare con grandi sforzi. “Ray, ti voglio tanto bene.” Anche gli occhi di Ray si sono 
riempiti di lacrime, ha mormorato un paio di frasi che suonavano come: “Mi hanno detto qualcosa 
del tipo che resterò fuori combattimento un paio di mesi...”
 Come due nuotatori che stanno per annegare, ci siamo aggrappati l’uno all’altra. Chi 
passava per il corridoio e ci vedeva, distoglieva subito lo sguardo. Non avevo mai pianto così 
perdutamente. Perlomeno, non nella mia vita da adulta. E quelle lacrime nascevano soltanto da un 
senso di sollievo...
 Qualcosa del tipo che resterò fuori combattimento un paio di mesi.
 Ricorderò sempre queste parole. Infatti, era così che Ray vedeva la situazione: la 
polmonite aveva interrotto la sua vita normale. La conseguenza dei giorni trascorsi in ospedale e lo 
stato di prostrazione avrebbero rallentato o posposto il suo lavoro editoriale.
 Non stava pensando al futuro nel modo in cui ci avevo pensato io: pensava al numero di
maggio della “Ontario Review” e alle responsabilità che aveva nei confronti degli autori di cui 
doveva pubblicare gli scritti. A come gestire il calendario delle lavorazioni. Al pagamento delle 
fatture della tipografia. Ai compensi dei collaboratori. Alle questioni riguardanti gli invii postali e la
distribuzione. Non stava pensando a niente di così poco importante come se stesso.
 Era possibile che Ray non fosse capace di pensare a se stesso nei medesimi termini in 
cui io pensavo a lui. Può darsi che nessun uomo sia capace di pensare a sé nei modi in cui una 
donna pensa a lui.
 “Si appoggi a me, signor Smith. Ecco, così. Bene!”
 Una fisiatra di nome Rhoda, una donna molto gentile, camminava accanto a Ray nel 
corridoio fuori della stanza: doveva riprendere il tono muscolare delle gambe. Il fatto di essere 
rimasto a letto per diversi giorni le aveva indebolite – è impressionante vedere quanto poco ci 
voglia perché i muscoli si atrofizzino. Quella mattina, appena arrivata, avevo incitato Ray a 
spingere con i piedi contro le mie mani – i muscoli delle gambe si rinforzano anche in questo modo.
Mio marito aveva messo molte energie in quell’esercizio, e mi è parso che spingesse davvero molto 
forte.
 A un certo punto, Rhoda ha detto che, al momento della dimissione, non sarebbe tornato
a casa, ma avrebbe dovuto andare al centro di riabilitazione Merwick, poco lontano dal Medical 
Center. Non solo Ray avrebbe dovuto riacquistare la facoltà di camminare spedito, ma anche la 
capacità di respirare normalmente.
 Solo una settimana prima, tutto questo ci sarebbe sembrato bizzarro: vedere quell’uomo 
in pigiama che si sforzava di vincere il dolore, si trascinava nel corridoio di un ospedale, appoggiato
pesantemente al braccio di una giovane terapista, e si tirava dietro il trespolo con le ruote della 
flebo.
 Mentre guardavo mio marito che camminava – malfermo, sostenuto decisamente da 
Rhoda, ma comunque avanzava –, ripetevo tra me: ‘Non cadere! Non cadere, per favore.’
 Nei corridoi dell’ospedale non era raro vedere dei pazienti che camminavano 
lentamente, con o senza aiuto, trascinandosi dietro il trespolo a ruote della flebo. In quei giorni, in 
quelle ore, l’ago del tubicino della flebo era come incastonato nella vena dell’incavo del braccio 
destro di Ray, pieno di ecchimosi, e lasciava fluire – goccia dopo goccia – l’antibiotico che, come 
una pozione magica da favola dei Fratelli Grimm, aveva il potere di salvargli la vita.
 È arrivata un’inserviente per condurre Ray in radiologia per delle lastre.
 Sembrava che un’“infezione secondaria” – “di origine misteriosa: niente di 
preoccupante, comunque” – si fosse sviluppata nel polmone sinistro di mio marito, vale a dire nel 
polmone in precedenza non infettato.
 “Ma... anche questa è un’infezione batterica?” ho chiesto alla terapista. (Con quanta 
concretezza questo aggettivo mi è uscito dalla bocca: batterica. Come uno potrebbe dire infinito, 
anno-luce, un trilione di trilioni di stelle, nel discorso ingenuo da persona della strada.)
 La giovane donna – pelle scura, robusta, affabile – mi ha detto, con un luminoso sorriso,
che spesso i pazienti e i loro parenti le chiedevano spiegazioni mediche, senza che lei sapesse o 
potesse rispondere. “Signora, non lo so! Sarà il dottore a dirglielo.”
 Mi sono domandata chi mi avrebbe risposto: il dottor I., o il dottor B.?
 Batterica. Una cosa che ero arrivata a scoprire – la veglia d’incubo mi aveva 
impressionata in maniera indelebile – è che siamo, non tanto circondati di invisibili e avide forme di
vita, quanto letteralmente pervasi e avvolti da esse in ogni istante della nostra vita, anche prima 
della nascita, nel grembo materno. Le nostre carni sono dei contenitori di queste microscopiche 
forme di vita che pretendono da noi calore – calore e nutrimento... I batteri benefici li definiamo, 
per istinto antropomorfico, buoni; mentre quelli dannosi – i batteri che cercano di devastarci, di 
distruggerci – li chiamiamo cattivi.
 È del tutto ingenuo, futile – da ignoranti –, pensare che la nostra specie sia eccezionale, 
designata a dominare sulle bestie della Terra, come nel Libro della Genesi!
 “Infezione”: un altro termine problematico, ambiguo. Per definizione, infatti, ogni 
infezione è cattiva, eppure alcune infezioni risultano non così cattive come altre.
 “Signor Smith, può piegare la testa in questo modo? Molto bene.”
 Una delle infermiere stava radendo Ray; le sue guance erano diventate molto ispide. 
Avrei potuto farlo io – o, se ci avessimo pensato, sarebbe stato sufficiente che gli portassi uno 
specchio acconcio, e lui avrebbe provveduto da sé.
 “Suo marito è davvero bello, signora Smith. Ma gliel’avranno già detto mille volte...”
 Senza gli occhiali, con gli occhi chiusi, Ray era senz’altro bello – guance sode e lisce, e 
poche rughe per un uomo della sua età: solo la fronte ne presentava qualcuna, ma si trattava di 
rughe d’espressione, che si scorgevano appena in quella luce. Mentre l’infermiera lo radeva 
abilmente, facendo scivolar via la schiuma, ho provato un senso di disagio per il fatto che Ray 
stesse adeguandosi alla condizione ospedaliera, tanto più confortevole per la misteriosa passività 
che un simile stato evoca: ho pensato alla Montagna magica di Thomas Mann, in cui il giovane 
Hans Castorp arriva in visita in un sanatorio di Davos, nelle Alpi svizzere, nel decennio che precede
lo scoppio della prima guerra mondiale e, come in un incantesimo da favola, vi rimane per sette 
anni.
 Dopo esser stato sbarbato, Ray è tornato al “New York Times”, i cui fogli erano 
sparpagliati sul letto. La permanenza in radiologia – durata una quarantina di minuti – sembrava 
non aver avuto alcun effetto visibile su di lui: si trattava di uno dei numerosissimi esami ai quali si è
sottoposti in ospedale, perlomeno un’indagine non invasiva come altre.
 Entrambe le sue braccia presentavano delle ecchimosi, dovute ai ripetuti prelievi di 
sangue. Anche per uno stoico, i continui prelievi possono diventare molto fastidiosi, ma Ray non si 
lamentava – non era un individuo piagnucoloso.
 Mi è parso che non si rammentasse del suo stato di moderato delirio dei giorni 
precedenti: io, comunque, non avevo alcuna intenzione di ricordarglielo.
 Un appartamento in casa di un’infermiera! Era davvero convinto di trovarsi proprio 
dove diceva, anche se non sapeva fornire una spiegazione alla faccenda. Mi sforzavo di pensare che,
un giorno, a casa, quando sarebbe stato bene e le mie veglie in ospedale sarebbero diventate solo un 
ricordo, gli avrei raccontato di quella sua strana idea, e magari ne avremmo riso insieme.
 Chissà se avrebbe ricordato quella domenica che stava lentamente passando, mentre 
leggeva, parlava piano e ascoltava un concerto di musica classica trasmesso da un canale televisivo 
con una programmazione imperniata sulle arti. Era lo stesso programma che un’emittente 
radiofonica mandava in onda nei pomeriggi festivi, e che noi sentivamo quasi sempre a casa.
 Una volta, ascoltando un’esecuzione della Messa da Requiem di Mozart, Ray aveva 
detto, in quel modo spavaldo con il quale, quando si è giovani, ci si ritrova a parlare di morire – 
della morte –, dato che non la si teme affatto: “Promettimi che al mio funerale farai suonare 
quest’opera.” 
 “Mi hai detto la medesima cosa a proposito della Messa da Requiem di Verdi.”
 “Davvero? Ne sei proprio sicura?”
 Era accaduto alcuni anni prima. Ma era come se si trattasse di un’altra vita. Abitavamo 
in Sherbourne Road a Detroit, nel Michigan. Stavamo lì da poco quando era avvenuta la rivolta del 
luglio 1967: fuochi, spari e saccheggi a solo due isolati di distanza da noi, in Livernois Avenue. Una
cacofonia impressionante di sirene di pompieri e della polizia, urla e grida da una parte e dall’altra; 
la Guardia Nazionale schierata per proteggere gli edifici municipali; un acre odore di fumo, braci 
che avevano covato sotto la cenere per giorni: la polveriera razziale di una città americana, come 
venne descritta con un cliché, in un luogo che era anche casa nostra.
 All’ospedale, in quel pomeriggio del febbraio 2008, a decenni di distanza, non volevo 
ripensare a quei momenti. Alla nostra innocenza, alla nostra ignoranza.
 Eravamo stati molto felici nella casa di Sherbourne Road, dove in una stanza al primo 
piano – era stata una camera per bambini con le pareti rosa, senza mobilio, tranne che per un tavolo,
una sedia con lo schienale alto e una piccola libreria – avevo scritto il mio romanzo intitolato 
Quelli, mentre Ray faceva il pendolare fra lì e la University of Windsor, al di là del Detroit River, 
nell’Ontario, cioè in Canada.
 Io allora insegnavo all’università di Detroit, un ateneo gestito dai gesuiti a Six Mile 
Road, a un paio di chilometri da casa nostra. Amavo i miei studenti e avevo rapporti amichevoli con
molti colleghi (per la gran parte maschi), ma nel giro di un anno sarei finita a insegnare alla 
University of Windsor, insieme a Ray. Ci trasferimmo in una casa di mattoni affacciata sul Detroit 
River, di fronte a Belle Isle, e vi rimanemmo dal 1968 al 1978.
 Le veglie d’ospedale ispirano simili nostalgie. Le veglie d’ospedale si caratterizzano per
i tempi lunghi, durante i quali la mente fluttua libera: è un fragile aerostato che va alla deriva nel 
cielo come se fosse l’infinito.
 Nel tardo pomeriggio di domenica 17 febbraio 2008 – mentre sopraggiungeva il 
crepuscolo e si imponeva la sera –, ho detto a Ray che sarei tornata a casa presto e avrei anticipato il
mio arrivo l’indomani mattina. Mi sentivo improvvisamente stanca, benché quello fosse stato il 
giorno migliore della degenza ospedaliera di mio marito e fossimo entrambi felici – quasi euforici.
 Martedì l’avrebbero dimesso e trasferito al centro di riabilitazione? Qualche giorno lì, e 
poi... a casa. Venerdì? Oppure nel fine-settimana?
 Ho dato il bacio della buonanotte a Ray – un bellissimo marito con le guance fresche di 
rasatura. Non era un commiato straordinario, visto che tutt’e due sapevamo che la lontananza 
sarebbe stata assai breve e che sarei ritornata presto in quella stanza.
 “Buona notte! Ti amo.”
 
 14
 
 La telefonata
 18 febbraio 2008. La telefonata è arrivata a mezzanotte e mezzo.
 Svegliarsi per un telefono che squilla all’ora sbagliata.
 Quando i miei genitori anziani erano ancora vivi, e la loro salute peggiorava sempre più,
per tanto tempo avevo vissuto con il terrore che il telefono squillasse la sera tardi o la notte – 
all’ora sbagliata.
 In un certo modo, tutti conoscono questa paura, un panico dal quale non c’è scampo.
 Finalmente ero riuscita ad addormentarmi nel nostro letto, con la luce che penetrava 
nella stanza: quando avevo lasciato l’ospedale, per la prima volta dal lunedì mi ero sentita davvero 
speranzosa, e così avevo potuto chiudere serenamente gli occhi e dormire. Ecco perché lo squillo 
del telefono mi è sembrato una sorta di punizione: la punizione per essermi sentita incautamente 
soddisfatta, per aver lasciato presto l’ospedale. Intontita e con la bocca secca, incespicando mi sono 
diretta dalla camera da letto alla stanza vicina, lo studio buio di Ray, dove il telefono stava 
suonando. E quando ho alzato il ricevitore – “Pronto? Pronto?” –, il chiamante aveva riattaccato.
 Qualcuno che aveva sbagliato numero? Disperatamente mi sono sforzata per pensare 
che fosse così.
 Quasi subito il telefono ha squillato di nuovo. Quando ho sollevato la cornetta, ho 
riconosciuto le parole – non la voce, maschile e sconosciuta, che risuonava di un tono d’urgenza – 
che avevo temuto di sentire dopo la famosa veglia con l’incubo. Parole che m’informavano che mio
marito, “Raymond Smith”, era in “condizioni critiche”: i valori della pressione sanguigna erano 
“precipitati”, il battito cardiaco era “salito vertiginosamente”. Poi la voce mi ha chiesto se 
acconsentivo che venissero prese “misure straordinarie” nel caso in cui il cuore del paziente si fosse
fermato. Ho gridato: “Sì! Gliel’ho già detto una volta! Sì, sì! Salvatelo! Fate tutto ciò che è 
necessario!”
 La voce mi ha “ordinato” di andare subito all’ospedale.
 Ho domandato: “È vivo? Mio marito è ancora vivo?”
 “Sì, suo marito è ancora vivo.”
 Ho guidato verso Princeton nel buio della notte: ho percorso Elm Ridge Road, 
imboccato Carter Road e svoltato a sinistra in Rosedale Road – dopo alcuni chilometri, la Rosedale 
arriva dritto al centro di Princeton. Queste strade di campagna sono molto trafficate di giorno e 
deserte di notte; non c’è illuminazione, non ci sono fari che ti vengono incontro: sono strade scure, 
orlate di neve durante l’inverno. Guidavo e pensavo: ‘No, è impossibile. Non può essere vero.’ Con 
una fede infantile nelle fantasie magiche, mi dicevo che, se avessi saputo immaginare le parole della
telefonata, quella sorta di convocazione tanto temuta non ci sarebbe stata. Benché fossi ansiosa di 
arrivare all’ospedale, mi sono obbligata a rispettare i limiti di velocità – comunque, durante l’intera 
settimana, avevo sempre prestato una grande attenzione nella guida: concentrazione massima e 
velocità moderata –, perché sarebbe stato davvero ironico, davvero disastroso se avessi avuto un 
incidente mentre Ray mi aspettava. Le parole udite al telefono si erano trasformate in un incessante 
ronzio nelle orecchie, acquisendo un tono pressante e quasi infantile: “Ancora vivo. Sì, suo marito è 
ancora vivo.” A un certo punto, ho gridato: “È ancora vivo. Mio marito è ancora vivo.” E nella mia 
voce c’erano meraviglia, terrore e sfida: “Ray è ancora vivo!” Quanto pathos c’era in quell’ancora 
così precario, così disperato. In quella settimana, avevo preso l’abitudine di parlare da sola, di darmi
delle direttive, di incoraggiarmi come si potrebbe fare con un bambino che comincia a camminare: 
“Ci stai riuscendo. Bravissimo. Ce la stai facendo. Avanti così!” Quando in camera mi ero vestita 
piuttosto a casaccio per affrontare quel tragitto carico d’angoscia, la voce ammonitrice si era levata 
dentro di me con un tono di calma stupefatta: “Sta’ attenta a cosa ti metti: potresti essere costretta 
a indossare per un po’ questi abiti.”
 La Honda bianca ha sfiorato ripetutamente la riga gialla che delimitava la carreggiata e 
ha invaso la corsia opposta. Per qualche ragione ignota, non riuscivo a mantenere una presa salda 
sul volante: avevo le mani nude, il volante era freddo, eppure i miei palmi scivolavano per il sudore.
E non vedevo molto bene: nella luce dei fari, la strada mi sembrava sconnessa e sporca. Ho pensato 
che qualcosa non andava nella mia vista; era come se scrutassi dentro un tunnel. Ai margini del mio
campo visivo c’erano delle figure in ombra, oltre i cigli innevati della strada. Temevo che sbucasse 
un cervo e mi venisse addosso: in quella zona, non era raro che un cervo invadesse la sede stradale, 
si trovasse sulla traiettoria di un veicolo e restasse come ipnotizzato dai fari. All’improvviso, avevo 
detto con voce stridula per lo spavento: “E se Ray muore? Sta forse...” Mi risultava impossibile 
accettare quell’eventualità: mi è sempre stato difficile convivere con il terrore e l’impotenza. Un 
senso di frustrazione mi ha assalito mentre entravo nell’abitato di Princeton, dove il limite di 
velocità scendeva a quaranta chilometri all’ora. Semaforo: ora dovevo aspettare un sacco di tempo –
molto, troppo: un incubo, quel tempo perduto! –, dovevo aspettare che il rosso diventasse verde 
all’incrocio tra Hodge Road e la Route 206, che in città diventa State Road. Non c’era nessuno sulla
State Road e neppure sulla Hodge Road: nessun veicolo da nessuna parte, eppure ero costretta a 
stare ferma al semaforo. Avevo troppa paura per passare col rosso: sono troppo condizionata a 
“obbedire” alle leggi, tanto più a quell’ora. Alla fine, il semaforo è scattato, e io mi sono immessa in
Witherspoon Street; ho svoltato a sinistra e percorso diversi isolati in direzione dell’ospedale, 
superando file di case buie. Ho parcheggiato di fronte al Medical Center, accanto al marciapiede; 
solo un’altra macchina era posteggiata lì, a quell’ora di notte. Ho corso come una disperata verso 
l’entrata principale, che naturalmente era chiusa – all’interno, erano accese solo le luci 
d’emergenza. Con passo frenetico, mi sono diretta all’ingresso del pronto soccorso, appena svoltato 
l’angolo. Ansimante, in preda al panico, con nuvolette di fiato intorno alla bocca, ho scongiurato un 
addetto alla sicurezza di lasciarmi entrare. Gli ho detto che ero la moglie di un paziente “in 
condizioni critiche”, ricoverato nell’unità di monitoraggio avanzato; gli ho ripetuto diverse volte il 
nome di mio marito – “Raymond Smith!... Raymond Smith!” –, pensando a quanto sarebbe stato 
sorpreso e imbarazzato Ray, per quella scena: “In ospedale, contano più che altro le cose,” mi 
aveva detto qualche giorno prima. La guardia mi ha ascoltato educatamente – era un uomo dalla 
pelle scura, di mezz’età, comprensivo –, ma mi ha risposto che non poteva farmi entrare se prima 
non avesse fatto una telefonata di verifica. Era qualcosa che richiedeva tempo – minuti preziosi. 
Come farfalle con ali nervose, i pensieri mi svolazzavano intorno con un ordine frenetico e illogico. 
‘È ancora vivo. Va tutto bene. Mi sta aspettando. Adesso potrò finalmente rendermi conto che è 
ancora vivo.’ Quanto era frustrante, quanto era strana quella situazione: chiunque mi avesse 
chiamato per ordinarmi di andare subito all’ospedale, si era dimenticato di prendere accordi per 
farmi entrare. Una dimenticanza? Uno sbaglio? Non era previsto che la moglie di Raymond Smith 
dovesse arrivare al Medical Center? Forse doveva venire qualcun altro? A questo punto, l’uomo 
della sicurezza mi ha detto che, sì, la signora Smith era attesa al quinto piano, e mi ha aperto la 
porta. Sono corsa dentro, e mi sono ritrovata nell’atrio dell’ospedale. Dapprima, a causa della scarsa
illuminazione e del fatto che fosse pressoché deserto, non ho riconosciuto neppure quell’ambiente 
che doveva essermi familiare – era strano: nessuno in giro, l’accettazione vuota, il banco delle 
informazioni buio, la caffetteria immersa nella semioscurità. Mentre mi precipitavo verso 
l’ascensore, i battiti del cuore mi squassavano il petto. Quando sono arrivata al quinto piano e le 
porte dall’ascensore si sono aperte, ero in preda al panico. Ho svoltato a sinistra e mi sono diretta 
verso l’unità di monitoraggio avanzato. Come al solito, avevo la gola secca. ‘No, non è vero: non 
può essere vero. Naturalmente Ray starà benissimo.’ Il reparto era deserto, tranne che nella saletta 
delle infermiere – luci, figure vestite di bianco, voci sommesse. Angosciata, non sono riuscita a 
riconoscere nessuna di esse: tutte mi hanno guardato con espressioni impassibili. Sapevano – 
dovevano sapere – il motivo per cui ero lì, a quell’ora della notte, quando nessun visitatore poteva 
accedere alla struttura ospedaliera. All’estremità del corridoio, nei pressi della camera di mio 
marito, una scena terrificante: cinque o sei figure di operatori medici fuori della porta aperta, 
silenziosi, come se stessero aspettando me. Mentre mi avvicinavo, una figura si è mossa nella mia 
direzione: una dottoressa giovane – molto giovane – che non avevo mai visto prima. Senza parlare, 
mi ha indicato la stanza e, in un attimo, ho capito che, malgrado la mia corsa affannosa, ero arrivata 
troppo tardi – a causa dei miei scrupoli di guidare rispettando i limiti di velocità e di attendere che il
semaforo diventasse verde, come se fossi un robot programmato, ero arrivata troppo tardi. In uno 
stato di trance, sono entrata nella stanza – in quella camera che avevo lasciato poche ore prima con 
totale ingenuità e ignoranza, dopo aver baciato la guancia liscia di mio marito e avergli mormorato: 
“Buona notte! Ti amo.” Gli avevo detto che sarei arrivata presto, l’indomani mattina – questa 
mattina – e che gli avrei portato le bozze impaginate del numero della “Ontario Review” di 
imminente pubblicazione. Adesso, però, Ray non era seduto sul letto ad aspettarmi: no, giaceva 
disteso, immobile. Sono rimasta scioccata, allorché mi sono resa conto che c’era qualcosa di 
sbagliato. Mio marito aveva gli occhi chiusi; il suo volto appariva grigiastro e flaccido; l’ago della 
flebo era stato tolto dall’incavo del braccio destro tumefatto; non c’erano gli apparecchi che 
monitoravano il livello d’assunzione dell’ossigeno e i parametri cardiaci. La stanza era immersa in 
una strana immobilità. Quando sono entrata, le ciglia di Ray non si sono mosse, le sue labbra non 
hanno disegnato un sorriso, non sono risuonate le parole: “Ciao, tesoro!” Come istupidita sono 
arrivata al letto, mormorando il suo nome, supplicandolo come potrebbe fare un bambino: “Oh, 
tesoro, cosa ti è successo?! Cos’è che ti è successo?! Tesoro! Tesoro!” Mi sembrava il solito Ray, 
vivo; non c’erano né ansia né tensione sul suo volto; non aveva i capelli scompigliati. D’accordo, 
aveva perso peso in quella settimana; le guance apparivano più sottili; aveva delle occhiaie incavate
– mi sono immaginata i suoi bellissimi occhi grigio-azzurri. Mi sono chinata su di lui, immobile 
sotto il lenzuolo, e l’ho abbracciato forte, più e più volte, l’ho baciato, l’ho implorato, chiedendogli 
di svegliarsi: io ero lì, ero sua moglie Joyce che lo supplicava – sì, lo supplicavo, perché Ray era 
una persona che andava blandita, persuasa: non era un uomo testardo, non era un uomo inflessibile. 
Se avesse potuto, avrebbe aperto gli occhi e mi avrebbe salutato, lo so; ci saremmo detti a bassa 
voce qualcosa di ironico e divertente, e avremmo riso. L’ho stretto ancora, l’ho tenuto vicino per un 
tempo estremamente lungo, e sono scoppiata a piangere. Mi è sembrato che la sua pelle cominciasse
a raffreddarsi e ho pensato: ‘No, tutto questo non può essere vero. È uno sbaglio.’ Ho cercato di 
scuoterlo, sono stata tentata di dirgli: “Non è possibile! Svegliati! Smettila!” Nella nostra vita 
insieme non era mai accaduto qualcosa di così assurdo; nella nostra vita insieme, niente ci aveva 
mai diviso in quel modo. Gli ho ripetuto che lo amavo, lo amavo tanto, che l’avevo sempre amato. 
La dottoressa era entrata nella stanza, silenziosamente; gli altri paramedici erano sulla soglia e 
osservavano la scena. A voce bassissima, nella quale ogni parola aveva un suono e un significato 
preciso e inequivocabile, la giovane donna – di cui non ricordo il nome, consegnato all’oblio per 
sempre – mi ha spiegato che era stato fatto tutto il possibile per salvare mio marito, deceduto solo 
pochi minuti prima: si era verificato un arresto cardiaco imprevedibile, i valori della pressione 
sanguigna erano precipitati, il battito cardiaco era salito vertiginosamente. La causa era stata 
un’infezione secondaria, e non quella sostenuta dall’E. coli. Nel giro di pochissime ore, la malattia 
aveva messo fuori combattimento il polmone sinistro, e il sistema circolatorio l’aveva diffusa 
ovunque: avevano tentato diverse cure, non c’era stato più niente da fare.
 Ero troppo stordita per rispondere. Ero troppo confusa per capire se ci si aspettava che 
io dicessi qualcosa. Facevo un’enorme fatica a udire la voce della giovane dottoressa, che si era 
trasformata in un rombo dentro le mie orecchie. Di sicuro, apparivo sconvolta, impazzita: il mio 
volto era sbiancato, le lacrime mi colavano dagli occhi, ma io non stavo piangendo – perlomeno, 
non nel solito modo. Mi aggrappavo agli ultimi rimasugli di decoro sociale per cercare di offrire 
una risposta appropriata a quella situazione – cioè che cosa dovevo dire o fare, che cosa ci si 
aspettava da me? Solo più tardi, alcuni giorni più tardi, mi sarei resa conto che Ray era morto 
circondato di estranei – tutti gli operatori medici radunati nel corridoio fuori della stanza erano degli
estranei, e basta: il dottor I. non era lì, al pari del dottor B. e del dottor S., che era stato per diversi 
anni il cardiologo di Ray. E non c’era nessuno degli altri specialisti, quelli delle malattie infettive 
che erano comparsi per visitare Ray e parlare con me: nessuno di loro era nella stanza, proprio come
la sorridente infermiera Shannon che gli era tanto simpatica, o la chiacchierona Jasmine.
 Era la una e otto minuti. Notte fonda, le primissime ore del lunedì. Il personale medico 
dirigente non era certo in servizio a quell’ora. A presidiare i reparti c’erano solo medici al di sotto 
dei trent’anni – la giovane dottoressa ne era un ottimo esempio.
 Non avrei potuto interpellare nessuno dei dottori che avevano seguito Ray durante la 
settimana trascorsa nell’unità di monitoraggio avanzato. Neppure il dottor B., il medico che aveva 
ordinato il ricovero – avrei trovato la sua firma sul certificato di morte, con l’annotazione: 
“Raymond J. Smith è deceduto per blocco cardiopolmonare, in seguito a complicazioni derivanti 
da polmonite. Ore 00:50 del 18 febbraio 2008.”
 Il fatto che mio marito fosse morto fra estranei mi è sembrato qualcosa di orribile: io 
non ero al suo fianco per assisterlo, confortarlo, toccarlo, trattenerlo – dormivo, a chilometri di 
distanza. Dormivo! L’assurdità di un simile comportamento è troppo grande per essere giustificata: 
passerò il resto della mia vita cercando di comprenderla.
 “Signora Smith...” La giovane dottoressa mi ha toccato il braccio. Mi ha detto che, se 
avessi voluto restare sola con mio marito, si sarebbe allontanata.
 Il corridoio era deserto: gli altri sanitari se n’erano andati. Ho guardato Ray: non si era 
mosso – da quando ero entrata nella stanza, neppure le ciglia avevano mai ondeggiato. La giovane 
dottoressa mi ha ripetuto ciò che aveva appena detto: sono riuscita a sentirla come se fossi molto 
distante. Le ho risposto soltanto:
 “La ringrazio. La ringrazio molto.”
 
15

 “La Vanità Dorata”
 “Per favore, raccolga e porti via gli oggetti personali di suo marito, prima di andarsene.”
 È compito mio – il mio primo compito da vedova – liberare la camera d’ospedale delle 
cose di mio marito.
 Appena stamattina – cioè, ieri mattina: la mattina della domenica – avevo portato il 
voluminoso “New York Times”, la posta, le bozze della rivista e diversi altri oggetti che Ray mi 
aveva chiesto di prendergli dal suo studio. E adesso, ecco qua le varie sezioni del “New York 
Times” che, insieme a tutte le altre cose, dovrò riportare a casa.
 Ancora non mi rendo conto – ci vorrà del tempo – che, in quanto vedova, sarò ridotta a 
un inventario di cose: cose che conserveranno solo un pallidissimo barlume dell’identità e 
dell’importanza originarie, proprio come, in un guscio morto e prosciugato di qualcosa che nel 
passato ha posseduto peculiarità organiche, si può forse individuare una traccia degli attributi che 
l’hanno caratterizzato.
 Il suo orologio da polso sul tavolino accanto al letto dove lui giace immobile, con 
l’espressione tipica del sonno più profondo e più pacifico. Questo oggetto – un orologio Acqua 
Quartz senza alcun pregio particolare, che probabilmente Ray ha comprato nell’emporio di 
Pennington, con un cinturino di pelle scura e un quadrante digitale sul quale campeggia l’ora, l’una 
e ventuno minuti, che mentre lo sto guardando, diventa la una e ventidue – non ha né identità né 
importanza, tranne per il fatto che è l’orologio da polso di Ray e che siccome gli è appartenuto, lo 
porterò sempre con me. È una responsabilità mia.
 In questo iniziale stadio della vedovanza – questi primi minuti, queste prime ore – che si
potrebbe definire anche “pre-vedovanza”, perché la vedova non l’ha ancora “capito” (capito che 
cosa significa trovarsi in un mondo in caduta libera, dal quale è stato sottratto il significato 
dominante della sua vita), ella trae conforto da queste piccole incombenze, da questi rituali: i canoni
del protocollo mortuario in cui altri, già edotti, la guideranno come si può guidare un istupidito e 
disgraziato animale fuori dal recinto e dentro uno stretto passaggio con l’ausilio di una pertica lunga
tre metri.
 “Signora Smith, vuole chiamare qualcuno?”
 Rispondo immediatamente: “Sì.”
 “Vuole che l’aiuti a fare qualche telefonata?”
 Replico prontamente: “No.”
 Mi sembrano le risposte corrette. Sarebbe sbagliato rispondere: “No, non voglio 
chiamare nessuno. Voglio soltanto andare a casa, e morire.”
 Come avevamo fantasticato insieme Ray e io, nessuno dei due avrebbe voluto 
sopravvivere all’altro, ma...
 Ray aveva orrore del suicidio – per lui, non costituiva affatto un’opzione romantica –, e 
ora che è morto, la sua unica aspirazione sarebbe quella di tornare in vita.
 Questi pensieri mi frullano per la testa come calabroni impazziti. Non mi sforzo 
minimamente per allontanarli: al limite, cerco di bloccare il loro moto per indagarli. Mi pare strano 
essere assalita da pensieri così saettanti, mentre io mi muovo – e parlo, e ragiono – assai lentamente,
come un individuo che abbia ricevuto una gran botta in testa con un martello.
 L’orologio di Ray adesso segna la una e ventiquattro minuti.
 Questa camera d’ospedale è davvero fredda: comincio a battere i denti.
 Nel piccolo bagno senza finestra, illuminato dal bagliore fluorescente del neon, apro 
l’anta a specchio dell’armadietto sopra il lavabo e, con dita intirizzite, afferro uno spazzolino da 
denti – quello di Ray –, un tubetto di dentifricio spremuto maldestramente, un flacone di collutorio, 
lo stick di un deodorante – deodorante maschile, inodore e antitraspirante, scivoloso come una 
soffice polvere invisibile –, una piccola confezione spray di crema da barba. Mi muovo con enorme 
lentezza, come se fossi sott’acqua, mentre prendo gli effetti personali di mio marito da portare a 
casa.
 Qualcuno deve avermi insegnato a svolgere un simile compito. Non sono sicura di 
averlo appreso da sola. L’espressione effetti personali è alquanto curiosa e non è mai appartenuta al 
mio lessico: dev’essersi attaccata a me come un riccio.
 Effetti personali. Da portare a casa.
 Anche casa adesso ha un che di curioso.
 È strano ammettere che possa ancora esserci una casa, adesso, senza mio marito: una 
casa nella quale portare i suoi effetti personali.
 Ecco il pettine di Ray, un piccolo oggetto di plastica nera: l’avevo visto qualche volta 
tra le sue cose. Quando viaggiavamo insieme, vivendo nella medesima stanza d’albergo, si 
instaurava un tipo di intimità più marcata rispetto a quella abituale di casa, basata su piccole regole 
inviolabili. In quelle occasioni, vedevo più da vicino i suoi articoli da toeletta: lo spazzolino, il 
dentifricio, il deodorante ecc. Ma anche le forbicine, la colonia dopobarba, le pillole prescrittegli dal
nostro medico di famiglia. Il fatto che un uomo – qualsiasi uomo – dovesse prendersi cura del 
proprio corpo come una donna, mi sembrava quasi commovente e ne sorridevo. Che un uomo – 
qualsiasi uomo – dovesse aver cura di sé per essere attraente, amato, mi pareva meraviglioso.
 Che un uomo – qualsiasi uomo – dovesse comportarsi così perché una donna fosse 
attratta da lui e lo amasse... be’, era un mistero! Per il semplice fatto che, per una donna, il maschio
assoluto è inconoscibile, elusivo.
 Anche nel maschio domestico, nel marito, c’è sempre qualcosa di inconoscibile e di 
elusivo. Nonostante un’intimità durata quarantasette anni – per l’esattezza, sono passati 
quarantasette anni e venticinque giorni dal nostro matrimonio –, nella vita di Ray, o forse nella sua 
personalità, c’è sempre stato uno spazio nascosto, una regione dove, volendo, poteva rifugiarsi, 
un’area alla quale io non avevo accesso.
 Adesso Ray si è ritirato in un posto dove non posso seguirlo. Proprio dietro i suoi occhi chiusi.
 Il fatto che questi articoli da toeletta gli siano appartenuti, ma ora non siano più suoi, mi
sembra molto strano.
 Adesso sono diventati effetti personali.
 “Signora, gli effetti personali di suo marito.”
 Una delle ragioni per cui mi muovo lentamente – e forse non c’entra con la botta in testa
– è che, con questi effetti personali, io non posso andare da nessuna parte se non a casa. Ma questa 
casa, senza mio marito, mi è impossibile immaginarla.
 Mi sembra che il pavimento di piastrelle si muova sotto i piedi. Mi ero vestita ed ero 
uscita di casa come una furia, e adesso non sono neppure sicura delle scarpe che indosso: ho la vista
confusa, e mi chiedo se non abbia messo due scarpe sinistre – magari le ho scambiate mentre le 
infilavo. Mi sovviene che, nella storia della civiltà, la designazione di scarpa destra e di scarpa 
sinistra è relativamente recente: fino a non molto tempo fa, gli individui si consideravano già 
fortunati ad avere delle calzature – ecco la tipica informazione, casuale e intrigante, che Ray mi 
comunicava all’improvviso, magari leggendola da una rivista: “Lo sai questo? Non molto tempo fa...”
 Avverto un irrefrenabile desiderio di precipitarmi in un’altra camera e di raccontare 
all’occupante – uomo o donna, estraneo a me come a Ray – la faccenda delle scarpe, la storia della 
destra e della sinistra: poi mi rendo conto che non è un’ora adatta e che, in ogni caso, Ray non 
ascolterà – ne avrei parlato principalmente per lui.
 Nella settimana appena trascorsa, sono diventata sorprendentemente maldestra, inetta, 
smemorata: per portar via gli articoli da toelette di Ray avrei dovuto procurarmi un sacchetto. Non 
mi è venuto neppure in mente, e così tengo tutte quelle cose in mano, tra le braccia, impacciata. Uno
degli oggetti – la confezione di crema da barba mi scivola e cade, sbattendo rumorosamente sul 
pavimento. Quando mi chino per raccoglierla, sento il sangue affluirmi alla testa e una sorta di 
strappo nel petto – crema da barba! In questo posto orribile!
 Sarebbe ora di piangere, adesso. La crema da barba di Ray nella mano sudata della sua 
vedova.
 Vanità di sbarbarsi, di usare il collutorio, il deodorante maschile inodore e 
antitraspirante.
 Vanità delle nostre vite. Vanità del nostro amore reciproco, e del nostro matrimonio.
 Vanità di credere che, in qualche modo, la vita ci appartenga.
 I versi di una ballata scozzese – “La Vanità Dorata” – mi rimbombano nella mente. 
Sono spaventata dal fatto che il mio cervello è estremamente penetrabile: non posseggo alcuna 
difesa contro le invasioni.
 C’era una volta una nave
 Ed essa navigava sul mare. 
 E il nome della nostra nave era
 “La Vanità Dorata”.
 C’è qualcosa di vagamente sarcastico, forse anche di derisorio, in queste parole. Mi 
sento paralizzata mentre le ascolto, come per magia. Sono versi familiari, anche se non li odo o non 
penso a essi da tantissimo tempo.
 C’era una volta una nave
 Ed essa navigava sul mare...
 Molto tempo fa, mentre frequentavo un corso di specializzazione alla University of 
Wisconsin, a Madison, nel 1961, mi fu assegnato l’incarico – piacevole – di scrivere una relazione 
sulle ballate tradizionali inglesi e scozzesi per un seminario di studi medioevali tenuto dalla 
straordinaria professoressa Helen White, una delle due uniche docenti d’inglese in quel 
dipartimento con un’impostazione molto harvardiana e molto conservatrice – in seguito, nel corso 
di diversi anni del nostro matrimonio, Ray e io ascoltammo dischi di ballate, in particolare quelle 
cantate da Richard Dyer-Bennet. È la voce di questo interprete che mi sembra di sentire ora. Fino a 
questo momento, non mi era mai accaduto di pensare che, tenendo in mano una bomboletta spray di
schiuma da barba, questa schietta e malinconica ballata scozzese potesse sintetizzare la poeticità 
delle nostre vite.
 C’era una volta una nave
 Ed essa navigava sul mare...
 (Ora che “La Vanità Dorata” ha invaso i miei pensieri, mi sarà impossibile scacciarla 
dalla mente per giorni e giorni, forse per settimane: non riesco mai a levarmi facilmente dalla testa i
motivi musicali che ricordo all’improvviso, o i brani poetici che si presentano al mio cervello senza 
che li cerchi.)
 Di nuovo, penso – in realtà, è il pensiero a imporsi – alle vaghe fantasie attraverso le 
quali il masochismo maschera la paura, l’orrore, il terrore; penso a quante volte in passato mi 
consolavo dicendomi che, se fosse successo qualcosa a Ray, io non avrei voluto sopravvivergli. 
Non sopportavo l’idea di sopravvivergli! Avrei preso una dose letale di sonniferi, o...
 È una consolazione nella quale si rifugiano le mogli non ancora vedove. È un modo per 
affermare: “Lo amo tanto. Sono la persona che lo ama di più.”
 Arrivando alla mezz’età, non sentendosi affatto vecchio e non avendo grossi malanni, 
mio padre diceva, con l’abituale tono spavaldo dei maschi: “Se dovessi ridurmi in condizioni 
pietose, agite per liberarmi definitivamente delle mie sofferenze.” (Si riferiva a un anziano con una 
malattia cronica e a un parente malconcio.)
 Ma, quando invecchiò, papà convisse per anni con una miriade di malattie – enfisema 
polmonare, cancro alla prostata, degenerazione maculare – e non manifestò mai il desiderio di 
morire, e ancor meno la volontà di essere liberato definitivamente delle sue sofferenze.
 Perché è questo l’errore di tali auspici, formulati quando si gode di “buona salute”: in 
un tempo futuro, non varranno più per le persone che li hanno pronunciati.
 Allo stesso modo, la prospettiva di assumere una dose letale di sonniferi, in questo 
momento mi appare inconcepibile. Così come lo sarebbe il fatto di voler sfuggire al raffreddore 
prendendo un aereo per Miami, domattina. Le responsabilità verso mio marito non avrebbero mai 
consentito un simile comportamento impulsivo.
 “Tesoro, cosa devo fare di queste cose?”
 Non lo chiedo ad alta voce, ma in un mormorio, dimodoché nessuno possa sentire: 
comunque pronuncio davvero queste parole. Naturalmente so – al di là di ogni ragionevole dubbio –
che Ray è morto, che non mi ascolta, e tanto meno mi risponderà.
 Nell’ultima settimana, mi sono concessa una nuova abitudine: parlare da sola, dibattere 
con me stessa. Durante la guida, ho cominciato a fare animate discussioni tra me e me. A casa, ho 
iniziato a condividere sentimenti e informazioni con i gatti: con voce chiara e assertiva, ho preso ad 
assicurare gli animali spaventati che va tutto bene. (Comunque, è sempre opportuno parlare agli 
animali di compagnia: si può sembrare forse eccentrici, ma non pazzi.)
 Di certo, però, penso – cioè, penso che sia un dato di fatto – che mai nei nostri 
quarantasette anni e venticinque giorni di matrimonio mi è capitato di sentire Ray parlare da solo. 
Ed era altrettanto raro che borbottasse tra sé, che imprecasse a voce bassissima.
 Quando torno nella camera, al capezzale di Ray, mi sento sollevata dal fatto che non sia 
venuto nessuno. Penso che, un momento prima, forse era entrata un’infermiera. Penso che magari 
mi ha detto o chiesto qualcosa, ma non ricordo con precisione. Ho soltanto voglia di piangere di 
sollievo: quella donna se n’è andata. Noi siamo soli.
 Fuori della camera, nel corridoio dell’ospedale, non c’è nessuno. I cinque o sei operatori
sanitari – sconosciuti sia a me sia a Ray – sono letteralmente svaniti, compresa la simpatica 
dottoressa indo-americana dalla voce dolce.
 Questi individui hanno unito i loro sforzi – fallimentari, inutili – per salvare la vita di 
mio marito? Esiste un termine per designare ciò che sono, o che sono stati? Non una squadra 
mortuaria, anche se in questo caso i loro sforzi hanno avuto come esito la morte, ma nemmeno una 
squadra salvavita...?
 Coraggiosamente avverto il desiderio di parlare con loro. Voglio chiedere cosa può aver
detto Ray, avvicinandosi alla fine della sua vita. Voglio domandare se delirava o se ignorava 
l’imminenza della fine.
 Al pari di altri, questo pensiero avventato mi scivola rapido nella mente; poi, con la 
medesima velocità, ne esce e si dissolve.
 C’è qualcosa che devo fare, però: una telefonata. Anzi, alcune telefonate.
 Ma, prima, devo raccogliere gli effetti personali di Ray.
 “Tesoro, dimmi, cosa devo fare?”
 Sento la testa molto leggera. Il suono di un telefono mi desta da quella sorta di trance e 
si confonde con il ronzio dentro le mie orecchie e con i versi tormentosi della ballata scozzese: “Ed 
essa navigava sul mare. E il nome della nostra nave era...” Mi ritrovo a pensare che Ray ammirava
enormemente Richard Dyer-Bennet – è strano che abbiamo smesso di ascoltare quelle canzoni folk: 
negli anni sessanta ci piacevano molto.
 Anche se nello slargo del pianerottolo e nel corridoio non vedo nessuno, mi sento 
osservata. Probabilmente, tutte le infermiere sono state allertate – “C’è una donna nella 539. È la 
moglie di Ray Smith. Smith è morto, e la moglie sta raccogliendo gli effetti personali per portarli 
via”.
 Sono rimasta a osservare Ray – squadrandolo, guardandolo fissa. La vista della sua 
figura immobile mi ha trafitto: voglio imprimermi nella memoria l’immagine di lui che giace supino
sotto un lenzuolo, con gli occhi chiusi, la faccia liscia appena rasata, senza rughe, bella. Mi ritrovo a
pensare – in verità, è il pensiero a imporsi – che, in realtà, Ray respira, seppure debolmente, o forse 
è sul punto di mettersi a respirare, e le palpebre tremolano, o stanno per farlo. Allo stesso modo che,
nel sonno, i nostri bulbi oculari talvolta hanno movimenti repentini come da svegli, mi sembra che 
gli occhi di Ray adesso stiano muovendosi sotto le palpebre chiuse: a me pare che stia sognando 
qualcosa e che forse dovrei svegliarlo.
 Non disturbare un paziente che dorme è una cosa che si impara alla svelta durante le 
veglie in ospedale, perché lì il sonno è prezioso.
 Naturalmente non dovrei disturbare Ray. Tuttavia dovrei dirgli che mi dispiace per 
quanto è accaduto: non riesco a lasciare la camera senza spiegargli perché sono arrivata troppo 
tardi, anche se una spiegazione vera e ammissibile non esiste. “Tesoro, mi dispiace. Ero... Ero a 
casa. Ero semplicemente a casa, e invece avrei potuto essere qui con te. Non so come mai, ma... mi 
sono addormentata. È stato uno sbaglio. Non riesco a capire come... sia potuto accadere.”
 Sono davvero esitanti le mie parole, e banali e vuote. Così come durante questa 
settimana sono diventata piuttosto maldestra – sulle gambe e sulla braccia campeggiano delle 
ecchimosi, dei lividi e delle escoriazioni che non so spiegare (riguardo alle botte in testa non c’è 
alcun mistero: salendo e scendendo dall’auto, ho sbattuto ripetutamente il capo) –, sono divenuta 
insicura e titubante anche nel parlare: è un po’ come se balbettassi, come se perdessi il filo del 
discorso, al punto che talvolta non ricordo ciò che stavo dicendo, o perché mi sembrava urgente fare
una simile affermazione. La maggior parte delle cose di cui avevo parlato con Ray riguardavano il 
suo lavoro, la posta o le solite questioni attinenti alla casa. Nessuna delle mie parole esprimeva 
quello che volevo veramente dirgli. E in questo momento non riesco a comprendere – anche se sono
passate solo poche ore, posso ricordare a fatica perché ero andata a letto prima di quanto faccio 
usualmente, come mai avevo immaginato che quella fosse una sera “sicura” per dormire.
 Il fatto che io stessi dormendo proprio mentre mio marito stava morendo è un pensiero 
orribile che non riesco ad affrontare.
 Avevo cenato. Al ritorno a casa, avevo consumato la cena. Per la prima volta dopo 
giorni, mi ero preparata un vero pasto – un pasto caldo –, evitando di mangiare semplicemente una 
confezione di yogurt e qualche frutto davanti al computer. Ciò significa che stavo mangiando 
quando mio marito era stato colto da una terribile febbre ed era precipitato verso la morte – un 
pensiero ripugnante, osceno. 
 Un atto, un comportamento inspiegabile. Se un assassino giura di non ricordare il suo 
crimine, vuol dire che l’ha rimosso e cancellato, che non esiste nella sua memoria, che non ha 
neppure un pensiero al riguardo, che non ne conosce la ragione, il motivo: per me, ora, un simile 
atteggiamento assume un senso ben definito.
 Ciò che rapidamente sta diventando misterioso è la vita ordinaria, la coerenza.
 Conoscere le cose che bisogna fare e, di conseguenza, agire.
 Adesso la stanza d’ospedale è talmente fredda che tremo convulsamente. Anche se 
indosso il cappotto – non l’ho mai tolto. È lo stesso cappotto scozzese che portavo il giorno 
dell’incidente automobilistico, quando quel pazzo al volante dell’altra macchina ci aveva centrato e 
gli air-bag erano esplosi, schiacciandoci contro gli schienali dei sedili.
 Da un certo punto di vista, mi sembra che Ray sia morto proprio in quello scontro: lui è 
morto, e io sono sopravvissuta. È davvero così?
 Nella mia mente, i due scontri rischiano di fondersi: il cozzo all’incrocio tra Elm Road e
Rosedale Road, e quello al Medical Center di Princeton.
 Dopo il primo, ci siamo allontanati storditi, ma rinfrancati. Al ritorno a casa, ci eravamo
dati un lungo bacio, stretti l’uno all’altra, perché i dolori ancora non s’erano fatti sentire.
 In questa stanza, Ray si era lamentato per il freddo, specie di notte, e ciò era accaduto 
anche quando aveva dovuto aspettare in radiologia per il supplemento di indagini. Benché avesse la 
febbre, l’avevano lasciato al freddo. Eppure ricordo che, a Windsor, in inverno, Ray usciva di casa 
senza paletot, mentre un vento gelido soffiava dal Detroit River, al di là del quale si poteva 
immaginare l’enorme lago Michigan. Era più giovane allora, e il rischio di beccarsi un’infreddatura 
era assai basso.
 Sono spaventata, adesso: mi sembra di non ricordare quella persona. La sto perdendo: 
sto perdendo mio marito qual era molto tempo prima dell’incidente.
 L’istinto mi dice che ora dovrei trovare una coperta, per tenere al caldo Ray, 
tirandogliela fin sul mento. Ha addosso soltanto un sottile lenzuolo di cotone.
 Lo so... Lo so! Mio marito non è più vivo. Non ha affatto bisogno di una coperta, e 
neppure del lenzuolo. So tutto questo, eppure... mi è impossibile capire e accettare che lui è morto.
 Ecco perché adesso mi sembro una persona che sta aspettando un qualche segno da lui –
un cenno, un segnale soltanto nostro, giacché siamo sempre stati molto vicini e ci siamo intesi 
anche con un solo sguardo. Resto qui nell’attesa che Ray mi perdoni: ‘Va tutto bene. Quello che stai
facendo è perfetto. Non c’è niente di sbagliato. E anche se fosse sbagliato, io ti voglio bene 
comunque.’
 Appena ieri ero stata capace di piangere in quella stanza, al suo capezzale. Mi ero 
chinata su mio marito, e lui era rimasto sorpreso dalle mie lacrime. Sì, ero stata capace di piangere, 
ma ora non mi riesce di farlo: ho gli occhi asciutti, la bocca è secca come carta vetrata. Mi accorgo 
solo adesso che Ray non indossa gli occhiali: è ben strano che non l’abbia notato prima. Sono 
appoggiati sul tavolino accanto al letto – occhiali relativamente nuovi, moderni, con una montatura 
di metallo, su cui è possibile applicare delle lenti scure quando la luce è troppo intensa. Con un 
gesto lento, prendo gli occhiali – anche se non so dove riporli perché non si rovinino – e il suo 
orologio da polso che segna la una e ventinove minuti. Vedo le matite colorate di mio marito e le 
raccolgo: hanno bisogno di essere temperate.
 Ripongo accuratamente tutte queste cose dentro la mia grande borsa nera. I fiori 
mandati dagli amici – crisantemi bianchi e gialli, garofani rossi, un’iris violacea – li lascerò qui.
 (Mi chiedo se ho ringraziato gli amici, per aver mandato i fiori? Non penso – non me lo 
ricordo. La stessa cosa dev’essere accaduta per i messaggi nelle segreterie telefoniche di casa – non 
ho mai risposto. E molti sms li ho cancellati per sbaglio, o nella fretta.)
 Nella borsa, pesco il grande biglietto che alcuni amici avevano inviato a Ray per fargli 
sentire la loro vicinanza e rincuorarlo: avrei dovuto darglielo, ieri.
 Quel grosso cartoncino ospita i pensieri dei nostri amici più cari. Guardo fissamente le 
parole, in una sorta di trance:
 Caro Ray, vorremmo che tu fossi qui. Ray, guarisci in fretta! Ray devi tornare presto da
noi: ti vogliamo bene e ci manchi molto. Ray ci sono innumerevoli salsicce da grigliare nel nostro 
futuro! Ray, per favore, riposa, riposa e riposa! Ci vuole tempo. Vogliamo rivederti subito tra noi. 
Ray, riprenditi bene! Questa sera ci manchi tanto. Torna presto a casa! Ray, sono contento di 
sapere che ti senti meglio, e spero che ti riprenda molto in fretta. Caro Ray, una volta ho 
conosciuto un uomo chiamato Ray, e ho pensato subito che fosse okay; bevendo idromele, gli 
piaceva leggere, a quel Ray davvero speciale...
 Mi sembra orribile, inconcepibile: come ho potuto essere così stupida, egoista, sbadata? 
Come ho potuto dimenticarmi di dare questo biglietto a Ray? Forse avrò ingenuamente pensato di 
mostrarglielo a casa, o al centro di riabilitazione.
 “È troppo tardi, adesso.”
 Quanti sbagli ho fatto – e farò ancora. È una situazione nuova per me, come se mi fossi 
trasferita in un altro luogo, un posto dove commetterò altri errori, stupidi e spregevoli. Presto 
imparerò che una vedova è una persona che sbaglia di continuo.
 Nell’armadio, ci sono i vestiti e le scarpe di Ray, oltre a un sacchetto della lavanderia in 
cui ha messo la biancheria e le calze sporche. E c’è la sua giacca, quella che indossava lunedì 
mattina. E ci sono la camicia di flanella blu a righe e i pantaloni. Armeggio per togliere gli 
indumenti di Ray dagli attaccapanni, e la camicia cade sul pavimento... In preda al panico, penso: 
‘Dovrò fare due viaggi con la macchina. Dovrò fare due viaggi con la macchina.’
 Quando uscirò da questa stanza, non sarò mai più capace di tornare. Di certo, non saprò 
costringermi a ritornare.
 Dovrei chiamare qualcuno, un amico. Dovrei chiedere aiuto. Non posso portare tutte 
queste cose da sola! In un unico viaggio.
 Ma ho paura di chiamare qualcuno. È l’una e mezzo del mattino, e sarebbe un terribile 
shock essere svegliati dallo squillo del telefono e dalla notizia della morte di un amico. 
 Meglio di no. Meglio andare a casa, e basta.
 Avvertirò tutti più tardi, in mattinata. Dovrò chiamare la sorella di Ray che vive nel 
Connecticut, e che io non ho mai conosciuto.
 E mio fratello e mia cognata.
 “Ray è morto. Era ricoverato in ospedale da meno di una settimana, con una polmonite. 
Sembrava che migliorasse, ma... è morto.”
 Invece di lasciare la stanza d’ospedale, alzo il ricevitore del telefono. Forse mi sono 
decisa a chiamare un amico, o alcuni amici: mi sembra di star facendo proprio questo.
 Faccio squillare la suoneria di un telefono e invado un altro sonno.
 In questo modo, in questo momento, la Vedova agisce istintivamente: non prende la 
macchina e va a casa da sola, come forse aveva pensato, né si consegna a propositi 
autolesionistici, come forse aveva immaginato. Chiama gli amici.
 Ma solo persone di cui conserva i numeri telefonici nella memoria.
 
 II

 Caduta libera
 O vita, flusso d’impetuoso sangue,
 in che torpore al fine ti consumi!
 Emily Dickinson, [1130] 
 
 16

 Pagine gialle
 ‘Tu hai reso possibile la mia vita. Io devo la mia vita a te. Non posso fare questo da sola.’
 E, d’altra parte, qual è l’alternativa? La vedova è colei che scopre che non esiste alcuna 
alternativa.
 Mi viene fornito un sacchetto di plastica, in cui io possa mettere le cose di mio marito. 
Sono decisa a portar via tutto in un unico viaggio – e, in qualche modo, ci riuscirò. 
 Questa determinazione a riuscire nelle proprie imprese, a far fronte alla situazione, ad 
agire senza aiuto, è la prerogativa della vedova. Qualcuno potrebbe sostenere che è un segno del 
suo desiderio di far vedere di essere – e non vuol dire che sia vero – autosufficiente; o potrebbe dire 
che è un sintomo di turbamento.
 Ma allora, nei primi minuti/ore/giorni di vedovanza, cos’è che – a un’attenta 
osservazione – non può essere scambiato per un sintomo di turbamento?
 Il sacchetto di plastica con i libri che Ray stava leggendo – quelli che mi aveva chiesto 
di portargli da casa – e le sue scarpe risulta stranamente pesante e ingombrante. Un volume è 
soltanto la bozza rilegata di un libro di prossima pubblicazione che, a intervalli, ho scorso durante i 
momenti passati al capezzale di mio marito: gliene ho anche letto ad alta voce alcuni passi 
interessanti (è un tomo sul cervello umano, scritto da un neuroscienziato di Princeton che ho 
conosciuto, ha un titolo impattante e azzeccato: Welcome to Your Brain). La vista di quelle bozze 
mi dà un improvviso senso di malessere e di soffocamento...
 Quando arriverò a casa, ficcherò quel tomo in un angolo ben nascosto della libreria. Già
so che non riuscirò a riprenderlo in mano.
 “Tesoro! Credo che adesso vogliano che io vada...”
 La mia voce suona fioca, incerta. Forse non è neppure una voce, bensì un pensiero 
articolato debolmente.
 Mi soffermo a fissare Ray disteso sul letto. Non è naturale. Istintivamente capisco che è 
sbagliato – è impossibile vedere una persona così composta, immobile.
 Ma una sensazione viscerale e misteriosa mi dice che quella persona immota, che non 
fiata, o ha un respiro così flebile da risultare impercettibile, è ben consapevole di essere osservata, e 
mi sta guardando attraverso gli occhi chiusi.
 Quasi incapace di muovermi, in piedi di fronte al letto, penso (in realtà, è il pensiero a 
che si impone a me): ‘Non ci sarà più un tempo giusto.’
 Nel senso di un tempo in cui lascio speranzosa la stanza d’ospedale.
 Nel senso di un tempo in cui mi volto e cammino oltre la soglia.
 Voltare le spalle a Ray – a mio marito. Come può essere possibile!
 Goffamente, adagio, con piccoli passi incerti – quelli di una persona cieca –, abbandono
la stanza: mi muovo in modo impacciato, perché ho le braccia cariche di oggetti.
 Sto cercando di portare troppe cose. Ultimamente, mi capita di far cadere quello che ho 
in mano, e sono sicura che accadrà anche adesso. Ho paura di perdere il controllo in un luogo 
pubblico come questo. Improvvisamente, mi sembra di aver dimenticato la borsa. Non riesco a 
capire che cosa tengo fra le braccia. Sono travolta da un’ondata di panico – per così poco! Qualcosa
di davvero ridicolo –, ma cosa mi aspetterebbe se perdessi la borsa, le chiavi della macchina, le 
chiavi di casa...
 Ecco il mio terrore: perdere le chiavi. Se accadesse, resterei bloccata, abbandonata. Mi 
vedo sul ciglio della strada statale, al buio, a indirizzare segni frenetici – incomprensibili? – a fari 
che sfrecciano veloci e mi accecano. Ma forse questa scena appartiene a un sogno. Faccio sogni 
ricorrenti di essere dimenticata da mio marito in qualche posto: sono i miei sogni più spaventosi – 
anche questa visione, però, è terrificante, giacché è assai plausibile. Di solito, era Ray ad avere la 
responsabilità delle chiavi, a sapere dove recuperare una chiave di scorta, nascosta fuori della casa. 
Ma ora avrò l’ossessione delle chiavi: decine di volte al giorno le cercherò nella mia borsa. Sarà un 
sollievo trovare una chiave che credevo perduta!
 Comunque, adesso alcune cose le perderò. Tra un po’, scoprirò che dalla borsa sono 
scomparsi i miei occhiali scuri. Devono essere caduti fuori quando...
 Mi assale il dubbio di aver lasciato nella stanza gli occhiali di Ray. Mi chiedo come sia 
stato possibile non averli visti, non averli infilati in borsa...
 L’orologio di Ray – no, quello c’è.
 Quando raggiungo la saletta delle infermiere – illuminata a giorno, ma pressoché 
deserta: è l’una e quarantatré minuti –, dico alla sola operatrice presente che mio marito, ricoverato 
nella camera 539, è morto. Poi le chiedo che cosa devo fare. È il colmo dell’ingenuità, o 
dell’assurdità, pensare che le infermiere non siano a conoscenza del fatto che un paziente è 
deceduto nell’unità di monitoraggio avanzato, a pochi metri da lì. Cerco di mostrarmi disponibile, e 
sono pronta ad accettare anche solo un debole sorriso di risposta. “Devo... Devo chiamare io le 
pompe funebri? Può segnalarmi i numeri di qualche impresa?”
 La donna a cui ho rivolto le domande – a me sconosciuta – alza lo sguardo, aggrottando 
la fronte. Sul suo volto non scorgo l’umana partecipazione che ho visto sui visi di alcune sue 
colleghe. Si limita a dire: “Il corpo di suo marito verrà portato all’obitorio, nel seminterrato. 
Domattina, potrà chiamare un’impresa di pompe funebri per accordarsi sul funerale e far venire a 
prendere il cadavere.”
 È una risposta scioccante, sorprendente: è come se la donna si fosse sporta oltre un 
bancone e mi avesse mollato una sberla.
 Il cadavere! In un batter d’occhio, Ray è diventato, non una persona, ma una cosa: sì, 
ora è una cosa.
 Sento che sto per svenire. Ma non posso permettermelo lì. Mi umetto le labbra 
secchissime, con la pelle screpolata. Comprendo perfettamente che l’infermiera, anziché parlare con
me, preferirebbe dedicarsi alle sue occupazioni al computer. Mi dice, con un fugace sorriso – forse 
un sorriso di esasperazione –, che lei non può indicarmi nessuna impresa di pompe funebri. “Può 
trovarle sulle Pagine Gialle.”
 “Le Pagine Gialle?” Mi aggrappo alle sue parole – una frase semplice e scontata. Ma 
forse io le ho fatto un’impressione davvero pessima riguardo alla mia capacità di affrontare la 
situazione.
 Di nuovo, le chiedo se può segnalarmi una ditta di pompe funebri, o se può chiamarla in
vece mia – che richiesta assurda, che sfacciataggine: devo essere disperata per arrivare a quel punto 
–, ma lei scuote la testa: no. 
 “Domattina, potrà chiamarne una che conosce. Avrà tutto il tempo. Ora, però, le 
consiglio di tornare a casa. Chiamerà l’impresa in mattinata.”
 Mi sembra che l’infermiera non pronunci deliberatamente il mio nome durante la 
conversazione. Nonostante l’unità di monitoraggio avanzato sia piccola, è possibile che non lo 
conosca neanche – immagino che ignori persino il nome di Ray e che non abbia mai messo piede 
nella sua stanza.
 “La ringrazio. Allora mi consiglia le Pagine Gialle... Grazie ancora. Telefonerò in 
mattinata.”
 Com’è strano, camminare e andare via. Sto veramente lasciando Ray qui? Com’è 
possibile che non venga dimesso e trasferito nel centro di riabilitazione nel giro di un paio di giorni 
com’era stato programmato? Un simile concetto è troppo profondo perché io possa afferrarlo. È 
come cercare di ficcare un grosso oggetto ingombrante in uno spazio assai piccolo. Il mio cervello 
avverte un dolore quando cerco di farlo entrare.
 L’infermiera è tornata al computer, ed è stata raggiunta da alcune colleghe. Dalla saletta
piena di luce, mi osservano mentre mi allontano in silenzio. Chissà quante altre persone 
“sopravvissute” avranno visto incamminarsi verso gli ascensori, in uno stato di prostrazione, di 
attonita sconfitta. Chissà quante altre persone, che stringevano in mano sacchetti di effetti personali.
 Nell’ascensore, mentre scivolo piano verso l’ingresso dell’ospedale, vengo assalita 
dall’impellente bisogno di tornare da Ray: è terribile che io l’abbia abbandonato lassù. Mi sento 
pervadere dal rimorso per averlo lasciato solo in quella stanza, perché cosa accadrebbe se... Se si 
fosse trattato di uno sbaglio. Poi prevalgono la logica, la sobrietà e il buon senso – e l’ascensore 
prosegue nella discesa. 
 
 17

 La freccia
 Tornando nella casa buia, dopo essermi lasciata Princeton alle spalle, mi sento come 
una freccia appena scoccata – verso quale bersaglio?
 La porta dell’ingresso principale non è chiusa, né a chiave né col semplice scrocco – è 
solo accostata. Un’unica luce è accesa in una stanza interna: lo studio di Ray. Quando spalanco la 
porta ed entro nel vestibolo buio, vengo investita da uno strano odore di limone – il prodotto per la 
pulizia dei mobili. Nella specie di trance in cui mi preparavo al ritorno di Ray, non avevo lucidato 
solo il piano delle sue scrivanie fino a farlo brillare, a renderlo uno specchio scuro, ma anche il 
tavolo da pranzo e i tavolinetti disseminati in diverse stanze; inginocchiata, avevo sfregato con 
salviette di carta e panni di lana alcune aree del parquet che mi sembravano rovinate. Non erano 
passate molte ore da quando, parlando a voce alta e con tono querulo, avevo fatto tutte quelle cose.
 “Sono così felice che tu sia di nuovo a casa, tesoro! Ci sei molto mancato.”
 Con quel “ci”, intendevo i gatti e io. Ma dov’erano i gatti? 
 Dopo che avevo portato Ray al pronto soccorso, entrambi si erano mostrati molto 
sospettosi, e avevano mantenuto le distanze anche quando gli davo da mangiare. La gatta Cherie, 
più giovane, continuava a miagolare mestamente, ma quando mi avvicinavo, si dileguava. Il gatto 
Reynard, più vecchio, con un’indole davvero diffidente, se ne stava in silenzio, con gli occhi 
sgranati. Appariva evidente che entrambi pensavano che se era accaduto qualcosa che aveva 
sconvolto la vita della casa la colpa doveva essere mia.
 Con voce festosa e risoluta chiamo i gatti – anche se sono una freccia lanciata nello 
spazio. Sono determinata a convincerli che, in realtà, è tutto sotto controllo e non c’è niente di cui 
debbano avere paura.
 “È tutto a posto per voi, ragazzi. Non c’è nulla di cui dovete preoccuparvi. Non vi 
succederà niente, io mi prenderò cura di voi.”
 Sembra che io stia dimenticando perché, alle due di notte, non sono ancora a letto, ma 
sia ancora sveglia e in preda a una forte eccitazione. Nel mio cervello si aggira uno sciame di 
pensieri saettanti e incoerenti. Ma accade qualcosa di ancora più strano: tra pochi minuti, 
arriveranno degli amici. A quest’ora! Una piccola stilettata di apprensione: la responsabilità sociale 
di intrattenere delle persone nella propria casa. Per quale ragione? E dov’è Ray, che potrebbe 
aiutarmi ad accoglierli? Stordita, accendo le luci nella dépendance degli ospiti, dove abitualmente 
riceviamo chi viene a trovarci – è una sorta di appendice alla nostra casa, costruita per i miei 
genitori, visto che ci onoravano della loro presenza diverse volte l’anno: lungo una parete che 
affaccia sul cortile c’è un tavolo Parsons bianco, dove Ray spesso faceva colazione e dispiegava il 
“New York Times”, prima di immergersi nella lettura. Avverto un colpo al cuore: è uno shock: 
‘Ray è morto. Mio marito non è qui. È morto. Per questo sono venuti. Sono sola a incontrare i 
nostri amici.’
 Dalla stanza di Ray all’ospedale, ne avevo chiamati tre: il primo dormiva, e non ha 
risposto al telefono; il secondo aveva sollevato la cornetta al primo squillo, visto che soffre 
d’insonnia; il terzo, anch’egli sveglio, aveva alzato il ricevitore e mormorato un flebile: “Sì? 
Pronto?”, perfettamente conscio che qualsiasi chiamata, a un’ora simile, sarebbe stata foriera di 
cattive notizie.
 È terribile essere una persona che dà brutte notizie!
 Ed è orribile invadere il sonno degli altri, sentire l’amico che mormora alla moglie: “È 
Joyce. Ray è morto”, e cogliere l’esclamazione soffocata della donna: “Oh, mio Dio!”
 È quello che ho fatto – è ciò che una vedova fa, anche se forse non tutte le vedove 
chiamano gli amici, o i parenti. Be’, forse io sono una persona eccezionalmente fortunata: penso che
debba essere proprio così.
 A chi non mi aveva risposto – un’amica –, mi ero sforzata di lasciare un messaggio in 
segreteria, con una lamentosa voce implorante: “Jane? Sono Joyce. Sono all’ospedale, Ray è morto. 
Circa un’ora fa – cioè, penso sia passata già un’ora. Sono all’ospedale, e non so cosa devo fare 
adesso.”
 E ora è come un sogno in divenire: qualsiasi cosa stia accadendo, sembra che abbia 
poco a che fare con me inerme e stordita – è come la sognatrice che non inventa il proprio sogno 
ma, in un certo senso, si trova ad agire dentro di esso. Benché la mia mente corra veloce, e il mio 
cuore batta all’impazzata, i miei movimenti sono lenti, scoordinati. Il rumore degli pneumatici di 
un’auto sulla ghiaia innevata del vialetto d’ingresso mi scuote e mi turba, anche se so che gli amici 
stanno per arrivare. Una sciabolata di luce sul soffitto – i fari di una macchina che si ferma appena 
fuori dalla porta – mi fa rabbrividire. Sono preoccupata per il fatto che la casa non sia in ordine, che
ci siano molte cose in giro: mi domando se ho gettato via i fazzolettini appallottolati – brulicanti di 
batteri E. coli? – che Ray ha lasciato sul tavolo Parsons. Sono imbarazzata al pensiero di vedere i 
nostri amici senza mio marito, per la prima volta: saranno rattristati per la situazione? Si sentiranno 
a disagio per dover condividere la mia cupaggine e il mio dispiacere? In quel momento, penso che 
potrei togliere i libri dal tavolino del soggiorno – i libri che ho riportato a casa dall’ospedale: Infidel
di Ayaan Hirsi Ali, The Great Unraveling di Paul Krugman, le bozze rilegate del volume di Richard
A. Clarke, Your Government Failed You scritto dal nostro amico Dan Halpern e di imminente 
pubblicazione.
 Ecco, magari racconterò agli amici di questi libri sul tavolino – forse, però, non è una 
buona idea.
 E magari gli parlerò anche di quel volume sulla storia culturale della boxe, di cui 
dovevo fare una recensione. Oppure potrei dilungarmi sulle cose alle quali ho lavorato in questa 
settimana durante le veglie in ospedale, o quando tornavo a casa e mi sforzavo di scrivere per 
un’ora o due prima di coricarmi e cercare di dormire. Come se io dovessi far sapere che Joyce sta 
bene, sta lavorando anche adesso, e non c’è da preoccuparsi per lei!
 Sto ragionando in modo assurdo. Tuttavia mi rendo conto che mi sforzo per ragionare. 
Ecco Jeanne, Dan e Lily, e la loro figlia quattordicenne che Ray e io conosciamo da quando è nata. 
Quando entrano e mi abbracciano, è come se fossi stata investita da un maroso.
 Benché gli amici siano rimasti con me fino alle quattro del mattino, quasi tutto quello 
che ci siamo detti è svanito dalla mia memoria. In seguito, saranno loro a dirmi che mi sono 
comportata in modo calmo e che, tuttavia, appariva evidente che ero sotto shock. Ricordo Jeanne 
che telefona, in cucina: chiama una serie di imprese di imprese funebri. Ricordo il mio stupore per il
fatto che un’agenzia funebre fosse aperta a quell’ora della notte. Ricordo di aver spiegato com’era 
morto Ray e le cause della tragedia: un’infezione secondaria aveva colpito il polmone sinistro, i 
valori della pressione sanguigna erano precipitati, il battito cardiaco era salito vertiginosamente – 
parole tremende che avevo memorizzato e che anche adesso, in qualsiasi momento del giorno, 
insieme alla visione di mio marito che giace immobile nel letto d’ospedale, corrono attraverso la 
mia mente come guizzi di lampi estivi.
 Penso che i miei amici siano davvero straordinari: accorrere da me nel cuore della notte,
senza indugi.
 Poiché una vedova appartiene a una novella della quale non è la narratrice, è possibile 
che viva e agisca in un racconto del terrore, ma è altresì probabile che sia la protagonista di una 
favola dei Fratelli Grimm – una fiaba in cui gli amici accorrono per soccorrerla e aiutarla. 
“Abbiamo sempre amato Ray, e ti vogliamo bene. Accetta il nostro aiuto: è qualcosa che Ray 
avrebbe voluto con tutto il cuore.” 
 
 18

 Dall’archivio delle e-mail
 18 febbraio 2008, 9:26
 A Elaine Pagels
 Ti scrivo per dirti che Ray è mancato improvvisamente la scorsa notte, all’una circa.
 Sono troppo sfinita per parlarti, ora. Sta venendo da me Jeanne, e andremo insieme a 
un’impresa di pompe funebri di Pennington per prendere accordi per le esequie.
 Ho pensato molto a te, rimasta vedova e madre da giovane – molto giovane. Ho visto in
te la trascendenza che deriva da questo indicibile dolore, e che viene proiettata tutt’intorno: è 
qualcosa che non si può dimenticare.
 Con affetto,
 Joyce
 18 febbraio 2008
 A Mary Morris
 Ray è morto all’una di questa mattina al Medical Center di Princeton, a causa di una 
terribile polmonite.
 Sono totalmente smarrita e ti chiamerò in un altro momento [riguardo a un’intervista 
per le “Storie italiane”].
 Con affetto,
 Joyce
 19 febbraio 2008
 A Richard Ford
 Grazie, Richard. Molta della mia afflizione – “afflizione”? – è fisica/emozionale. Mi 
sento semplicemente esausta, vacillante tra le altre persone, e vorrei rifugiarmi da qualche parte e 
dormire.
 So che tu stai bene – io mi sforzo per sentirmi così.
 Con grande affetto,
 Joyce
 19 febbraio 2008.
 A Sandra Gilbert 
 Pensavo a te, e al tuo meraviglioso marito che non c’è più... È accaduto qualcosa di 
analogo, benché non possa parlare di una “morte ingiustificata”: ne sono sicura. Ray è stato 
ricoverato per una polmonite, un’infezione sostenuta da batteri E. coli, una delle peggiori. 
“Migliorava” giorno dopo giorno e, presto, lo avrebbero dimesso e trasferito in un centro di 
riabilitazione. Poi, all’improvviso, mi hanno telefonato a mezzanotte e mezzo, dicendomi di andare 
subito all’ospedale. Quando sono arrivata, era appena morto. Un’infezione secondaria aveva 
provocato un arresto cardiocircolatorio e un blocco polmonare.
 È del tutto incredibile. Mi sento completamente sola.
 Anche se sono circondata di amici meravigliosi.
 Grazie per quanto mi hai scritto.
 Con affetto,
 Joyce
 19 febbraio 2008
 A Gary Mailman
 Ho trovato il documento “Ultime volontà e testamento in vita” di Raymond Smith... 
Cosa ne devo fare? Devo presentarlo da qualche parte? Mi è stato detto che devo consegnarlo, 
insieme a un “certificato di morte”, presso l’ufficio del giudice incaricato di omologare (?) i 
testamenti a Trenton, presto. Jeanne Halpern si è offerta di accompagnarmi – la sua disponibilità è
davvero commovente.
 Siamo molto contenti del fatto che ti sia lasciato alle spalle quella lunga degenza... 
Dico “siamo” perché anche Ray ne era contento, davvero. Da morto, non aveva affatto un aspetto 
malato: era molto bello, con il volto sereno e senza rughe. La stanza dell’ospedale era deserta, 
tutto il personale aveva preferito andarsene, e lui era disteso sul letto, senza ago della flebo nel 
braccio e maschera dell’ossigeno sul viso; sul tavolino accanto al capezzale c’era il bellissimo 
vaso di fiori che tu ed Emily gli avete mandato. È un’immagine indimenticabile che resterà 
impressa nella mia mente.
 Ogni consiglio [legale] che vorrai darmi sarà molto apprezzato.
 Joyce
 19 febbraio 2008
 A Gloria Vanderbilt
 [Ray] è mancato all’una di notte del 18 febbraio – appena ieri!
 È davvero difficile accettarlo – anche solo comprenderlo.
 Ti scriverò più dettagliatamente in seguito. Mi piacerebbe molto vederti. Sono travolta 
dalle cose da fare. Mi sento come una zombie che si trascina attraverso una giornata 
interminabile: ieri è stato un lungo, lunghissimo, infinito incubo. Mi pare che la mia vita non abbia 
più uno scopo, a parte queste assurde ma necessarie incombenze – come parlare al responsabile 
delle esequie, prenotare la tomba al cimitero, occuparmi del testamento).
 Ma tu sei la mia consolazione per il solo fatto di esistere, viva nella mia memoria, se 
non qui davanti a me.
 Con molto affetto,
 Joyce
 19 febbraio 2008
 A Eleanor Bergstein
 In questo momento, non ce la faccio a telefonare, Eleanor. Sono sconvolta e stordita, e 
mi sforzo di non impazzire occupandomi di molteplici impegni – un’infinità di piccoli compiti 
necessari. Ray è morto ieri mattina e, sembra incredibile, sono successe tantissime cose da allora.
 So che hai perso tua madre e tuo padre già molto tempo fa: che ferite terribili devono 
essere state per te!
 Perdere il proprio compagno dopo quarantasette anni di matrimonio è come smarrire 
una parte di sé – la parte che conta di più. Tutto ciò che resta pare svuotato di ogni significato, 
rotto.
 Ti ringrazio molto per il tuo affetto e la tua amicizia.
 Joyce
 20 febbraio 2008
 A Dan Halpern
 Ci sono momenti nei quali imperano l’assoluta desolazione e un senso d’inutilità. Per 
fortuna, ho potuto trascorrere delle serate accettabili con Ron e Susan – era così strano che Ray 
non ci fosse. Jeanne mi ha chiamato stamattina, e domani verremo da te con Emily, Gary e 
(chiaramente) Gloria.
 Jeanne e Gary mi stanno dando consigli preziosissimi riguardo a un avvocato e 
all’“autenticazione” del testamento – di cui non so niente.
 La mia casa è tremendamente vuota! Una cosa quasi insopportabile. Ma io riuscirò a 
reggere...
 Sono molto riconoscente a te e Jeanne per l’amicizia che mi dimostrate, così come sono
grata ai tanti amici che mi hanno offerto il loro sostegno.
 Con grande affetto,
 Joyce
 19 febbraio 2008 
 A Jeanne Halpern
 Quando sono con altre persone, amo e cerco la tua presenza: mi sento così fragile, e 
credo che tu possa comprendere la mia situazione. Sono davvero distrutta, ho appena ascoltato i 
messaggi vecchi nella segreteria – “vecchi” vuol dire di oggi e ieri –, perché non rispondo al 
telefono. C’erano una quindicina di chiamate, e l’ultimo messaggio (il primo a essere registrato, 
nel pomeriggio di domenica) era di Ray: mi ha telefonato, mentre ero in macchina, diretta 
all’ospedale. Ho avuto un sussulto, quando ho sentito la sua voce – non l’ho cancellata dal nastro. 
Quell’ultimo messaggio è stato qualcosa di terrificante. Il tono di Ray era sereno: diceva che stava 
aspettandomi. È incredibile che sia morto dopo circa otto ore.
 Con molto affetto,
 Joyce
 
 19

 Le ultime parole
 È stato stupefacente scoprire, tra i numerosi messaggi lasciati nella segreteria telefonica 
nei due giorni precedenti, le parole di Ray – le sue ultime parole che ho ascoltato dopo la morte.
 Quella telefonata risaliva alla domenica mattina presto, quando io ero sulla strada per 
l’ospedale. Non sapevo che l’avesse fatta.
 All’arrivo nella sua stanza, Ray non aveva accennato al fatto di avermi chiamato: era 
davvero poco importante quel messaggio o, perlomeno, così sembrava. Ecco perché è stato un 
autentico shock sentire la sua voce familiare, intima, provenire dal nastro – era come se si trovasse 
accanto a me.
 “Tesoro? È il tuo tesoro che parla... Se ti va di parlare, chiamami. Un bacio al mio 
tesoro e ai miei gatti.” 
 
 20

 “Mi hai detto ‘ciao’”
 Molte volte, quando andavamo a piedi a Pennington – la piccola città “storica” distante 
circa quattro chilometri dalla nostra casa –, Raymond e io osservavamo la Blackwell Memorial 
Home, al numero 21 di North Main Street: un edificio bianco, in stile coloniale, con le imposte blu, 
costruito piuttosto vicino al marciapiedi.
 La Blackwell Memorial Home ha l’aspetto piacevole di un acquerello dipinto da un 
dilettante dotato che intenda celebrare l’America delle piccole città qual era in un’epoca passata. 
 Con una certa assiduità, passeggiavamo nel verde del Pennington Cemetery dove, 
nell’area più vecchia, quella più vicina a Main Street e accanto alla chiesa presbiteriana, ci sono 
delle stele funerarie risalenti alla fine del Settecento – sono così rovinate dalle intemperie che le 
iscrizioni risultano illeggibili.
 Una leggenda locale racconta che i soldati mercenari utilizzassero il muretto di pietra 
che separa questa zona del cimitero dalla strada per esercitare al salto i loro cavalli.
 Con gli occhi della mente, rivedrò sempre le nostre camminate a Pennington, mano 
nella mano, quei Ray e Joyce di un’epoca passata.
 “Se Ray ci vedesse qui a Pennington, in questo momento, vorrebbe sapere ciò che 
stiamo facendo. Direbbe: ‘Andiamo a mangiare. Prima, però, prendiamo un drink.’”
 Non so dire perché sia arrivata a pensare tutto questo. Ultimamente mi sono trovata a 
fare affermazioni bizzarre, a parlare a casaccio. Di certo, Ray sarebbe stato davvero curioso di 
sapere cosa intendiamo fare Jeanne, Jane e io a Pennington, mentre Jeanne sta parcheggiando l’auto
di fronte alla Blackwell Memorial Home – comunque, è assai poco probabile che avrebbe proposto 
di andare a mangiare così presto, a metà mattina.
 Una vedova è tenuta a fare marginalmente delle osservazioni “spiritose”, oltre che a 
parlare del marito scomparso e a pronunciare il suo nome quante più volte possibile, per evitare che 
esso si perda.
 Questa mattina, le mie amiche Jeanne e Jane sono venute a prendermi. Mi sento 
letteralmente prostrata per la gratitudine nei loro confronti: ho la bocca secca, sono trepidante 
nell’attesa – nell’attesa di andare da un’impresa di pompe funebri! Proprio la ditta davanti alla quale
eravamo passati tante volte, e che questa mattina di buonora ho deciso di chiamare, anziché 
rivolgermi a un’impresa di Princeton.
 “A Ray sarebbe piaciuto così. A Pennington. Più vicino a casa nostra. Ad appena 
quattro chilometri di distanza...”
 In una sala della Blackwell Memorial Home, mentre aspetto di concludere incredibili 
accordi per la “sistemazione” dei resti di mio marito, mi sforzo di pensare che sto comportandomi 
in modo normale – o, perlomeno, quasi normale. Voglio credere che la mia concentrazione – 
frammentaria e casuale come quando mi osservo di soppiatto in uno specchio – qui appaia totale e 
predeterminata, proprio come quella di un acrobata che cammina sulla corda sospesa a diversi metri
da terra.
 Né Jeanne né Jane sono vedove – naturalmente. Benché nessuna delle due sia estranea 
al lutto in seno alla famiglia – la madre di Jane è scomparsa non molto tempo fa. Poiché nessuna ha 
vissuto la vedovanza, io penso: ‘Saranno sicuramente in grado di tenermi su il morale. Un’altra 
vedova si dimostrerebbe meno paziente. Direbbe tra sé: «Già, cosa ti aspettavi? Perdere il marito 
vuol dire proprio questo! Non lo sapevi? Be’, ora lo sai.»’
 Il terrore della vedova è che, sentendosi la mente a pezzi, al pari della schiena e del 
cuore, possa accettare passivamente l’annientamento della propria persona, possa essere sopraffatta 
dalla deriva luttuosa di pensieri come questi. 
 Nella Blackwell Memorial Home di Pennington, nel New Jersey, le mie amiche e io 
siamo sedute su comode poltrone morbide in una sala che affaccia su Main Street. Sopra i listoni del
parquet sono disposti splendidi tappeti tessuti con maestria. Le lastre di vetro delle finestre alte e 
strette rivelano un distinto aspetto di vetustà. Si potrebbe quasi dire che la Memorial Home somiglia
a una di quelle case-museo annesse ai parchi: arredamento rigoroso con un’ottima patina 
“antiquaria” e un ampio camino con la base di pietra che occupa gran parte di una parete. 
Sull’architrave campeggia una spada della Guerra Civile, annerita ma impressionante, appartenuta a
un antenato della proprietaria dell’edificio, Elizabeth Blackwell Davis – “Betty”.
 La donna ci dice che ha un gatto: un animale quasi invisibile, visto che sta sempre 
nascosto – sulla stretta scala, però, c’è un topolino di pezza.
 In questo ambiente, che mi rimanda alle fattorie della mia infanzia – benché, quando ero
piccola, le case nella parte settentrionale dello stato di New York fossero austere, persino sinistre, 
più aderenti ai canoni realistici delle fotografie in bianco e nero scattate durante la Grande 
Depressione che agli acquerelli della provincia americana –, la buona Betty Davis ci spiega che la 
Blackwell Memorial Home è la sede dell’attività famigliare da generazioni. Lei ha vissuto in questa 
casa la maggior parte della sua esistenza, e ci vive tuttora – al piano di sopra – con il figlio (già 
grande) e il gatto: è vedova anche Betty. Mi ritrovo a pensare: ‘Credo che una donna simile 
piacerebbe a Ray.’
 Un segno dello sconvolgimento mentale della vedova – un indizio piuttosto modesto – è
dato dal fatto che spesso pensi: ‘Questo piacerebbe a mio marito.’ Gli altri, però, contribuiscono in 
maniera considerevole a tale disordine: ‘È una cosa che piacerebbe a tuo marito. È una decisione 
che approverebbe!’
 È strano che io sia costretta a prendere delle decisioni da sola, senza Ray.
 Nella mia vita credo di non aver mai preso una decisione “importante” da sola, vale a 
dire senza consultare i miei genitori, o Ray.
 Mentre le mie amiche parlano con Betty Davis – Jeanne e Jane sono molto più socievoli
di me –, mi sento estremamente grata nei loro confronti, e rimango a fissare un modulo: un altro 
modulo, una serie di domande cui devo fornire delle risposte. Sto pensando che vorrei tanto giacere 
accanto a Ray, e chiudere gli occhi su tutto.
 Troppo tardi. Ora è troppo tardi.
 Betty illustra il tipo di servizi forniti dall’impresa. Prenderà accordi per la cremazione a 
Ewing (Ray voleva essere cremato), passerà a chiedere il certificato di morte, provvederà a farne 
alcuni duplicati e me li consegnerà a casa: “È indispensabile che li abbia. Li chiedono ovunque.”
 Strano, nella mia mente tarda e confusa mi sembra che il certificato di morte sia già 
stato stilato.
 Di sicuro, non capisco perché servano tanti certificati di morte. Solo nelle successive 
settimane, nei successivi mesi e persino anni, quando le richieste si ripeteranno, arriverò a 
comprendere. Perché, nell’intera categoria degli estranei – funzionari di banca, operatori finanziari, 
burocrati d’ogni specie –, esiste un bizzarro sospetto che il defunto non sia in effetti deceduto, bensì 
la vittima di una qualche sorta di raggiro da parte dei sopravvissuti.
 Ancora più strano è il fatto di trovarmi all’interno della proprietà dei Blackwell, su 
Main Street. Di essere entrata in una specie di fiabesco mondo speculare in cui, a poche decine di 
metri, c’è l’edificio dove il nostro dentista di sempre, il gioviale dottor Sternberg, condivide lo 
studio con un collega, il dottor Goodman; e a un isolato di distanza sorge il Village Hair Salon, 
dove Ray e io andavamo a farci tagliare i capelli; e a quattrocento metri da qui si trova il 
Pennington Food Market, dove abbiamo fatto la spesa per trent’anni. Passando, avevamo osservato 
innumerevoli volte la facciata della Blackwell Memorial Home, e probabilmente ci eravamo 
soffermati a commentare l’impresa che ospitava, tuttavia non ci era mai capitato di considerare 
l’evenienza che quella costruzione “storica” potesse diventare un giorno il posto del quale uno di 
noi avrebbe varcato la soglia perché l’altro era morto.
 Mai. Non una volta. Né reputavamo il Pennington Cemetery il luogo dove uno di noi 
avrebbe “seppellito” l’altro.
 Betty mi informa che, nel Pennington Cemetery – sul retro, nella nuova sezione –, ci 
sono tombe disponibili. Gli spazi nelle aree più vecchie del cimitero sono esauriti – occupati e 
tramandati dalle famiglie locali.
 Un piccolo cippo – “In alluminio, molto raffinato” – verrà fornito dalla Blackwell 
Memorial Home: se in futuro decidessi di realizzare qualcosa di più importante, l’impresa sarebbe a
mia completa disposizione.
 Mi viene chiesto se non voglio pensare a un secondo “appezzamento”.
 “Un ‘appezzamento doppio’ non è molto più grande della sepoltura singola, quella 
standard. Vede, se le urne con le ceneri vengono poste in un unico contenitore, non è necessario uno
spazio particolarmente esteso. È assai conveniente comprare ora un ‘appezzamento doppio’, signora
Smith.”
 Conveniente: ecco la cosa più importante!
 “Sì. La ringrazio. Vada per l’appezzamento doppio.”
 ‘Intimo come un letto matrimoniale’ è il mio pensiero.
 A Ray piacerebbe, no? Nella fossa, nessuno vuole stare da solo in eterno.
 “Dunque, lei accetta di acquistare un appezzamento doppio dalla Pennington Cemetery 
Association, signora Smith. Le verrà consegnato un atto di proprietà, insieme a un documento della 
Ewing Cemetery Association. A questo punto, dovrebbe firmare una carta dove dichiara che i resti 
di suo marito contengono o non contengono pace-maker, materiali radioattivi, protesi o altri 
congegni che potrebbero risultare dannosi per il crematorio. Se la sua risposta è: ‘No’, firmi qui.”
 Dannosi per il crematorio? Ecco un pensiero che fa riflettere.
 Comunque, io devo solo firmare carte. Contratti. Uno dei quali dice che ho accettato di 
acquistare un “appezzamento doppio” – io, la coniuge sopravvissuta di Raymond Smith: Joyce 
Carol Oates. 
 Intontita, mi sforzo per fare un riepilogo mentale. Tremiladuecentoottantun dollari. 
Cerco di verificare le somme, pensando che le avrei controllate anche sull’estratto del nostro conto 
corrente comune. Se lo ignorate, mettetevi in testa che la morte non è priva di costi!
 Avendo studiato legge, Jeanne scorre i documenti prima che io li firmi. Secondo le mie 
due amiche, ho preso una decisione ragionevole, accettando di acquistare l’appezzamento doppio 
dalla Pennington Cemetery Association.
 Va bene, dunque. Non mi sono comportata in modo avventato o da pazza. Anzi, ho 
dimostrato buon senso.
 Per tutto questo tempo, comunque, non sono riuscita a scacciare dalla mente il confuso 
pensiero che Ray fosse ancora nel letto d’ospedale in cui l’ho lasciato. Lo vedevo nel letto della 
stanza 539 del Princeton Medical Center, dove stava “dormendo”, “in pace”, con gli occhi chiusi, il 
volto senza rughe e le guance lisce – era immobile, e io mi chinavo su di lui per baciarlo – è 
un’immagine che voglio portare sempre con me, in eterno. Ecco perché quando Betty mi dice che i 
“resti” di mio marito sono in una stanza adiacente e devono essere identificati, vengo assalita da un 
moto di sorpresa: prima sono intontita, poi scioccata.
 Naturalmente dovrei sapere – lo so – che il corpo di Ray è stato prelevato stamane al 
Medical Center di Princeton da un autista dell’impresa di pompe funebri di Pennington. Lo so, 
perché sono stata io a predisporre il trasferimento. Io so che il corpo di Ray è stato consegnato in 
una bara, trasportato in un veicolo anonimo fino al retro dell’edificio al civico 21 di North Main 
Street, Pennington, dove avrebbe dovuto essere “identificato”.
 So tutto questo, eppure in qualche modo l’ho dimenticato.
 So tutto questo, eppure in qualche modo sono travolta dal fatto che Ray è nella stanza 
adiacente. Ray è morto. Ray è nella stanza accanto. Ray è qui...
 Penso che finora mi sono comportata in modo normale. Con Betty Davis, Jeanne e Jane,
ho parlato tranquillamente, ho persino sorriso. Ma ora vengo assalita dal panico e attacco a respirare
affannosamente; mi sento intontita, sono terrorizzata. Quasi subito, Jeanne dice che saranno lei e 
Jane a identificare Ray. “Tu resti qui.”
 Sono troppo debole per protestare – e anche troppo spaventata. Non posso sopportare il 
pensiero di rivedere Ray, adesso: ignoro il motivo di tutto ciò. Mi pentirò di questo comportamento.
Mi farà male ripensare a questa decisione. Non capirò mai perché, in un simile momento cruciale, 
mi sia comportata in maniera così infantile, come se il mio amato marito ora mi fosse diventato 
fisicamente ripugnante.
 Mi vergognerò terribilmente di questa decisione! Come un bambino che si ritrae 
impaurito, che chiude gli occhi.
 Penserò sempre che, dopo aver commesso un errore – agendo da sprovveduta – quando 
ho portato Ray al Medical Center di Princeton e ho accettato che venisse ricoverato lì, anziché farlo 
trasferire dove avrebbe potuto ricevere cure migliori, ripeto il mio sbaglio adesso, con un 
comportamento colpevole e inspiegabile.
 “Non è necessario che tu veda Ray, ora,” mi dice Jeanne. “L’hai visto la notte scorsa. 
L’hai già salutato.”
 La Vedova ha inaugurato lo stadio di pensiero primitivo in cui ella immagina che 
alcuni suoi gesti piccoli e banali abbiano un qualche significato in relazione alla morte del marito. 
Come se essere “buona” e “responsabile” potesse annullare quella che è soltanto la sua personale
catastrofe. Molto lentamente, arriverà a capire che è impossibile fare qualcosa, adesso.
 “Identificare” o no il marito, oppure vedere il suo corpo un’ultima volta non cambia 
assolutamente la situazione, non fa la minima differenza. Suo marito è morto, non c’è più. E non 
ritornerà. 
 
 21

 Appezzamento doppio
 Ciò che la mia amica Jeanne ha detto è vero e falso nel contempo.
 “Tu, in realtà, non l’hai mai salutato.”
 Al Pennington Cemetery, all’incrocio fra Delaware Avenue e Main Street, a breve 
distanza dalla chiesa presbiteriana, c’è una sezione del cimitero relativamente nuova, interamente 
tappezzata d’erba. Nel lotto identificato con il numero 551 West Center, c’è una piccola targa che 
recita
 RAYMOND J. SMITH, JR
 1930-2008
 Stranamente, ci sono poche lapidi in quest’area. A poca distanza dalla sepoltura di Ray 
c’è una splendida stele di granito con l’iscrizione: KATHERINE GREEF AUSTIN, 1944-1997, 
WILLIAM J. O’CONNELL, 1944-1996. Resto a fissare queste parole, queste date, e mi dico: ‘Ecco
una vedova che è morta per il dolore.’
 Le contingenze della morte hanno messo vicini SMITH e O’CONNELL, che in vita non
si sono mai conosciuti.
 È davvero strano vedere il nome di Ray in un simile posto! Per me è molto difficile 
comprendere che, in modo assolutamente letterale, i “resti” dell’individuo che fu Raymond J. Smith
siano sepolti qui, in un’urna, sotto la superficie della terra.
 “Oh, tesoro! Cos’è successo...”
 Nei sogni talvolta accade di scambiare per vero ciò che non lo è affatto. Nella vita, 
invece, non accade spesso che quanto è vero si riveli ben differente – anche se esiste sempre la 
possibilità, la speranza.
 Poiché la mia mente non sta funzionando normalmente, ogni istante si basa sulla 
speranza infantile che porta a dire: “Questo è sbagliato. Ma potrà diventare giusto, se sarò buona.”
 Tranne me, nessuno è venuto al cimitero, stamane. È davvero un sollievo. Nonostante, 
quando sono sola, viva in preda all’ansia, io aspiro alla solitudine: la casa vuota è terrificante per 
me, eppure allorché mi trovo fuori, desidero ardentemente tornarci. Invece, qui al cimitero, dove 
sono sepolti i resti di mio marito – i “cremati”: che parola odiosa! – mi sento sola e in compagnia 
nel contempo.
 Credo di essere quasi in ritardo per un appuntamento: credo di dover incontrare il 
giudice per l’omologazione del testamento. Mi accompagnerà Jeanne, che deve venire a prendermi. 
Dopo la morte di Ray, la mia esistenza è diventata una concatenazione di appuntamenti, doveri, 
“espletamenti mortuari”, trasformando ogni giornata in un orizzonte sahariano da raggiungere, un 
miraggio che ospita soltanto una vita da robot o da zombie, dalla quale – ecco il mio pensiero più 
consolante, allorché sono sola – sto meditando di separarmi. Quando verrà il tempo.
 Laddove alcuni possono essere spaventati dal pensiero – dalla tentazione – del suicidio, 
la vedova è consolata dal suo richiamo. Giacché il suicidio promette un sonno angelico, senza 
interruzioni! Senza il giorno dopo.
 “Non sarei dovuta andare via. Mi dispiace...”
 È una giornata di sole e vento. C’è della neve tra le lapidi che sovrastano le tombe – 
piccoli mucchi o strisce di neve marcia e poltigliosa. È davvero terribile che Ray sia qui: non riesco 
a capirlo pienamente, ma so che è qui
 Con logica infantile, mi dico che se Ray fosse ancora in vita, ma non stesse con me, la 
sua assenza sarebbe identica a quella che vivo.
 Che giorno sia, quante ore siano trascorse dalla morte di Ray, non so dirlo. Impegno 
moltissime energie mentali in simili calcoli che non servono a nulla: mi sforzo per vincere 
l’incessante ronzio di parole e frasi che s’infiltrano di continuo nei miei pensieri – oltre ai 
frammenti di brani musicali, alle canzoni. È difficile descrivere in modo corretto cos’è la mia 
mente: forse è la mente quintessenziale di una scrittrice che cerca di sostanziarsi attraverso un 
flusso di materia multiforme che dovrà sbozzare. Ora che la mia vita è completamente sconvolta, 
questa operazione di drenaggio produce cumuli di detriti come dopo un gran temporale. Non esiste 
una cernita cosciente dei vari materiali che fluiscono: di solito, passano le cose, le informazioni 
inutili e sfiancanti – nulla di ciò che io “sento” è esattamente udibile, a differenza di quanto accade 
in un soggetto affetto da schizofrenia: queste “distrazioni” sono semplicemente disturbanti, quando 
non assumono i connotati di una beffa crudele.
 C’era una volta una nave...
 E il nome della nostra nave era
 “La Vanità Dorata”.
 Come un metronomo regolato su un tempo troppo veloce, una pulsazione comincia a 
battere forte nella mia testa. Batte e batte e batte – è il battito dello scherno, la sensazione che la 
nostra vita insieme sia stata vissuta invano, quella vita che ora è finita, sprofondata nel Mare di 
Bassa Terra, come nel melanconico refrain della ballata. 
 Le parole delle ballate non me le ricordo, per la maggior parte. Solo alcune mi ritornano
alla mente, e rimbombano e martellano fino a farmi impazzire.
 Qualche volta, vedendo Ray con lo sguardo assente o distratto, gli chiedevo a cosa 
stesse pensando, e lui mi rispondeva: “A niente.”
 “Ma come fai a non pensare a niente?”
 “Non lo so. Ma è davvero così.”
 Sapeva essere divertente, Ray! E tuttavia, come in un’eclissi, una parte di lui era sempre
incomprensibile, impenetrabile.
 Sarebbe assai commosso se sapesse quanto gli amici sentano la sua mancanza. Come 
siano rimasti colpiti dalla sua morte. Si è formata una sorta di confraternita, di famiglia... È orribile 
pensare che abbia trascorso gli ultimi momenti della sua via circondato da estranei.
 Se allora era cosciente, di cosa era consapevole?
 Quali sono stati i suoi ultimi pensieri? Quali sono state le sue ultime parole?
 Improvvisamente, avverto l’assoluta necessità di trovare la giovane dottoressa che mi ha
introdotto nella stanza di Ray. Non conosco neppure il suo nome: devo scoprirlo. Le domanderò 
cosa ha detto Ray, quali sono i suoi ricordi di quei momenti.
 È anche possibile che non rammenti nulla. O che non voglia dirmi alcunché.
 Meglio non sapere. Meglio non inseguire questa idea.
 Fin dal tempo del nostro primo incontro a Madison, nel Wisconsin, Ray si è sempre 
dimostrato il più elusivo tra noi, il più riservato, il più ermetico. Un residuo della sua educazione 
cattolico-puritana irlandese si era perpetuato attraverso i decenni, ed era presente anche molto 
tempo dopo che aveva abbandonato quella confessione, a diciott’anni. Non amava la religione, in 
ogni sua forma, ma soprattutto non sopportava il dogmatismo; non gli piaceva la teologia, in 
particolare quella morbosamente arcana e rigorosa di Tommaso d’Aquino, che aveva dovuto 
studiare alla Marquette High School, gestita dai gesuiti a Milwaukee.
 Un motto dei gesuiti: “Io faccio quello che sto facendo”, va letto anche come: “Ciò che 
sto facendo è giustificato perché lo faccio”, con la giustificazione: “Perché io sono al servizio di 
Dio.”
 C’era una parte di Ray che ignoravo – evitava di condividerla. Così come, suppongo, 
c’era qualcosa che non pensavo di dover spartire con lui: sapeva assai poco di ciò che scrivevo.
 Com’è spaventoso considerare che forse non l’ho mai conosciuto del tutto. Sì, non ho 
mai conosciuto Ray in un modo approfondito.
 Cioè, conoscevo mio marito nella misura in cui si lasciava conoscere. Ma l’uomo che è 
stato mio marito – Ray Smith, Raymond Smith, Raymond J. Smith – è sempre sfuggito alla mia 
totale comprensione. 
 Ma forse è qualcosa di inevitabile, e forse nessuna moglie conosce in realtà il proprio 
marito. Essere moglie è una situazione talmente intima che non si riesce a cogliere l’altro nella sua 
pienezza: è come quando si sta troppo vicino allo specchio, e non si può vedere il riflesso completo.
 Il maschio sfugge alla femmina – è elusivo. Il maschio è l’altro, colui che va 
addomesticato; la femmina rappresenta l’addomesticamento.
 Avverto un improvviso gocciolamento al mio polso: sangue? Senza rendermene conto, 
ho scavato nella mia pelle.
 Eruzioni, file di minuscole bollicine calde, come se mi fossi infilata tra i rovi o l’edera 
urticante, sono affiorate all’interno delle mie braccia e sotto il mento; la mia schiena è solcata da 
striature simili a nervi esposti. Guardandomi nello specchio del bagno, stamane osservavo queste 
strane figurazioni, come se fossero un messaggio in una lingua sconosciuta.
 Ero nel bagno, e stavo mettendo in ordine i flaconi delle medicine sul ripiano 
dell’armadietto sopra il lavandino: antidolorifici, pillole per dormire... Anni di accumulazione e 
conservazione. Mi chiedevo se quei medicinali fossero ancora efficaci, se fosse diminuito il loro 
impatto terapeutico.
 Adesso mi ritrovo a pensare: ‘Sono tremendamente stanca: potrei dormire per sempre.’
 Ma non c’è tempo. Sono le dieci e venti minuti del 20 febbraio 2008, e devo passare da 
casa per prendere un fascio di documenti e andare dal giudice per l’omologazione del testamento, a 
Trenton.
 “Ciao, tesoro!”
 La Vedova sta cercando di consolarsi con uno stratagemma disperato. Ma è risaputo 
che ogni stratagemma architettato dalla Vedova è vano e disperato, in questo momento. La donna 
ragionerà sul fatto che forse non ha conosciuto a fondo suo marito: e questo le darà l’opportunità 
per indagare, per arrivare a conoscerlo. Ciò manterrà “vivo” nella sua memoria il marito – 
elusivo, maliziosamente sfuggente. Perché, di certo, la Vedova non può accettare il fatto che suo 
marito sia scomparso dalla sua vita irrevocabilmente. Non può accettare – né può capire – che non
ha più alcun rapporto con Raymond J. Smith, se non come vedova, come “esecutrice 
testamentaria” delle sue proprietà.
 Le azioni di una vedova possono essere definite come razionali/irrazionali alternative 
al suicidio. Ogni atto che la Vedova compie – o contempla – è un’alternativa al suicidio, ed è 
perciò desiderabile, per quanto ingenuo, sciocco o futile. 
 
 22

 Piscio di gatto
 “Oh, Reynard! Come hai potuto.”
 A quanto pare, Reynard – il nostro vecchio gatto tigrato – ha urinato su un fascio di 
documenti che, in preda alla disperazione, avevo disposto sul pavimento dello studio di Ray, mentre
cercavo di archiviare in maniera corretta alcune importanti carte del mio marito defunto.
 Una dozzina di cartelle, forse qualcuna in più, giace sulla scrivania, in una fila che 
continua anche sul pavimento – in stampatello sono indicati i contenuti: ASSICURAZIONE 
MEDICA, ASSICURAZIONE AUTO, ASSICURAZIONE CASA, DOCUMENTI TASSE (2007), 
BANCA/FINANZE, PREVIDENZA SOCIALE, CERTIFICATI DI NASCITA, TESTAMENTO 
ecc. –, ed è proprio qui che, in qualche momento delle ore passate, Reynard ha subdolamente 
insozzato una copia del certificato di morte di Ray e la cartella “Documenti Tasse”. Adesso io devo:
(a) asciugare i fogli; (b) spruzzarci sopra del Windex; (c) asciugarli di nuovo; (d) metterli ben 
distesi nella veranda (non riscaldata) nella speranza che per domani mattina: (i) siano asciutti; (ii) 
abbiano perso l’inequivocabile odore pungente.
 “Reynard! Cattivo!”
 La mia voce irritata/forte ottiene un unico risultato: entrambi i gatti scappano in quel 
modo spaventato in cui gli animali domestici corrono via dai padroni adirati, sbandando e slittando 
e affondando gli unghielli, se il pavimento è di legno. In questo momento, sono davvero adirata con 
i gatti – sia con Reynard sia con la più giovane Cherie, dal lungo pelo – perché hanno cessato di 
interessarsi alla mia persona. Mi incolpano del fatto che Ray sia scomparso.
 Si potrebbe pensare che, non essendoci Ray, dovrebbero mostrarsi più affettuosi con me
e, magari, dormire ai miei piedi – e invece no.
 Accettano a malapena che io gli dia il cibo. Vogliono sempre andare fuori, evitarmi. 
Rientrano con riluttanza quando li chiamo per venire a mangiare o perché sta diventando buio.
 Le carte imbrattate e olezzanti delle Tasse non sono la prima testimonianza del fatto che
i gatti intendono vendicarsi felinamente nei miei confronti per la scomparsa di Ray, tuttavia si tratta 
di una ritorsione piuttosto esplicita.
 Laddove il cordoglio non riusciva a farmi piangere, il piscio di gatto su questi 
documenti raggiunge lo scopo. È un pianto di autentica disperazione, di profondo disprezzo verso 
me stessa. ‘Ecco, questa sono io, adesso; questa è la persona che sono diventata. Questa è la mia 
vita.’ 
 
 23

 Autenticazione del testamento
 “Signora Smith? Le spiace aspettare qui?”
 Ed ecco che anche questo – la sezione per l’omologazione dei testamenti della corte 
della contea di Mercer, a Trenton, nel New Jersey – è un posto dove le sedimentazioni della 
memoria hanno originato piccole pozze stagnanti di lacrime. Qui si può quasi avvertire l’odore del 
lutto – un odore acre e amaro. 
 La sala d’aspetto, dal soffitto altissimo, è severa oltremisura – file di seggiole di plastica
scomode e malconce sulle quali le persone siedono immobili, come in un’anticamera di dannati 
senza speranza.
 A differenza di alcune sale d’attesa ospedaliere, questa non offre neppure l’illusione di 
un lieto fine. Per gli individui presenti, la veglia della morte è già finita. Noi qui siamo i 
sopravvissuti, i “beneficiari”.
 È evidente che ci sono altre vedove qui stamattina. Alcune sono accompagnate da figli 
adulti. Perlopiù si tratta di cittadini neri o ispanici, visto che siamo a Trenton. In mezzo a loro, la 
mia amica Jeanne – con i grandi occhiali da sole griffati e i lunghi capelli biondi che si riversano 
sopra il colletto del suo cappotto elegante – è una presenza vivida e incongrua, che attira gli sguardi.
 Jeanne mi ha spiegato cosa dobbiamo fare qui, cosa siano l’“omologazione” e 
l’“autenticazione” di un testamento – naturalmente, anche se conosco a grandi linee la prassi, mi 
sembra di brancolare in una sorta di nebbia di totale smarrimento e ignoranza. Mi sento esausta, e 
tuttavia in allarme ed estremamente tesa – mi ha sfiancato il ripetuto e incessante riordino dei 
documenti da produrre, comprese le pagine fotocopiate dalle quali solo adesso il puzzo di piscio di 
gatto sta scomparendo. Mi metto a frugare compulsivamente nella borsa per scovare il certificato di 
morte: è una sorta di mania cominciata nei giorni in cui mi recavo da Ray in ospedale – rovistare 
nella borsetta o nel borsone per verificare di non aver perso qualcosa di cruciale come le chiavi 
della macchina o il portafogli.
 In realtà, il certificato di morte è nel fascio dei documenti e non puzza. Delle diverse 
copie che Elizabeth Davis, la titolare della Blackwell Memorial Home, mi ha consegnato – un gesto
gentile che non dimenticherò –, solo un esemplare era stato insozzato da Reynard, e l’avevo subito 
gettato via.
 (In seguito, ho deciso di recuperare quel foglio dalla spazzatura, perché ho sempre paura
di rimanere senza copie – tantissimi enti e società me lo chiedono, come se fosse possibile che 
Raymond Smith non sia deceduto. Quell’unica copia, che emana un acre puzzo di gatto, è davvero 
sfortunata.)
 Ho letto più volte, in un curioso stato di trance ansimante, questo Certificato di morte 
rilasciato dal Dipartimento di Sanità e Servizi Sociali dello Stato del New Jersey. Da questo mio 
intenso interesse, qualcuno potrebbe pensare che io mi aspettassi di apprendere nuove informazioni,
di trovare una sorpresa. Come chi preme una ferita solo per far uscire dell’altro sangue, ho sempre 
avvertito l’esigenza di leggere e rileggere la scarna informazione, senza uno scopo preciso, dato che
la conosco a memoria:
 Cause di morte:
 Blocco cardiopolmonare
 In seguito a complicazioni
 Derivanti da
 Polmonite. 
 Una poesia minimalista di William Carlos Williams!
 Ora, nella severa sala d’attesa della sezione per l’omologazione dei testamenti, mentre 
rileggo il certificato di morte, mi capita di chiedermi: ‘Ma è vero? È possibile che Ray sia morto 
semplicemente di polmonite, e non anche per altri problemi?’
 Un’infezione secondaria, mi era stato detto. Nel documento non viene fatto alcun cenno
all’infezione secondaria.
 Mi sembra di ricordare che, al Medical Center, mi abbiano chiesto se volevo che venisse
fatta l’autopsia. E, nello stato di confusione totale in cui mi trovavo al momento, avevo detto subito 
di no.
 No! No!
 Era impensabile... Non sopportavo l’idea che il corpo di Ray venisse mutilato.
 Lo so! Il corpo non era l’uomo. Non era Ray.
 E tuttavia, in cos’altro viveva Ray, se non nel suo corpo?
 Era un corpo che io conoscevo intimamente, e che amavo, cosicché non avevo voluto 
assolutamente che fosse sezionato.
 Ora, non saprò mai se queste “cause di morte” fossero corrette, complete. Non lo saprò 
mai con certezza.
 Perché, è chiaro, nel suo stato una vedova perde moltissime identità, compresa quella 
della persona razionale.
 Quando si assume il ruolo di vedova, tutto ciò che nella vita può ritenersi “razionale”, 
“ragionevole”, “con un fondamento esclusivamente scientifico” tende a stemperarsi.
 Avevo fortemente voluto che il corpo di mio marito non fosse esaminato – aperto e 
dissezionato come quello di un animale al macello. Penso che nella cremazione ci sia qualcosa di 
primevo, di “sacro”, persino.
 Naturalmente non posso neppure immaginare le pratiche avvenute nel crematorio di 
Ewing: non ero lì, non sono stata testimone.
 Mi era stato consigliato di non assistervi. Così, non c’ero andata.
 L’occasione di vedere Ray per l’ultima volta l’avevo avuta alla Blackwell Memorial 
Home – era lì che avevo sbagliato. Non dimenticherò mai questa mancanza.
 Il desiderio di mio marito era quello di essere cremato: l’aveva scritto anche nel 
documento bizzarramente intitolato “Ultime volontà e testamento in vita”. Era ciò che, negli anni, 
Ray aveva sempre propugnato.
 Con quanta naturalezza le persone parlano di simili cose! – “Prometti che al mio 
funerale farai suonare la Messa da Requiem di Mozart.” 
 Nella mia e-mail all’amica Sandra Gilbert, il cui marito Eliot era morto per colpa dei 
sanitari dell’U.C. Davis Medical Center – una negligenza nei trattamenti terapeutici –, avevo detto 
che la scomparsa di Ray non poteva essere definita una morte per colpa: ma perché?
 Perché l’avevo detto? Come potevo saperlo?
 La vedova si pente sempre di ciò che ha detto qualche tempo prima. Tuttavia deve 
parlare, deve sempre dire qualcosa.
 Allo stesso modo, la vedova deve sorridere, assicurare agli altri che sta bene.
 Nella sala d’attesa della sezione per l’omologazione dei testamenti della corte di 
Trenton, il tempo passa con logorante lentezza. La vedova scoprirà che saranno molte le occasioni 
in cui dovrà pazientemente aspettare negli uffici pubblici: è la sua punizione per essere stata una 
moglie.
 In questa nuova – postuma – fase della mia vita, tali (discutibili) epifanie arrivano di 
frequente. La vedovanza è la punizione per essere stata una moglie.
 Le recensioni malevole, cariche di ogni sorta di disprezzo, sono la punizione per aver 
deciso di praticare la scrittura.
 Quando apponi la firma per diventare moglie, firmi anche per divenire ipoteticamente 
una vedova. Quando apponi la firma per essere una scrittrice, firmi per esporti a qualsivoglia 
reazione che il tuo lavoro scatenerà.
 Ecco cosa dovremmo dirci, quando ci sentiamo ferite, devastate.
 Quando ci lamentiamo per la nostra vita: quando, nei momenti di cruda, fredda e 
spietata illuminazione, ci sembra di aver vissuto invano la nostra esistenza.
 Il cordoglio ci porterà una molteplicità di sensazioni d’amarezza, in mille sfumature. 
Non ci offrirà molto altro, però.
 Nel mio cervello si aggrovigliano tantissimi pensieri come questi – è una radio 
malfunzionante, dalla quale provengono soprattutto i rumori delle scariche di elettricità statica. Sto 
rovistando tra le mie carte per... Per cosa? Non riesco a ricordare ciò che sto cercando. Ah, sì, il 
testamento di Ray. Di nuovo, per un momento sono stata assalita dal panico: ‘Ho lasciato a casa il 
testamento?’, anche se prima di lasciare il vialetto di casa Jeanne ha passato in rassegna tutte le 
carte. Infatti, eccolo qui – è un documento sempre più piccolo di come penso che debba essere, 
contenuto in una cartelletta azzurrina con la scritta: ULTIME VOLONTÀ E TESTAMENTO IN 
VITA DI RAYMOND J. SMITH E LETTERE TESTAMENTARIE.
 Nessuno potrebbe supporre che il motivo per cui furtivamente prendo il documento e lo 
porto al viso è dovuto al desiderio di annusarlo. Nella mia borsa, insieme alle altre carte, ha assunto 
un sentore – molto lieve – di piscio di gatto.
 Improvvisamente, mi sento preoccupata: magari il testamento non è valido; magari la 
mia identità verrà messa in dubbio. Nell’attuale stato di sfinimento, non sono in grado di pensare 
con lucidità e, di conseguenza, potrei essere incapace di difendere me e i miei interessi. 
 In questo stato mentale, si può accettare e avallare ogni sorta d’imputazione. È la 
condizione mentale in cui gli innocenti firmano le “confessioni”, schiacciati dal senso di colpa – 
immaginano di essere colpevoli di un atto criminale.
 “Cara signora, lei ha sbagliato a voler sopravvivere a Ray. Questo lei l’ha sempre 
saputo, ma ora deve riconoscerlo.”
 Una vedova può avere pensieri straordinari, ma non è nella condizione di difendersi da 
essi.
 Perché una vedova ha imparato che l’ordinario può diventare d’un tratto straordinario, e
lo straordinario mutarsi in ordinario.
 La mia punizione è cominciata durante la veglia. Ora che Ray è morto, la punizione 
diverrà più dura giorno dopo giorno. È qualcosa di logico.
 Ho vissuto momenti disperati, quando cercavo il testamento di Ray! Non era nel posto 
in cui m’aspettavo che fosse, e ho iniziato a pensare a un nascondiglio. In preda a un panico 
crescente, ho frugato in tutta la casa, prima di ritornare al luogo più ovvio – nello schedario dello 
studio di Ray, dove avevo guardato all’inizio: be’, era lì.
 Come spiegare una cosa del genere? Magari le cellule del mio cervello stanno 
degenerando: può essere la forma particolarmente crudele di un morbo attraverso il quale la vedova 
viene punita? Cioè, non accorgersi delle cose che sono bene in vista, non saper trovare niente, 
essere sempre nel panico? Ma forse, in questo caso, è accaduto perché pensavo che un testamento 
dovesse essere un documento enorme, e non così piccolo, così... normale.
 Il testamento di Ray: una formula strana, per me. Proprio come il cadavere di Ray, i 
resti di Ray.
 Mio marito e io abbiamo scritto le nostre ultime volontà qualche anno fa, aggiornandole
nel maggio 2002. È stata una decisione comune ma, nel momento in cui ciascuno di noi firmava il 
proprio documento, mi ero sentita addolorata dal fatto che, un giorno, uno dei due si sarebbe 
probabilmente trovato, triste e solo, a vivere l’esperienza della sezione per l’omologazione dei 
testamenti della corte della contea di Mercer.
 Ray aveva detto: “Non essere sciocca, dobbiamo farlo.”
 “Ma io non voglio continuare a vivere, se tu non ci sarai!”
 “Questo non c’entra niente. Firma, e piantala con questa storia!”
 Firmai.
 Il 10 maggio 2002 non potevo prevedere che il 21 febbraio 2008 avrei tenuto in mano 
questo documento, seduta su una sedia di plastica nella sala d’aspetto della sezione della corte di 
Trenton.
 “Signora Smith? Mi segua, per favore.”
 Vengo condotta in un ufficio. Jeanne mi accompagna. Una donna – il cui titolo è 
“Funzionario della sezione per l’omologazione dei testamenti” – prende la mia pratica, che mi 
sembra enorme, e la posa sul tavolo con disinvolta frettolosità.
 Mi viene chiesto di produrre diversi documenti per l’“autenticazione” del testamento di 
mio marito: Ultime volontà e testamento in vita di Raymond J. Smith e Lettere testamentarie, i 
certificati di nascita di Ray e mio, il certificato di matrimonio, i passaporti di entrambi, le patenti di 
guida, le tessere della Previdenza Sociale, la dichiarazione dei redditi 2007, dalla quale si evince 
inoppugnabilmente che risiediamo al n. 9 di Honey Brook Drive, Princeton, New Jersey.
 Naturalmente non può essere dato per scontato – è soltanto supponibile – che io sia 
davvero la persona che dichiaro di essere, cioè la vedova del defunto Raymond Smith; né può 
essere accettato pedissequamente che il summenzionato Raymond Smith sia di fatto deceduto. 
(Viene esaminato con attenzione il Certificato di morte, dal quale promana un odore pungente: è 
come se la funzionaria non avesse mai visto un documento del genere.)
 La donna mi pone una serie di domande. Alcune di esse – per esempio, per quanto 
tempo mio marito e io abbiamo avuto la residenza al n. 9 di Honey Brook Drive – sono piuttosto 
irritanti. Col prosieguo dell’“interrogatorio”, scivolo nella depressione. Penso: ‘Che perdita di 
tempo! Che vacuità!’ Jeanne è stata veramente molto gentile a scortarmi in questa incombenza fatta 
di vuoto (è accaduto anche in altre occasioni inutili e assurde, del tutto simili a questa, dopo la 
morte di mio marito): per l’affetto e il rispetto nei confronti della mia amica, mi sforzo per non 
crollare. Comunque, non vedo l’ora di andarmene da questo posto orribile e di tornare a casa – la 
medesima casa dalla quale, questa mattina presto, dopo un’altra notte insonne, volevo solo uscire. 
Quando sono lontana, la mia fantasia consolatoria è pensare che, al ritorno a casa, potrò finalmente 
ingoiare tutte le pillole che mi consentiranno di... Di dormire per sempre. Perché io voglio morire: 
sono troppo stanca. Sono passati solo pochi giorni dall’inizio della vedovanza, e sto tremendamente 
male: la prospettiva che un tale dolore si protragga per settimane – o anni – mi schianta!
 Tuttavia, quando tornerò a casa, mi sentirò risollevata. Mi dirò: ‘Questa è la mia casa. 
Questa è la nostra casa.’ A dispetto di ogni logica, lì è possibile pensare: ‘Può darsi che Ray sia 
nell’altra stanza, o nel suo studio. Oppure potrebbe essere uscito.’ Quando si vive con qualcuno, 
capita spesso di non essere nella stessa stanza dell’altro – e così, quando sono a casa, posso 
immaginare che Ray sia nei dintorni.
 Nel mio studio, seduta alla scrivania a guardare un gruppo di alberi, una mangiatoia per 
gli uccelli (deserta, d’inverno), un agrifoglio con le bacche rosse intorno alle quali s’affaccendano 
felici un cardinale rosso, una cincia e una cinciallegra, mi sentirò libera di dire a me stessa: ‘Ray 
non sarebbe in questa stanza, comunque. Ciò che stai vivendo in questo momento non è 
l’esperienza di una vedova.’
 “Signora Smith? Firmi qui e qui.”
 La mia firma viene autenticata. Io firmo “Joyce Carol Smith”. Perché questa è la mia 
identità di vedova.
 
 24
 
 “Cesti di condoglianze”
 “Signora Smith? Firmi qui, per favore.”
 Avverto una stretta al cuore nell’udire queste sillabe: “Si-gno-ra Smi-th.” Il mio nome 
sulla bocca di estranei mi ferisce come una scimmiottatura.
 Poiché non c’è nessun Signor Smith, che senso ha allora essere la Signora Smith?
 L’assedio del compatimento!
 Come in un film muto accelerato per scopi crudelmente comici, nei giorni successivi 
alla morte di Ray, nel vialetto di casa nostra è comparsa una disordinata teoria di fattorini con 
composizioni floreali, cassettine di frutta, ingombranti “cesti di condoglianze” stipati di cibi 
prelibati (tartufi di cioccolato, noci brasiliane, anacardi tostati al miele, salmone affumicato, aringhe
marinate, salsiccia affumicata con peperoni, torta di limone, crostata al lime di Key West, tortini di 
frutta mista, dolci al cioccolato con noci di pecan, pop-corn gourmet, ciambelline croccanti extra, 
misto di noci special taste, formaggio cheddar del Vermont, formaggio fresco del Vermont, 
formaggio di capra stagionato, vasetti di burro di noccioli di pesca, caviale russo e pâté di una 
marca sconosciuta). “Signora Smith? Firmi qui, per favore.” Uscendo dal cortile, il corriere della 
UPS quasi si è scontrato con quello della FedEx, che era in procinto di entrare – la consegna di 
entrambi è una pianta contenuta in un massiccio vaso di ceramica. Poco dopo è arrivato il frettoloso 
fattorino di un fiorista di Princeton: “Signora Smith? Firmi qui, per favore.” Vedendo la mia faccia 
intronata e stanca, gli uomini delle consegne non sanno come salutarmi. “Congratulazioni!” non 
può certo dirsi appropriato, visto che non sembra che stia per cominciare una festa – no, non è 
nemmeno la parodia di un’occasione festosa. Allo stesso modo, “Le auguro una buona giornata” 
non sembra proponibile, poiché dallo scenario si capisce che le cose non vanno affatto bene.
 Forse il fattorino dell’UPS e quello della FedEx, che vengono abbastanza spesso per le 
consegne, hanno cominciato a notare l’assenza di Raymond Smith.
 Sovente, in questi giorni tremendi – da incubo –, in preda a una persistente e dolorosa 
trance che mi assale quando vado nello studio di Ray a cercare l’ennesimo documento finito chissà 
dove o perduto (Servizio Sanitario, imposte, banca), vengo interrotta dal suono del campanello della
porta d’ingresso e spinta verso un dolore più grande quando, sulla soglia, sono costretta a sorridere 
all’uomo delle consegne e a ringraziarlo, dato che mi ha portato un’altra gigantesca composizione 
floreale, una pianta in vaso da venti chili, un “cesto di condoglianze” tipo “deluxe”, vasi, brocche, 
cestini, scatole, scatoloni: tutte cose inutili, non desiderate, invariabilmente pesanti, che io devo 
portar dentro con le mie braccia doloranti, spingerle coi piedi e trascinarle sul pavimento fino alla 
sala da pranzo, dove petali appassiti, caduti da composizioni floreali consegnate nei giorni 
precedenti, giacciono tra granuli di polistirolo da imballo, striscioline di carta da pacchi strappata, 
cellophane. Sul tavolo da pranzo c’è un guazzabuglio di cose – vasi di splendidi fiori, cestini con 
frutta e fiori, “cesti di condoglianze” gourmet, ornati di “nastri di partecipazione” in velluto dai 
raffinati colori scuri. “Ma cos’è successo, abbiamo forse vinto il Kentucky Derby?” Mi sembra di 
sentire la voce di Ray che mi risuona nelle orecchie.
 È come se ci fosse un elemento di scherno in tutta questa partecipazione. Quasi si 
potrebbe scambiarla per una gara celebrativa. 
 Di tutti questi omaggi, a procurarmi più spavento sono quelli col marchio Harry & 
David, ubiqui imprenditori delle “occasioni fatali”: “cesti/scatole di condoglianze”, guarnite da 
“nastri di partecipazione”, confezionati e spediti in modo assai rapido in ogni angolo del continente.
Perché la gente manda queste cose? Immagina forse che il lutto sarà lenito dai tartufi al cioccolato, 
dal pâté di foie gras, dalle salsicce affumicate coi peperoni? Immagina forse che il destinatario 
abbia un assistente che l’aiuti a gestire la sistemazione di una simile quantità di robaccia? Questa 
mattina ho deciso di anticipare l’ennesima consegna di “cesti di condoglianze”: ho radunato tutti i 
barattoli di porcherie alimentari che sono riuscita a trovare per gettarli nella spazzatura; sullo 
slancio dell’impresa, ho svuotato la cassetta delle lettere – così piena da far fatica a estrarne il 
contenuto – e ho vagliato subito la messe di buste e cartoncini davanti al bidone della raccolta 
differenziata, gettandovi gran parte della posta. Qualche momento fa è arrivato un furgone dell’UPS
per una consegna – un’altra mostruosità Harry & David? “Signora Smith? Firmi qui, per favore.” E 
adesso sto piangendo lacrime amare mentre apro il cartone, strappo l’involucro di cellophane e 
inizio a rovesciare il contenuto del cestino direttamente nell’immondizia: al diavolo, le confezioni 
di tartufi ricoperti di cioccolato, i sacchetti di pop-corn caramellati, una pera Riviera super – 
imponente come un frutto di cera di una natura morta ottocentesca, innaturalmente grande e 
probabilmente senza alcun gusto –, una confezione di senape extraforte e un vasetto di olive 
gourmet. Ignoro chi sia la persona che mi ha mandato questo dono non desiderato: il biglietto di 
accompagnamento è andato perduto, e non c’è alcuna etichetta identificativa del mittente. Sono 
assalita dalla frenesia di liberarmi di questi cibi da party. Sono infuriata, disgustata, piena di 
vergogna, anche se dovrei essere grata, scrivere biglietti di ringraziamento come una vedova 
perbene, anziché restare a piangere e mugugnare sotto la pioggia ghiacciata alla fine del vialetto 
d’ingresso, con il capo scoperto, tremando per il rabbioso senso d’impotenza che mi spinge a 
inveire contro il mio marito defunto: “Hai fatto questo, tu! Sei uscito di casa al freddo: c’era un’aria
gelida... So che è stato così: è esattamente quello che hai fatto, mentre io ero a Riverside. Ti sei 
comportato in modo sconsiderato, incurante di tua moglie: hai buttato via la nostra vita per non aver
saputo riguardarti. Hai preso un’infreddatura, un raffreddore che è diventato una polmonite, una 
polmonite che ha determinato un collasso cardiopolmonare.” E qui, a mo’ di corollario della mia 
furiosa disperazione, c’è un piccolo arbusto di rosa nana Harry & David: un delicato ramoscello di 
rosa, lungo meno di quindici centimetri, che penso di conservare. Quando rientro in casa e guardo la
piantina con una luce migliore, estraendola dal suo contenitore e posandola sopra un ripiano della 
cucina, mi accorgo che è già avvizzita, quasi morta.
 Ci vuole subito dell’acqua. Voglio seguire le istruzioni per curarla e farla riprendere.
 Sul fondo della confezione trovo il foglietto delle istruzioni – “Importante. Il muschio 
che copre la terra della pianta decorativa non è commestibile”.
 Una vedova può essere fuori di testa, ma non fino a questo punto!
 Tra i molti doni mostruosi, può accedere di vedersi recapitare delle cose utili, 
provenienti quasi sempre dagli amici: per esempio, un carrellino per il trasporto della pattumiera, 
ora che la spazzatura è diventata una delle preoccupazioni cruciali della mia vita (è un regalo di 
Jeanne e Dan); una megaconfezione di succhi di frutta Odwalla, che potranno essere la base della 
mia alimentazione per alcuni mesi (un dono di Jean Korelitz); svariate casseruole di pietanze pronte
(omaggi di diverse amiche che le hanno depositate in veranda) – credo che le riporrò nel freezer, in 
attesa di consumarle in compagnia in un prossimo futuro. Ray sarebbe commosso da questa 
profusione di gesti consolatori da parte dei nostri amici – lui che era così schivo, modesto...
 Comunque, sono adirata con lui, tremendamente arrabbiata – con il mio povero, inerme,
defunto marito. Sono furiosa come mi è accaduto di rado – forse mai – quando Ray era in vita. 
Come potrei perdonarlo, lui che ha rovinato le nostre due vite.
 Il telefono sta squillando – ma resta senza risposta. Dopo la notte della telefonata 
dall’ospedale, odio il trillo dell’apparecchio telefonico. Anche se vedo sul display il numero o il 
nome del chiamante, non rispondo. Qualche volta mi allontano con le mani sulle orecchie. Molte 
telefonate sono di amici alla lontana, conoscenti, persone con le quali dovrei parlare, ma non ci 
riesco. Non sono capace di impormi di parlare con loro. Il mio mondo si è ristretto a un pugno di 
amici carissimi.
 Molti messaggi lasciati nella segreteria vanno perduti: li cancello. Solo quello lasciato 
da Ray resta – rimarrà per tutto il mese, e per altro tempo ancora. Lo ascolto spesso.
 “È il tuo tesoro che parla... Un bacio al mio tesoro e ai miei gatti.”
 Lo ascolto nella speranza di cogliere una parola o due che non avevo sentito. O magari 
un’intonazione nuova nella voce di mio marito.
 L’ho ascoltato così tante volte che, nelle parole di Ray, le sillabe cominciano a 
sfilacciarsi.
 “Mio marito è morto dieci anni fa. Eppure, col tempo, niente è diventato più facile.”
 A rivolgersi a me in modo così esplicito è una donna negli uffici amministrativi della 
contea di Mercer. Presa dalla disperazione, ero passata per avere informazioni sul calendario del 
ritiro dei materiali da riciclare nella nostra zona.
 Poiché non sapevo pressoché nulla riguardo al servizio, ho spiegato che se n’era sempre
occupato mio marito, il quale era morto di recente.
 A una persona estranea, potevo dirlo. Potevo pronunciare quelle parole. Potevo 
utilizzare la parola “morte”, che non riuscivo a profferire di fronte a nessuno che conoscessi.
 Più tardi, percorro in auto la strada Pennington-Titusville. Mentre procedo sotto una 
pioggia ghiacciata, decido di procurarmi altri bidoni per la raccolta differenziata – uno giallo per il 
vetro e uno verde per la carta: vengono forniti gratis dalla municipalità! I due in dotazione a casa 
non sono affatto sufficienti per affrontare l’assedio della roba da buttare.
 Tuttavia gran parte della mia attuale immondizia – i “cesti di condoglianze” con i 
manici slanciati, grandi abbastanza da poter contenere due gemellini appena nati, e le cibarie 
immangiabili – non è materiale riciclabile. Per questo tipo di rifiuti, che comprendono 
sostanzialmente solo del pattume, è richiesto un servizio a pagamento.
 Reputo un’ottima cosa che alla vedova venga detto che esistono innumerevoli persone 
nella sua stessa condizione, nel mondo. Ce n’è un sacco, di altre vedove. Come, per esempio, la 
donna risoluta che ha ascoltato la mia richiesta negli uffici della contea di Mercer, la quale non mi 
ha certo offerto una lacrimevole comprensione – non più di quella derivante da una gomitata nelle 
costole. Occorre abituarsi.
 Mentre continuo a guidare sulla strada tra Pennington e Titusville, diretta a casa, mi 
accorgo che la gioia di potermi procurare altri bidoni per il riciclaggio – gratis! – comincia a 
scemare. Mi ritrovo a pensare alla stranezza di guidare sola in campagna, davvero sola: non mi è 
mai accaduto prima di viaggiare sola in questa zona del New Jersey, su questa strada maestra, senza
Ray, perché di solito era lui a guidare – capitava che tornassimo da una gita al fiume Delaware o 
nella contea di Bucks, o da un picnic sulla riva del Delaware & Raritan Canal, che corre lungo il 
fiume, o da una camminata, una corsa, una biciclettata da quelle parti, perché queste erano le cose 
che amavamo fare insieme. Penso che non sono mai stata sola tanto a lungo: così crudamente, così 
totalmente sola come da quando Ray è morto – mai, fin dal nostro matrimonio nel gennaio 1961.
 C’è una sorta di terrore nell’essere soli. Ben più grande di quello dello stare da soli.
 Ma la mia vita adesso è questa – e sarà così per sempre. Questa solitudine, quest’ansia, 
questa paura per l’ora successiva, per la notte incombente, per il mattino che forse seguirà; questo 
terrore di una valanga di rifiuti, di inutili cose da buttare che mi si stanno rovesciando addosso, che 
mi riempiono la bocca, che mi soffocano: questa immondizia schiacciante per la quale è 
perversamente previsto che io esprima gratitudine e ringraziamenti. Sarà dunque questo il prosieguo
della mia vita, senza mio marito? Com’è possibile accettare che sia davvero così: è impossibile da 
credere, eppure... Sì, certo, sarà davvero così: c’è il Certificato di morte a sancirlo.
 Quando non si è soli, si è protetti. Si è protetti dal crudo, implacabile, indicibile, 
indescrivibile terrore dell’essere soli. Si è protetti dalla consapevolezza della nostra insignificanza, 
della nostra anima d’immondizia. Quando si è amati, si è incredibilmente ciechi riguardo al proprio 
valore, oppure si è indifferenti a simili pensieri – in realtà, non c’è tempo per essi. Non si è portati a 
pensare: ‘Perché mi trovo qui? Perché sono rimasta sola? Cosa sto facendo in questo posto? Come 
mai procedo in macchina lungo questa strada? Perché quei bidoni per la spazzatura sbatacchiano sui
sedili posteriori e nel bagagliaio? Perché non dovrei girare di colpo il volante a destra? Ci sono 
degli alberi, c’è la promessa di un rapido oblio... O forse no?’
 Ecco il dilemma: “O forse no.” Forse le cose sarebbero ancora peggiori. Dolore fisico, 
agonia, danno cerebrale, ospedale, terapia intensiva o unità di monitoraggio avanzato: se 
nell’incidente d’auto non muori, magari sopravvivi mutilata e sfigurata. Ti resta un solo occhio, 
gonfio e quasi cieco, e lo apri per trovarti davanti Jasmine, chinata sul letto, che blatera.
 Anche al grado di più bassa desolazione, la vita vedovile è preferibile a tutto ciò.
 Non ci si nasconde! Rientrare a casa dopo aver percorso la Pennington-Titusville. 
Tornare nello studio di Ray, sforzandosi di trovare un ordine in quel marasma di carte, di ignorare 
lo squillo del telefono, di non sentire il trillo del campanello della porta d’ingresso. No, non posso 
far finta di niente se suonano alla porta: devo andare ad aprire, cercando di soffocare la mia 
disperazione – non posso mancare di rispetto al fattorino delle consegne che attende fuori; non 
posso gridargli: “Se ne vada! Mi lasci sola!”
 Anzi, è necessario che lo accolga con un sorriso e che accetti graziosamente la sua 
consegna, qualunque cosa sia – forse non un pacco mostruoso, ma un involucro con un oggetto 
piccolo, che magari starà bene sulla tavola della sala da pranzo: un pensiero nato dalla 
partecipazione e dall’affetto di un amico. Ma anche se dovesse essere un pacco allucinante, so di 
doverlo prendere, giacché penso che l’assedio della “partecipazione al cordoglio” prima o poi finirà:
spero presto – nel mondo c’è una tale quantità di partecipazione, che credo si esaurirà rapidamente.
 “Signora Smith? Firmi qui, per favore.”
 Avviso per la Vedova. Non si deve pensare che il lutto sia puro, solenne, austero ed 
“elevato”: non è la Messa da Requiem di Mozart. È opportuno fissare il proprio pensiero su Spike 
Jones e sui suoi scherzi “classici”, assai poco divertenti, dominati da basso tuba e contrabbasso.
 Si rifletta sulla ruvida ghiaia che ferisce quando ci si cammina sopra. Ci si concentri 
sugli specchi chiazzati dei gabinetti pubblici, sull’asciugamani avvolgibile che non scende più 
perché il meccanismo è rotto, e non si ha niente per asciugarsi, tranne la striscia di tessuto 
abbondantemente bagnato che penzola triste. 
 
 25

 Il tradimento
 Poi, una mattina, non riesco proprio a sopportarla: è la vista del “New York Times”, nel 
suo involucro azzurro trasparente, che giace alla fine del vialetto d’ingresso. Dalla finestra del mio 
studio, intravedo il giornale attraverso una zona più rada del fogliame, e anche se scorgo solo il 
luccichio dell’involto di plastica, questo mi basta per farmi sentire subito esausta, sfinita. Penso a 
Ray che, inesorabilmente, ogni mattina leggeva il giornale. Penso a quanto sarebbe sorpreso nel 
vedere le numerose copie impilate senza essere state aperte. Penso: ‘Che spreco, che inutilità! A lui 
importava così tanto. Cosa?’
 Non riesco a vincere la mia spossatezza e ad andare a prendere il quotidiano. Nei giorni 
passati, non sono riuscita neppure a estrarlo dall’involucro di cellophane, né a sfogliare o leggere 
qualche copia di quel giornale incontestabilmente grande – nemmeno a dare un’occhiata alla prima 
pagina, ai titoli, a quei caratteri enormi che avevano il potere di catturare l’attenzione di Ray nei 
pochi passi sufficienti per rientrare in casa, e così capitava che si fermasse a metà del vialetto, 
aggrottando la fronte, finché io lo chiamavo: “Tesoro! Per l’amor del cielo, vieni dentro.”
 Il bidone verde della raccolta differenziata è già pieno di carta e cartone – giornali, 
riviste, bozze, carta da imballo, posta da buttare. Troppa carta di giornale! Troppo crepacuore!
 Una settimana dopo la morte di Ray, ho annullato l’abbonamento al “New York Times”
– l’avevamo sottoscritto trent’anni fa. 
 
 26

 Artigiani
 Alcuni mesi fa, durante un’altra vita, avevo invitato George Saunders a Princeton, 
chiedendogli di tenere una conferenza nell’ambito del nostro corso di scrittura creativa e dicendogli 
 
che l’avrei presentato io stessa. Sfortunatamente, l’iniziativa era stata fissata per il 20 febbraio.
 Quando Ray fu ricoverato, l’11 febbraio, pensai subito che qualcun altro avrebbe potuto
introdurre la conferenza di George, qualora fossi stata impossibilitata a farlo – molto probabilmente,
io sarei stata occupata all’ospedale. Con il passare dei giorni, e con il “miglioramento” delle 
condizioni del malato, comunicai alla coordinatrice dell’evento che sarei riuscita a far fronte 
all’impegno. Poi, quando Ray era mancato improvvisamente, avevo subito avvertito che mi era 
impossibile presentare George, anche se avevo già scritto la prolusione – la più grande tragedia 
della mia vita si era abbattuta su di me. A un certo punto, però, avevo anche pensato: ‘Forse posso 
farcela! Dovrei almeno tentare.’
 Allora chiamai il responsabile del corso, Paul Muldoon. Mentre gli parlavo, sentivo che 
le mie parole erano pacate e fiduciose: lo rassicuravo sul fatto che quella settimana avrei 
regolarmente tenuto il laboratorio di scrittura, e avrei introdotto la conferenza di George. Pensavo di
doverlo fare. Volevo comportarmi “in modo professionale”: non volevo mostrarmi debole, 
“femminina”. Mi sembrava importante. Allo stesso modo, il mio impegno a trascinare fino alla 
strada i bidoni della spazzatura, a riportarli in giardino dopo che sono stati svuotati per poterli 
riempire di nuovo, e ripetere ciclicamente l’operazione, non costituisce uno sforzo immane o 
inaffrontabile, l’espressione di un’impresa sisifea. Ho pensato: ‘Se posso occuparmi di cose simili, 
non sono pazza. Non sono a pezzi. Non sono una persona inetta, differente, distrutta: sono colei che 
sono sempre stata.’
 Ricordo che Paul mi ascoltò educatamente, poi disse: “Mi incaricherò personalmente di 
annullare i tuoi impegni al laboratorio, Joyce. E Tracy si preoccuperà di trovare qualcun altro che 
presenti George.”
 Durante la conferenza, George Saunders lesse una delle sue bizzarre storie spiazzanti, 
che trasudano uno humour terribilmente tetro e nero, distillato goccia a goccia in frasi che lasciano 
stupefatti per l’autentica maestria della composizione. L’uditorio rise di gusto, in special modo gli 
studenti, cioè i soggetti che immaginano che quel tipo humour tetro esprima una forma di esistenza 
nella quale loro, se messi alla prova, si troverebbero perfettamente a proprio agio. Nel corso della 
cena, conversando con i miei colleghi del dipartimento di scrittura creativa C.K. Williams e Jeffrey 
Eugenides e con me, George disse che nel ventunesimo secolo i narratori di vaglia sono degli 
artigiani che modellano eleganti fregi sulle pareti, creando un tipo di bellezza che è apprezzata da 
una percentuale molto piccola della popolazione – e naturalmente dalla loro confraternita –, senza 
però accorgersi che il tetto dell’edificio della letteratura contemporanea sta cedendo, sta per crollare
sulle loro teste.
 Tetramente, tutti abbiamo riso – me compresa.
 Perché? 
 
 27

 Dall’archivio delle e-mail 
 21 febbraio 2008
 A Edmund White
 Le giornate non sono particolarmente tristi: sono le notti e la casa vuota a 
sprofondarmi nel panico. Non affondo lentamente, ma il panico mi invade con una serie di ondate 
successive e sempre inattese.
 Mi è davvero difficile accettare che non risentirò più la voce di Ray, che non potrò più 
vederlo – o immaginarlo – in un’altra parte della casa...
 Hai detto di esserti portato dietro il lavoro? Un’ottima idea... Anch’io potrei cercare di
“lavorare”... sebbene mi sembri qualcosa di vano e inutile, adesso. Comunque, il solo fatto di 
riuscire a scriverti questa lettera è in qualche modo soddisfacente. Siamo schiavi del linguaggio, 
per la sua salubrità...
 Con molto affetto,
 Joyce
 22 febbraio 2008
 A Michael Bergstein (direttore editoriale di “Conjunctions”)
 Ray è morto di polmonite, dopo una settimana all’ospedale. La nostra collaborazione è 
giunta alla fine. Ho il cuore spezzato, e non capisco niente.
 Joyce
 22 febbraio 2008
 A Robert Silvers (direttore della “New York Review of Books”)
 Grazie infinite per la tua affettuosa lettera. Ti offri di “fare tutto quello che puoi”: è 
sufficiente che continui a pubblicare la “NYRB”. Sarà una consolazione per me. Durante la 
tumultuosa settimana in cui Ray era ricoverato all’ospedale, poiché le sue condizioni venivano 
considerate “in miglioramento”, un giorno, al ritorno a casa, mi sono messa coraggiosamente a 
lavorare alla recensione di Boxing: A Cultural History – ho lavorato fino a tarda notte, giacché 
sapevo che non sarei riuscita a dormire... E adesso, nonostante le miriadi di preoccupazioni e 
distrazioni, sto cercando di riprendere la recensione poiché, come pensava anche Barbara Epstein,
alla fine è il nostro lavoro che conta: è il nostro lavoro che può diventare un sollievo e un’ancora 
di salvezza.
 Con molto affetto, e un’ammirazione pressoché sconfinata,
 Joyce
 22 febbraio 2008
 A Richard e Kristina Ford
 Caro Richard e cara Kristina, 
 me la cavo piuttosto bene. Dan & Jeanne sono stati meravigliosi. Dan mi ha 
affettuosamente sorvegliato attraverso il cellulare e la posta elettronica; Jeanne mi sta dando 
consigli legali molto utili riguardo al testamento, all’autenticazione ecc., in modo che non abbia a 
patire l’ansia per tutte queste cose. Ieri sera ho cenato con Jeanne e Gary Mailman. Da tanto non 
facevo un autentico pasto insieme a qualcuno – e su una vera tavola –, con le pietanze servite una 
dopo l’altra, secondo le vecchie regole: indubbiamente, la logica del “mangiare” ha un senso, ma 
sedermi da sola davanti a un piatto ben apparecchiato, senza mio marito, mi sembra una cosa 
quasi disgustosa... Adesso le ore che preferisco sono quelle del sonno – peccato che non durino 
mai abbastanza.
 Soffro tremendamente al pensiero che tanti piccoli gesti di Ray – piantare decine di 
bulbi di tulipano nel giardino, scegliere con cura le illustrazioni per la rivista – sopravvivranno a 
lui, ma non avranno un grande significato per altri...
 Con molto affetto a entrambi,
 Joyce
 24 febbraio 2008
 A Edmund White
 Sono appena tornata da una camminata di tre chilometri nella neve, attraverso i boschi
e intorno al lago! Se non fosse stato per Ron e Susan, non avrei mai fatto una cosa del genere...
 La notte in cui Ray è morto, ho preso tutti i tranquillanti dall’armadietto dei medicinali 
– farmaci accumulati negli anni, visto che non li avevo mai usati, oltre alle “pillole per dormire” 
che mi avevano prescritto di recente – e ho pensato che li avrei ingollati se le cose fossero 
diventate ingovernabili. Nietzsche diceva: “Il pensiero del suicidio può accompagnare una persona
per molte lunghe notti.” Ma avverto un attaccamento così forte verso i miei amici – pochi, in verità
– che forse non mi rifugerei mai in quel gesto, naturalmente. Resta un’opzione più che altro 
teorica...
 Una parte della mia ansia se n’è andata, visto che ormai “il peggio” è accaduto. Per 
anni, mi sono preoccupata terribilmente per i miei genitori. Ma poi hanno vissuto delle vite piene e 
sono morti al tempo giusto – con una morte assai clemente. Ray è morto troppo giovane. È di 
questo che non riesco a capacitarmi.
 Grazie per la tua visita di ieri. Rappresenti un grande sollievo per me – anche solo per 
il fatto che ci sei. Nutro un affetto davvero profondo per te. Ti sono infinitamente grata.
 Joyce
 24 febbraio 2008
 A Gloria Vanderbilt
 La bella statuetta [di santa Teresa] ora troneggia sul mio cassettone davanti al letto... 
Ogni notte che supero è un piccolo trionfo.
 Tua, 
 Joyce
 
 III

 Il basilisco
 Sì, è un test fisico ed emotivo di resistenza.
 Ne riparleremo ancora quando saremo sedute
 una di fronte all’altra. Nel frattempo, il mio unico
 consiglio è di dormire tutto il tempo che riesci,
 e di mangiare appena puoi farlo. Il lutto è sfiancante
 e richiede la forza di un atleta olimpionico,
 specialmente nel momento in cui non ce la fai
 né a dormire né a mangiare. Mi auguro
 che tu non debba passare attraverso tutto questo.
 Sappi che il mio cuore e i miei pensieri
 ti sono sempre accanto.
 Barbara Ascher
 Soffri, Joyce. Ray se lo merita.
 Gail Godwin
 
 28
 “Piccoli e morti occhi lucenti come gemme”
 Non un vero e proprio oggetto da vedere. Comparso dapprima alla periferia del mio 
campo visivo, o fermo e luccicante contro le mie palpebre quando chiudo gli occhi, esso si 
confonde con la marea delle cose nuove e tremende che sono entrate nella mia vita – come una 
virulenta infezione ammorba il flusso sanguigno – dopo la morte di mio marito. Esso è lì e altrove 
nel contempo.
 Talvolta il nervo ottico genera guizzi di luce che somigliano ad ali puntute, a scintillanti 
figure seghettate che si librano e scorrono nella nostra visione – ma che, in brevissimo tempo, 
svaniscono. (Se si è fortunati e non esiste una qualche lesione cerebrale.) A questi si aggiungono le 
allucinatorie figure originate dalla cefalea – “aure visive”, “scotomi scintillanti”, “ghirigori”, 
“spirali”, “illusioni topologiche” –, intorno alle quali Oliver Sacks ha scritto un intero libro 
intitolato Emicrania. Ma questa cosa – se è davvero una cosa – è diversa, più personale, più 
specificamente rivolta a me.
 Talvolta si presenta come una vera e propria entità luminosa, anche se possiede una 
luminosità scura come l’ebano – non di un bell’ebano liscio, ma di un ebano “rugoso”. È qualcosa 
che compare in fondo al mare? Può essere, visto che è ricoperto di una ruvida conchiglia o di 
un’armatura squamosa. Ha occhi scintillanti, ma privi di vita: piccoli e morti occhi lucenti come 
gemme.
 ‘Cosa vuole da me?’ mi chiedo.
 Se scuoto la testa, la cosa lucente e scura scompare. Accade la stessa cosa se mi sfrego 
le palpebre – molto spesso, mi ritrovo con gli occhi lacrimanti.
 Senza dubbio, la mia vista è peggiorata nel breve periodo di tempo trascorso dal 
ricovero di Ray in ospedale. Guidando al buio di ritorno dal Medical Center di Princeton, avevo 
cominciato a notare una minore definizione degli oggetti, come una sorta di nebbia.
 Spesso i miei occhi sono talmente inondati di umore – lacrime maligne generate dalla 
secchezza del cristallino – che devo battere ripetutamente le palpebre, ma neanche questa pratica mi
consente di vedere bene. Qualche anno fa, dopo un trattamento chirurgico col laser, la vista di 
entrambi gli occhi era diventata assai precisa nella visione da lontano, specialmente per una persona
che era stata miope per gran parte della vita. Adesso, però, quasi all’improvviso quella vista 
stupefacente sta scemando, sta deteriorandosi. Un’ondata di panico – non è la prima della mattinata,
e neppure l’unica nell’ultima ora – mi sommerge completamente: ‘E se diventassi cieca? Come 
potrei badare a questa casa? Cosa ne sarà di noi?’
 In modo piuttosto vago, quando non penso con lucidità, mi sembra che Ray tornerà a 
casa dall’ospedale, alla fine. Dopo lo scontro in macchina, dopo la degenza nell’unità di 
monitoraggio avanzato, io dovrò pensare a lui, al suo benessere. Ho l’ansia di dimostrarmi valida, 
disponibile, preparata, visto che finora mi pare di aver fallito miseramente... Nella mia confusa 
fantasia, Ray non è pienamente consapevole che io l’ho abbandonato: in ogni caso, non è lui a 
dover essere criticato o rimproverato.
 Quello da accusare non è Ray. “Dov’eri? Quando avevo bisogno, dov’eri! Perché sei 
stata via così tanto tempo? Non hai pensato a cosa poteva accadermi, se mi avessi lasciato solo in 
quell’orribile posto?”
 
 29

 Il marito perso
 E allora, comincio a pensare: ‘L’avrò davvero perduto. Non ci sarà più.’
 Poi continuo nelle elucubrazioni: ‘Forse non l’ho mai conosciuto veramente. Forse l’ho 
conosciuto solo in modo superficiale. Non ho avuto accesso al suo «io» più profondo.’
 Nel nostro matrimonio, seguivamo il principio che non bisognava condividere 
determinate cose – disturbanti, avvilenti, demoralizzanti, tediose –, a meno che alcuni frangenti le 
rendessero temporaneamente condivisibili. Poiché un certo numero di elementi della vita di una 
scrittrice possono essere penosi – recensioni negative, rifiuti di pubblicazione da parte dei giornali, 
dispute con i direttori delle riviste, con gli editori, con i grafici delle case editrici: vale a dire, tutte le
difficoltà che si incontrano nel lavoro –, mi era sembrata una buona idea risparmiare a Ray questi 
particolari della mia vita ogni volta che potevo. Il solo scopo di condividere le proprie contrarietà 
con un’altra persona è quello di rendere triste o arrabbiata pure lei.
 Così ho escluso mio marito da quella parte della mia esistenza che riguarda Joyce Carol 
Oates – in poche parole, dalla mia carriera di scrittrice.
 Poiché Ray si preoccupava di gestire le nostre finanze, inevitabilmente si ritrovava a 
doversi occupare dei dati economici della mia carriera. Visto che non leggeva molte cose che 
scrivevo, ignorava quasi tutte le recensioni dei miei lavori, sia che fossero buone, cattive o neutre. 
Mi sorprende sempre il fatto che gli scrittori sposati con colleghi – per esempio, Joan Didion e John
Gregory Dunne – si ritrovino a condividere praticamente ogni pagina delle rispettive opere; il mio 
amico Richard Ford e sua moglie Kristina non solo condividono ogni pagina scritta, ma si leggono 
l’un l’altra i frutti del loro impegno – una prova di amore maritale che un’autrice “prolifica” come 
JCO consiglia di evitare.
 È forse ingenuo sperare di condividere soltanto le buone notizie con il proprio marito. 
Ho sempre avuto paura di essere identificata come colei che porta cattive notizie: non provo alcuna 
soddisfazione nel vedere gli altri addolorati, sconfortati, specialmente se si tratta di persone verso le
quali nutro un certo affetto. Né mi piace che mi vengano date notizie spiacevoli – a meno che non 
siano motivate in modo inoppugnabile. Non posso fare a meno di pensare che esista un elemento di 
crudeltà, se non di sadismo, in quelle persone legate da un vincolo di amicizia che raccontano di 
malattie, sventure o altro con il solo scopo di osservare le reazioni dell’interlocutore.
 Su questo fronte, Ray mi teneva al riparo dagli aspetti più gravosi del suo impegno per 
la “Ontario Review” e della nostra complicatissima – almeno per me – gestione finanziaria. 
Riguardo alla casa, era lui a occuparsi di ogni necessità: provvedeva a cercare chi riparasse il tetto, 
o ridipingesse le stanze, o sistemasse le buche del vialetto. In qualche modo, mio marito sapeva far 
fronte a queste cose, a quei bisogni che a me sfuggivano totalmente. Mentre io mi occupavo della 
pulizia della casa, Ray si prodigava per la cura della proprietà. Una volta, a Detroit, affrontando 
l’argomento “Mariti”, le mie amiche rimasero incredule nel sentire che, quando mi accadevano cose
spiacevoli, io mi dimostravo riluttante a riferirle a mio marito – furono ancor più stupite quando 
dissi loro che Ray mi risparmiava i racconti dei suoi problemi. Con una certa invidia, una di loro 
affermò che suo marito non le avrebbe mai consentito di allontanarsi senza aver ascoltato l’elenco 
dei problemi che lo affliggevano, anche se lei non poteva fare niente per aiutarlo.
 “Ma perché?” le chiesi.
 “Per una forma di risentimento,” rispose.
 Al che, io pensai: ‘Vuol dire che non ti ama. Visto che, in qualche modo, vuole ferirti.’ 
 Ray non avrebbe mai voluto farmi del male. Molto probabilmente, mi ha protetto – mi 
ha tenuto al riparo – da tutte le cose che non ho mai saputo, e che non saprò mai.
 Mi è persino capitato di pensare che Ray, all’ospedale, fosse molto spaventato. Forse 
aveva avuto la premonizione che non sarebbe più tornato a casa – se l’ha avuta, di sicuro non me 
l’avrebbe riferita.
 Comunque, penso che non sia andata così. Credo che l’idea della morte non l’abbia 
neppure sfiorato – non più di quanto abbia attraversato le menti dei medici curanti, almeno credo. 
Ma, se non fosse così, di certo non mi avrebbe detto niente.
 Forse il nostro modo di tenerci vicendevolmente “al riparo” dai problemi è stato una 
forma involontaria di eclissamento l’uno dall’altra. Forse c’è stato qualcosa di codardo nella mia 
riluttanza a lasciare che Ray – la persona più vicina a me – sapesse delle numerose imperfezioni che
hanno segnato la mia esistenza, moltissime delle quali mi hanno accompagnato nel tempo.
 Ragionando in questa maniera, dovrei pensare di aver escluso dalla mia vita privata 
anche Joyce Carol Oates – non credo, però, che questa sia stata una strategia sbagliata.
 In ogni caso, non posso modificarla, a questo punto della mia esistenza.
 Tuttavia adesso sono davvero convinta che Ray, ovviamente, mi mostrava solo una 
parte di sé. Dominante? Non so. Certo, teneva molte cose per sé. Anche se non ha avuto una vita 
“segreta” – benché non possa escluderlo –, c’era comunque una componente davvero riservata nella
sua personalità, una parte di lui della quale non avevo la minima informazione.
 Dove sei andato?
 Cosa ci è successo?
 Come posso arrivare da te? Esiste un qualche modo per farlo?
 Come in un sogno di conoscenze proibite, sono attirata dalle cose di Ray. Per me, sta 
diventando difficile entrare in quasi tutte le stanze della casa, in particolar modo nello studio di Ray 
– il suo “ufficio” –, perché lì la sua presenza è più forte, e io mi sento mancare il respiro. ‘Forse è 
uscito per un momento. O magari è in bagno. Può darsi che sia andato a prendere la posta.’ 
Nonostante la difficoltà, sono letteralmente calamitata dalla scrivania di Ray, dai suoi classificatori, 
dalle scaffalature piene di manoscritti, documenti, bozze, prove di copertine di numeri della rivista 
già pubblicati. Ogni volta, mi ostino a studiare il calendario di Ray, nella speranza di scoprire 
qualcosa di nuovo, di misterioso; trovo affascinante il fatto che annotasse assiduamente gli impegni 
di ogni giorno, prima di cassare il riquadro con una “X” trionfante – come se provasse una 
particolare soddisfazione a eliminare la giornata appena vissuta. Come se non sapesse che quei 
giorni dovevano finire, che quelle “X” tracciate col pennarello si avviavano a identificare il suo 
passato recente. Come se rincorresse i mesi a venire – marzo, aprile, maggio –, quei giorni 
meravigliosamente liberi, vuoti, bianchi, senza immaginare che non li avrebbe annotati.
 Penso con orrore al futuro che mi aspetta senza Ray.
 È già passata una settimana dalla sua morte. (Com’è possibile?! Di certo, ogni minuto 
mi è sembrato straziante.) 
 Naturalmente, non mi soffermo sul calendario di Ray alla ricerca di indizi sentimentali. 
Quelle annotazioni riguardano principalmente il lavoro per la “Ontario Review”, anche se sono 
segnati un promemoria per un ritiro della Culligan, la scadenza per il pagamento della tassa sulla 
proprietà da versare alla municipalità di Hopewell, una visita dal dottor S., un appuntamento col 
dentista e, naturalmente, i giorni del riciclo – cioè i giorni in cui avviene la raccolta differenziata. 
Comincio ad avvertire una grande tristezza, una pena infinita, e devo lasciar perdere il calendario.
 Il telefono sulla scrivania di Ray – la sua linea telefonica di lavoro – comincia a 
suonare. Per niente al mondo, solleverei il ricevitore, per sentimi chiedere: “C’è Ray Smith?” 
Oppure: “Oh, ciao, Joyce. Posso parlare con Ray, per favore?”
 Più tardi, ascolterò il messaggio nella segreteria. Forse. Se riuscirò a impormelo. Magari
non ce la farò.
 Ora voglio frugare tra le carte personali di Ray. Voglio leggere – (ri)leggere – tutti i 
suoi lavori pubblicati, e ciò che saprò scovare dei suoi progetti di scrittura. Quando ci siamo 
trasferiti a Princeton da Windsor, nell’agosto 1978, Ray aveva un faldone contenente numerosi 
progetti, alcuni dei quali sono diventati libri o contributi – un saggio sulla poetica di Ted Hughes, 
per esempio –, oltre ad appunti, a schizzi, alla traccia per un romanzo, di cui avevo letto alcuni 
brani. Dimenticando tutte queste cose, a un certo punto aveva perso l’interesse per la scrittura, 
preferendo dedicarsi alla direzione di una rivista e al lavoro editoriale. Mi sento molto eccitata per 
la caccia che sto per iniziare. Nutro buone speranze e penso: ‘Voglio conoscere meglio mio marito. 
Non è affatto troppo tardi!’
 
 30

 “Come stai?”
 Questa domanda mi ha sempre sconcertato! Perché non ho proprio idea di come sto, di 
solito.
 Il modo più logico di rispondere alla domanda è: “A te come sembra che stia? Be’, io 
sto così.”
 Perché il mio “sé” è davvero un turbine di atomi assai somigliante a quello che compare
nei quadri più vorticosi di Turner – osservandoli da vicino, è possibile scorgere qualcosa in mezzo 
agli atomi, magari sull’orlo di un’agglomerazione che sta per diventare figura, ma ciò non accade 
sempre.
 Persino quando Ray era vivo – e io ne ero la moglie e non la vedova –, trovavo difficile 
rispondere a questa domanda totalmente innocente, totalmente congrua alle consuetudini sociali.
 “Come sto? Sto bene! E tu come stai?”
 Talvolta, in qualche occasione mondana, un individuo ammette che la sua situazione 
non è tanto rosea, che lui o lei non sta molto bene, e questo porta la conversazione verso un’area più
personale e specifica. Ma ciò accade raramente, ed è necessario trattare la faccenda con estrema 
delicatezza. Perché è una violazione delle convenzioni e del decoro sociale, e gli altri potranno 
mostrarsi solidali all’inizio, ma alla fine...
 Adesso, quando mi capita di incontrare delle persone che mi chiedono, spesso con 
affettuosa sollecitudine: “Come stai, Joyce?”, presumo che intendano dire: “Come te la cavi, dopo 
la morte di Ray?” Di solito, rispondo che la mia vita continua piuttosto bene. Perché penso che, in 
effetti, me la sto cavando molto bene davvero.
 Ho superato giorni e notti interminabili – e sono ancora qui. Per me, è qualcosa di 
stupefacente.
 Mi pare sempre più di aver assunto un atteggiamento sbagliato, quando è morto Ray. 
Aver preso il telefono, chiamato i miei amici, trasformato la mia sventura nella loro 
preoccupazione. Avergli affibbiato la responsabilità della mia persona.
 Un gesto più nobile sarebbe stato quello di scomparire, cancellarmi. Perché c’è qualcosa
di terribilmente sbagliato nella decisione di rimanere qui – nella nostra casa, aggrappata alla nostra 
vecchia vita –, a parlare e a ridere con gli amici, mentre Ray non c’è più.
 Ho la sensazione che anche gli altri potrebbero pensarla allo stesso modo. Perché c’è 
qualcosa di ignobile, di egoistico, nel continuare a vivere come se niente fosse cambiato.
 Ma penso di non essere sufficientemente forte per imboccare quella strada.
 E poi dico a me stessa che ho – ho avuto – molte responsabilità, per le quali Ray 
conterebbe senz’altro su di me. D’altronde, se si leggono i termini del testamento di mio marito, si 
può tranquillamente affermare che faceva affidamento sulla mia persona.
 Benché Ray mi abbia lasciato, per me non è così facile lasciare lui.
 “Cosa vuoi da me!”
 La vaga figura dai piccoli e morti occhi lucenti come gemme – quell’entità che ora 
assomiglia più chiaramente a una ripugnante lucertola, o a un velenoso eloderma, e non a una 
creatura marina – adesso frequenta più spesso l’angolo del mio occhio, mentre sono sola in casa.
 “Sparisci – e in fretta!”
 “Sei davvero ipocrita, a fingere di non saperlo.”
 D’accordo, è bello non essere sola! A parte il fatto che, quando non sono sola, vuol dire 
che mi trovo in compagnia di altre persone – sebbene sia perfettamente consapevole che l’unica 
persona che vorrei accanto a me non potrà esserci mai più.
 “Pensi sempre a te stessa. Soltanto a te stessa. Ipocrita!”
 È vero. Ora sono ossessionata dal mio “sé” – qualunque cosa sia, mi sembra che stia per
frantumarsi ed essere disperso dal vento, come il polline di euforbia. Per quanto il “sé” non abbia 
alcun fulcro, è tuttavia un insieme noto di suoni casuali e di voci – alcune delle quali affettuose, 
altre canzonatorie o accusatorie. 
 “Un bacio al mio tesoro e ai miei gatti.”
 “Ipocrita!”
 In realtà, non so affatto come sto. Sono diventata una specie di spettro, o di zombie – io 
so che sono qui, tuttavia ho un’idea molto vaga di cosa sia il qui.
 Hanno visto che rido, quando sto con gli amici. Il mio riso non è forzato: anzi, sembra 
naturale, spontaneo.
 Hanno notato che guardo nel vuoto, quando sto con gli amici. Allorché mi rendo conto 
di essere osservata, mi sforzo per scuotermi, disincantarmi – qualche volta non è facile, tornare a 
prima.
 A Princeton, quando ci si ritrova, si finisce quasi sempre a parlare di politica. Dopo 
l’elezione di George W. Bush, l’America è diventata una nazione politicizzata – e, dopo l’11 
settembre, una nazione divisa in modo virulento. È del tutto naturale che l’esistenza personale 
venga sommersa dalla vita pubblica, ma quanto sembra desolata e vuota, quanto spiritualmente 
depauperata, a coloro che ne sono emarginati.
 E così, la maggior parte delle volte, me ne torno a casa presto. Con Ray, invece, spesso 
stavamo fuori fino a tardi – eravamo tra gli ultimi a lasciare il gruppo. Adesso sono la prima 
persona ad andare via.
 Suppongo che, dopo aver lasciato la compagnia, i miei amici parlino di me.
 Spero che dicano: “Joyce se la sta cavando piuttosto bene, vero?”
 Spero che azzardino: “Non dobbiamo preoccuparci per Joyce.”
 Non sopporterei che commentassero: “Che aspetto stanco ha Joyce!”
 Oppure: “Avete visto com’è magra Joyce!”
 “Povera Joyce!”
 Molte volte, mentre guido la nostra macchina, scoppio a piangere senza nessuna ragione
precisa. Spesso è buio, e temo il mio ritorno alla casa (vuota e deserta) in cui, sulla tavola della sala 
da pranzo, troneggiano ancora alcuni “cesti di condoglianze” e un numero imprecisabile di petali 
appassiti – quando finiscono sotto i piedi, li guardi come se fossero piccole facce piene di lividi. 
Saranno accese solo una luce o due: non sarà tutto illuminato, come se fosse un’occasione festosa. Il
momento più difficile – orribile – è quando si gira la chiave nella toppa (a meno che la porta non sia
aperta, avendo dimenticato di chiuderla). Superato quello, di solito scivolo in camera senza andare 
nelle altre stanze: non posso evitare di passare accanto allo studio (buio, deserto) di Ray, dove vedo 
lampeggiare la lucetta rossa della segreteria telefonica – altri messaggi! Messaggi senza risposta! 
L’idea di affrontare quelle voci mi angoscia; sono talmente sfinita che mi risulta impossibile persino
pensare a tutte quelle cose.
 Ma in macchina, all’interno dell’abitacolo, si verifica una sorta di caduta libera in una 
terra di nessuno: una finestra spazio-temporale nella quale una persona non è né qui né lì, ma in 
transito. 
 Se mentre guido, ho gli occhi pieni di lacrime, quando arrivo a destinazione non piango 
più – sto bene.
 Le emozioni di una vedova sono paragonabili al cosiddetto “effetto lago” scatenato 
dalle grandi distese d’acqua circondate dalle terre. Prima ci sono un cielo terso e un sole splendido 
e, pochi momenti dopo, enormi nembi scuri si muovono in schiere come battaglioni armati; passano
alcuni minuti, e si scatenano tuoni e fulmini: le onde s’ingrossano... Pericolo... E così s’impara che
non si può prevedere il tempo dall’evidenza di un momento. S’impara a essere cauti. L’“effetto 
lago” è il mio tempo normale – il cui ritmo, però, risulta accelerato.
 Sì, all’improvviso sono diventata di indole triste. Sono diventata una di quelle figure 
malmostose/intristite/ferite/oblique/sinistre del teatro elisabettiano: un’osservatrice che guarda in 
tralice, non delle persone felici e sorridenti, non degli amici cui vuole bene, ma degli individui 
destinati a una qualche orribile, tragica fine: donne destinate a perdere i mariti nel volgere di 
brevissimo tempo; uomini che si ammaleranno, che invecchieranno, per scomparire nel giro di 
qualche anno. Sento una sorta di morboso terrore per i miei amici, che si sono mostrati sempre 
gentili con me: cosa succederà loro, un giorno?
 Di tutti i malmostosi, Amleto è il più eloquente.
 Come sembrano ammuffite, piatte
 E sterili le abitudini di questo mondo!...
 Questa è proprio la voce della paralisi, della depressione – ma, nello stato di zombie in 
cui vivo, mi sembra che offra una lettura assai acuta della condizione umana.
 Lo so, non si dovrebbe dire – si dovrebbe cercare di cambiare.
 Allorché le viene chiesto come sta, la vedova dovrebbe rispondere in modo vivace, 
come qualsiasi altra persona: “Come sto? Sto bene!”
 Arrivando a casa, è probabile che io riascolti l’ultimo messaggio di Ray – quello che ha 
lasciato telefonando dal letto d’ospedale, poche ore prima che morisse.
 Accade che talvolta chiami casa dal cellulare per ascoltare il messaggio di servizio con 
la voce di Ray: è qualcosa che mi conforta. Per molto tempo, i nostri amici sentiranno quelle parole,
quando telefonano.
 “In questo momento, né Joyce né io possiamo rispondere al telefono, ma se lasciate un 
messaggio e il vostro numero... sarete richiamati il più presto possibile. Grazie per la telefonata.” 
 
 31

 “Campane per la figlia di John Whiteside”
 A Detroit, a metà degli anni sessanta, quando Ray insegnava letteratura inglese alla 
Wayne State University, uno dei suoi corsi era intitolato “Introduzione alla letteratura”; e, tra i 
poemi assegnati agli studenti, c’era l’elegia intitolata “Campane per la figlia di John Whiteside” di 
John Crowe Ransom.
 Ray mi recitò questa breve e deliziosa lirica con la sua voce profonda sottilmente 
modulata e con un tale sentimento che, a rievocare il momento, i miei occhi si riempiono di lacrime.
Leggendola ora, dopo averla abbandonata per anni, mi rendo conto che è ancora impressa nella mia 
mente e mi sembra di ascoltarla dalla voce di mio marito.
 C’era una tale sveltezza nel suo piccolo corpo,
 Una tale levità nel piede che poggia,
 Che non stupisce se noi tutti incantasse
 L’attenzione sua assorta.
 Erano i versi preferiti di Ray? Quando lo incontrai per la prima volta a Madison, nel 
Wisconsin, Ray aveva l’abitudine di recitare un certo numero di liriche classiche – sonetti di 
Shakespeare, Donne e Milton (“Se considero quanto la mia vista si sia spenta”). Era anche un 
grande ammiratore di Whitman, Hopkins, Frost, Williams Carlos Williams e di altri poeti 
contemporanei, che avrebbe volentieri pubblicato sulla “Ontario Review”, ma nessun poema lo 
commuoveva così profondamente come “Campane per la figlia di John Whiteside”. La sua lettura 
ad alta voce di questa poesia si è impressa nella mia memoria – il mio giovane bel marito, la sua 
voce tremante per l’emozione, nella nostra abitazione di Sherbourne Road, nella stanza piccola sul 
fronte della casa, una sorta di veranda, dove molte sere sedevamo a leggere o a preparare le nostre 
lezioni per il giorno dopo.
 Come mi piacerebbe se mi ritornasse in mente quello che Ray e io ci dicevamo durante 
quelle serate normali e tranquille passate in quella piccola stanza, una delle poche camere 
confortevoli della nostra casa assai poco confortevole, dove avevamo l’abitudine di sedere insieme 
dopo cena, su un divano blu scuro rivolto verso la finestra.
 Fuori, c’erano il nostro piccolo prato, il marciapiedi, la strada e, di fronte, una casa dai 
mattoni marrone chiaro: anche tutto questo mi ritorna vivido nella memoria, sebbene non ci 
pensassi da decenni, e tanto meno l’avessi rivisto.
 Chissà che cosa ci intrigava, in quei giorni? So che parlavamo a lungo 
dell’insegnamento, dei corsi, dei colleghi e dei rispettivi incarichi scolastici, – Ray alla Wayne State
University, io alla University of Detroit –, ma di quelle parole ora non è rimasto niente. Ciò che era 
pressante, cruciale, persino preoccupante nelle nostre vite di allora è tutto sparito. Praticamente non 
ci è rimasto nessun amico di quel periodo. Davamo dei party, nella nostra grande casa di mattoni, in
stile coloniale: mi sembra quasi di rivedere il soggiorno con le pareti stranamente dipinte di un blu 
scuro, allegro ed echeggiante di risate, affollato di gente, i cui volti però ora sono confusi, indistinti.
 Alcune di quelle persone sono morte – come la mia amica più intima, deceduta 
prematuramente. Altre si sono trasferite chissà dove, o hanno cambiato vita – il nostro amico più 
caro, un gesuita, un mio collega assai stimato della University of Detroit, ha lasciato l’abito talare, 
si è sposato ed è andato a vivere in Texas... “Tom Porter ha abbandonato l’ordine! Mio Dio!”
 Passavamo molte serate in compagnia degli amici e dei colleghi di Detroit, eppure mi 
restano soltanto brandelli di ricordo di quelle riunioni. Proprio come di tutte le sere che Ray e io 
trascorrevamo fianco a fianco, dei pasti che preparavamo insieme, delle pulizie casalinghe fatte in 
coppia, delle comuni uscite per compere – sulla Livernois Avenue e al Northland Shopping Center 
– e delle innumerevoli volte che camminavamo uno accanto all’altra nel quartiere dove abitavamo o
nel vicino Palmer Park, tenendoci per mano. Di tutte queste cose, riesco a ricordarmi davvero poco.
 È qualcosa che mi terrorizza: una cospicua parte della nostra vita ormai perduta.
 Eppure, sono rimaste le “Campane per la figlia di John Whiteside”:
 C’era una tale sveltezza nel suo piccolo corpo,
 Una tale levità nel piede che poggia,
 Che non stupisce se noi tutti incantasse
 La sua attenzione assorta.
 Delle sue guerre sapevano le nostre alte finestre.
 Guardavamo tra gli alberi del frutteto e oltre,
 Dove lei combatteva contro la sua ombra,
 O svelta correva al laghetto.
 Le indolenti oche, come nuvole di neve,
 Grondavano i loro fiocchi bianchi sull’erba verde,
 Con finte e fermate, tarde e orgogliose,
 Gutturando in ochese, ahimè,
 Ché il cuore mai stanco della piccola
 Damina con la bacchetta le fa levare
 Dal loro sogno lunare e correr via,
 Alla maniera ochese, sotto la volta del cielo!
 Rintoccano ora le campane, e noi siamo pronti,
 In austera attesa dentro la casa, a chiederci
 Infastiditi che valesse quella sua attenzione assorta,
 Giacché è così ferma e compostamente giace.
 Ora John Crowe Ransom non occupa più un posto di rilievo nel canone poetico 
americano. Probabilmente, chiunque abbia meno di sessant’anni non ha mai sentito parlare delle 
“Campane per la figlia di John Whiteside”. Intellettuale assai ammirato durante la sua vita, Ransom 
ha esercitato una considerevole influenza sulle generazioni successive, ma è stato una vittima delle 
guerre culturali nel mondo accademico-letterario del ventesimo secolo – al pari di Delmore 
Schwartz, un poeta caucasico, e di Howard Nemerov, James Dickey e James Wright.
 Tutte vittime del tempo. 
 
 32

 Il nido
 Nella mia vita “postuma”, niente è più piacevole del ritirarsi nel nido!
 Anche morire qui – soprattutto morire qui – sarà piacevole, io credo.
 Questo “nido” – il nostro letto, in particolare dalla mia parte – è un guazzabuglio di 
cuscini, effetti letterecci, una trapuntina coi colori dell’arcobaleno fatta da mia madre, libri, bozze 
rilegate, manoscritti corretti, prove di stampa, schemi di cose cui sto lavorando – o tentando di farlo 
– ogni sera. E ora, nel mio nido, sto leggendo – rileggendo – tutto ciò che sono riuscita a trovare tra 
i lavori pubblicati di Ray.
 Quando eravamo vivi – quando Ray era vivo, più correttamente –, io non leggevo a 
letto, mai. Non avevo un “nido”, nel letto. Al massimo, avrei concepito di lavorarci, questo sì, 
anche se in modo impacciato e confusionario e non molto produttivo – è qualcosa di scusabile se 
una persona è malata, o non può muoversi. Le serate in casa, le passavamo in soggiorno, sul divano,
dove leggevamo, seduti alle estremità opposte: Ray correggeva dei manoscritti, o rileggeva delle 
bozze; io prendevo appunti per quello che stavo scrivendo, o mi prefiggevo di scrivere, allora – lo 
sforzo di Joyce Carol Oates per comporre qualcosa che travalicasse il caduco valore delle nostre 
vite disperatamente fugaci (a quel tempo, non sapevamo ancora quanto lo fossero davvero).
 Ora mi ritrovo a chiedermi se non abbia speso troppo tempo in quell’altro mondo – il 
mondo della fantasia, della mia immaginazione –, sottraendolo a mio marito.
 Questo nido, che mi attira come i mulinelli d’acqua che scompaiono nello scolo del 
lavandino, costituisce il sollievo dalla giornata, la via di fuga dai pensieri minacciosi, la mia 
ricompensa per essere riuscita ad arrivare a sera. È il posto dove io non sono Joyce Carol Oates – e 
ancor meno Joyce Carol Smith, il cui merito principale è stato quello di firmare numerosi 
documenti legali con un sorriso di circostanza stampato in volto come una maschera d’acciaio. Nel 
nido, c’è l’anonimato. Ci sono la pace, la solitudine, l’agio. Tutto è differente dal momento in cui ti 
chiedono “Come stai, Joyce?”, o ti domandano, come stanno cominciando a fare: “Ti stai 
occupando della casa, o non ci badi più di tanto?” Una domanda che mi fa fremere dalla rabbia e 
dall’indignazione, benché sia perfettamente ragionevole rivolgerla a una vedova, proprio come si 
potrebbe ragionevolmente chiedere a un malato terminale di cancro: “Hai sistemato il testamento? 
Ti sei riconciliato con il Creatore?”
 Nessuna voce arriva fino al nido. Tutt’intorno c’è un silenzio confortevole, che dà 
sicurezza – tranne, in qualche occasione, il sonoro della TV via cavo, sintonizzata su un canale di 
musica classica. Il nido è un’isola di luce calda nell’oscurità perché, di notte, il resto della casa è al 
buio. In un tardivo sforzo di risparmiare combustibile – non mi sono mai preoccupata di regolare il 
termostato della caldaia (un’incombenza delegata a Ray) e non ho mai badato alla chiusura delle 
porte e delle finestre –, mi sono imposta di spegnere il riscaldamento nelle ore notturne: sono sicura 
che mio marito approverebbe, ma adesso la casa è piuttosto gelida e invivibile.
 Non mi spoglio completamente. Sia perché ho molto freddo – a volte, batto i denti 
convulsamente, ma può essere la febbre, specialmente quando ho la pelle sudaticcia –, sia perché 
voglio sempre essere pronta a saltar fuori dal letto alla svelta e a uscire di casa in un battibaleno, se 
fosse richiesta la mia presenza altrove. Quando scorgo la creatura lucertolesca con i piccoli e morti 
occhi lucenti come gemme, risento quella voce che mai dimenticherò: “Signora Smith? Dovrebbe 
venire subito all’ospedale... Sì, suo marito è ancora vivo.” Così si spiega la mia scelta di indossare 
dei calzerotti caldi.
 Se è possibile che ti convochino inaspettatamente mentre sei a letto, è buona norma non 
coricarsi a piedi nudi.
 Si perdono minuti preziosi per infilarsi le calze. Quando si sta scivolando nella 
disperazione, niente è più orribile.
 E così, anche nel mio santuario-nido, la sera non riesco a togliermi i vestiti, e a infilarmi
quella che si chiama la camicia da notte – un indumento che ero abituata a indossare nella mia vita 
precedente.
 In effetti, a questo punto, a me sembra inopportuno, sconsiderato o frutto di ignoranza 
che una persona possa anche solo pensare di svestirsi, e di rendersi quindi vulnerabile – è come se 
una tartaruga abbandonasse il proprio carapace.
 “È ancora vivo? Mio marito è ancora vivo?”
 “Sì. Suo marito è ancora vivo.”
 Benché il nido sia molto confortevole e accogliente – benché, insomma, il nido sia 
diventato il centro (emozionale, intellettuale, spirituale) della vita della vedova –, va detto che esso 
non costituisce un rimedio per l’insonnia.
 Quando non riesco a dormire – vale a dire ogni sera, almeno fino a quando non prendo 
un sonnifero o una pastiglia di Lorazepam, “un farmaco per l’ansia” prescrittomi dal nostro medico 
di famiglia –, il nido è comunque un posto di grande conforto e consolazione e, anche se resto 
sveglia, lì non mi sento la persona disperata che sono stata tutto il giorno. Nella misura in cui riesco 
a concentrarmi, in qualche modo posso “mimare” il mio vecchio “io”, traendone una sorta di 
piacere (“piacere” è forse un’esagerazione), e così ritrovo la forza di rileggere le bozze di un libro 
che devo recensire fra poco, o di lavorare a un racconto abbandonato al momento del ricovero di 
Ray. Oltre a una miriade di appunti per un testo narrativo che non riuscirò mai a scrivere, ho un 
romanzo finito che devo rivedere, e presto comincerò a farlo: è un libro sul dolore, sul cordoglio, e 
si svolge in una mitica città fluviale nel settentrione dello stato di New York chiamata Sparta – 
l’opera avrà una collocazione importantissima nella mia vita, e potrebbe diventare addirittura una 
pietra angolare per la mia produzione futura, ma adesso non riesco neppure a prendere in 
considerazione l’idea di una rilettura, e tanto meno impegnarmi in una revisione.
 Che fragile vascello, la prosa narrativa! Quanto fuggevole e inconsistente è la “vita della 
mente”! Devo combattere contro un terribile letargo: quella disperazione, quel disprezzo di se stessi
che molti hanno sperimentato dopo la catastrofe dell’11 settembre, quando l’atto di scrivere era 
sembrato una cosa di scarsissima importanza, quasi una sorta di gioco.
 Le parole sono pressoché inutili, di fronte a una simile catastrofe...
 Eppure, lavorando intorno a piccole cose – recensioni, interventi, racconti –, la scrittura 
si impone come una specie di conforto. Immersa nel lavoro, direi che posso quasi dimenticare le 
circostanze della mia vita – quasi! –, e se a letto mi sento assalire dall’irrequietezza, lascio il nido 
per aggirarmi nello studio di Ray, la stanza accanto, o mi spingo fino al mio studio, che è oltre 
quello di Ray, e attacco a rispondere alle e-mail: un’attività piuttosto impegnativa per me, adesso, a 
differenza di quando c’era mio marito. In ogni caso, le mie escursioni notturne prevedono un ritorno
al nido nel giro di pochi minuti.
 L’eventualità di rimanere sveglia fuori dal nido è francamente terrificante.
 So che, se sono molto fortunata, il nostro gatto soriano Reynard comparirà 
all’improvviso in camera, balzerà sul letto, si acciambellerà per dormire esattamente accanto ai miei
piedi, ma dalla parte di Ray, e si appoggerà pesantemente contro le mie gambe, con un movimento 
solo in apparenza casuale – penso che nell’elaborazione mentale felina simili gesti non siano affatto
inconsapevoli. Se gli parlerò con voce assertiva – “Com’è bello il mio Reynard! Com’è bravo il mio
gatto!” –, o allungherò il braccio per accarezzare la sua pelliccia ruvida, magari si offenderà per 
quel gesto di confidenza e scatterà giù dal letto, rifugiandosi in qualche altra stanza della casa buia.
 Non riesco a ricordarmi quel giorno dell’estate di dieci o undici anni fa, quando Ray 
portò a casa Reynard, dopo averlo preso in un rifugio per animali locale: fu una grande sorpresa. 
Avevamo perduto il nostro anziano gatto che amavamo alla follia, e non pensavo di essere pronta ad
averne un altro così presto: ma quando mio marito arrivò a casa con quell’esserino tigrato, che 
miagolava pietosamente chiamando la madre, chiedendo cibo e affetto, il mio cuore si aprì 
all’improvviso.
 Amavo Ray anche per questi gesti impulsivi, apparentemente imprudenti, che col 
passare del tempo si rivelavano giusti.
 L’altro gatto, la femmina Cherie, più giovane, benché possa essere considerata quella 
meno scorbutica e meno ansiosa, si è sempre rifiutata di entrare nella camera da letto dopo la morte 
di Ray – so che non verrà, anche se la blandirò con parole dolci. Cherie non dormirà accanto o 
addosso a me, in questa vita da nido notturna, né varcherà la soglia dello studio di Ray in mia 
presenza, anche se in altri momenti è possibile che si acciambelli a dormire sulla sedia della 
scrivania di Ray: se lavoro – o mi sforzo di farlo – al tavolo del mio studio, si rifiuta ostinatamente 
di entrare. Soltanto se sono seduta sul divano del soggiorno – un’abitudine che mi impongo di 
preservare, visto che mio marito e io trascorrevamo qui le nostre serate di lettura –, allora Cherie 
viene volentieri da me, mi salta in grembo e si accuccia per alcuni inquieti minuti, finché si rende 
conto che l’individuo con il quale condividevo il sofà non c’è, e non sta per arrivare, ragion per cui 
balza a terra e si allontana quasi infastidita.
 I gatti mi biasimano, lo so: il rimprovero animale non è certo meno evidente per il fatto 
di essere senza voce, illogico. 
 Il nido è il mio conforto per tali crudeli e ridicole ripulse feline che, nell’orizzonte 
domestico radicalmente ridotto nel quale ora vivo, come se fossi uno sventurato personaggio 
umoristico abbandonato su un’isola che rimpicciolisce sempre più, si profilano minacciose e hanno 
il potere di ferire.
 È assurdo sentirsi feriti dal capriccioso comportamento di un animale. E ancora più 
assurdo è sentirsi rimpiccioliti – cioè, ridotti a uno stato inferiore a quello umano – in seguito alla 
presa di coscienza dell’atteggiamento di un gatto.
 È una situazione che caratterizza la vita di una vedova, dove tutte le cose sono profonde,
vane, futili e senza scopo, nel contempo.
 Così come tutti gli atti e tutte le azioni – le “attività” – rappresentano per la vedova 
un’alternativa al suicidio e, di conseguenza, hanno un significato più o meno identico.
 Ma, ovviamente, una vedova non può fare una simile affermazione. È preferibile che si 
mostri reticente, silenziosa, stoica, chiusa nel proprio dolore. È molto meglio se si nasconde nel 
proprio nido, anziché avventurarsi nel luminoso mondo popolato che si trova al di là della soglia.
 Durante la settimana di andirivieni all’ospedale, a notte fonda, rintanata nel nido, spesso
mi ritrovavo a guardare compulsivamente la televisione, come incantata – concentrarmi sulla lettura
o sul lavoro richiedeva uno sforzo che mi sembrava sovrumano, e così passavo continuamente da un
canale all’altro, giacché l’insonnia ci rende esploratori dei più bizzarri paesaggi. Ero affascinata e 
inorridita in egual misura dalla riproposizione di X-Files, una serie televisiva che Ray e io non 
avevamo mai visto durante la programmazione originaria: in un episodio, gli intrepidi agenti 
dell’FBI danno la caccia a un uomo il cui bacio trasforma le donne in decomposti cadaveri 
fosforescenti – le vittime appaiono così repellenti che persino i poliziotti federali restano sbalorditi e
nauseati: ecco un’allegoria di contaminazione sessuale degna di Nathaniel Hawthorne, benché 
rappresentata con una certa crudeltà e con uno smaccato sensazionalismo. Ho scoperto presto che 
guardare la TV nelle ore notturne è come pescare nelle profondità sconosciute dell’oceano – un 
torbido Mar dei Sargassi di melodrammi ad altissima tensione, pieno di spari, inseguimenti 
automobilistici, perlustrazioni con elicotteri, incessanti notizie CNN e FOX, a testimonianza del 
sostrato collettivo della nostra cultura e della banalità dei nostri feticci. Che splendido silenzio 
quando si spegne il televisore e si ascolta il vento, o la pioggia che batte contro la finestra.
 Poco dopo la morte di Ray, c’è stato un momento, intorno alle quattro del mattino, in 
cui stranamente un canale mandava in onda una replica dello storico talk-show a premi What’s My 
Line?: e allora le figure fantasmatiche di Steve Allen, Dorothy Killgallen, Arlene Francis, Bennet 
Cerf e John Daly (i protagonisti delle trasmissioni precedenti all’avvento della TV a colori) 
tornavano a riempire i miei occhi, di nuovo vivide, vere, familiari, simili a parenti ritrovati dopo 
lungo tempo. Si pensa che questo programma, realizzato con una tecnologia assai povera e 
trasmesso dal 1950 al 1967, sia stato il gioco più popolare nella storia della televisione: è stata una 
delle trasmissioni che io ho guardato per anni insieme al mio fratello minore Fred e a mia madre su 
un piccolo televisore in bianco e nero, sistemato al primo piano dell’ala della vecchia fattoria in cui 
vivevamo con il patrigno e la matrigna ungheresi della mamma, nella rurale Millersport, nello stato 
di New York. Eravamo davvero stupefatti e divertiti dalle risposte spiritose e pronte dei concorrenti 
e dalle battute del conduttore John Daly, affabile e distaccato nel contempo! Peccato che non ricordi
una sola parola dei nostri commenti. 
 Perché si dimenticano così tante cose? Si perdono innumerevoli tracce del linguaggio 
parlato. Si dice che i ricordi lontani siano immagazzinati nel cervello in modo molto più sicuro di 
quelli recenti, ma risultino assai poco accessibili alla nostra coscienza: e allora a cosa serve questo 
stoccaggio? La nostra memoria auditiva è debole, inaffidabile. Tutti abbiamo sentito degli amici 
ripetere frammenti di conversazioni passate in modo alquanto inesatto – seppure carico di simpatia: 
non si perde solo il linguaggio, ma anche l’intonazione, l’enfasi, il significato.
 Una delle mie perdite di ricordi si origina dal fatto piuttosto insolito che Ray e io non 
abbiamo avuto una qualsivoglia corrispondenza in nessun periodo. Non ci siamo mai scritti, perché 
di rado siamo stati lontani l’uno dall’altra per più di una notte – e, per i primi quindici anni di 
matrimonio, nemmeno per una notte sola.
 Non abbiamo vissuto un periodo di “corteggiamento” – nessun interludio che ci avesse 
trovato distanti o che avesse richiesto la scrittura di una lettera o di un biglietto. Dalla sera in cui ci 
siamo conosciuti – domenica 23 ottobre 1960, durante una delle grandi riunioni di specializzandi 
alla University of Wisconsin, i cui edifici si affacciano sul lago Mendota –, ci siamo visti 
praticamente ogni giorno.
 Il 23 novembre di quello stesso anno eravamo già fidanzati, e il 23 gennaio 1961 ci 
sposavamo – abbiamo sempre avuto le idee chiare sui nostri sentimenti.
 Fu solo anni più tardi, quando come JCO venni invitata a tenere lezioni e conferenze in 
varie scuole e università, che cominciai a star lontana da casa una o più notti. In principio, Ray mi 
accompagnava; poi, quando le mie trasferte diventarono più numerose, iniziai a viaggiare da sola. 
Negli ultimi anni, le mie assenze sono state molto più frequenti.
 Alla vigilia della malattia di Ray, ero andata alla University of California di Riverside.
 Naturalmente, mi è accaduto di pensare che, se fossi rimasta a casa, mio marito forse 
non si sarebbe ammalato, prendendosi un terribile raffreddore – un malanno del tutto innocuo, 
all’apparenza! Qualsiasi cosa abbia fatto, penso che non sarei riuscita a impedirgliela. ‘Stai 
diventando ridicola. Le tue sono soltanto fisime!’ È difficile non sentirsi in colpa per la morte del 
proprio marito, per la disperazione di non aver saputo proteggerlo, tuttavia...
 ‘E comunque, Ray non voleva andare al pronto soccorso. Tu hai insistito. Forse sarebbe 
stato meglio per lui se fosse rimasto a casa, senza cure ospedaliere.’
 Quand’ero via, chiamavo Ray la sera tardi. Dopo la conferenza, dopo la cena in mio 
“onore”: i miei ospiti, appartenenti quasi sempre al mondo accademico, erano gentili, interessanti, 
simpatici e... accondiscendenti. Telefonavo a Ray e gli raccontavo com’erano andate la conferenza 
e la cena; e lui mi diceva cosa aveva fatto durante la giornata – era quello che mi interessava di più 
– e le novità riguardo alla casa e alla nostra vita in comune.
 ‘Hai perduto tutto questo: la felicità della vita domestica, senza la quale i piccoli – o 
grandi – trionfi di una «carriera» sbiadiscono, e sembra quasi che si trasformino in beffe.’
 Ma no, è sbagliato! Nel nido, rannicchiata sotto la coperta di mia madre, mentre ascolto 
un preludio di Chopin su un canale televisivo che trasmette musica classica, mi dico che devo 
sentirmi al riparo da simili pensieri. 
 È la notte del 26 febbraio – o meglio la mattina del 27, poiché sono le due e quaranta 
minuti – ed è passata una settimana esatta dalla morte di Ray. Ieri sera ho cenato con alcuni amici. 
Per me, è impensabile fare una vera “cena” da sola in questa casa, o anche altrove; invece, in 
compagnia di persone care, non solo un pasto è possibile, ma anche meraviglioso – se si eccettua il 
fatto che mio marito non c’è... Ho portato nel nido alcune pubblicazioni di Ray, e sto leggendo un 
breve saggio, apparso nella “Bucknell Review” nel 1968, sulla famosa poesia di Coleridge 
“Christabel” – un “poema enigmatico”, lo definisce Ray –, il cui titolo completo è “Christabel e 
Geraldine: Le nozze della Vita e della Morte”. È stupefacente scoprire in questo scritto le 
innumerevoli cose che collegano i nostri interessi – per esempio, l’attrazione verso le ballate 
popolari inglesi e scozzesi. A un certo punto, Ray cita questa straordinaria strofa tratta da un poema 
di Richard Crashaw:
 Lei non si preoccupò mai di sapere
 Cos’avesse a che fare l’amore con la morte;
 Né si sforzò mai di capire
 Perché per provare amore, dovesse versare sangue.
 Come sono potenti questi versi, come mi ritornano vividi, quasi fossero un sogno 
richiamato alla memoria! Il poema di Crashaw mi aveva catturato e impressionato enormemente, al 
punto che mi ero impadronita del secondo verso per utilizzarlo come titolo di un racconto: 
“Cos’avesse a che fare l’amore con la morte” – una storia d’amore piuttosto aspra del 1966.
 (Dovrei rileggere quel vecchio racconto, che è stato recentemente ristampato 
nell’antologia Upon the Sweeping Flood, nella sezione dedicata ai miei lavori. Sì, dovrei proprio 
rileggerlo per recuperare quel periodo, quelle emozioni. Ma non posso. Nel nido, mi sento snervata, 
paralizzata. Semplicemente, non ce la faccio.)
 Leggendo il breve saggio critico di Ray scritto tanto tempo fa, capisco quanto eravamo 
vicini... Già allora, avevamo condiviso ogni dettaglio del nostro lavoro di insegnanti – i corsi, i 
colleghi, gli alti e i bassi, e le sorprese della vita –, avevamo discusso del poema di Coleridge, e io 
avevo letto le prime stesure del lavoro di Ray: le nostre vite erano strettamente intrecciate, come i 
sentimenti conflittuali di amore/odio, bellezza/bruttezza che serpeggiano ovunque nel malioso 
poema di Coleridge.
 Sono portata a pensare – e non è la prima volta – che nella scrittura ho scelto di 
lanciarmi in avanti, a viso aperto, in modo avventato e forse impavido, verso il mio futuro: un 
futuro ora caratterizzato da una perdita assoluta, totale, angosciante. Benché, fin dall’adolescenza, 
forse abbia manifestato una sorta di precocità intellettuale/letteraria, non avevo vissuto molte cose: 
ebbene, le esperienze mancanti le ho vissute soltanto oltre la mezza età, con le malattie e la morte 
dei miei genitori, e ora con la tragica e inattesa scomparsa di mio marito. “Giochiamo a gemme 
false / finché, qualificati, per la perla...” dice Emily Dickinson. Il giocare a gemme false appartiene
alla prima parte della nostra esistenza. Poi, con la violenza di una porta sbattuta da una folata di 
vento che attraversa la casa, la vita ci scova.
 Nel 1966, avevo ventotto anni. Non avevo sofferto alcuna perdita importante – neanche 
una! Non avevo alcuna reale conoscenza – neppure lontana, simile a un fioco baluginio – di ciò che 
Crashaw intendesse dire con “Cos’avesse a che fare l’amore con la morte... Perché per provare 
amore, dovesse versare sangue”.
 Quando ci siamo incontrati la prima volta, in un periodo della mia esistenza in cui ero 
molto sola e molto trepidante per il futuro – il mio futuro di studentessa specializzanda in un 
prestigioso dipartimento di letteratura inglese –, Ray entrò nella mia vita come un uomo “più 
vecchio” di me (di otto anni, per la precisione), che frequentava l’ultimo anno a Madison e stava 
terminando la stesura di un’ambiziosa dissertazione su Jonathan Swift per il Ph.D., nella speranza di
ottenere il suo primo incarico accademico. Per usare il gergo degli universitari della facoltà di 
letteratura inglese, Ray era un “uomo del diciottesimo secolo”. A me era subito sembrato 
meravigliosamente equilibrato, informato, sorprendentemente esperto nei campi che io avevo 
appena cominciato ad approfondire: l’Old English, Chaucer, il dramma prerinascimentale e 
rinascimentale, escluso Shakespeare. Anche se si mostrava molto gentile e paziente per la mia 
ingenuità nella maggior parte delle questioni, sfoggiava uno humour marcatamente allusivo, 
sardonico e satirico – i suoi idoli letterari erano Jonathan Swift, il grande maestro 
dell’“indignazione selvaggia”; il brillante poeta satirico Alexander Pope, di cui Ray conosceva a 
memoria interi passi del capolavoro “Il ricciolo rapito”; il leggendario Samuel Johnson, ma non per 
la sua opera in qualche modo didattica, bensì per l’aura della sua figura che emerge dalla grande 
biografia di Boswell; il William Congreve di Così va il mondo, e il Richard Sheridan della Scuola 
della maldicenza, due commedie argute che adorava. L’unico saggio critico ponderoso – occupa un 
intero volume – che Ray ha scritto è Charles Churchill (1977), cui aveva cominciato a lavorare con 
entusiasmo (Churchill non è Swift, tuttavia è un fantastico satirista, oltre che un ottimo soggetto per 
uno studioso): quello stato di grazia scemò velocemente, allorché i suoi pensieri si concentrarono 
sulla fondazione del periodico letterario “Ontario Review”, nel 1974. Al tempo in cui terminò il 
lavoro su Churchill, Ray era arrivato a provare una totale avversione nei confronti dell’oggetto delle
sue ricerche: è qualcosa che accade piuttosto spesso a molti di coloro che intraprendono studi 
approfonditi su figure letterarie, scritti dove l’elemento critico deve obbligatoriamente tener conto 
dei materiali biografici – alla fine, Ray si convinse che trasformare un autore satirico-politico in una
figura di una certa profondità e interesse intellettuale era una sfida improponibile. A poco a poco, 
gli interessi di Ray passarono dal diciottesimo al ventesimo secolo, in particolar modo alle sue 
esperienze poetiche: infatti, nel prosieguo della sua attività di saggista, scrisse una serie di acuti e 
penetranti testi sulle opere di H.D. [Hilda Doolittle], Pablo Neruda, Richard Eberhart, Howard 
Nemerov, Ted Hughes, James Dickey e William Heyen (in seguito, avrebbe pubblicato alcuni suoi 
lavori sulla “Ontario Review”).
 Ray apprezzava enormemente il lavoro poetico di Howard Nemerov. È davvero 
elettrizzante leggere questi suoi versi come chiusa del saggio di Ray su di lui, apparso in un numero
della “Southern Review” nel 1974 – sono versi impressi indelebilmente nella mia memoria:
 Oh rondini, rondini, non è questione
 Di poemi. Il punto, sia chiaro, è ritrovare
 Il mondo dove sia la bellezza
 A ornare le cose intelligibili, perché
 Fu l’occhio della mente a illuminare il sole. 
 “Le rondini blu”
 Ora, in questa condizione postuma, ritrovare il mondo mi sembra assai improbabile.
 Nel nido, leggendo – (ri)leggendo – questo materiale, comincio a tremare 
violentemente, benché io non creda – ne sono sicura – che ciò sia dovuto all’infelicità. Ho 
l’impressione che non riuscirò a smettere di tremare: devo andare in bagno e far scorrere dell’acqua 
calda sulle mie mani, che sono diventate di ghiaccio. Il tremore non si placa, i miei denti battono 
forte. È qualcosa di davvero strano! Tutto è iniziato mentre ero completamente assorta nelle critiche
letterarie di mio marito, totalmente dimentica del fatto che aveva scritto alcune recensioni per 
“Literature and Psychology”, e si era ripromesso di pubblicare un breve saggio su Delitto e castigo 
di Dostevskij – negli anni settanta, entrambi avevamo tenuto delle lezioni su quel romanzo.
 Sul tavolino accanto al letto, dalla mia parte, c’è il manoscritto del romanzo di Ray, al 
quale aveva lavorato molto negli anni sessanta, ma senza portarlo a termine. Non riesco a ricordare i
suoi ultimi interventi sul testo – per qualche ragione, magari, non me li aveva neppure mostrati. 
Credo che intendesse rivedere l’intero lavoro; poi l’aveva accantonato. Anche se sono smaniosa di 
leggere questo romanzo trovato nel suo armadio, un lavoro rimasto intoccato per anni, comincio ad 
avvertire una certa apprensione. Mi domando se Ray avrebbe avuto da ridire sul fatto che ho preso 
il manoscritto per leggerlo, visto che è un testo incompiuto: non credo che, da quando ci siamo 
trasferiti a Princeton, nel 1978, lui l’abbia preso in mano; inoltre, era molto tempo che non ne 
parlava più. Guardo la prima pagina: vi campeggia il titolo, Messa nera. Il manoscritto ha un 
aspetto vecchio, sgualcito, proprio come accade a un fascio di fogli nascosto sul fondo di un 
armadio, dimenticato per decenni. Di colpo, mi sento molto triste.
 ‘Ho commesso un errore.’
 ‘Il fatto è che non te la senti di leggerlo.’
 ‘Tuo marito ti ha nascosto determinate cose per un motivo preciso.’
 ‘E comunque lui non c’è più, e non ritornerà.’
 ‘Puoi scegliere di mostrarti «coraggiosa», «intraprendente»... Puoi consolarti 
(ri)leggendo i suoi scritti – o sforzandoti di farlo –, ma sappi che lui non tornerà: Ray non c’è più e 
non ritornerà.’
 È un’assurda condizione della vedovanza: simili epifanie arrivano in strani e 
imprevedibili momenti, e tuttavia vengono dimenticate subito. Perché, nel mondo postumo della 
Vedova, alligna un tipo di tempo molto primitivo: ciò che è accaduto – irrimediabilmente accaduto 
–, in qualche modo non è ancora avvenuto. Se la Vedova non può fare a meno di volgersi indietro, 
accade anche che certe epifanie devastanti si cancellino da sole.
 
 33
 
 Stanze fantasma
 Stanze fantasma! Una dopo l’altra, stanno prendendosi tutta la casa.
 Non dipende dalla mia volontà: è qualcosa che le stanze di questa casa vogliono.
 Durante le veglie all’ospedale – che, malgrado l’ansietà intrinseca, sono state 
speranzose –, le stanze della casa restavano illuminate in previsione del ritorno. Le luci all’esterno 
rimanevano accese – stravagantemente, incurantemente – per l’intera giornata. Dentro, si 
percepivano l’aroma di limone del prodotto per lucidare i mobili, l’odore di Windex, la fragranza 
profumata delle candele sul tavolo della sala da pranzo, estratte da poco dagli involucri di 
cellophane. ‘Vorrei preparare uno dei piatti preferiti da Ray: salmone scozzese alla griglia, con 
funghi, pomodori, finocchio e aneto. Avrà voglia di qualcosa di buono, qualcosa che gli faccia 
dimenticare il cibo dell’ospedale. Ma... probabilmente sarà stanco, e vorrà andare a letto presto.’
 Ora quasi tutte le stanze restano sempre al buio. Alcune, per me, sono off-limits: non 
oso entrarci, e neppure lanciare un’occhiata all’interno.
 ‘Ma dov’è Ray? In quale stanza si trova mio marito?’
 Le luci dell’esterno non le accendo più. A questo punto, non voglio essere né 
stravagante né spendacciona. Oltretutto, se dovessero bruciarsi le lampadine, come farei a 
sostituirle?
 Una dopo l’altra, le luci si sono spente.
 Persino il nido talvolta mi respinge, e allora non ho nessun posto dove nascondermi.
 La veglia continua, benché sia priva di ogni speranza.
 Non ho avuto il coraggio di leggere il romanzo di Ray: per il momento, l’ho riposto 
accuratamente.
 Il basilisco, che conosce il mio cuore più intimamente di quanto l’abbia mai conosciuto 
Ray, comprende la mia apprensione. È lui a conferirmi questa saggezza.
 “Se avesse voluto che tu lo leggessi, ti avrebbe dato il dattiloscritto: lo sai 
perfettamente!”
 Alcune volte aggiunge: “Ovviamente è una tua mancanza. Avresti dovuto offrirti di 
leggere il manoscritto; inoltre, avresti potuto anche essergli d’aiuto, magari. Ma ormai è troppo 
tardi: lo sai perfettamente.”
 Ora che è scemato il subbuglio delle tasse di successione, l’assedio sta prendendo altre 
forme. Accade la stessa cosa per i batteri virulenti, che mutano per garantirsi la sopravvivenza.
 Una dopo l’altra, le zone della casa stanno diventando spettrali, senza vita. È accaduto 
anche al soggiorno, che era così accogliente – il divano, il pianoforte bianco, il tappeto cinese rosa 
intenso che Ray e io avevamo scelto per quello spazio vuoto, quando siamo venuti ad abitare a 
Princeton. Sul tavolino col piano di marmo, acquistato insieme in un negozio di mobili a Detroit, 
nel 1965, ci sono – proprio di fronte al posto che mio marito occupava sul divano – i libri di Ray 
che ho riportato a casa dall’ospedale: Infidel, The Great Unraveling, Your Government Failed You e
alcuni numeri arretrati della “New York Review of Books” e del “New Yorker”.
 Alla fine, ho tolto le pile di manoscritti proposti per la pubblicazione sulla “Ontario 
Review”. E una gran quantità di penne e graffette che Ray aveva accumulato lì.
 (Tra i cuscini del divano – e sotto di esso –, ho recuperato altre penne e graffette! Se, in 
passato, talvolta mi veniva da ridere quando le raccoglievo e le mostravo a Ray, ora il fatto di 
trovarle diventa una cosa deprimente, uno scherzo stupido e cattivo.)
 Oltre al soggiorno, anche la veranda dove Ray e io mangiavamo a mezzogiorno – salvo 
nella stagione calda, quando pranzavamo in terrazza – è diventata una stanza fantasma. Questo 
spazio invetriato, con un tavolo rotondo dal ripiano di cristallo, le sedie di vimini e il pavimento di 
mattoni rossi, che bizzarramente sembra attirare anche d’inverno i ragni e gli insetti preda dei 
medesimi, è una stanza fantasma piuttosto improbabile, giacché è inondata di luce anche nelle 
giornate con il cielo coperto – comunque, in qualche modo, lo è diventata.
 Non entrerò nella veranda per mesi, neppure per togliere le ragnatele. Eviterò anche di 
guardarci dentro. Mi si spezza il cuore a vedere il tavolo dal ripiano di cristallo con le tovagliette di 
panno beige chiaro, perfettamente sistemate.
 Naturalmente l’ala più lontana dell’abitazione, che avevamo allestito con grande 
entusiasmo per il soggiorno dei miei genitori, è diventata anch’essa una regione fantasma. È una 
zona che ritengo esclusa dal resto della casa – ho persino chiuso il riscaldamento –, e mi capita di 
non andarci anche per giorni. È stato lì che Ray, seduto al lungo tavolo Parsons bianco, ha 
consumato – o ha cercato di farlo – la sua ultima colazione a casa, quel mattino. Lì ha letto – o ha 
cercato di leggere – il “New York Times” per l’ultima volta tra le mura domestiche.
 In casa, non era raro che stessimo anche per ore senza scambiare una parola, o senza che
avvertissimo la necessità di farlo.
 Perché il fatto di non aver bisogno di parlare rappresenta l’intimità più compiuta e 
mirabile.
 Adesso non oso guardare il cortile attraverso la vetrata che corre lungo un’intera parete. 
Credo che sarei terrorizzata nello scoprire che lì non c’è nessuno. E il mio terrore aumenterebbe, se 
mi vedessi riflessa sul vetro: nella casa è abbastanza facile scorgere la propria immagine nei vetri 
delle finestre – da questi riflessi scaturisce una sorta di vertigine, come il violento lampo di luce che
prelude all’emicrania.
 Anche gli specchi sono diventati off-limits, dei tabù. Come se dalle loro superfici 
potessero uscire dei fumi tossici – si deve prestare attenzione, e non avvicinarsi troppo.
 Naturalmente, si deve evitare di gettare un’occhiata noncurante verso qualsiasi 
specchio!
 La rosa nana, per la quale avevo nutrito qualche speranza, è resistita per alcuni giorni; 
poi è appassita ed è morta – insieme al muschio (non commestibile). Sul tavolo della sala da pranzo 
ci sono mucchietti di posta – per la maggior parte, lettere chiuse – e un tozzo vaso di ceramica color
perla, ornato di nastri di satin bianco lucido con la scritta COMFORT COMFORT COMFORT 
COMFORT, che io continuo a guardare fissa, come ipnotizzata.
 Che sono queste cose? Nell’universo non c’è nient’altro eccetto queste cose?
 Fra un giorno o due – abbastanza presto, comunque –, comincerò a ringraziare le 
persone che mi hanno fatto le condoglianze. Finalmente mi sono decisa!
 Ma ho l’impressione di aver perso molti dei biglietti che accompagnavano i “cesti di 
condoglianze”.
 E ho anche la sensazione di non essere in grado di costringermi a leggere quelle missive
e lettere, che ho ficcato nel borsone verde riposto in studio.
 È forse previsto che la vedova, non solo scriva biglietti di ringraziamento per i doni 
ricevuti, ma risponda anche alle lettere di condoglianze e partecipazione al lutto? Alla prospettiva di
una simile incombenza, il mio cuore sprofonda. Che crudele consuetudine!
 Tuttavia nutro la speranza di diventare una vedova coscienziosa. Sì, spero di essere una 
buona vedova. Una conoscente di Princeton che ha perso il marito l’anno scorso – una donna molto 
simpatica, che tutti rispettano grandemente – mi ha detto di aver dovuto fare appello a tutta la 
propria diligenza per rispondere ai biglietti di condoglianze, ma di aver provato una grande 
consolazione in quella pratica. È una cosa che avrei dovuto fare anch’io. Dovevo sentirmi 
gratificata.
 Diversamente da questa coscienziosa vedova di Princeton, a me non mancano le cose da
fare: anzi, mi manca il tempo per farle tutte, oltre all’energia che mi servirebbe per affrontarle con 
successo. Mi manca qualcosa di essenziale nella mia anima – ‘Non voglio essere vedova! Non io’.
 Da bambina, non volevo giocare con le bambole. E così spezzavo il cuore a mia nonna: 
fu una tragedia quando, con un gesto sdegnato, regalai una costosa bambola ricevuta per il mio 
compleanno a una ragazzina che abitava vicino a noi: “Non voglio essere una bambina scema! Non 
io.”
 Adesso, però, sono diventata grande/vecchia. Ci si aspetta molto di più da una persona 
adulta – di sicuro, dalla vedova di un uomo stimato. Benché io mi senta riconoscente per le 
attenzioni ricevute, è probabile che continuerò a lasciare le varie missive nel borsone verde, 
proponendomi vagamente di leggerle in futuro: ‘Le leggerò poi. E risponderò senz’altro. Appena mi
sentirò più forte.’
 È un’affermazione che potrebbe valere per un bel po’ di tempo. Mesi, anni.
 Alla fine, porto il borsone verde nello studio di Ray. Ero arrivata al punto in cui il mio 
sguardo evitava accuratamente l’angolo dove l’avevo riposto.
 La notte nella quale ero tornata dall’ospedale con gli “effetti personali” di Ray, avevo 
ficcato gli articoli da toeletta nell’armadietto dei medicinali e nel mobile del lavandino. Allo stesso 
modo, avevo messo gli indumenti nel suo armadio o nel cesto delle cose da lavare (la sua biancheria
molto poco sporca). Dopo aver fatto il bucato, ho sistemato nel cassettone le calze, le magliette e 
una camicia. 
 Adesso tutti i suoi abiti sono a posto: non ho gettato alcun capo di abbigliamento. Mi 
sono comportata in maniera analoga per quanto riguarda la posta, i giornali, gli estratti dei conti 
correnti ecc.: è tutto in bell’ordine sulla sua scrivania o sul pavimento del suo studio.
 Penso che i vestiti di Ray siano davvero belli: un giaccone di cammello, che è ancora 
nel sacco di cellophane della tintoria; una giacca di soffice lana color grigio scuro; camicie eleganti,
fresche di lavanderia; una maglia a grosse righe azzurre, che è tra le mie preferite; e cravatte, 
tantissime! Ce ne sono alcune tremendamente vecchie, strettissime. Andavano di moda negli anni 
settanta? Quella che preferisco è di seta stampata con un particolare dell’“Arazzo dell’Unicorno”: 
l’avevamo comprata insieme al Cloisters, in un vertiginoso giorno di primavera, dopo essere 
sgusciati via da un’interminabile cerimonia all’American Academy of Arts and Letters, a 
Manhattan, nell’Upper West Side.
 “È davvero una gioia esserne uscito vivo!”: ricordando la scena, spesso la associavamo 
a queste parole, tratte da una canzone di Bob Dylan, “Day of the Locust”, incidentalmente 
ambientata a Princeton.
 Stamane, quando ho avvertito il desiderio di riprendere in mano il manoscritto di Messa
nera – il romanzo incompiuto di Ray –, il mio cuore ha cominciato a battere in modo strano, e 
allora ho desistito.
 Penso che ci sia qualche segreto nella vita di Ray – ma forse la parola “segreto” è 
troppo forte. Eventi e cose di cui non gli è importato di parlare e che, dopo i primi mesi di 
frequentazione, durante i quali ci siamo raccontati le rispettive vicende famigliari – credo che 
accada sempre all’inizio di un rapporto, per conoscersi meglio –, probabilmente sono finiti in una 
sorta di “area tabù”, al riparo delle nostre investigazioni.
 L’altra sera, mentre ero a casa della mia amica poetessa Alicia Ostriker, a un certo 
punto lei mi ha detto, con voce tranquilla: “Non so neppure immaginare cosa voglia dire essere al 
tuo posto.” Al che, le ho risposto: “Neppure io.”
 Gli inviti degli amici sono meravigliosi. Penso che mi ospitino anche per tenermi 
d’occhio: credo che si preoccupino per me e ne parlino tra loro. È qualcosa che mi commuove, ma 
che mi rende ansiosa: non posso mostrarmi scostante nei loro confronti. Di certo, accetto i loro 
inviti anche perché nelle loro case non ci sono stanze fantasma. Apprezzo il modo spontaneo con 
cui parlano, sorridono, ridono, si spostano tra i vari ambienti come se nulla li minacciasse – sono 
convinta che nelle loro vite non esiste alcun “Perché?”.
 Quando mi addormento in preda alla tristezza, il mio risveglio è particolarmente 
difficoltoso e devo fare un enorme sforzo per lasciare il nido, mentre nella mia testa martella il 
solito “Perché?”.
 Sprofondo nella confusione se penso perché c’è vita e non cessazione di vita. Non so 
spiegarmi il primissimo sforzo per confermarsi nella vita – quello degli organismi unicellulari che, 
in una sorta di magmatico brodo chimico, milioni di anni prima della comparsa dell’uomo, hanno 
lottato per prevalere, resistere e continuare, fino a trionfare attraverso la riproduzione. Perché?
 Ogni tanto, quando avverto la necessità di fare del movimento, passo l’aspirapolvere 
nelle stanze. Sono sempre contenta quando passo l’aspirapolvere: il suo rumore sordo e monotono 
soverchia il chiasso che echeggia nella mia testa, e la sensazione di improvvisa morbidezza di un 
tappeto mi trasmette una profonda calma spirituale, quasi una benedizione.
 Be’, forse non può affatto dirsi una benedizione.
 Stanze fantasma! Ma ci sono anche azioni fantasma.
 Per esempio, non riesco più a “preparare” dei pasti decenti. Ormai so mangiare soltanto 
cibi elementari approntati sul piano di lavoro della cucina: cucchiaiate di yogurt in una scodella; 
pezzi di un frutto in procinto di marcire; una manciata di cereali stantii; una zuppa di pollo 
Campbell con riso integrale; e quei cracker svedesi di segale che piacevano tanto a Ray – questi 
ultimi due alimenti, solo la sera.
 La prospettiva di sedermi al tavolo della sala da pranzo per un pasto regolare – 
mezzogiorno o sera – mi repelle. Consumo tutti i “pasti” alla mia scrivania, lavorando o scrivendo 
delle e-mail, oppure in camera, mentre guardo la TV, leggo o cerco di prendere appunti.
 Quando si vive da soli, mettersi a tavola per mangiare è una presa in giro, una forma di 
disprezzo verso se stessi. Perché il pasto è un rito sociale, altrimenti è solo un piatto riempito di 
cibo.
 Quando Ray era solo, durante i miei viaggi, approfittava della mia assenza per 
pasteggiare con una pizza. Lo chiamavo e gli chiedevo se avesse gustato la sua cena, e lui mi 
rispondeva, con il tono di chi fa spallucce: “Be’, andava benissimo.” Al che, io gli domandavo cosa 
non gli fosse piaciuto, e Ray replicava con le parole: “Era una pizza troppo grande per una persona 
sola.” Io: “Non eri obbligato a mangiarla tutta, non credi?” Lui: “Invece sì. L’ho mangiata tutta.”
 Ancor meglio dei pasti preparati in fretta nelle scodelle sono i succhi di frutta Odwalla. 
Una megaconfezione – dodici bottiglie almeno – mi è stata recapitata un giorno o due dopo la morte
di Ray da un’amica scrittrice. “Devi mangiare, Joyce,” mi aveva detto, “e siccome non vuoi farlo, 
almeno bevi questi.”
 La forma delle bottiglie consente di nutrirsi mentre si sta guidando. Il cimento di 
mangiare in solitudine risulta mitigato se si subordina l’azione dell’alimentarsi a un’altra attività – 
come guidare la macchina, per esempio.
 Riguardo agli amici e ai conoscenti che vivono da soli, spesso ho notato che, mentre 
parlano al telefono con te, sembra che stiano mangiando. Pensavo che fosse una cosa casuale, che la
persona all’altro capo del filo fosse vittima di una turba nervosa che la obbligava a mangiucchiare 
continuamente, per cui non smetteva nemmeno durante una telefonata; adesso, però, sono convinta 
che il motivo è differente: mangiare da soli è terribile, per cui bisogna subordinare l’azione a 
qualcos’altro – parlare al telefono, per esempio.
 Se non sto attenta, o sono distratta, tendo a commettere sempre un errore: gettare uno 
sguardo dentro una stanza fantasma senza prepararmi. E così mi accade di restare stupefatta, 
allorché scorgo – nell’area del divano solitamente occupata da Ray – una vaga figura, o il profilo di 
una sagoma, in quella che si definisce un’“illusione ottica”, vale a dire l’idea – la memoria – di una 
figura.
 Subito distolgo gli occhi. E mi rifugio in una zona “sicura” della casa.
 
The New York Times
 NECROLOGIO
 È morto a settantasette anni Raymond Smith,
 fondatore e direttore
 di un’importante rivista letteraria
 27 febbraio 2008
 Raymond J. Smith, fondatore e per lungo tempo direttore della “Ontario Review”, noto 
periodico letterario, è morto il 18 febbraio a Princeton, N.J., dove viveva. Aveva settantasette anni.
 Secondo la Blackwell Memorial Home di Pennington, N.J., le cause della morte sono 
ascrivibili alle complicazioni sorte durante una polmonite.
 Nel 1974, insieme con la moglie, la scrittrice Joyce Carol Oates, Raymond Smith ha 
fondato la “Ontario Review”, che ha diretto fino alla morte. La rivista, semestrale, ha pubblicato 
scritti di autori affermati come Margaret Atwood, Donald Barthelme, Saul Bellow, Raymond 
Carver, Nadine Gordimer, Ted Hughes, Doris Lessing, Philip Roth, John Updike e Robert Penn 
Warren, oltre a testi di giovani scrittori.
 Nel 1980, i coniugi Smith hanno fondato la Ontario Review Books, una piccola casa 
editrice indipendente. Tra i titoli pubblicati si ricordano: Town Smokes: Stories di Pinckney 
Benedict (1987), Selene of the Spirits di Melissa Pritchard (1998), The Identity Club: New and 
Selected Stories di Richard Burgin (2005), oltre alle ristampe di numerose opere della Oates.
 Raymond Joseph Smith era nato a Milwaukee il 12 marzo 1930. Dopo la laurea in 
letteratura inglese presso la University of Wisconsin di Milwaukee, nel 1960 ha conseguito il 
dottorato presso la University of Wisconsin di Madison. Successivamente ha insegnato alla 
University of Windsor in Ontario e alla New York University, prima di dedicarsi a tempo pieno al 
lavoro editoriale.
 Ha pubblicato Charles Churchill (Twayne, 1977), uno studio sul poeta e satirista 
inglese del diciottesimo secolo.
 Oltre alla moglie Carol Joyce Oates, sposata nel 1961, Raymond Smith lascia una 
sorella, Mary.
 
 34

 Dall’archivio delle e-mail
 24 febbraio 2008
 A Edmund White
 [...] la tua visita mi ha fatto davvero piacere. Torna senz’altro quando puoi per 
continuare le tue rievocazioni così affascinanti. In una di quelle pretenziose infiorettature d’antico 
stampo alla fine del volume si possono notare i vari posti in cui lo hai scritto: per esempio, Firenze,
il Sud della Francia, Honey Brook Drive.
 Con molto affetto (e sono contenta che tu mi abbia aiutato a smaltire alcune delle molte
cibarie accumulate qui).
 Joyce
 26 febbraio 2008
 A Susan Wolfson
 Grazie per la gentilezza di esserti occupata dei miei problemi con Verizon!
 Nella totale afflizione in cui verso, penso che non ci siano parole. Sono come 
ammutolita, anche se sento la mia voce che continua a parlare... Domani, in aula, sarà una bella 
prova.
 Sono riuscita ad arrivare alla fine della giornata! Ho rivisto la mia recensione [per la 
“New York Review”] e sono giunta alla conclusione che ne valesse la pena: sì, ne valeva la pena...
La mia giornata comincia alle sei del mattino e... via, sempre. È come guidare dal Nebraska al 
Texas – avanti, avanti, avanti... Incredibile! Poi, intorno alla mezzanotte, mi fermo all’improvviso, 
con una pillolina bianca.
 Ho alcune belle giacche calde di Ray, tra le quali Ron potrebbe scegliere qualcosa.
 Con affetto,
 Joyce
 26 febbraio 2008
 A Jeanne Halpern
 Ho apprezzato tantissimo le tue attenzioni e la tua affettuosità. Mi sento letteralmente 
schiacciata da quanto è successo che mi è difficile trovare persino il tempo per piangere – anche 
solo per pensare a Ray, e ricordarlo. Molte cose riguardano solo gli aspetti più concreti della sua 
scomparsa, ma io sprofondo nel panico al pensiero di perderlo in modo assoluto. Un altro 
“evento” del genere – cioè andare a New York, per modificare il mio testamento – sarebbe davvero
inaffrontabile e insuperabile per me. Sto cercando di recuperare un po’ della mia vita passata, 
concentrandomi sul lavoro... L’idea di avere un altro appuntamento a NYC mi porta quasi al limite
del collasso. Mi spiace, ma sono davvero sconvolta. Sto cercando di concentrarmi sulle lezioni di 
domani. Bisogna che mi dia una calmata... Ho trascorso gran parte della notte in preda a una 
tremenda agitazione: penso che la mia fragile “personalità” potrebbe andare in mille pezzi. Sto 
sforzandomi per mantenere dei modi professionali sia all’università sia fuori.
 Per un po’, questa mattina Cherie ha dormito accanto a me... come per amore dei 
vecchi tempi. Mi pare che entrambi i gatti mi biasimino per la scomparsa di Ray.
 Un abbraccio,
 Joyce
 27 febbraio 2008
 Ad Arthur Vanderbilt
 Grazie per il memoir di Joan Didion: l’avevo già letto, ma sono felice di rileggerlo. In 
quelle pagine c’è un’enorme saggezza melanconica.
 Il “primo giorno” del ritorno a scuola mi è sembrato... lungo. Comunque, Edmund si è 
mostrato molto gentile e affettuoso e, in generale, le cose sono andate abbastanza bene. È davvero 
difficile tornare in questa casa vuota, nella quale rischio di essere snobbata da due gatti altezzosi.
 Poiché sapevo che questa mattina sarebbe comparso il necrologio di Ray sul “New 
York Times”, mi ci sono voluti quaranta minuti per trovare il coraggio di aprire il giornale... Ray 
ti voleva molto bene. Entrambi avevamo un ricordo vivido di quando sei venuto a casa nostra e ci 
hai portato uno stupendo mazzo di fiori (del tuo giardino?)... In tutti i nostri incontri, sei sempre 
stato un punto di riferimento per il buon senso/il buon umore/l’ironia... Ray ha sempre pensato che
tu eri quello che sapeva “gestire” le cose...
 Con affetto,
 Joyce
 28 febbraio 2008
 A Gary Mailman
 Solo una domanda: cosa dovrebbe fare questo avvocato? Avevi stimato un onorario di 
10.000 dollari – per cosa? “I problemi potrebbero aumentare”: quali sono i problemi? Potrebbe 
venir toccata la mia proprietà? Qual è il pericolo? Sono così confusa e angustiata da questa 
faccenda... Pensavo che tu e Jeanne foste arrivati alla conclusione che la legge del New Jersey non
fosse così complicata come quella dell’Ohio e dello stato di New York. So perfettamente che tu hai 
delle conoscenze superiori alle mie, tuttavia sono esausta e demoralizzata dall’intera faccenda... È 
soltanto una delle molte cose che mi stanno rovinando addosso: non posso neppure starmene in un 
cantuccio a piangere Ray in pace. Per gran parte del giorno e della notte, vivo in un totale stato di 
sfinimento e di agitazione: è come non vedere mai la fine. C’è sempre qualche “altra grana”. 
Sempre una scelta da fare. Quanto durerà tutto questo? A cosa servono le leggi se saltano fuori 
simili problemi, dopo aver fornito tutte quelle documentazioni legali? La legge serve solo a 
produrre situazioni che determinano altri quesiti, i quali necessitano dell’intervento di altri 
avvocati e di ulteriori parcelle? Ogni tuo consiglio al riguardo sarà molto apprezzato!
 Ti voglio molto bene e confido in te come amico, perché ho davvero il morale a terra.
 Joyce
 28 febbraio 2008
 A Gary Mailman
 Ho trovato il tempo per riflettere – per tentare di riflettere – con un po’ più di calma 
riguardo alla faccenda. Ho finalmente capito che tu e Jeanne avete ragione. Io avevo sommato le 
due questioni – il testamento di Ray e un codicillo al mio testamento –, pensando che la parcella di 
10.000 dollari riguardasse solo il fatto di patrocinare il testamento davanti al giudice. Poi mi sono 
resa conto che quella somma copriva i due interventi distinti, ovviamente affidati al medesimo 
avvocato. Tra le moltissime cose che Jeanne mi ha detto, forse c’era anche questa, ma io non 
l’avevo capita, in preda al solito sconvolgimento. Se l’intera faccenda potesse trovare una 
soluzione rapida, magari riuscirò a dormire di nuovo...
 Ci vediamo presto. Con affetto,
 Joyce
 28 febbraio 2008
 A Elaine Pagels
 Spesso ho pensato ai tuoi lutti terribili... Devi essere stata ferita in maniera 
profondissima, ed è forse questo che ti conferisce una speciale empatia verso gli altri. Tantissime 
volte mi sento assalita da un’ondata di puro, raggelante orrore – il pensiero che Ray non c’è più, 
che non lo rivedrò mai più. Talvolta m’immagino all’improvviso di correre all’ospedale, come 
facevo sempre la scorsa settimana, di arrivare nella sua camera e di vederlo lì, ritto a sedere nel 
letto, immerso nella lettura.
 È sorprendente leggere sul “New York Times” di oggi del tasso crescente di suicidi tra 
le persone di mezz’età. Non capisco come si possa buttare via la propria vita, quando l’esistenza è 
così preziosa – e già tremendamente precaria.
 Con affetto,
 Joyce
 29 febbraio 2008
 A Jeanne Halpern
 Oggi andrò a trovare il cardiologo di Ray. Sono già in ansia per ciò di cui 
discuteremo... So che è sbagliato, ma non posso fare a meno di pensare che quest’uomo avrebbe 
potuto salvare Ray. Naturalmente, non era nei paraggi del Medical Center, quando Ray è morto, a 
mezzanotte e cinquanta, tuttavia....
 Un abbraccio,
 Joyce
 29 febbraio 2008
 A Edmund White
 [...] Ieri ho finalmente terminato la recensione su Bob Silvers. Per gran parte del 
lavoro, mi sono sentita come un cerva stordita, con la testa intrappolata tra i fili di un recinto: ho 
impiegato un numero impressionante di ore per scrivere un articolo neanche troppo lungo... Il 
documento allegato apre una nuova sezione, al termine di p. 6 – è la prima cosa che scrivo dopo la 
morte di Ray, con la mente obnubilata e una concentrazione “deconcentrata”... È un lavoro fatto a
tarda notte, fissando i fogli delle annotazioni che mi ero preparata per recensire un libro che 
praticamente nessuno leggerà – e che neppure mi prenderò la briga di approfondire, tanto è 
oscuro. Comunque, la stesura è stata in qualche modo un conforto. Barbara Epstein ha lavorato 
fino a pochi giorni prima di morire. “Cosa c’è, oltre al lavoro?” mi aveva detto, una volta... 
Perlomeno non segue il fermento delle emozioni, ma le appioppa agli altri.
 Oggi è davvero una giornata piena di “impegni”: ho cominciato a scrivere qualcosa di 
nuovo, vado a incontrare il cardiologo di Ray... Sarà davvero strano trovarsi di fronte al dottor H. 
senza mio marito.
 Con affetto,
 Joyce
 11 marzo 2008
 A Ebet Dudley
 [...] Con un’enorme gratitudine, serbo il ricordo della tua deliziosa festa – un party 
che poteva lasciar presagire solo una conclusione felice – e il meraviglioso dono che hai realizzato
per Ray: purtroppo non l’ha potuto apprezzare, ma è in bella mostra nella nostra “stanza delle 
feste”, dove per qualche tempo non ci sarà alcuna festa – è assai improbabile.
 Mi è sembrata una serata che infondeva speranza, almeno per me! Mi piacerebbe 
poterla rivivere, con grande semplicità. Ricordo il tremendo freddo di quella sera... e il calore dei 
tuoi cani, pronti a fare le feste a perfetti estranei.
 Con affetto,
 Joyce
 Come suggeriscono queste e-mail, il ricordo è permeato di lutto e cordoglio, ma forse 
anche – e più significativamente – di amicizia. E ciò significa che, per la Vedova, come per tutti 
coloro che vivono nell’afflizione, non esiste un modo di sopravvivere se non attraverso gli altri. Le 
e-mail hanno rimpiazzato le lettere scritte – ad alcuni, la posta elettronica consente di dire cose 
che per iscritto o per telefono sarebbero incomunicabili.
 Con quanto affanno, la Vedova manda queste e-mail nella notte! Spesso sembra voler 
anticipare il dolore dell’inevitabile: trovarsi al cospetto di una casa vuota, lanciare delle occhiate 
per cogliere un riflesso fantasmatico in una finestra, prepararsi alla sfida della notte. E quanto 
sono meravigliosi i suoi amici a rispondere: non ho riportato le loro molte risposte perché 
appartengono a chi me le ha inviate – e io non voglio assolutamente violare la loro privacy. 
 
 35

 Furibonda!
 Poi, all’improvviso, divento una persona arrabbiata.
 Sono molto, molto arrabbiata: sono furiosa.
 Da quanto sono furibonda – un animale ferito –, mi sento quasi male.
 Una scarica di adrenalina, e il mio cuore comincia a battere rapido e furente: è un pugno
che martella contro una superficie dura – una porta chiusa, una parete.
 “Lei non sa quello che dice,” sibilo al dottor H. “Non conosce alcunché di mio marito. E
ora penso di dover andare. Arrivederci!”
 29 febbraio 2008. L’ultimo giorno di un mese interminabile.
 Cielo coperto, dense nuvole cariche come budella costipate – e tuttavia, a intervalli 
imprevedibili, compare un sole accecante, sferzante come una rasoiata. E così, la nebbia attraverso 
la quale la vedova si muove incerta come una donna cieca a tratti si disperde di colpo: la rabbia più 
feroce saetta lontana come un lampo muto.
 Non si pensi affatto che la vedova sia equiparabile a uno sfatto fazzolettino di carta 
zuppo, che abbia occhi grondanti di lacrime e voce tremante. Non si pensi che, per il fatto che le 
abbiano metaforicamente spezzato la spina dorsale, non sappia scagliarsi contro i suoi tormentatori.
 Arrabbiarsi è un atto salutare! Bisogna mostrarsi irati e investire gli altri con il dolore 
della disgrazia subita! È meglio essere arrabbiati che depressi.
 Una persona arrabbiata non vorrebbe mai ferire se stessa. Per lei, l’opzione del suicidio 
non esiste.
 Ma, per alcuni di noi, lo stato rabbioso è difficilmente raggiungibile. La rabbia è il do 
più alto cui può arrivare la nostra voce. Ho sempre pensato: ‘A che scopo arrabbiarsi? Fa solo 
peggiorare le cose.’
 Così come l’indignazione è il volto civilizzato dell’ira, la furia ne è il volto selvaggio.
 Oggi ho un appuntamento con il cardiologo di Ray, il dottor H. Nel suo studio gelido, 
un’esuberante giovane infermiera prepara l’elettrocardiografo con le movenze enfatiche di una 
massaggiatrice. È pressoché impensabile che, nel volgere di pochi minuti, all’amichevole 
conversare della giovane si sostituiscano alcune terrificanti considerazioni mediche rivolte alla 
paziente. Supina, parzialmente svestita, sono perfettamente consapevole del battito accelerato del 
mio cuore e della presenza di un groppo allo stomaco. Sento di avere una sorta di ammaccatura 
livida sotto gli occhi; gli abiti mi vanno larghi, e non posso smettere di tremare. Nel cranio mi 
rimbomba un dolore sordo, che pulsa con il ritmo di un pendolo rallentato. L’infermiera mi sistema 
i minuscoli elettrodi freddi sul torace, sui fianchi, sulle gambe e sulle braccia: mi pare che siano 
delle piccole bocche che succhiano. Sorridendo, lei mi parla; naturalmente io ricambio il sorriso e le
parole: sono piuttosto brava a scambiare quelle amichevoli osservazioni vagamente umoristiche che
possono essere definite il collante della pratica quotidiana vissuta tra gli altri, e rendono tollerabili –
se non apprezzabili – anche le giornate più burrascose.
 È un sollievo pensare: ‘Questa ragazza non sa di Ray. E non conosce niente di me. 
Perché mai dovrebbe sapere? Perché dovrei pretendere o immaginare che sappia?’
 In qualche modo, a una vedova è infatti possibile anche essere “felice” – cioè essere 
percepita come “felice” da parte di estranei –, ma soltanto negli interstizi delle vite reali degli altri.
 Non è troppo diversa da un ex atleta che, seppure con le ossa doloranti, il fiato 
cortissimo, le vertebre cervicali malmesse e quindici chili di troppo, si presta a fare qualche 
palleggio e qualche passaggio con i ragazzi che giocano a basket nel parco – quattro tiri e una 
schiacciata, solo questo – e, in quel breve interludio, dimostra una tale maestria che tutti restano 
impressionati: “Accidenti, che bravo!”
 Il mio incontro con il dottor H. ha un esordio imbarazzato. Penso che dovremmo 
stringerci la mano per salutarci, ma poi non lo facciamo. (Ci si stringe la mano quando si va dal 
dottore? Nella mia confusione, non ricordo.) Dopo aver mormorato che è molto dispiaciuto per Ray,
il dottor H. incomincia a parlare del mio elettrocardiogramma, che è “quasi nella norma”: un fatto 
che dovrebbe farmi sentire risollevata, visto che alcuni anni prima il mio battito, di quando in 
quando, faceva le bizze – gli attacchi di tachicardia erano talmente forti da spingere Ray a portarmi 
al pronto soccorso. Il dottor H. era diventato il mio cardiologo all’epoca dell’ultima crisi, e avevo 
iniziato ad andare da lui una volta l’anno per un controllo.
 Il dottor H. era andato in ospedale da Ray diverse volte, e si era sempre mostrato 
ottimista, incoraggiandoci. Poiché lì non era il medico curante, non aveva alcun titolo per 
partecipare alla definizione del protocollo terapeutico per la polmonite.
 A questo punto, il dottor H. non poteva essere incolpato dell’esito di quel trattamento. 
Naturalmente.
 Col viso serio, il dottor H. mi misura la pressione, mentre io guardo verso un angolo 
della stanza. La pressione sanguigna! Per la prima volta, mi sento colpita dalla curiosità riguardo a 
questo fenomeno.
 “Cento di massima e sessantotto di minima: valori identici all’ultima volta.”
 È una cosa positiva? O non tanto? Mi è difficile credere che, in me, ci sia qualcosa che 
possa essere definito identico all’ultima volta. 
 Poi il dottor H. mi pesa. Io non riesco a vedere la scala graduata, mentre il medico 
sistema un contrappeso, tuttavia quando scendo dalla piccola pedana, nei suoi occhi preoccupati mi 
sembra di vedere il riflesso della mia persona negli specchi di casa: una visione che mi turba e 
reputo proibitiva.
 C’è un’abitudine – ebraica, credo – che porta a coprire gli specchi dopo una morte in 
famiglia. Forse sarebbe meglio tenerli coperti sempre, oppure girarli verso la parete. Così non 
saremmo neppure tentati di lanciare un’occhiata nella loro direzione.
 Una volta, un amico gay mi ha detto che, quando il suo amante lo lasciò, si era sentito 
talmente distrutto da non poter riuscire più a guardarsi in uno specchio. Se, per qualche motivo, era 
costretto a farlo – per esempio, allorché si radeva – si sforzava di coprire con una mano una parte 
del volto.
 Stratagemmi per la sopravvivenza. “Avevo bisogno di una strategia con cui resistere e 
andare avanti – e chi non lo fa?”
 (È una frase del nuovo romanzo di Philip Roth, del quale sto leggendo una bozza 
rilegata, nel nido. Ha un titolo criptico: Il fantasma esce di scena.)
 Consultando le annotazioni nella cartella con il mio nome, il dottor H. commenta che ho
perduto quasi quattro chili rispetto alla mia ultima visita, nel febbraio 2007: il mio nuovo peso non 
arriva ai quarantasette chili. Mi sento spinta a scusarmi, ma riesco soltanto a mormorare qualcosa di
vago e conciliatorio: è lo stesso borbottio che probabilmente avrei usato se mi avesse detto che ho 
una rara malattia e poche settimane di vita.
 Il dottor H. mi dice che ho un aspetto “affaticato”, “stressato”... “Naturalmente ha 
vissuto una terribile prova,” commenta, e aggiunge che vorrebbe prescrivermi delle pillole per 
dormire.
 L’Ambien, per esempio: “Un medicinale davvero efficace, con effetti collaterali 
minimi.”
 Per un momento, sembra farsi lusinghiero e positivo, come una pubblicità televisiva.
 “Perché lei possa superare queste difficili settimane.”
 Settimane! Non posso immaginare niente di più breve di un decennio. La mia vita 
notturna è un’insonnia lunga come un’autostrada di mille chilometri.
 Ma sono davvero interessata a quella ricetta per le pillole per dormire? La voglio? No!
 Ho paura di diventare dipendente dai sonniferi. Anzi, credo che una simile evenienza mi
terrorizzi.
 Già mi vedo come l’archetipo del drogato: una persona tremante per lo spasmodico 
bisogno della pillola, con l’insonnia che imperversa tutte le notti come un fuoco indomabile.
 E naturalmente c’è anche il fatto che vivo sola. Chi è a conoscenza di quante pillole 
assumo, e di quando cominciano a fare effetto? La mia fantasia – che non intendo condividere con 
nessuno – immagina che prendo una pillola per dormire e, quando mi sveglio, ne inghiotto un’altra 
e, al risveglio, un’altra ancora... Quanto potrebbe continuare una cosa del genere, non lo voglio 
nemmeno sapere.
 Come la luce di una torcia elettrica che squarcia la notte, si vede soltanto fin dove arriva
il fascio luminoso: oltre c’è il buio, e non si conosce nulla.
 Ecco, al di là di quel punto, è meglio non sapere.
 Dopo questa considerazione, mi risulta scioccante il fatto che, con voce calma, io 
risponda: “Sì, grazie, dottore.”
 Perché naturalmente io le voglio, quelle pillole. Dentro di me, uno sconosciuto brama di
fare incetta di medicamenti poderosi, e io voglio avere tutte le pastiglie che sarò in grado di 
prendere.
 Per esempio, il dottor M., il nostro gentile medico di famiglia, su richiesta di Ray gli 
prescriveva degli antibiotici anche per un “brutto raffreddore”, così come a me dava un 
tranquillante abbastanza forte per affrontare le piccole ansie: il Lorazepam, che ha un effetto 
sedativo immediato. Due sere fa, prima di andare a cena dagli Halpern, ne ho preso una capsula: 
be’, a tavola ho faticato per non far ciondolare la testa per tutto il tempo – un palese torpore mi 
ghermiva al punto che nessuno mi avrebbe consentito di tornare a casa in macchina da sola.
 Naturalmente, non è necessario che il dottor H. sia informato della prescrizione del mio 
gentile medico di famiglia, né che apprenda che sono già in possesso di una considerevole scorta di 
pillole – di una quantità letale di pastiglie, capsule ecc. Una parte di quelle medicine erano di Ray, 
ma ce ne sono anche di mie.
 Ho deciso di attenermi alle disposizioni del dottor H., anzi di anticiparle. E così ho 
preso una capsula di Lorazepam già all’interno della farmacia dove sono andata a comprare le 
medicine.
 Mi sono chiesta: ‘È un gesto autonomo che sto facendo di mia spontanea volontà, o lo 
reputo un corollario della terapia del dottor H.? La vedova è obbligata a seguire un simile copione? 
È l’inizio di una spirale discendente?’
 Presto mi sono sentita pervasa da una sorta di languore. Dove prima c’era uno sciame di
pazze e sghembe emozioni – qualcosa che sembrava provenire da una galleria del vento –, ora 
dominava una quiete attutita. Un intontimento da novocaina. Era davvero benedetto, quel torpore! 
Torpore: stupore. Ho pensato all’intorpidimento che assalì le gambe di Socrate. Sembra che Platone
non abbia capito che quell’insensibilità era un conforto, un grande sollievo, per il vecchio. Un modo
per sfuggire a coloro che lo imprigionavano. Una maniera per garantirsi la propria dignità, la 
propria morte.
 Perché sto pensando a Platone? A quel fascista reazionario. Perché mi ritrovo a citare 
Socrate?
 La fuga nella “vita della mente”: la negazione del trauma.
 Un martellamento al cervello – e il cervello comincia debolmente a funzionare secondo 
la sua logica e i suoi ritmi, stabilendo nessi acuti, creando schemi e percorsi che portano chissà 
dove, finendo per perdersi in viluppi e circoli viziosi. Questa è la strategia umana.
 Di sicuro, il fatto che il mio appuntamento annuale con il dottor H. cadesse la settimana 
successiva alla morte di mio marito è una coincidenza.
 Avevo considerato di posticipare la visita di controllo annuale: perché avrei dovuto 
preoccuparmi della mia salute in un momento del genere? È difficile che badi alle mie condizioni 
fisiche, al mio “benessere”. Avverto quasi un senso di colpa – da punire – se solo ho un brutto 
raffreddore o un forte mal di gola. Avevo pensato: ‘Se il mio cuore avesse qualcosa che non va, 
l’avrei capito. Ho così tante cose da fare, e non posso perdere tempo.’
 Non ci sono obblighi dei morti verso i vivi. Tutti i doveri sono dei vivi verso i morti.
 Io sono l’esecutrice testamentaria delle proprietà di mio marito.
 Esecutrice: che suono aspro! Una sorta di dominatrice.
 Si dice spesso che la morte sia “imbarazzante” per i medici. Si dice che i dottori siano 
riluttanti ad ammettere che la morte rientri nelle eventualità riguardanti i loro pazienti; allo stesso 
modo, preferiscono non redarre il certificato di morte.
 Credo che la morte di un paziente che ha curato “con successo” sia particolarmente 
imbarazzante – sconvolgente – per un medico. Il dottor H. è stato il cardiologo di Ray per diversi 
anni; gli aveva prescritto i farmaci per l’ipertensione e una terapia anticoagulante per “rendere più 
fluido” il sangue, e mio marito era stato rassicurato sul fatto che le cure stavano funzionando molto 
bene.
 A differenza di molti nostri amici di Princeton, Ray non si mostrava critico o 
insoddisfatto nei confronti dell’assistenza medica che si poteva avere lì. Non criticava l’operato dei 
vari dottori: gli erano simpatici e gli piacevano, proprio come il dentista di Pennington. Quando 
tornava da una visita nell’ambulatorio del dottor H., diceva che era proprio contento di quel medico,
e che aveva molta fiducia in lui.
 A un certo punto, il dottor H. non può evitare di parlare di Ray: sembra sinceramente 
rattristato e sorpreso.
 Io non l’avevo avvertito della morte, ma l’aveva appreso comunque.
 Alcuni giorni prima, il nostro medico di famiglia era rimasto scioccato quando, 
incontrandolo per caso, gli avevo detto cosa era successo. Il dottor M. ignorava che Ray fosse stato 
ricoverato al Medical Center per una polmonite e fosse morto “così rapidamente”. Aveva 
commentato che mio marito era “in buona forma”, “si sentiva a posto”, “osservava meticolosamente
la dieta prescritta” e che “si prendeva cura di sé”.
 Per mesi, non capiterà mai alla vedova che qualcuno le dica: “Non sono affatto 
sorpreso. E così suo marito è morto. Mi spiace, ma... era qualcosa che si aspettavano tutti.” Non 
accade così a nessuna vedova.
 Durante la mia visita, nell’ambulatorio non c’è solo il dottor H. È presente anche una 
giovane studentessa di medicina: prende degli appunti e mi sorride. A un certo punto, smette di 
sorridere. Mi sembra imbarazzata, dispiaciuta.
 Sono colpita dal fatto che il dottor H. ripete frasi del tipo: “Non riesco neppure a 
immaginare come sia potuto accadere!”, “Non so proprio capire come sia successo!” – come se 
pensasse che sono andata lì per avere una spiegazione, e che lui sia obbligato a fornirmi un qualche 
chiarimento. Avverto l’impulso di consolarlo, perché le donne hanno la tendenza a farlo – tutte le 
donne, verso tutti gli uomini, in tutte le circostanze, senza alcuna distinzione. Dev’essere un fattore 
genetico, una sorta di riflesso automatico che obbliga ad agire in un certo modo quando si ha di 
fronte un bambino piangente, o quando ci si trova davanti a un serpente (in questo caso, ci si ritrae 
schifati): l’istinto della vedova è quello di fornire una qualche forma di riparo o di consolazione, 
una protezione o una manifestazione di empatia verso coloro che rimangono dolorosamente sorpresi
da un evento inesplicabile – la morte, per esempio. Io però non replico: mi limito a mordicchiarmi il
labbro inferiore. E mi scopro arrabbiata.
 Sì, sono triste, ma sono anche terribilmente arrabbiata.
 Mentre mi parla in quel suo modo esitante, come un uomo che abbia perso le proprie 
convinzioni, il dottor H. mi sembra troppo discreto, o troppo circospetto: credo che si imponga di 
essere totalmente sincero, di evitare qualsiasi critica al personale sanitario del Medical Center di 
Princeton – naturalmente, appartiene alla medesima categoria e pensa di cavarsela ripetendo 
all’infinito il concetto: “Non so proprio capire come sia successo!” Non riesce a capire che forse il 
suo paziente Ray Smith non ha ricevuto il miglior trattamento medico a quell’ora della notte, in 
quell’ospedale.
 Non lo dice, ma forse vuole insinuarlo. Oppure sono io che sto immaginando tutto?
 È una cosa agghiacciante e orribile – oltraggiosa – che, in un ospedale qualsiasi, 
nemmeno un medico di prima fascia sia in servizio nelle ore notturne, specialmente nei giorni di 
festa. In effetti, il personale in servizio nell’unità di monitoraggio avanzato la sera della morte di 
Ray mi era subito sembrato un gruppo piuttosto raccogliticcio, il classico equivalente del turno di 
notte.
 Se le condizioni di Ray si fossero aggravate di mattina, il lunedì mattina, quando il 
dottor I. o il dottor S. erano in servizio – e magari anche il dottor H. si fosse trovato all’ospedale –, 
ora forse Ray sarebbe vivo...
 Io sarei qui, nello studio del dottor H., per la mia visita di controllo annuale, e Ray 
sarebbe da qualche altra parte. Probabilmente a casa. Al ritorno, mio marito mi avrebbe chiesto 
com’era andata la visita, cosa aveva detto il medico, e io gli avrei risposto: “Tutto identico 
all’ultima volta. Non è cambiato niente.”
 Non posso pensarci! Non oso pensare a questo.
 Mi sento sprofondare, le forze cominciano a mancarmi, sto male: di sicuro, non sono 
questi pensieri che possono aiutarmi ad andare avanti, adesso. Non ora. Il dottor H. mi domanda se 
hanno fatto l’autopsia a Ray, e io dico: “No... No, no!” Autopsia è una parola bizzarra che, in 
questo momento, mi flagella. “No, non ho voluto che facessero l’autopsia a Ray!” Forse è stato uno 
sbaglio, comunque non ho voluto. Il medico commenta: “Per tutta la settimana, Ray ha continuato a
migliorare. Sembrava che stesse sempre meglio. Quando l’ho visto io, pareva davvero che...” La 
sua voce si spegne. Sento che gli sto dicendo, con una durezza improvvisa: “Se fossi un medico, 
sarei preoccupata per quello che è accaduto.”
 Non ho mai parlato in un modo simile a nessun dottore: devo dirlo, scriverlo, perché si 
sappia. La bruschezza del mio tono mi sorprende – e lascia basito anche il dottor H.
 La giovane studentessa di medicina mi fissa, sbalordita. Non ha mai sentito un paziente 
rivolgersi così seccamente a un dottore – a muso duro. È un momento di tensione.
 Perché, all’improvviso, mi sento tremendamente arrabbiata. Adesso la mia voce assume 
un tono accusatorio: “Ray non doveva morire! L’hanno lasciato morire. Avrebbero dovuto fare di 
più per salvarlo. E la famosa ‘infezione secondaria’ da dov’è sbucata? Dalle mani di qualcuno? 
Forse qualcuno si era dimenticato di lavarsi le mani? Avrebbero potuto fare di più – e prima! Quella
notte, quando sono arrivata, mi è persino sembrato che non ci fosse nessun vero dottore, lì. Hanno 
chiamato in ritardo persino me! Sì, era già troppo tardi...”
 Che inutili e patetiche queste parole, che pronuncio in modo meccanico, che mi escono 
dalla bocca da sole: l’importanza del momento in cui mi hanno chiamato deriva soltanto dall’evento
assoluto e irrevocabile della morte di mio marito.
 Una volta ancora, il dottor H. usa la parola autopsia.
 È un rimprovero? Penso che lo sia.
 Sì, è certo un rimprovero. Se avessi voluto conoscere le cause esatte della morte di Ray, 
avrei dovuto chiedere l’autopsia.
 Naturalmente non sono riuscita a farlo.
 E ora che “i resti” di Ray sono stati cremati, be’... adesso è troppo tardi.
 Che conversazione stralunata! Penso: ‘Com’è possibile parlare in questi termini di Ray, 
come se fosse stato solo un corpo.’
 “Be’, non l’ho fatto. Non l’ho fatto. In quel momento, io... non l’ho fatto.”
 Non c’è alcuna coerenza nelle mie parole. Una cosa che mi fa terribilmente paura è il 
pensiero di crollare in un luogo pubblico: ebbene, questo studio medico è un posto “semipubblico”, 
e adesso sto parlando in modo sconclusionato, e le lacrime iniziano a bagnarmi pericolosamente gli 
occhi.
 Ho la sensazione che la mia faccia stia per andare in pezzi. La mia bocca s’irrigidisce in 
quella terribile smorfia che prefigura una crisi di pianto.
 Avrei dunque dovuto denunciare il Medical Center, accusando i sanitari della morte di 
Ray per negligenza o colpa? Far loro causa per un errore nella scelta della terapia? Pur essendo 
un’azione perfettamente giustificabile, avrei dovuto davvero affrontare una battaglia legale?
 Ciò che voglio non è la vendetta, e ancor meno quantificare una richiesta di danni. Io 
vorrei solo che mio marito tornasse da me. 
 È veramente tutto ciò che desidero – e tutto ciò che non potrò mai avere.
 A questo punto, il dottor H. ha un’uscita imperdonabile.
 Non me la so spiegare, non riesco a capirne la ragione. Forse anche nella sua mente si è 
infiltrata l’incoerenza. Dice, sincero: “Può darsi... Può darsi che Ray si sentisse semplicemente 
stanco. Può darsi che abbia rinunciato a...” Di nuovo, la sua voce si spegne. È qualcosa di 
esasperante.
 Ora sono veramente arrabbiata. Perché ciò non è assolutamente giusto – né corretto! Ciò
è davvero troppo brutto.
 Come può permettersi il dottor H. di formulare un’“accusa” del genere verso un 
paziente che lo apprezzava tanto? Che si fidava di lui. Voglio andarmene in fretta da questa stanza, 
correre via: sono scioccata, sconvolta.
 “Lei non sa quello che dice. Non conosce alcunché di mio marito. E ora penso di dover 
andare. Arrivederci!”
 In mano ho una ricetta per l’Ambien.
 Ripetibile. Per tre volte.
 Sono in macchina e guido lungo Harrison Street, nel traffico di metà pomeriggio, e mi 
sento squassata dalla furia come un palloncino alla mercé delle raffiche di vento – quel palloncino 
carico di gas, tuttavia, presto comincia a sgonfiarsi. Aggrappata al volante, inizio a piangere: mi è 
impossibile non farlo. Nelle lacrime c’è la mia protesta, la mia invettiva contro il dottor H.: “Ray 
non ha affatto rinunciato! Forse era stanco dopo una settimana di degenza, ma non ha scelto di 
rinunciare. Stava aspettando di tornare a casa: amava la sua casa ed era felice alla prospettiva di 
tornarvi. Non voleva assolutamente morire...”
 Fin dal primo giorno di ricovero di Ray, io ho preso l’abitudine di parlare da sola. Di 
strillare – pure contro di me.
 Ho anche preso il vizio di gesticolare in modo melodrammatico – stringere il volante 
come se fosse il collo di una persona da strozzare, da scrollare; colpire una qualsiasi superficie con 
un pugno, per scoprire poi le nocche ammaccate.
 Questa è la strada verso la pazzia – vero? In quale altro modo potrebbe essere catalogato
questo comportamento senza controllo? Anziché riflettere in silenzio, stoicamente, non faccio che 
mugugnare, parlottare, gridare forte, come Re Lear nella brughiera.
 Solo che, a differenza di Re Lear, io non mostro al mondo il tocco eccelso della mano di
Shakespeare.
 È tremendamente offensivo per me, inconcepibile e osceno, che il dottor H. abbia fatto 
quelle considerazioni a proposito di Ray. Poiché ho rivissuto quella scena dozzine di volte, e potrei 
raccontarne ogni singolo momento e particolare, in seguito mi sarei ricordata che il dottor H. era 
andato in confusione, e aveva cercato in qualche modo di trovare le parole per continuare. Per una 
spiegazione. D’altronde, avevo avuto l’impressione che non avesse idea di ciò che stava dicendo e a 
chi si rivolgesse: era come se non intendesse dire esattamente le cose che aveva detto, e tuttavia non
sapeva come rimediare. Io, però, non dimenticherò mai quelle sue parole:
 “Può darsi... Può darsi che Ray si sentisse semplicemente stanco. Può darsi che abbia 
rinunciato a...”
 Ma come! Ray era colpevole della sua stessa morte?
 Mio marito sarebbe davvero impressionato, ferito, allibito, se sentisse una cosa simile. E
detta dal dottor H., oltretutto.
 Ma a me sembra intollerabile, insopportabile anche un’altra faccenda: che i morti siano 
muti, che siano ridotti al silenzio. Noi possiamo dire di tutto ai morti – cose idiote, crudeli, ignoranti
–, ma loro non possono replicare: non sono nella condizione di difendersi.
 Sono agitata e devo prestare una grande attenzione durante la guida. Fin dal primo 
giorno del ricovero di Ray, mi sono detta: ‘Devi rispettare i limiti di velocità. Guida al di sotto di 
essi. Evita di superarli.’
 Sulla via del ritorno, devo fermarmi a comprare qualcosa da mangiare. Poiché sono una 
donna frenetica, mi muovo in fretta tra le corsie del grande negozio. Può essere davvero gelido un 
supermercato! Nel corridoio dei surgelati, i vapori dei banchi sembrano spettri che salgono e si 
dileguano. Tremo nel mio lungo cappotto scozzese, quello che portavo il giorno dell’incidente 
automobilistico, quando saremmo potuti rimanere uccisi all’incrocio tra Elm Road e Rosedale 
Road, un anno fa. Penso a quanto fummo fortunati allora e come, in seguito a quell’evento, con 
molte attenzioni, per molte settimane, ci fossimo davvero riguardati, avvertendo dolori a ogni 
movimento.
 Credo che darei chissà cosa per tornare a quei giorni, a quelle sei settimane di 
tormentosi dolori che mi trafiggevano il torso. Quando, respirando adagio, dicevo a Ray: “Oh, non 
farmi ridere. Mi fa terribilmente male!”
 ‘Cosa sto facendo?’ mi dico. ‘Cosa sto facendo in un supermarket? Sto... Sto ridendo? 
E mi premo una mano sul petto, come se avessi male?’
 Penso di avere il volto contorto. Forse è rigato di lacrime. Cerco di evitare gli altri: ho 
paura che mi guardino, che mi osservino.
 “Com’è sconvolta quella donna: cosa le sarà successo?”
 “Chi è quella tizia turbata? Mi sembra di conoscerla di vista.”
 Nel piazzale del parcheggio cade una pioggia fine e ghiacciata. I sacchetti di carta della 
spesa sono bagnati; il fondo di uno si squarcia, lasciando cadere sull’asfalto un contenitore di 
formaggio spalmabile e alcune scatolette di cibo per gatti. Mi accovaccio; le falde del cappotto si 
distendono nell’acqua, mentre mi affretto a raccogliere quelle cose e a ficcarle in un altro sacchetto. 
Devo sbrigarmi, voglio evitare che qualcuno veda la scena e magari si offra di aiutarmi. Nessuna 
persona – nessuna! – è più vulnerabile della donna o dell’uomo al quale si rompe il sacchetto della 
spesa, e vede i propri patetici articoli alimentari rotolare sul selciato zuppo. Ecco un evento 
ontologico: fin dal mattino in cui accompagnai Ray al pronto soccorso, fin dall’ora in cui cominciai 
a essere una donna sola – un fatto del quale non avevo ancora coscienza –, dentro la mia vita è stata
inoculata una sorta di rozza e crudele follia tragicomica. Pensate ai Monty Python nelle 
interminabili scene adattate da William Burroughs; pensate al “Teatro dell’Assurdo” di Ionesco, in 
cui la vedova – cioè, quella vedova – è stata forgiata come il piombo. Non serve a niente 
arrabbiarsi, non serve a niente essere sconvolti: piangere è una reazione ragionevole ma, al pari di 
ogni altra, può essere considerata futile. Però il mio cuore è colmo di rabbia – verso il dottor H. Non
dimenticherò mai quell’uomo che dice cose terribili riguardo all’arrendevolezza di mio marito, 
anche se so perfettamente che lui non c’entra: non ha certo contribuito alla morte di Ray.
 Mentre lotto per sistemare sul sedile posteriore dell’auto i sacchetti della spesa in modo 
che non si rovesci fuori il contenuto, mi vedo costretta a riconoscere che, in realtà, sono io la 
persona alla quale non perdonerò mai il fatto di non essersi prodigata abbastanza per salvare Ray. 
Sono io la persona che odio – e condanno.
 Se socchiudo gli occhi, posso distinguere chiaramente la bizzarra figura lucertolesca che
mi sta guardando: io sono la sua preda che si dibatte e che non può sfuggire. Adesso capisco che è 
un’entità vivente, un rettile dal colore di sasso, grande come una rana toro, con occhi sporgenti e 
ipnotici, fissi su di me. “Sei finita. Sei morta e sepolta: perché non la smetti?” 
 
 36

 Oasi
 All’università, devo obbligatoriamente impersonare Joyce Carol Oates.
 Intendo fare una precisazione: non è che diventi realmente Joyce Carol Oates, visto che 
questa tizia non esiste davvero, identificando soltanto una scrittrice. Sul dorso dei libri sistemati 
negli scaffali di alcune biblioteche e nelle librerie, si può leggere la scritta OATES, ma si tratta di 
un termine descrittivo, non di un nome.
 Non è una persona. Non corrisponde a una vita.
 Una vita di scrittura non può dirsi una vita autentica.
 Non sempre un’insegnante è anche una scrittrice, e non sono sicura che, in quanto 
insegnante, io sia stata presa per impersonare la scrittrice. Comunque, questa è la mia realtà, qui a 
Princeton, ma lo è stata anche a Detroit, per esempio, dove ero semplicemente “Joyce Smith”, o la 
“signora Smith”.
 Nella vita dei docenti, ci sono giornate d’insegnamento, ore di lezione: rappresentano 
delle isole, delle oasi, in mezzo a mari in burrasca e deserti opprimenti.
 Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Ray, non ho tenuto lezione. Alcuni 
colleghi mi avevano suggerito di staccare per qualche tempo, magari anche per l’intero semestre, 
ma io ero smaniosa di tornare al laboratorio di scrittura già una settimana dopo il lutto, il 27 
febbraio, in tempo per assistere a una manifestazione che avrebbe visto dialogare Honor Moore e 
Mary Karr – si trattava di un’iniziativa organizzata nell’ambito dei nostri corsi di scrittura creativa. 
 Questa “Oates” – questo “sé” quasi pubblico – io la scorgo appena, come se fosse una 
figura riflessa in uno specchio che scompare quando ci si avvicina troppo. “Oates” è un’isola verso 
la quale, con remate impacciate, mi dirigo in questo mattino agitato, a bordo di una piccola 
imbarcazione malsicura che può accogliere soltanto me: è un viaggio arduo non per la profondità 
dell’acqua, ma perché è troppo bassa e infestata di erbacce, e la chiglia della barchetta sfiora di 
continuo le rocce sottostanti. Eppure dopo aver remato fino all’isola, a quest’oasi, a questo nucleo 
di quiete nel caos della mia vita, dopo aver raggiunto l’università, essere salita con l’ascensore al 
secondo piano di Nassau Hall 185 – dove occupo uno studio fin dall’autunno del 1978 –, dopo aver 
controllato la posta ed essere diventata Joyce Carol Oates per gli studenti e i colleghi, mi sento 
pervadere da una sorta di brivido esaltante. Non avverto solo fiducia, ma la certezza di essere nel 
posto giusto, al momento giusto. L’ansia, la disperazione, la rabbia – che modificavano ogni gesto 
della mia esistenza – sono scomparse, proprio come le ombre su un muro si dileguano alla luce del 
sole.
 L’insegnamento mi ha sempre dato queste sensazioni, ma adesso, dopo la morte di Ray, 
le provo in maniera più forte, più profonda, come se risultassero acuite dalla disperazione.
 A patto che il successo della mia interpretazione di Joyce Carol Oates continui, io penso
di non essere affatto morta e finita – almeno per ora.
 Per la prima volta da quando sono entrata nell’ordine di idee di star vivendo una “vita 
postuma” – la mia esistenza dopo Ray –, mi sento piena di speranze, quasi felice. E mi ritrovo a 
pensare: ‘Forse anche la strada di questa vita è percorribile. Può darsi che funzioni davvero.’
 Ed è proprio la speranza che mi ritorna in mente quando penso alla lunga settimana del 
ricovero di Ray in ospedale: in qualche modo, era il sentimento predominante in entrambi.
 Vista in retrospettiva, la speranza si rivela spesso un gioco crudele.
 “La speranza è una creatura alata,” ha scritto Emily Dickinson, con un verso stupendo. 
Eppure può apparirci come qualcosa di sgraziato, vulnerabile, imbarazzante. Ma tant’è.
 Per alcuni, quale significato può avere la parola speranza? Il peggio è accaduto, il 
marito è morto, la storia è finita. Tuttavia... Tuttavia la storia non può dirsi conclusa.
 Si può sopravvivere alla speranza. A quella speranza destinata all’oblio.
 Di certo, ho sempre riposto una parte della mia speranza nell’insegnamento. Affronto 
ogni semestre speranzosa e mi calo fiduciosamente nel lavoro dei miei studenti di scrittura creativa: 
fin da quando ho cominciato a insegnare a Princeton, in ogni semestre ho visto realizzate le mie 
speranze, grazie a risultati positivi – in realtà, molto positivi. Ma ora voglio concentrarmi più 
intensamente sui miei allievi, e non sul loro lavoro. Questo semestre ci sono ventidue iscritti ai miei
corsi – ma coordino anche due laboratori, e seguo un paio di laureandi che stanno lavorando a tesi 
“creative”.
 Voglio dedicarmi ancora di più ai miei studenti, all’insegnamento: è qualcosa che posso 
fare, che ha un valore.
 Chissà perché la scrittura – essere uno scrittore – sembra sempre una cosa di scarso 
valore a coloro che la praticano. 
 Essere uno scrittore è come essere uno di quei cani dal pedigree pericolosamente 
raffinato – un bulldog francese, per esempio –, la cui sopravvivenza risulta difficoltosa nonostante 
le pregiate peculiarità.
 Essere uno scrittore è una sfida all’osservazione di Darwin secondo la quale quanto più 
le specie sono selezionate, tanto più sono esposte all’estinzione.
 Insegnare – anche insegnare scrittura creativa – è totalmente differente. Insegnare è un 
atto di comunicazione, di “comprensione e solidarietà”: è il gesto di porgere un aiuto, il desiderio di
condividere conoscenze e abilità, la creazione di un rapporto con gli altri (gli studenti), un modo per
far sì che il prossimo entri nella solitudine della nostra anima.
 “Era il suo fare alla virtù mirato / e apprendere o insegnare gli era grato”: così 
Chaucer dice dello “studente” nei Racconti di Canterbury. Quando gli insegnanti si sentono 
realizzati è questo che provano.
 E così, durante il laboratorio di advanced fiction di questo pomeriggio, in un’aula 
grande come un salone, situata al piano rialzato di Nassau Hall 185, la sede storica dell’università, 
mi sento particolarmente risollevata per aver ripreso l’insegnamento. Per essere di nuovo qui, in 
mezzo a giovani studenti che non sanno niente della mia vita privata. Per un paio d’ore vivaci e 
coinvolgenti, sarò in grado di dimenticare le circostanze drammaticamente mutate della mia 
esistenza. Sono sicura che nessuno dei miei allievi arriverà a pensare che la “professoressa Oates” è 
ormai ridotta al sanguinante relitto di una persona, il cui cervello – fuori dagli spazi del laboratorio 
di scrittura – è in balia del caos.
 Oltre che di alcuni testi di prosa scritti da diversi studenti, abbiamo discusso 
ampiamente – cercando di dare un’interpretazione riga per riga, come se fosse un componimento 
poetico – di “Campo indiano”, il capolavoro giovanile di Ernest Hemingway. Lungo quattro pagine,
e scritto quando l’autore aveva solo qualche anno di più dei miei attuali allievi di Princeton, questo 
severo e apparentemente autobiografico racconto ha quasi sempre un fortissimo impatto sui giovani.
 Com’è strano – e stranamente consolante – leggere le grandi opere della letteratura in 
differenti periodi della nostra vita: se ne ricavano sempre sensazioni nuove. La prima volta che lessi
“Campo indiano” avevo quindici anni e frequentavo le superiori – e quindi ero più giovane 
dell’autore. Ogni lettura successiva mi ha rivelato approcci differenti al mondo: oggi pomeriggio, in
questa nuova fase dell’esistenza, allorché mi risulta evidente che la mia vita sia finita, sono ancora 
colpita dalla precisione della prosa di Hemingway, splendidamente congegnata come il meccanismo
di un orologio. Sto pensando che, tra tutti gli scrittori americani, Hemingway è quello che scrive 
esclusivamente della morte, nelle sue molteplici forme. “L’uomo d’azione perfetto è il suicida,” ha 
scritto William Carlos Williams, e ciò è sicuramente vero per Hemingway. Secondo i caratteri tipici
dei racconti di Hemingway, anche in “Campo indiano” sia i primi piani sia lo sfondo risultano 
intenzionalmente offuscati, al pari dei tratti dei volti dei personaggi e del loro passato: tutto avviene 
come in quei sogni terribilmente semplici e lineari nei quali l’elemento fondante è una rivelazione 
secca e inoppugnabile – non esiste mai un modo o un tempo per discuterne.
 Nella baracca di un campo indiano nel Michigan settentrionale, dove il padre di Nick 
Adam, medico, è stato chiamato per un parto difficile, un indiano disteso nella cuccetta superiore di 
un letto a castello si uccide tagliandosi la gola, mentre la moglie urlante mette al mondo il loro 
figlio nel lettuccio di sotto. Il giovane è testimone di quell’orrore, poiché il genitore non riesce ad 
allontanarlo dalla scena della tragedia: Nick, infatti, ha potuto osservare lo scempio mentre il padre 
esaminava la ferita dell’indiano voltandogli la testa.
 In seguito, mentre tornano verso casa dopo aver lasciato il campo indiano, Nick chiede 
al padre perché l’uomo si fosse ucciso. Il genitore risponde: “Non lo so, Nick. Forse non ce la 
faceva più a sopportare.”
 Nessuna teoria del suicidio e nessun discorso filosofico sull’argomento possono essere 
più rivelatori di queste parole: “Forse non ce la faceva più a sopportare.”
 È impressionante pensare che, diversi decenni dopo, Hemingway si sarebbe ucciso con 
un fucile, all’età di sessantun anni.
 Suicidio: un argomento tabù. Nel 1925, quando fu pubblicato per la prima volta 
“Campo indiano” – inserito nel primo libro di Hemingway, Nel nostro tempo –, un simile tema era 
assai più intoccabile rispetto a oggi.
 Quello del suicidio è un argomento che affascina gli studenti: infatti costituisce la 
traccia di un cospicuo numero di opere. Talvolta l’elemento del suicidio arriva a saturare la storia 
narrata, al punto che è difficile discutere il testo nel suo complesso senza valutarne con attenzione il
perno costitutivo e il significato che riveste per l’autore.
 Credo che molti di questi futuri scrittori non “prenderanno in considerazione” l’ipotesi 
del suicidio, ma tutti sicuramente sanno di qualcuno che si è tolto la vita.
 È possibile che un loro amico, un coetaneo, un compagno di giochi o di scuola si sia 
suicidato.
 Comunque, non ho alcuna intenzione di introdurre temi personali nelle discussioni del 
laboratorio di scrittura, proprio come mi sono sistematicamente rifiutata di trattare argomenti che 
riguardano me o i miei lavori pubblicati. Pur essendo diventata adulta negli anni sessanta, quando il 
confine tra “docente” e “allievo” era divenuto pericolosamente osmotico, non sono quel tipo di 
cattedratico.
 Come insegnante, mi prefiggo di affinare la mia personalità attraverso ciò che attingo 
dall’esperienza, o da situazioni contingenti: il mio “io” non diventa mai un fattore 
dell’insegnamento, e tanto meno della mia carriera. Mi piace pensare che la maggior parte dei miei 
studenti non abbia letto i miei libri.
 (Scrittori/docenti invitati a Princeton restano sempre stupefatti/mortificati allorché 
scoprono che gli studenti dell’uditorio non hanno una marcata familiarità con le loro opere – il mio 
pensiero corre a Peter Carey, e all’espressione perplessa e afflitta del suo volto. Io, invece, mi sento 
sollevata dal fatto che i miei allievi non leggano ciò che ho pubblicato.)
 Non credo di esagerare se affermo che, in questo semestre – il primo dalla morte di Ray 
–, i miei studenti saranno la mia ancora di salvezza. Sì, l’insegnamento costituirà il mio salvagente.
 Ma, oltre a loro, ci saranno i miei amici, una piccola cerchia di persone fedeli, e questo 
mi consentirà di “andare avanti”. Sono sicura che gli studenti ignorino la mia situazione, e che non 
siano curiosi di conoscere i particolari della mia esistenza. Di sicuro, io non accennerò mai a quello 
che sto vivendo, giorno dopo giorno. Avverto una tremenda paura quando si avvicina la fine delle 
ore di lezione, e mi devo preparare ad affrontare il ritorno alla mia misera vita.
 Per me è un motivo d’orgoglio che, nelle ore del laboratorio di scrittura, io non mi sono 
sentita diversa da quella che ero in passato. Nelle discussioni non ho dato agli studenti alcuna 
ragione per sospettare che la mia esistenza sia travagliata.
 Sulla soglia del mio studio ci sono due giovani che hanno frequentato i miei corsi nel 
semestre passato. Uno di loro – un ex soldato dell’esercito israeliano, poco più vecchio della 
maggior parte degli studenti di Princeton – dice, impacciato: “Professoressa Oates? Abbiamo saputo
di suo marito, e volevamo dirle... che ci dispiace molto, e che noi... Se c’è qualcosa che possiamo 
fare...”
 Sono totalmente sbalordita: non mi ero aspettata una simile evenienza. In fretta, dico ai 
due giovani che sto bene, che il loro interessamento è molto gentile, ma che non ho bisogno di 
nulla...
 Quando si allontanano, chiudo bene la porta. Sto tremando: sono profondamente 
commossa. Ma più che altro, sono scioccata. E penso: ‘Devono averlo saputo già stamattina. È 
qualcosa che sanno tutti.’ 
 
 37

 Ginocchia ammaccate
 Nella cruda e inesorabile luce delle quattro del mattino, con le mani e le ginocchia sul 
pavimento gelato del bagno, singhiozzo per la disperazione, la rabbia, la vergogna: dalle dita incerte
m’è scivolato via un flaconcino di plastica contenente delle capsule. Le capsule sono rotolate 
allegramente in tutte le direzioni, e io mi affanno a scovarle: a tentoni, cerco di recuperarne una che 
è finita – perlomeno, così mi è sembrato – dietro il water, tra ciuffi di sporco e di polvere. La 
inseguo come se fosse il più derelitto e sdegnato dei pensieri – l’unico oltre al ‘Ma dove sono 
andate a cacciarsi?’ – nel terrore di restare senza quel Lorazepam che mi aiuta a dormire per oltre 
tre ore della notte: non sono ancora passata all’Ambien per la paura di diventare dipendente. 
Qualunque siano le mie condizioni – cioè il mio stato mentale e il mio semisonno intontito –, nella 
mia mezza vita da zombie il profilo delle cose diventa vago, tutte le superfici sembrano di plastica e
le voci echeggiano come mormorii distanti e beffardi appartenenti a un oscuro linguaggio: defunto, 
esecutrice, fiduciari, codicillo, disposizioni testamentarie, proprietà residuale. Sono assediata dalla 
visione di un toro piegato sulle zampe anteriori nell’arena, sanguinante per una miriade di ferite, 
dalle quali fluisce un sangue caldo accolto dalla folla scompigliata con una serie di urla – ecco sono 
io qui, colpita alle ginocchia, pestata a sangue, in questa vita orbata di significato come spazzatura 
buttata su un pavimento sozzo, anch’esso spogliato di ogni rappresentatività: anche la giovane 
pianta di sanguinella nel giardino devastata dal freddo invernale è priva di significato.
 Senza un significato, il mondo è fatto solo di cose – cose che si moltiplicano all’infinito. 
 Ho recuperato sei capsule – una è persa: non riesco proprio a trovarla –, con le mani e le
ginocchia sul pavimento, a cercare a tentoni, singhiozzando e pensando: ‘Ecco quel che ti meriti: 
sei stata protetta da una simile miseria per tanto tempo, e adesso soffri!’
 
 38

 Un sogno di grande felicità!
 Sono i miei genitori, e mi chiedono: “Dov’è Ray?”
 I miei genitori di mezz’età – quindi “giovani” – com’erano non molto tempo fa, quando 
sono venuti a trovarci nella nostra casa di Princeton, e li avevamo alloggiati nella dépendance degli 
ospiti che avevamo ideato e realizzato proprio per loro. Mia madre Carolina amava cucinare e mi 
aiutava a preparare i pasti in cucina, mente mio padre Fred suonava il piano in soggiorno – la 
musica era la sua passione. In quei giorni, la veranda sembrava espandersi e fiorire di vita – di 
solito, era così silenziosa, con Ray e me in casa.
 In questo sogno – un sogno felice –, i miei genitori mi chiedono di Ray. Per quale 
ragione non c’è. Non si era mai verificata una sua assenza durante le loro visite. Con una franchezza
infantile, li rassicuro sul fatto che Ray sta bene: “Ci raggiungerà più tardi.”
 Mia madre si dimostra ancora ansiosa: è come se non mi credesse. Io, però, riesco a 
convincerla:
 “Ray sarà qui per cena.”
 No, forse le ho detto: “Ray tornerà a casa per cena.”
 Ecco la situazione: i miei genitori volevano molto bene a Ray, come se fosse stato un 
loro figliolo, e così nel sogno io non voglio che sappiano che è ricoverato in ospedale. (Perché 
questo è il segreto del sogno: mio marito è all’ospedale, ma è ancora vivo!) Come al solito, io 
temevo di angustiare i miei genitori in merito a qualsiasi cosa – in particolar modo, con notizie che 
riguardavano Ray. O me.
 Non mi sembra affatto strano che i volti dei miei genitori risultino indistinti, come se li 
vedessi sott’acqua. Né che le pareti meno vicine del nostro soggiorno siano assenti. Nella stanza 
scarseggia il mobilio: in realtà, non sembra il nostro soggiorno e neppure qualsiasi altra camera che 
conosco.
 Sì, so perfettamente che i miei amati genitori Carolina e Fred non sono più in vita. 
Tuttavia li vedo qui con me, e sono estremamente felice della loro presenza, anche se questa gioia 
ha una componente di ansia, poiché è un compito soltanto mio fare in modo che non sospettino che 
non sono più in vita e che Ray è ricoverato all’ospedale.
 Il sogno trasmette l’imbarazzo della situazione in cui mi trovo: devo assolutamente 
proteggere i miei genitori dalla duplice conoscenza di eventi che li sconvolgerebbero.
 Poi mi ritrovo a pensare: ‘È davvero un’ottima cosa che mamma e papà non siano nella 
condizione di sapere ciò che è accaduto a Ray. Forse questa è l’unica buona cosa riguardo al posto 
in cui ora si trovano.’ 
 
 39

 “Vorremmo vederti presto”
 È una donna deliziosa, una collega dell’università: non può dirsi un’amica stretta, ma 
appartiene a quel nugolo di conoscenze che, subito dopo la morte di Ray, hanno mandato biglietti di
condoglianze e fiori. Ho ricevuto una sua e-mail in cui mi dice che lei e il marito, che insegna in 
un’altra università, avrebbero piacere che andassi a cena da loro. Mi ha chiesto di indicargli una 
sera, e così ho risposto proponendo alcune date di marzo – sul calendario, il mese è costellato di 
serate vuote, nelle quali alligna l’horror vacui che tanto terrorizzava gli antichi egizi. Il mio 
personale horror vacui si diffonde dalle buie stanze non vissute della casa e arriva fino alla camera 
da letto illuminata: a questo punto, quale rimedio migliore – anche se temporaneo – di una cena con
degli amici, per esorcizzare l’orrore.
 Comunque, vedo piuttosto sovente una piccola cerchia di amici. Gli amici che 
rappresentano la mia famiglia, ai quali voglio davvero bene. Spesso – molto spesso – ci parliamo al 
telefono, e ci scambiamo e-mail. Ma nonostante questo, ci sono le serate vuote, nel nido, durante le 
quali rifletto e leggo – mi impongo di farlo – gli estratti di riviste con articoli di Ray, le sue 
recensioni scritte vent’anni fa, le bozze rilegate di libri per i quali gli editori mi hanno chiesto di 
scrivere il risvolto di copertina (il risvolto! Chiedere un risvolto a me! Mi sembra uno scherzo 
crudele!), la mia vecchia e sgualcita edizione Modern Library dei Pensieri di Pascal, che si apre con
un soffio alle pagine più spesso lette o annotate.
 Lo sterminato silenzio di questi spazi infiniti mi spaventa. È una cosa orribile sentire 
che tutto ciò che abbiamo ci scivola via. Tra noi e il cielo o l’inferno c’è solo la vita, la cosa più 
fragile al mondo.
 L’ultimo atto è tragico, per quanto gioioso sia il resto della commedia; alla fine, un 
pugno di terra viene gettato sulla nostra testa, e questo è la fine di tutto.
 Conosciamo dunque la nostra portata... Limitati in ogni modo, questo stato che sta nel 
mezzo tra due estremi lo ritroviamo in tutte le nostre facoltà... È ciò che ci rende incapaci di 
sapere con certezza e di ignorare in assoluto. Vaghiamo in un vasto spazio, sempre incerti e 
ondeggianti, spinti da un’estremità all’altra; qualsiasi termine al quale pensiamo di attaccarci e 
mantenerci fermi, vacilla e ci abbandona e, se lo inseguiamo, si sottrae alla nostra presa, scivola 
via e si dilegua in una fuga eterna; nulla si ferma per noi. È lo stato che ci è naturale, e tuttavia il 
più contrario alla nostra inclinazione. Ardiamo dal desiderio di trovare un assetto fermo, un’ultima
base robusta per edificare una torre che s’innalzi all’infinito, ma tutte le nostre fondamenta 
crollano, e la terra si spalanca fino agli abissi.
 Leggo, e intanto mi sforzo di ignorare la figura lucertolesca che si libra alla periferia del
mio campo visivo, fissandomi con calmi e impassibili occhi bronzei: “Sono paziente, posso 
aspettare. Anche di più.” 
 E così, cosa c’è di meglio di una cena con gli amici? Peccato che l’amabile C. abbia 
risposto alla mia e-mail dicendo che, tra le date indicate, non ce n’è una che possa andar bene a 
tutti.
 Perché, a quanto pare, C. ha in mente di organizzare un dinner-party di proporzioni 
eroiche. Io pensavo che sarebbe stata una cena con C. e suo marito, e forse con un’altra coppia, ma 
scopro che vuole invitare X, Y, Z: “Tutti amici tuoi, Joyce. E anche loro hanno davvero piacere di 
vederti!” Questi ospiti – uno dei quali è il rettore di un’università che ha molti impegni già fissati – 
non sono disponibili nelle date che ho indicato: forse in altri giorni, magari più avanti durante il 
mese, o all’inizio di aprile. Alla fine, decido di scrivere a C. un’altra e-mail, nella quale le propongo
di organizzare una piccola cena tra noi, con lei e suo marito e un’altra coppia o due; C. però insiste: 
“Ci sono davvero tante persone che vogliono vederti, Joyce!” È riuscita a “impegnare” una decina 
di persone per un sabato di inizio aprile: non ci saranno R., un amico comune, che quel giorno non 
può venire, e S., che sarà a Roma per una conferenza sulla legislazione internazionale. Nella sua 
risposta, mi chiede di riguardare la mia agenda e di farle sapere. Segue uno scambio di altre e-mail, 
da cui risulta che ha invitato diciotto individui, tra i quali diversi “amici” che non vedo da tantissimi
anni. Un paio, però, non sono in grado di dare una conferma, e così la mia amica deve cambiare 
ancora il giorno: per me, la nuova data è impraticabile; e allora C. deve trovarne un’altra. Comincio 
a rendermi conto che, benché la mia amica abbia detto che lei e il marito sono “ansiosi” di vedermi, 
in realtà stanno facendo di tutto per evitarmi: a tale scopo, seguita a frapporre ostacoli alla nostra 
cena – mi sembra di dover affrontare un esercizio equestre, nel quale ogni salto dev’essere più alto e
più pericoloso del precedente. (Mi raffiguro un tavolo da pranzo lungo dieci metri, a un’estremità 
del quale viene piazzata la vedova, isolata come una lebbrosa, quanto più lontana possibile 
dall’amabile C.) “Avrei decisamente preferito una cena ristretta: te, tuo marito e forse un’altra 
coppia. Credo che, per me, sarebbe stata la cosa migliore”: ecco il testo di un’e-mail velatamente 
implorante che, a quanto pare, la mia amica non ha mai ricevuto – se l’ha ricevuta, ha deciso di 
ignorarla. Da quel momento, lo scambio di messaggi elettronici sull’argomento è cessato, e l’eroico 
dinner-party vagheggiato dall’amabile C. non è mai avvenuto.
 Per molto tempo, non avrò più contatti con C., benché alcuni conoscenti comuni mi 
abbiano detto: “Manchi molto a C. Vuole vederti presto!” 
 
 40

 Andare via
 “Buon pomeriggio! Lei è... Joyce?”
 Sì, è Joyce. Pronta a ricevere il colpo della successiva, inevitabile domanda: “Dov’è suo
marito?”
 Oppure, poiché qui allo Hopewell Valley Fitness Center c’è l’abitudine di chiamarsi 
amichevolmente per nome, è possibile che la cordiale ragazza bionda della reception mi chieda: 
“Dov’è Ray, Joyce?”
 E invece la giovane tace. Anche se è curiosa di saperlo – perché non ho mai messo 
 
piede dentro il Fitness Center senza Ray (sebbene talvolta mio marito sia venuto senza di me) –, 
non si permette di chiedermelo.
 La ragazza della reception è sempre allegra e positiva – essendo una delle istruttrici del 
Fitness Center, ha quasi l’obbligo di mostrarsi positiva –, ma non è un’ingenua. Visto che, 
inevitabilmente, ci sono dei mariti che scompaiono dagli elenchi dei frequentatori del centro – 
separazione, divorzio, decesso?
 La separazione e il divorzio risultano sempre più probabili del decesso, tra le cause 
dell’improvvisa mancata frequentazione del centro. Perché, in effetti, è quasi impensabile che i 
vecchi decrepiti o i soggetti con gravi problemi di salute si iscrivano al Fitness Center.
 In ogni caso, fare domande non sarebbe certamente diplomatico. O forse la bionda della 
reception scorge sul mio volto un’espressione tirata, uno sguardo lamentevole che implora: “Per 
favore, non faccia altre domande!”
 Tutti i centri benessere sono luoghi di speranza, di ottimismo. Credere nel futuro come 
progresso: ogni conquista è positiva!
 Il trainer di Ray non ha mai smesso di lodarlo. E quanto più veniva lodato, tanto più mio
marito si applicava negli esercizi – perché voleva essere e mantenersi “in forma”.
 Negli anni passati, venivamo al Fitness Center circa tre volte la settimana – soltanto nei 
mesi invernali, però.
 Mi sembra davvero strano essere qui senza di lui. Mi ritrovo a pensare – a illudermi – 
che Ray sia ancora sulle scale o all’esterno, intento a cercare qualcosa in macchina. No, non mi ha 
preceduto e ha già incominciato gli esercizi di stretching.
 Quando si passa il badge nel dispositivo accanto al banco della reception, una voce 
metallica dice: “GRAZIE, E BUON ALLENAMENTO!”
 Sono venuta al centro benessere con uno scopo preciso, forse: per fare un po’ di 
esercizio fisico. È possibile, però, che sia qui per annullare la mia iscrizione.
 Esercizio fisico... sforzo corporeo: questa sarà la mia consolazione.
 Se mi sfianco con la ginnastica, può darsi che riesca a dormire. A dormire 
“normalmente”, intendo. Mi sembra che alcune aree del mio cervello siano come gassate: è quel 
tipo di gassatura forte che fa traboccare il liquido dalla bottiglia e lo spinge giù sulla mano.
 Il Fitness Center sorge a circa tre chilometri dalla nostra casa, a poca distanza dalla 
trafficatissima Route 31. È un edificio piuttosto insignificante, quasi senza finestre, illuminato da 
neon e incessantemente inondato da una musica dal ritmo allegro e positivo – “soft rock”, “pop”...
 In passato, è capitato che questa colonna sonora fosse davvero invadente: forte, piatta, 
ripetitiva, insulsa. Quando non ce la facevo a sopportarla, cercavo delle zone del centro – deserte, 
talvolta buie – nelle quali la musica non veniva diffusa, e mi rifugiavo lì a corricchiare sul posto, o a
prendere appunti su qualcosa cui stavo lavorando, mentre Ray continuava gli esercizi alle macchine.
 Spesso andavo nell’area esterna del centro: preferivo gli esercizi che si fanno all’aperto: 
corsa, jogging, camminate lungo vialetti o sentieri. Proprio di fianco all’edificio c’è un campo dove 
correvo seguendo il percorso immaginario di un grande “8”: quelle corse mi riempivano di gioia, 
una gioia sana e familiare, perché l’atto di correre è sempre stato elettrizzante per me, capace di 
darmi sia vigore sia sollievo.
 Voglio aggiungere che, per me, la corsa ha sempre rappresentato uno spazio di 
meditazione e di contemplazione.
 Adesso, però, quegli stati della mente mi spaventano, visto che non sono in grado di 
controllare i miei pensieri. Ralph Waldo Emerson osservava, con grande saggezza: “Un uomo è ciò 
che pensa nel corso del giorno.” È presumibile che, dicendo uomo, lo scrittore non intendesse 
escludere la donna.
 Se possiamo controllare i nostri pensieri, siamo in grado di controllare... Cosa? 
Solamente i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Soltanto le nostre idee. Del vasto e insondabile 
mondo che si apre al di là di noi, non abbiamo il minimo controllo.
 Com’è triste ricordare che, invecchiando, il brillante Emerson “perse” la mente. Per 
molti anni della sua esistenza tarda, sopravvisse in uno stato di coscienza alterato, quello di una luce
che va lentamente scemando, fino a spegnersi.
 Ecco la risposta buia, ironica e forse crudele al solare ottimismo di Emerson. Si può 
riporre una qualche fiducia in sé quando non c’è più l’“io”?
 Per svariati giorni – settimane? – mi sono proposta di venire al Fitness Center. Perché 
qui io non sono nessuno – anche Ray non era nessuno. Per alcuni degli addetti, eravamo 
semplicemente Ray e Joyce – soltanto questi due nomi.
 In questo momento, sto cercando d’immaginarmi un universo alternativo – un universo 
molto più probabile, plausibile e riconoscibile di questo –, nel quale Ray è con me, proprio com’è 
sempre stato. Potrei essere fuori, in macchina, nello stallo dove ho parcheggiato alcuni minuti fa, 
seduta immobile al posto di guida. A guardare il muro di cemento dell’edificio che aspetta... Cosa? 
La mia vita sembra un’attesa infinita: aspettare che accada un evento, aspettare che venga deciso 
qualcosa, aspettare di sapere che cosa fare. Sola, nella macchina... Lì. Ma perché? Senza un 
compagno che dica: “Be’, perché te ne stai seduta lì? Scendi. Siamo arrivati.”
 Spesso quando faccio ritorno nella nostra casa – cioè, nella mia casa –, mi capita di 
rimanere seduta in auto nel vialetto, immobile, sprofondata in una sorta di paralisi spirituale: non mi
muovo per alcuni minuti, come se fossi ipnotizzata. Quando sono lontana da casa, desidero 
ardentemente tornarci; quando sono lì, penso che quelle stanze costituiscano un pericolo per me, e 
che dovrei scappare via. Ray sarebbe stupito di fronte al mio comportamento, completamente 
“diverso” da quello di sua moglie.
 Cioè della donna che ha conosciuto come sua moglie. E che ora, come sua vedova, non 
sta comportandosi particolarmente bene.
 Ray era il guardiano della nostra famiglia e della nostra casa. Senza la sua guida, la casa
sta già cominciando ad andare in rovina. E io mi ritrovo a pensare al collasso della casa robotica, 
nel bellissimo e agghiacciante racconto di Ray Bradbury “Verranno le dolci piogge”. 
 Mi vedo seduta fuori di casa – dove? E perché? –, a combattere una sensazione di 
panico montante, e mi convinco improvvisamente che la mia abitazione è in pericolo. Tuttavia sono
troppo apatica e indolente per mettermi a guidare e tornare fin là. Ma c’è anche qualcos’altro che mi
spaventa, forse in misura ancora maggiore: è il Fitness Center.
 Mi concentro per valutare il grado di paura/panico: sono più ansiosa per la mia casa, o 
per il fatto di dover entrare nelle sale del Fitness Center; è più difficile e rischioso affrontare 
l’apprensione riguardo alla casa o quella riguardo al Fitness Center?...
 “Allora... Se sei venuta fin qui, dev’esserci una ragione.” Ecco che cosa mi avrebbe 
detto Ray, esasperato, cercando di farmi ragionare.
 Oh, ma io sono riluttante ad abbandonare la (relativa) sicurezza dell’atrio del Fitness 
Center e arrivare fino alla palestra, grande come un salone da ballo, nella quale Ray entrava sempre 
con passo sicuro.
 Presto darò un nome a posti come questo: buchi di scarico.
 Posti stipati di ricordi viscerali, che scatenano un terrore folle, appena ci si avvicina.
 A questo stadio dell’assedio, della pressione che sono obbligata a sopportare – è l’inizio
di marzo –, non sono in grado di comprendere in modo logico le cose che sto vivendo, e tanto meno
sono capace di classificarle. La tassonomia può essere considerata la reazione istintiva a un mondo 
di costernante fecondità e complessità, ma io non sono ancora abbastanza forte per gestire le 
situazioni e le emozioni applicando i principi di quella pratica.
 Una cospicua parte della mia vita mi investe come la cresta di un’onda schiumosa e 
sporca. In quell’acqua ci sono frammenti di macerie, alghe, cocci di vetro, grumi di melma, pesci 
marciti, cose senza nome: vivo in una sorta di catatonia spirituale, come se fossi stata punta da una 
velenosa creatura marina celata in quell’onda – una medusa, forse.
 Una volta, sulla costa meridionale del New Jersey, Ray e io avevamo visto le meduse: 
erano centinaia, migliaia forse, spiaggiate dopo una tempesta.
 Trasparenti, traslucide, morenti. In ogni caso, sarebbe stato meglio evitare di toccarle 
con le mani nude – anche quelle morte.
 Ray disse: “Andiamocene da questo posto. Andiamo a passeggiare da qualche altra 
parte.”
 (Perché sto pensando alle meduse, visto che mi trovo allo Hopewell Valley Fitness 
Center? Perché ogni mio pensiero – che mi porta dolore e piacere, nel contempo – sembra provenire
da una fonte che si trova al di là di me? In molte occasioni, entrambi avevamo espresso il desiderio 
di tornare a Cape May. Non avevamo mai ammirato la migrazione dei grossi stormi di uccelli – un 
evento spettacolare – né quella straordinaria della farfalla monarca. Per anni, abbiamo parlato di 
quel viaggio nel New Jersey meridionale (in realtà, si tratta di un tragitto di poche ore di macchina),
senza mai prendere una decisione: nel frattempo, però, avevamo affrontato ripetute trasferte in 
Inghilterra e in Europa. Ecco il motivo per cui ora mi tormenta il pensiero: ‘È troppo tardi per Cape 
May. Non ci andrai mai laggiù.’ 
 La giovane bionda saluta qualcuno al bancone della reception. Un altro badge ha 
scatenato la vocina metallica: “GRAZIE, E BUON ALLENAMENTO!”
 Sono passati diversi minuti dal mio arrivo, e io sto ancora indugiando nell’atrio sul 
quale si affacciano le scale che portano alla palestra.
 Sto pensando che era davvero divertente venire con Ray al Fitness Center – intrigante e 
divertente.
 Un tipo di divertimento che, inevitabilmente, coinvolgeva anche il dovere. Come fare la 
spesa in un grande magazzino.
 Una volta, mentre stavamo facendo acquisti in uno di quegli enormi supermercati senza 
finestre che fiancheggiano la Route 1, dissi a Ray, con un’aria di autentica sorpresa: “È bello fare la 
spesa con te, quando sei di buon umore! Non importa il luogo.”
 Ray rispose, con tono asciutto: “Davvero?”
 Oh, Ray aveva un senso dell’umorismo particolare – sapeva essere divertente, anche 
con un’espressione impassibile: sì, spesso faceva proprio ridere. Durante le riunioni conviviali, non 
cercava mai di porsi al centro della scena raccontando storie o aneddoti: ad attrarre l’attenzione 
erano le sue chiose alle conversazioni altrui, le sue battute simpaticissime e folgoranti. So che, se 
adesso Ray fosse nella condizione di fare un commento sull’Hopewell Valley Fitness Center, e sulle
numerose ore trascorse qui nella speranza di restare “in forma” e prolungare la sua vita, direbbe, 
con ironica filosofia: “Be’, è stata proprio una maledetta perdita di tempo, vero?” Queste parole 
sarebbero accompagnate dal gesto di stringersi nelle spalle.
 Sorrido, perché mi sembra di sentirlo.
 Ma niente è più triste di ciò.
 Ecco la sfida che mi aspetta: devo raccogliere tutte le mie forze, scendere i gradini fino 
al seminterrato e avanzare nell’ampio spazio dal soffitto molto alto dove sono collocati i tapis-
roulant e le panche multifunzione.
 Sto diventando catatonica? Sono catatonica?
 (Mi domando a cosa pensino i soggetti catatonici. Come incapsulati nel cemento, forse 
non pensano affatto. Probabilmente, questo è l’elemento precipuo della catatonia.)
 ‘Solo tapis-roulant. Per una mezz’oretta. È un esercizio che sono in grado di fare.’
 Di recente, però, spesso ho il fiato davvero corto e il battito cardiaco piuttosto 
accelerato. Mi sovviene che, mentre Ray passava diligentemente da un macchinario a quello 
successivo, di solito io mi limitavo a correre sul tapis-roulant – sceglievo sempre l’attrezzo più 
lontano, ben discosto dalle altre persone. Non volevo essere distratta dai vanti/sbuffi/mugugni degli 
uomini dal volto paonazzo e sudato, che si sfiancavano sulle macchine multifunzione, simili a 
figure dell’inferno dantesco, coi loro corpi scomposti, i visi stralunati, gli occhi sporgenti.
 (Mio marito ha mai fatto parte della schiera di quegli uomini diligenti e fortemente 
motivati? Penso proprio di no! C’era una sorta di tenace languore – qualcosa di estremamente 
difficile da descrivere – nei suoi esercizi fisici, al termine dei quali di rado appariva in un bagno di 
sudore, e tanto meno senza fiato. Ray non era mai stato un atleta, non gli interessava molto lo sport, 
la linfa vitale del maschio americano e, insieme alla politica, la prima fonte di sodalizio maschile 
nella nostra cultura.)
 Sul tapis-roulant – all’inizio impostato sul 7, per salire gradualmente fino a 9,5 (per i 
profani: il valore indica una percorrenza di nove chilometri e mezzo in un’ora, quasi la velocità di 
una persona che corre) –, io scivolavo in uno stato sognante, sgombrando la mente dalla miriade di 
distrazioni che la vita domestica comportava: quell’esistenza che allora chiamavo “vita reale” – e 
che adesso definirei più appropriatamente con le parole “la mia vita reale indicibilmente preziosa”; 
quell’esistenza che io potevo far scorrere nelle pagine che avevo scritto al mattino, rileggendo 
mentalmente, riscrivendo, ricorreggendo sulla bozza immaginaria, perché in simili momenti la 
memoria è essenzialmente visiva – eidetica? –, e il fatto di correre sembra intensificare tale 
peculiarità, visto che il mio metabolismo lavora in modo “normale e perfetto” quando corro... Ora, 
però, ho paura che i miei pensieri prendano direzioni imprevedibili mentre corro sul tapis-roulant. 
Ho paura che la “grande onda schiumosa” si rovesci su di me, gettandomi addosso più cose di 
quante riesca a sopportarne.
 Nelle sale impersonali della palestra, sarò alla mercé dei ricordi-flash che mi investono 
pressoché incessantemente. Dovunque mi trovi, qualunque cosa stia guardando – osservando –, in 
realtà io vedo soltanto Ray nel letto d’ospedale, nel momento in cui mi sono precipitata nella sua 
stanza, nell’istante in cui ho capito che era ormai troppo tardi.
 Il suo volto era rilassato! Era come se stesse dormendo, visto che qualcuno gli aveva 
tolto gli occhiali. Il tubicino della flebo che stillava gocce fino all’ago conficcato nel suo braccio 
martoriato, la maschera per l’ossigeno che gli deformava i lineamenti, i fili e il monitor per il 
controllo cardiaco – tutto era stato rimosso.
 ‘Hanno smesso di preoccuparsi di lui. Gli hanno tolto i loro macchinari. L’hanno 
abbandonato. Sono arrivata troppo tardi. Anch’io l’ho abbandonato.’
 Era come se un telo fosse calato sul mondo. E su quel sipario era impresso il ricordo di 
Ray. La mia ultima visione di Ray...
 La bionda ragazza della reception – Lisa – è sorpresa che io sia sola. Forse non sa 
spiegarsi perché non la stia salutando con un guizzo di sorriso smagliante che rispecchi il suo.
 Prima che la giovane e cortese receptionist del Fitness Center mi chieda se c’è qualcosa 
che non va, le dico che mio marito e io abbiamo deciso di “annullare” l’iscrizione al centro – le 
parole mi escono impazienti, in una sorta di balbettio.
 Il modo in cui le ho pronunciate può ricordare una persona che arrivi trafelata al banco 
della reception per avvertire che è scoppiato un incendio.
 “Oh! C’è qualche ragione... particolare?”
 Le spiego che ci trasferiamo.
 Ci siamo sempre trovati molto bene al Fitness Center. “È un posto meraviglioso, e voi ci
mancherete, solo che... lasciamo la città.” 
 Lisa sembra piuttosto amareggiata nell’udire queste parole. Forse qualcosa nel mio 
volto – gli occhi acquosi, le labbra contratte – alimenta le sue preoccupazioni. Con voce esitante, 
accenna al fatto che non vede Ray da un po’ di tempo, forse qualche settimana. Al che, io replico 
prontamente: “Be’... no, ti stai sbagliando. Ray non manca dal centro da così tanto.”
 Non so affatto perché ho reputato così importante correggere l’affermazione della 
ragazza.
 Con estrema precisione, quasi sillabando, pronuncio i nomi a Lisa: “Raymond Smith... 
Joyce Smith.” Con l’accenno di un mesto sorriso, la ragazza estrae le nostre cartelle da uno 
schedario. Poi digita qualcosa sul computer. Sta segnando che l’iscrizione è scaduta, suppongo. Ci 
cancella, ci elimina. Poi dice: “Le quote d’iscrizione sono pagate sino alla fine di marzo – sia la sua 
sia quella di suo marito. Quindi se volete continuare a venire...”
 Mai! Il pensiero mi riempie di terrore.
 “Dove vi trasferite, Joyce?”
 Sento la testa completamente vuota. Mi risulta difficile persino ricordare perché sono 
qui – e da sola.
 “Abbiamo semplicemente deciso di andarcene. Ma non sappiamo ancora dove.” 
 
 41

 “Non ti rivedrò per qualche tempo”
 9 marzo 2008. Dopo che l’ho accompagnato all’ospedale, non ho sognato Ray. Dopo la 
sua morte, non l’ho sognato. Ma questa notte è accaduto.
 Non riuscivo a vederlo chiaramente, eravamo troppo vicini. Penso che fosse seduto su 
un letto, anche se indossava il suo solito maglione azzurro. La sua faccia era vicinissima alla mia, 
quasi la sfiorava. Mi sono chinata su di lui. Mi ha mostrato due immagini incorniciate – potevano 
anche essere dei grafici, però –, ma non sono riuscita a veder bene neppure queste. Nel corso della 
nostra vita insieme, quante volte – innumerevoli – Ray mi ha mostrato i materiali della rivista che 
stava per andare in stampa: prove di copertina, fotografie, pagine con esempi di caratteri tipografici.
Mi chiedeva cosa ne pensassi: ci confrontavamo e discutevamo. Adesso, però, siccome non ero in 
grado di distinguere chiaramente ciò che intendeva farmi vedere, non ero nella condizione di 
commentare. Mi sentivo impaziente e a disagio nel contempo: non capivo quello che Ray si 
aspettava da me – no, proprio non capivo.
 A voce bassa e con il tono dell’ovvietà, Ray mi ha detto: “Penso che non ti rivedrò per 
qualche tempo.”
 A quel punto, il sogno è finito. E io sono sveglia, stordita e ho i sensi in subbuglio: è 
come se Ray fosse stato in questa stanza con me, fino a un momento fa, e ora...
 “Oh, Dio!” 
 Mi sento pervasa da un senso di perdita così profondo che non so se riuscirò a 
sopportarlo. A quanto pare, mi sono infilata solo parzialmente sotto la coperta di mia madre, forse 
perché sono mezzo vestita. Come al solito, indosso i calzerotti da letto – caldi calzettoni di lana –, 
ma ho le dita dei piedi gelate; sopra la camicia da notte, porto una vestaglia di flanella, tuttavia sono
scossa dai brividi e cerco di dormire rannicchiata, stringendo i fianchi – sottili – con le mani 
incrociate. Talvolta lascio accesa la lampada accanto al letto per l’intera notte, al pari del televisore,
senz’audio. Se c’è un gatto che dorme accanto ai miei piedi, quel micio è Reynard, il quale 
s’intrufola in camera clandestinamente, salta sul letto e si sistema per la notte, appoggiandosi con la 
schiena a una mia gamba o a una mia caviglia: il fatto di venire a dormire lì dipende soltanto dalla 
sua volontà – non risponde ai miei richiami, così come non considera le mie parole o i “grattini” 
sulla testa.
 Questa notte – sono quasi le cinque del mattino – la TV non è accesa, il gatto non c’è, e 
sono sola a letto. Intorno a me sono sparpagliate alcune carte di Ray: non il manoscritto del 
romanzo, però, che ho accantonato – per il momento. Sul tavolino ci sono gli elaborati degli 
studenti che ho letto, corretto e annotato alcune ore fa. Sento il sibilo del vento tra gli alberi; poi, in 
lontananza, il verso di un gufo, o un suono che gli somiglia: comunque, quel “ghu-ghu-ghu” sordo 
potrebbe essere anche il grido di una preda del rapace.
 In passato, uno di noi due avrebbe detto: “Ascolta! Hai sentito il gufo?”
 Adesso, però, non voglio affatto sentire quel gufo. Non voglio sentire quei versi 
soffocati che fanno raggelare il sangue, qualunque sia l’animale che li emette.
 Io voglio soltanto tornare al mio sogno. È tutto ciò che desidero. La mia brama è come 
una sete, la più terribile delle seti: è la smania di tornare al sogno di Ray – l’evento più felice della 
mia vita nelle ultime settimane. 
 
 42

 “Non riesco a trovarti, dove sei?”
 Eravamo in una città straniera. In quel momento, ci trovavamo in posti diversi. C’era un
albergo – molto grande –, dove avevamo una stanza: io, però, non riuscivo a trovarlo. Camminavo 
lungo una strada, da sola: ero molto in ansia, perché non ero capace di raggiungerti. Non avevamo 
alcun modo di comunicare tra noi e, nel sogno, mi sembrava impossibile che non riuscissi a trovarti.
 La prima volta che questo sogno ricorrente si presentò erano passati pochi anni dal 
nostro matrimonio. Non so dire quante varianti di esso abbiano affollato le mie notti nel corso dei 
decenni: centinaia? Migliaia?
 Quando gli raccontavo il sogno, Ray rideva. Non teneva in gran considerazione i sogni 
– o, perlomeno, dava l’impressione che fosse così.
 Al mattino, in cucina, gli raccontavo il sogno ricorrente della mia perdita di lui. Ogni 
volta, quel sogno era leggermente diverso, tuttavia appariva evidente che si trattava del medesimo 
fatto. 
 “Ancora quel sogno! Sai perfettamente che non ti lascerei mai.”
 “Be’, lo so, ma...”
 “Io non ti sognerei mai in quel modo.”
 Con un tono di blando rimprovero, Ray parlava come se la questione vertesse intorno a 
questo punto – la mia incapacità di credere in lui fino in fondo – e non invece, come sembra ovvio, 
al fatto che io avessi il terrore di perderlo.
 Ora che Ray è morto, quel mio unico sogno ricorrente pare scomparso.
 In realtà, il sogno ricorrente che ha tormentato la Vedova per decenni cesserà in modo 
permanente. Il che sembra confutare la teoria secondo la quale l’inconscio possiede un senso 
primitivo del tempo e confonde capricciosamente passato, presente e futuro, arrivando a concepirli
come un’unica entità.
 
 43

 “Mi spiace di doverla informare...”
 La ringrazio per il testo che ci ha inviato. Mi spiace di doverla informare che, a causa 
dell’inaspettata morte del direttore editoriale Raymond Smith, la “Ontario Review” cesserà le 
pubblicazioni con il prossimo numero di maggio 2008.
 Pochi giorni dopo la morte di Ray, avevo fatto stampare alcune centinaia di biglietti blu 
con questo messaggio.
 Una prova di quanto fosse allora labile la mia concentrazione sono le numerose stesure 
che ho dovuto affrontare per arrivare a comporre questa malinconica comunicazione di rifiuto – 
nonostante la mia reputazione di avere una grande facilità di scrittura.
 All’inizio, avevo scritto “inaspettata morte” ma, rileggendo il testo, ho pensato che 
suonasse troppo... melodrammatico, o vittimista. O soggettivo.
 Infatti, per chi sarebbe stata inaspettata la morte di Raymond Smith, e per quale astruso 
motivo avrebbe dovuto importare qualcosa a degli estranei? E perché si sarebbe dovuto informarli?
 Fu così che decisi di eliminare il termine “inaspettata” ma, dopo ore di riflessione e di 
inutili prove, non sapendo come definirla, ho scelto di ritornare all’aggettivo originario.
 “Mi spiace di doverla informare che, a causa dell’inaspettata morte del direttore 
editoriale Raymond Smith...”
 Come un grosso insetto volante intrappolato in un piccolo spazio, queste parole hanno 
volteggiato rumorosamente dentro la mia testa per un tempo lunghissimo.
 Sapevo di non avere scelta – me lo suggeriva il buon senso –, dovevo interrompere la 
pubblicazione della “Ontario Review” che Ray e io avevamo fondato e diretto insieme dal 1974. 
Era una cosa straziante, ma non esisteva alcuna alternativa: il novanta per cento del lavoro 
redazionale della rivista e il cento per cento dell’impegno gestionale – editoriale e finanziario – 
erano sempre stati appannaggio di mio marito.
 Avevamo cominciato a pubblicare con cadenza semestrale la “Ontario Review: A North
American Journal of the Arts” mentre vivevamo a Windsor, ed entrambi insegnavamo al 
dipartimento di inglese dell’università locale. Avevo maturato l’idea che, siccome i “piccoli 
periodici” erano stati una parte importante della mia carriera di scrittrice, avrei contribuito a 
fondarne e finanziarne uno; inoltre, sia Ray sia io sentivamo quasi il dovere di promuovere il lavoro
di alcuni eccellenti scrittori che avevamo conosciuto in Canada e negli Stati Uniti: il nostro intento, 
infatti, era quello di pubblicare autori canadesi e americani senza distinzione di nazionalità, e questa
era la cifra speciale e identificativa della “Ontario Review”.
 Il primo numero, uscito nell’autunno 1974, fu accolto con molto interesse negli 
ambienti letterari canadesi – non perché presentasse una concentrazione straordinaria del più 
luminoso talento nordamericano (come noi credevamo), ma per il fatto che, in quel momento, 
c’erano molti più scrittori e poeti il cui lavoro era davvero apprezzato in Canada. Avemmo la 
fortuna di pubblicare un’intervista a Philip Roth (realizzata da me); un intervento di Bill Henderson 
che, qualche tempo dopo, avrebbe fondato il leggendario “Pushcart Prize: Best of the Small 
Presses”; e un testo di Lynne Sharon Schwartz, prima che ci fosse il suo esordio narrativo. Come 
molti editori all’inizio della loro impresa, avevamo chiesto ad amici di scrivere qualcosa per la 
“Ontario”; le recensioni “brevi” delle novità editoriali – in quel numero, sui libri di Paul Theroux, 
Alice Munro e Beth Harvor, allora praticamente sconosciuta – erano firmate con la sigla JCO.
 Avviare un periodico letterario non è un’avventura in cui possa lanciarsi una persona 
debole di cuore o incline allo scoramento. Né Ray né io sapevamo cosa aspettarci. La prima 
esperienza di mio marito con un tipografo fu pressoché un disastro: il tale non aveva mai stampato 
nulla di più ambizioso del menù di un ristorante cinese locale, e le bozze erano zeppe di errori che 
richiedevano ore di lavoro, di tempo e di pazienza, per essere emendati – un’altra incombenza per 
Ray. Poi, quando le copie furono finalmente stampate, per qualche ragione che non riuscimmo mai 
a spiegarci, le copertine di un certo numero di esemplari presentavano strane impronte digitali 
insanguinate.
 Vorrei tanto ricordare le parole esatte di Ray, quando vide le misteriose macchie sulle 
copertine, dopo aver aperto lo scatolone del tipografo con una certa frenesia. Mi piace pensare che 
abbia pronunciato un commento spiritoso, ma è assai probabile che dalla sua bocca sia uscito 
soltanto il suono di una specie di singulto.
 Comunque, è verosimile che io abbia esclamato: “Oh, tesoro! Come può essere 
successo?!”
 Esaminammo accuratamente tutti gli esemplari, per scartare quelli rovinati – un’altra 
operazione che richiese ore. Non ricordo quale fosse la tiratura del primo numero della “Ontario 
Review”, ma credo che Ray avesse chiesto di stamparne mille copie.
 (Se furono davvero mille, ne andarono vendute ben poche. Senza dubbio, le regalammo.
Sarebbero passati anni prima che la “Ontario Review” fosse distribuita in mille copie. Per 
quell’uscita, pagammo i collaboratori con degli abbonamenti triennali.) 
 Il secondo numero presentò meno difficoltà del primo. Anche per un colpo di fortuna – 
avevo scritto a un importante autore, che conoscevo appena, chiedendogli un contributo gratuito –, 
potemmo contare su un’“autointervista” di Saul Bellow, e questo avvenne quando era in procinto di 
pubblicare Il dono di Humboldt. (Allorché la sua agente letteraria scoprì che ci aveva omaggiato di 
quella piccola gemma, cercò in tutti i modi di farsi restituire il testo; ma noi rispondemmo che era 
troppo tardi: la rivista era in stampa.) Pubblicammo lavori della scrittrice canadese Marian Engel, e 
componimenti poetici di Wendell Berry, David Ignatow, César Vallejo (in traduzione) e di 
Theodore Weiss, che divenne un nostro carissimo amico dopo che ci trasferimmo a Princeton, nel 
1978.
 Nel 1984, quando abitavamo a Princeton da diversi anni e Ray aveva lasciato 
l’insegnamento per potersi dedicare a tempo pieno al lavoro di direttore/editore della rivista, 
decidemmo di allargare le nostre iniziative editoriali con la creazione di una collana di libri. (Per 
quale motivo? Per una sorta di “spavalda commistione di idealismo e masochismo”, spiegava 
spiritosamente Ray.) Benché sia la rivista sia i libri non ci fornissero alcun profitto, non potevamo 
dirci un’impresa “in perdita”, visto che i nostri progetti erano finanziati privatamente con il mio 
stipendio alla Princeton University e con altre occasionali fonti di introiti.
 Gli anni ottanta furono un periodo in cui le biblioteche si abbonavano ancora alle riviste
letterarie e compravano i libri di poesia: una situazione che, alla fine degli anni novanta, risultava 
drasticamente cambiata. Nell’ambiente delle pubblicazioni canadesi, la “Ontario Review” si impose
presto per la credibilità pressoché unica nel panorama delle piccole riviste letterarie, un ambito nel 
quale rientravano, negli Stati Uniti, la “Paris Review”, la “Kenyon Review” e la “Quarterly Review 
of Literature” – a tutto ciò indubbiamente contribuì la fama di Ray, un direttore/editore davvero 
“importante”.
 L’educazione gesuita di Ray gli aveva instillato una sorta di smania per quello che viene
definito perfezionismo – agli occhi di un osservatore neutrale, la sua brama di perfezione poteva 
essere scambiata per un disturbo ossessivo-compulsivo. In un certo qual modo, però, era il direttore 
ideale, in quanto svolgeva anche il lavoro di redattore e di correttore di bozze – benché inviasse le 
bozze agli autori per la correzione, si fidava soltanto dei propri occhi, e dunque si occupava di tutte 
le fasi della lavorazione di un testo, tranne che della “composizione”, allora effettuata con il piombo
da laboratori specializzati: se avesse potuto, si sarebbe occupato anche di quella. A parte la nostra 
vita famigliare, per Ray il suo lavoro era tutto. In particolare, amava il rapporto con gli autori: non 
esiste una relazione più intima e intensa di quella che si stabilisce tra un editor profondamente 
votato alla cura redazionale e un autore disposto a discutere e accettare i consigli e le varianti 
riguardo a un suo testo. È richiesta una grande capacità di comprensione, oltre all’empatia, alla 
diplomazia, al tatto, all’acutezza – e a un certo senso dell’umorismo. Ray traeva un enorme piacere 
dalla lettura dei testi mandati in visione – è qualcosa che potrebbe suonare masochistico, o 
perlomeno eccentrico. In un anno, ne arrivavano a migliaia, e a me passava le prove narrative che 
gli sembravano “promettenti”, ma che necessitavano di interventi: a questo punto, se lo desideravo, 
potevo mettermi in contatto con l’autore, per dargli eventuali suggerimenti. Era sempre molto 
contento quando poteva lavorare con autori “scoperti” da uno di noi – mi viene in mente Pinckney 
Benedict, un mio dotatissimo allievo di Princeton, la cui tesi di laurea Town Smokes (1987) fu uno 
dei primi libri pubblicati dalla Ontario Review Press – e uno dei più venduti del catalogo.
 Quando parlava di Pinckney, Ray utilizzava un tono di voce caldo, pastoso, tenero – 
speciale. Allorché si trovava a raccontare di alcuni scrittori e poeti con i quali aveva lavorato per 
anni, dalle sue parole trasparivano la stima e l’affetto che nutriva per loro – anche per quelli che non
aveva mai incontrato di persona.
 Com’è toccante – e doloroso – leggere le parole sulla pergamena del “Pushcart Prize: 
Best of the Small Presses”, conferitogli postumo nel 2009:
 A RAYMOND SMITH (1930-2008)
 Ora tutto questo è passato – finito. Nessuno può prendere il posto di Ray. Senza di lui, 
continuare la pubblicazione della “Ontario Review” non avrebbe alcun senso per me: sarebbe come 
festeggiare il compleanno di qualcuno in absentia.
 Quando Ray è stato ricoverato in ospedale, il numero di maggio era quasi pronto per la 
stampa. Sarebbe occorsa solo qualche altra giornata di lavoro – spero di riuscire a chiudere la 
rivista, con l’aiuto del nostro grafico/impaginatore in Michigan. Ho il terrore di deludere tutti coloro
che hanno inviato i materiali a Ray, e aspettano di vederli pubblicati.
 Naturalmente dovrò pagarli. Dovrò calcolare i loro compensi, compilare gli assegni e 
spedirli. Dovrò fare i pacchetti con le copie destinate ai vari collaboratori, e portarli in posta. Mi 
sento pervasa da una sorta di frenesia, qualcosa di molto simile all’esaltazione. ‘Ray sarebbe 
tremendamente impressionato, se riuscissi a fare tutte queste cose! E saprebbe quanto lo amo.’
 Quando ho chiamato Gail Godwin, per annunciarle la morte di Ray, la sua reazione è 
stata immediata e durissima: “Oh, Joyce... quanto sarai infelice!”
 Estremamente vero. È un dato inoppugnabile, che pochi vorrebbero conoscere.
 Ci sono amici che vedo spesso, e amici che incontro di rado. L’amicizia ultratrentennale
con Gail Godwin è stata principalmente epistolare – da scrittrici, oserei dire. Siamo come cugine, o 
sorelle, di un tempo andato – l’epoca lontana delle tre Brontë, forse. E la casa di Gail, edificata su 
un pendio collinare di Woodstock, New York, che in distanza guarda i monti Catskill, possiede 
qualcosa dell’aura romanzesca e solitaria che si rintraccia nelle brughiere fiabesche dello Yorkshire.
 Ray e io siamo andati spesso a trovare Gail e il suo compagno, il compositore Robert 
Starer, nella loro casa di Woodstock. Per la mia amica, la morte improvvisa di Robert, nella 
primavera del 2001, portò anche la dolorosa sensazione della fine di un’epoca: io, però, non osavo 
pensare che forse sarebbe stato così qualora fosse morto mio marito.
 Sono davvero analoghe le esperienze di Gail e mia – analoghe e sconvolgenti!
 Proprio come Ray, Robert era stato ricoverato quasi “per precauzione”: aveva avuto un 
lieve attacco di cuore, dal quale si stava riprendendo perfettamente. Le sue condizioni erano 
“stabili”; poi, una mattina presto, mentre Gail si preparava a salire in macchina per raggiungere 
l’ospedale di Kingston, ricevette una telefonata da un medico sconosciuto che era in servizio in 
quelle ore. Gli disse: “Ho il triste compito di comunicarle che Robert non ce l’ha fatta.”
 “Non ce l’ha fatta! Ma stava migliorando, si stava riprendendo... no?” 
 È così che noi protestiamo, non riuscendo a credere. E ci aggrappiamo a ciò che 
apparentemente ci era stato promesso, come bambini. “Ma... Ma...! Ma... stava meglio! Aveva 
detto che... era ancora vivo.”
 Anche Gail aveva guidato fino all’ospedale in una sorta di trance. Pure lei non riusciva a
pensare che suo marito non fosse lì ad aspettarla nella sua stanza d’ospedale. In auto, percorrendo 
una strada lunga e buia, entrambe avevamo pensato incredule: ‘Mio marito è morto? Lui che 
muore? Non è possibile. Non può morire! I medici hanno detto che sta migliorando...’
 Anche se è passato molto tempo da quando le speranze di quei momenti sono svanite, 
quelle parole tremende restano.
 “Sì. Suo marito è ancora vivo.”
 “È sulla via della guarigione. Sarà dimesso martedì prossimo.”
 Gail mi è stata molto vicino, mi ha dato consigli. Ero così malconcia che mi risultava 
difficile parlare. Se con tutti gli altri è raro che mi trattenga a lungo al telefono, con Gail non è così. 
Le ho detto che mi sarebbe piaciuto che vivessimo nello stesso quartiere, per poterci consolare 
vicendevolmente, ma credo che nessuna di noi sia disposta a trasferirsi. Penso che soltanto Gail 
avrebbe potuto pronunciare le parole: “Soffri, Joyce. Ray se lo merita.”
 È così. È assolutamente così! La mia sfida è questa: sono abbastanza forte per soffrire? 
E per quanto tempo?
 “Hai mandato il resto del materiale a Doug? A che punto è il bozzetto della copertina 
che non sono riuscito a finire? Puoi chiuderlo e spedirglielo, via corriere?”
 (Doug Hagley è lo straordinario grafico/impaginatore che vive e lavora a Marquette, nel
Michigan.)
 Posso ammetterlo senza paura di essere smentita: se Ray potesse miracolosamente 
tornare dal mondo dei morti, nel volgere di un giorno o due – o magari di poche ore – sarebbe di 
nuovo al lavoro sulla “Ontario Review”.
 Lavorava anche nel letto d’ospedale, durante l’ultimo giorno di vita. In questo 
momento, sarebbe terribilmente preoccupato, perché bisognerà posticipare la data di pubblicazione 
del numero di maggio.
 ‘Mi sto davvero occupando di tutto, tesoro. Sto cercando di farcela!’
 Come un disperato velista rimasto solo a bordo di un’imbarcazione piccola, in procinto 
di affondare nel mare in tempesta, dopo che lo skipper è stato spazzato via da una grossa onda ed è 
annegato, mi sforzo di fare in modo che la barca non coli a picco... È ridicolo persino pensare di 
arrivare alla fine del viaggio, quando si deve soltanto sperare di restare a galla.
 Io sto tentando di restare a galla. E farò ciò che Ray vorrebbe che facessi – se ci 
riuscirò.
 Adesso sto occupandomi della posta, affrontando il compito sisifeo di attaccare con una 
graffetta i cartoncini blu ai manoscritti proposti alla rivista. In alcuni momenti, scivolo in una sorta 
di trance, allorché mi soffermo a leggere qualche verso di una poesia, o un paragrafo di un racconto;
poi il mio sguardo si desta e la vista torna a fuoco.
 All’ospedale, era capitato che Ray e io ci impegnassimo in una cernita dei testi e li 
discutessimo. Gli avevo portato un paio di racconti brevi che, a mio parere, potevano essere 
pubblicati – due storie delle quali, in verità, ero entusiasta –, ma ora, improvvisamente, mi rendo 
conto che tutto questo è finito. Sono avvilita al pensiero che alcuni manoscritti possano essere 
andati perduti, che non siano mai stati riportati a casa dall’ospedale.
 È terribile pensare che le cose si perdano! Nonostante le mie accanite ricerche, gli 
occhiali di Ray non sono saltati fuori.
 Con il passare dei giorni, delle settimane e dei mesi, lo sforzo per dare una risposta a chi
proponeva un testo per la pubblicazione diventerebbe sempre più frustrante. Avevo pensato che, in 
seno alla comunità letteraria, si fosse sparsa la voce della morte di Ray Smith e che la pubblicazione
della rivista sarebbe cessata – una notizia diffusa anche attraverso il sito web della “Ontario 
Review” –, e invece, con la puntualità di un orologio svizzero, i materiali hanno continuato ad 
arrivare. Naturalmente, per la maggior parte si tratta di lavori inviati a molti editori nel contempo, 
spediti da scrittori-robot che cominciamo la lettera accompagnatoria con uno “Spettabile Editore”, 
senza magari conoscere il lavoro della “Ontario Review”. (Due anni più tardi, l’“invio robotico” dei
manoscritti alla “Ontario Review” continuava copioso; alcuni plichi erano espressamente indirizzati
“Al direttore Raymond Smith”: come “direttore associato”, ho smesso di restituirli, immaginando 
che a questo punto potessi invocare una sorta di prescrizione. Basta!)
 Nel marzo 2008, però, mi mostro ancora diligente – forse non è la parola giusta – 
nell’aprire la posta. In qualche occasione, i manoscritti sono interi libri – comunque non richiesti –, 
che restituisco al mittente con il solito cartoncino blu: “La ringrazio per il testo che ci ha inviato...” 
Talvolta aggiungo qualche parola e firmo con le mie iniziali. Anche nella mia condizione 
obnubilata, avverto l’impulso di incoraggiare chi scrive, o comunque desidero che non reputi svilito
il suo lavoro. Penso: ‘Per me, questo avrebbe significato qualcosa, anni fa.’
 Ora, però, niente riveste una certa importanza, per me. L’eventualità di essere 
“incoraggiata” è diventata qualcosa di teorico e di astratto – “incoraggiata” riguardo a cosa?
 ‘Il fatto che tu scriva non ti salverà. Fare in modo di essere pubblicata – dalla Ontario 
Review Press – non ti salverà. Non illuderti.’
 Quanto alla “robaccia”, non permetterò che essa si accumuli – si potrebbe (quasi) 
affermare che tutta la posta è “robaccia”. Quella più temuta – anche in misura maggiore dei “cesti di
condoglianze” della Harry & David –, è costituita dai perniciosi pieghi di libri in cartone ondulato 
che alcuni editori si ostinano a spedire, chiusi con punti metallici grossi come chiodi. Aprire uno di 
quegli infernali pacchetti è un esercizio masochistico – li butto via subito, con la prontezza con cui 
scaccerei un serpente velenoso. Implorando tra me e me: ‘No! Basta! Non sopporto più questa roba!
Abbiate pietà!’
 Ogni settimana, i bidoni della spazzatura si riempiono al punto che, quando li afferro 
per trascinarli in strada, i coperchi di plastica saltano via e rotolano sul terreno.
 Davvero Sisifo spingeva un masso su per la montagna? È assai più probabile che quel 
povero disgraziato stesse trascinando i bidoni dell’immondizia lungo un vialetto, giorno dopo 
giorno, per l’eternità.
 In mezzo a questo delirio di fogli, è veramente uno scherzo – uno scherzo crudele – che 
gli editori seguitino a mandarmi bozze e testi, chiedendomi di scrivere dei risvolti: altra posta, 
quindi; altri pacchetti da aprire, appiattire e riciclare. Nel mio stato di assoluta lucidità – che 
potrebbe essere erroneamente interpretato come una forma di depressione – nulla mi sembra così 
patetico come queste richieste. Nulla mi sembra altrettanto triste, inutile, ridicolo: chiedere a me di 
scrivere un risvolto.
 Se il nome Joyce Carol Oates stampato sulla copertina delle mie opere non è in grado di
procurare loro delle vendite cospicue, come potrebbe il medesimo nome, apposto in calce a un 
soffietto editoriale, fare in modo che quel libro venda? È qualcosa di assurdo!
 Il mio cuore batte forte – per risentimento, per disperazione. Benché i miei sforzi 
risultino vani – come la pulizia delle stanze per il ritorno di mio marito dall’ospedale, come 
l’accensione o lo spegnimento di tutte le luci –, non riesco a fermarmi, e il pensiero di trovare 
qualcuno che mi aiuti in casa, o che magari si occupi delle varie faccende stando qui, mi appare 
impraticabile. Io so soltanto che non posso deludere Ray – è la mia principale responsabilità come 
sua moglie.
 Voglio dire: come sua vedova.
 Mi sento in trappola. Anzi, sono in trappola. Una volta, avevamo visto, all’estremità del 
nostro minuscolo laghetto, un giovane cervo che scrollava violentemente la testa – le sue esili corna
s’erano impigliate in quello che ci sembrava il filo di ferro della recinzione. Ebbene, è così che mi 
sento: con la testa impigliata in un filo di ferro.
 Per tutto questo tempo, la figura lucertolesca – il basilisco – mi ha fissato con uno 
sguardo vitreo. Il suo sconcertante occhio sauro mi è penetrato fino in fondo all’anima. “Tu sai che 
puoi porre fine a tutto ciò in qualsiasi momento – porre fine alla tua ridicola e sporca anima. 
Perché mai dovresti sopravvivere a tuo marito, se lo ami, come dici? Non pensi che tutti si 
aspettino che tu muoia, che tu metta fine a questa follia? Sopravvivere al tuo sposo è una cosa 
assai bassa e vile e volgare. Non meriti di vivere un’altra ora: sei proprio tu la spazzatura che devi
gettare via.” 
 
 IV

 Purgatorio, Inferno
 “Dovunque io fugga è Inferno; sono io l’Inferno.”
 Lucifero, 
 dal Paradiso perduto di John Milton
 Non c’è che un solo problema filosofico importante,
 ed è quello del suicidio. Giudicare se la vita valga
 o no la pena di essere vissuta vuol dire rispondere
 alla questione fondamentale della filosofia.
 Albert Camus, “Un ragionamento assurdo”,
 da Il mito 
 
 44

 “In questo momento, né Joyce né io possiamo rispondere al telefono”
 “Pronto. In questo momento, né Joyce né io possiamo rispondere al telefono, ma se 
lasciate un messaggio e il vostro numero... sarete richiamati il più presto possibile. Grazie per la 
telefonata.”
 Questo messaggio della segreteria telefonica, registrato da Ray diversi anni fa con un 
tono vagamente sommesso, saluta tutti coloro che chiamano, visto che in questi giorni – tardo 
inverno/inizio primavera 2008 –, di rado rispondo al telefono.
 Sì, sento che il telefono suona, ma... non ho le forze per andare a rispondere.
 Lo squillo del telefono mi paralizza, e quasi non riesco a respirare finché non smette.
 Devo resistere all’impulso di correre via, ogni volta che risuona quel trillo.
 Scappare via. Nascondermi. Da qualche parte.
 È vero, abbiamo un sistema per l’identificazione del chiamante – l’ha installato Ray, sul
telefono della mia scrivania –, e dovrei essere in grado di vagliare le telefonate, rifiutando quelle 
indesiderate e rispondendo a quelle degli amici. La maggior parte delle volte, però, sono lontana da 
quell’apparecchio; inoltre, istintivamente sono portata a svicolare e sottrarmi alla conversazione.
 Sovente non sono dell’umore di parlare neppure con gli amici più cari.
 Ho paura di crollare sul telefono.
 Ho paura di esaurire la solidarietà che gli amici nutrono nei miei confronti. 
 Ho paura di comportarmi in modo inutile, vano, imbarazzante.
 Finora nessuno mi ha rimproverato per il fatto di aver lasciato il messaggio di risposta 
di Ray nella segreteria. Alcune persone, comunque, hanno accennato alla faccenda.
 Una mi ha detto che è un “conforto” sentire la voce di Ray com’era stata registrata anni 
prima.
 Un’altra mi ha detto, in modo assai delicato, che quel messaggio “è... impressionante, 
sconcertante”.
 Un’altra ancora ha detto: “La voce nella segreteria telefonica è l’astrazione più 
straordinaria alla quale ci si può trovare di fronte.”
 Io non ho mai replicato a queste osservazioni.
 Col tempo, forse gli amici più intimi mi suggeriranno – con molto tatto e delicatezza – 
che dovrei cambiare il messaggio. Un’amica è arrivata a dirmi che, se l’avessi desiderato, suo 
marito avrebbe potuto registrare un nuovo annuncio.
 Indubbiamente è un gesto gentile e pieno di sensibilità, ma quel messaggio è come se 
non esistesse, per me: quando sono in casa, non lo ascolto proprio. Non rispondo mai dopo che è 
partito, perché io non lo sento.
 In un momento di rabbia, mi è capitato di pensare: ‘Vorresti forse cancellare la voce di 
tuo marito dalla segreteria telefonica?’ Risposta: ‘Naturalmente, no!’
 (E così passerà oltre un anno e mezzo prima che il messaggio di Ray nella segreteria 
venga finalmente cancellato, per essere sostituito da una voce elettronica – femminile – che fa 
raggelare il sangue. Comunque, per tutto il tempestoso 2008, la voce di Ray sarebbe rimasta lì.)
 Quando sono all’università, nel mio studio in Nassau Hall 185, mi accade 
frequentemente di chiamare casa. Prima digito il 9 per avere la linea esterna, poi compongo il 
numero. Ne ricavo una strana forma di conforto, allorché sento il telefono che squilla all’altro capo 
della linea: è proprio come quando chiamavo Ray da questo telefono – lo stesso suono di libero che 
ho ascoltato per anni. Di solito, telefonavo a mio marito senza una particolare ragione: solo per 
dirgli “Ciao”, mormorargli: “Ti amo!” e riattaccare. Ora è tutto inutile, ma mi ostino a comporre 
quel numero.
 Cinque o sei squilli, seguiti da un lieve click che introduce la voce di Ray, esattamente 
come la conosco e come l’ho udita per tutti quegli anni in cui era naturale che la sentissi registrata –
quasi un’espressione caratteristica del paesaggio, o dell’aria che mi circonda. “Pronto. In questo 
momento, né Joyce né io possiamo rispondere al telefono, ma se lasciate un messaggio e il vostro 
numero... sarete richiamati il più presto possibile. Grazie per la telefonata.”
 Talvolta mi capita di chiamare il numero più di una volta. Le mie dita si muovono 
meccanicamente come se stessero “snocciolando” i grani di un rosario.
 Le parole di Ray sono diventate una sorta di poesia – quel modello di immediata, 
straziante poesia vernacolare americana che William Carlos Williams ha reso sublime con semplici 
strofe incolonnate. Con una certa impazienza, seguo l’accento delle sillabe pronunciate da Ray e le 
pause tra le parole. Quasi posso percepire il respiro, immaginare la sua espressione facciale: è come 
se, in questi preziosi secondi, fosse registrata tutta la sua vita lunga settantasette anni, undici mesi e 
ventidue giorni.
 Pronto.
 In questo momento, né Joyce né io
 Possiamo rispondere al telefono,
 Ma se lasciate un messaggio e il vostro numero...
 Sarete richiamati il più presto possibile.
 Grazie per la telefonata.
 Riaggancio silenziosamente.
 Senza lasciare alcun messaggio.
 Quante vedove avranno fatto queste inutili chiamate, componendo il proprio numero di 
casa. Quante vedove avranno ascoltato la voce del marito defunto – una volta, un’altra, e poi 
un’altra ancora...
 Come vi capiterà di fare, un giorno. Se sarete voi a sopravvivere. 
 
 45

 L’Ordine Militare “Purple Heart”
 ‘Mantieniti attiva. Non tradire le promesse. Affliggersi è autocommiserazione, 
narcisismo. Non cedere.’
 Ogni giorno mi pongo un modesto obiettivo: arrivare alla fine della giornata. Non è 
anche una delle regole fondamentali degli Alcolisti Anonimi? Un giorno alla volta.
 La mia amica Gloria Vanderbilt ha cercato di consolarmi dicendo: “Un respiro alla 
volta, Joyce. Un respiro alla volta.” Gloria ha vissuto un’esperienza terrificante: ha assistito alla 
morte di suo figlio Carter – una cosa indicibile – praticamente in diretta.
 Poco dopo la scomparsa di Ray, Gloria si trasferì a casa nostra a Princeton per un breve 
periodo: voleva consolarmi, infondermi speranza. Quando se ne andò, mi lasciò una piccola statua 
di santa Teresa che le era stata donata dalla sua balia molti anni prima, quando, come in una crudele
fiaba dei Fratelli Grimm, era stata al centro di un processo per il suo affidamento – un dibattimento 
che si svolse davanti alla corte di giustizia di New York e che occupò scandalosamente le pagine 
dei giornali per molto tempo.
 La statuetta di santa Teresa troneggia sulla cassettiera della camera da letto – sulla mia 
cassettiera – e io posso vederla facilmente dal nido nel letto.
 “Gesù! Che cosa ci fa una statua di santa Teresa in camera nostra?” avrebbe 
sicuramente esclamato Ray, con una voce carica di stupefatta esasperazione. “Me ne sono andato da
pochi giorni, e c’è già una statua di santa Teresa nella nostra stanza?”
 Come tutti coloro che hanno abbandonato definitivamente il cattolicesimo, Ray 
appariva molto risentito quando si verificava un’intrusione della vecchia “fede” nella sua vita post-
religiosa. Tuttavia, come tutti gli ex cattolici, avrebbe fatto una distinzione tra santa Teresa e la 
Vergine Maria.
 Comunque, io non saprei proprio dare una spiegazione riguardo alla presenza della 
statuetta di santa Teresa in casa nostra. Al limite, potrei dire che sta di fronte a me, a un metro e 
mezzo di distanza dal mio nido.
 3 marzo 2008
 A Gloria Vanderbilt
 La presenza della statua di santa Teresa nella nostra camera è sorprendente. Da essa 
promana un’aria di serenità e di bellezza antiche. Non posso credere che tu mi abbia donato una 
parte così preziosa della tua vita. Ho detto a Elaine (Showalter) e a diverse altre persone che 
l’hanno vista che non mi sento degna di un simile dono; una ha replicato: “La statuetta esprime 
l’affetto che Gloria nutre nei tuoi confronti.” Sono parole che mi hanno toccato il cuore.
 Grazie infinite,
 Joyce
 Il basilisco!
 Gli occhi vitrei e la gelida compostezza dei sauri. È completamente immobile, il suo 
cuore di rettile pulsa appena.
 Quell’orrida creatura lucertolesca mi invita alla morte, a morire.
 Se dormo di un sonno drogato, il basilisco svanisce. Ma, quando mi sveglio – quando la 
coscienza mi sconvolge la vista come il Mace, il mefitico gas dei poliziotti –, quell’essere ritorna.
 È un’entità che mi ricorda il gatto del Cheshire nel Paese delle meraviglie: dapprima, 
Alice scorge il terribile sogghigno; poi, pian piano, il profilo dell’informe gatto sgraziato riempie 
l’intero spazio.
 Accade la medesima cosa con il basilisco. Prima lo sguardo mortifero, poi il corpo della
bestia.
 Se assumo le dosi prescritte di Lorazepam, ho la certezza che il basilisco scomparirà. O,
qualora l’oscena creatura s’imponga nella mia visione, so che non mi spaventerà.
 Ma se prendo una dose elevata di questo tranquillante – o le pillole per dormire che mi 
sono state indicate dal medico –, cado in un sonno profondo, forse una sorta di coma, e allora – al 
risveglio – sarà il basilisco a trionfare.
 Ecco perché sono molto determinata a mantenermi attiva, a non tradire le promesse!
 Nei giorni in cui Ray era ricoverato in ospedale, avevamo annullato la nostra visita alla 
University of Nevada di Las Vegas. Penso che, finché le forze mi sorreggeranno, in futuro onorerò i
miei impegni professionali e rispetterò tutti i programmi della mia vita precedente.
 Cleveland, Ohio; Boca Raton, Florida; New York University. Columbia; South 
Carolina; Sanibel Island, Florida.
 Partecipazioni a convegni, conferenze, lezioni che ho concordato da mesi. La mia 
agente mi ha suggerito di annullare i miei impegni per il prossimo semestre, ma io le ho risposto di 
no, che ce l’avrei fatta.
 Orgoglio per la propria integrità personale.
 Desiderio di non esser considerata debole, distrutta.
 Paura di stare a casa, da sola.
 Paura di perdermi lontana da casa.
 Paura di crollare mentre sono tra estranei.
 Paura di essere “riconosciuta”...
 5 marzo 2008
 A Jeanne Halpern
 Ieri sera, intorno alle 10, ti ho chiamato da Cleveland, dov’ero bloccata da una 
violenta tormenta di neve, dopo la conferenza alla biblioteca della contea di Cuyahoga – è andata 
bene, malgrado il tempo terribile. Nella mia suite al Ritz – enorme, con una profusione di fiori –, 
sono stata assalita da un tremendo senso di solitudine e di paura, visto che non potevo telefonare a 
Ray come ho sempre fatto in simili frangenti... Così ho deciso di chiamare te, ma mi ha risposto 
Lily: sono contenta che tu fossi fuori, perché sarei stata davvero insopportabile nella 
conversazione. Comunque, alla fine ho telefonato a Edmund White, il quale mi ha immediatamente 
risollevato il morale con alcuni aneddoti della sua vita e delle sue disavventure...
 Con affetto,
 Joyce
 6 marzo 2008
 A Elaine Showalter
 È stato davvero piacevole l’incontro con te e English! Io vivo pressoché 
ininterrottamente in uno stato d’ansia per le questioni legali/finanziarie, e la mia esistenza ha una 
connotazione piuttosto truce. Anche con le medicine, non riesco a dormire: ho preso una dose e 
mezza del farmaco che mi è stato prescritto, eppure non potrei essere più sveglia di così. Domani 
mi aspetta l’insegnamento: devo prendere un’auto a NYC e andare a tenere una lezione... Temo 
proprio che, senza Ray, non ci sia più niente di importante. Comunque è stato bello veramente 
vedere te e English, in entrambi i giorni. “La luce del giorno” coincide con il mio tempo migliore –
nelle rimanenti ore, le cose non vanno altrettanto bene.
 Un abbraccio,
 Joyce
 Con un’iniziativa tra il serio e il faceto, sto pensando di inviare un’e-mail a tutti gli 
amici: “Per favore, innanzitutto non ridete di me e/o non siate allarmati. Tra di voi c’è qualcuno che
io possa ‘ingaggiare’ – è indispensabile superare gli scrupoli dell’amicizia e lasciare che io paghi in 
qualche modo concreto – per farmi sopravvivere ancora per un anno, almeno? Altrimenti...”
 Naturalmente era solo un proposito semiserio.
 Ovviamente mi sforzo di dissimulare la depressione, altrimenti le chiacchiere 
correrebbero con la velocità del lampo nel mio giro di amici – e oltre, maledettamente oltre –, in 
cerchi concentrici: amici stretti/buoni amici/conoscenti/colleghi anche lontani che si palesano 
attraverso Internet, sinistramente curiosi delle mille cose che si possono scoprire.
 6 marzo 2008
 A Mike Keely
 Mike, ti ringrazio! Ray ti voleva molto bene. Non avrebbe mai pensato che non ci 
saremmo più visti tutti insieme: le sue ultime parole per me – tenere e allegre – sono rimaste incise 
nella casella vocale della segreteria telefonica. Mi sembra tutto così incredibile. Mi manca 
moltissimo una compagnia, anche puramente immaginaria, un compagno fantasma (come Harvey, 
il coniglio invisibile) che si muova per questa casa ed evochi non la realtà dell’uomo, ma qualche 
barlume di lui. Per gran parte del tempo, penso di aver perduto totalmente il senno. In qualche 
occasione – la notte scorsa, per esempio –, credo di essere abbastanza sana. Spero che ciò renda le
cose più facili. Certo, le complicazioni dell’ambito legale/finanziario sono durissime da affrontare, 
e potrebbero schiantarmi prima dell’inevitabile collasso del mio fronte emotivo...
 Con molto affetto a entrambi,
 Joyce
 Ho scoperto una cosa: ogni giorno è vivibile, se viene diviso in segmenti.
 Più precisamente: ogni giorno è vivibile, soltanto se viene diviso in segmenti.
 In breve tempo, la vedova si rende conto che una giornata intera, se affrontata nel modo 
in cui gli altri la vivono – cioè uno sconfinato Sahara di tempo –, è impossibile da sopportare. Ecco 
perché le viene consigliato di suddividere la giornata in “Mattino”, “Primo Pomeriggio”, “Tardo 
Pomeriggio”, “Sera” e “Notte”.
 Una persona potrebbe pensare che il mattino sia il periodo peggiore, ma non è così: 
infatti, è assai probabile che la vedova rimanga a letto più a lungo della gente “normale”. E poiché è
serena e apparentemente felice solo quando dorme – quando dorme di un sonno affossato in una 
melma catramosa, che toglie non solo la memoria della catastrofe della sua vita, ma anche quella di 
ogni altra tragedia possibile –, è assai probabile che le sia difficile scendere dal letto.
 Scendere dal letto? Non basta forse aprire gli occhi?
 Nessuno capirà – nessuno, eccetto la vedova – che l’atto di aprire gli occhi è qualcosa 
di sfiancante, un gesto che richiede impegno assoluto, coraggio estremo e forte immaginazione: con
l’atto di aprire gli occhi, la vedova si obbliga ad affrontare un’altra giornata di assedio, un uragano 
di emozioni che lascia stremati e pesti, e tuttavia determinati a esistere, a sforzarsi per raggiungere 
quell’obiettivo, a mostrarsi duttili, persino normali. Ma assai peggiore dell’aprire gli occhi è l’atto 
di scendere dal letto che, nell’abituale condizione di debolezza, richiede la fanatica pulsione e la 
forza di volontà proprie di un atleta olimpionico.
 All’inizio, non riuscivo a impormi di aprire gli occhi per molto tempo, e continuavo a 
giacere in uno stato semicomatoso: con una paura crescente, restavo ad ascoltare i rumori dei 
veicoli delle consegne a domicilio lungo il vialetto, i passi dei fattorini che venivano a portare 
pacchetti (indesiderati, sempre voluminosi e costellati di grosse graffe) di fronte alla porta di casa, e
poi il suono del campanello. Una volta, o forse più di una, sono venuti a trovarmi degli amici pieni 
di buone intenzioni: hanno attraversato il giardino e suonato alla porta. Non essendo andata a 
rispondere – ero rannicchiata nel mio nido scompigliato, nel letto disseminato di giornali, bozze, 
libri fin dalla sera precedente –, hanno iniziato a battere forte sull’uscio con le nocche, a chiamare 
con voci che cercavano di dissimulare la loro paura, il loro allarme: “Joyce? Joyce?” Talvolta è 
capitato che mi fossi addormentata solo all’alba, e che l’“intrusione” – cioè, la visita dell’amico o 
dell’amica ben intenzionata – avvenisse intorno alle nove del mattino; talaltra, dopo essere rimasta 
avvolta da una specie di nebbia insonne, che mi aveva convinto a prendere, alle cinque, una mezza 
pastiglia di un sonnifero che mi era stato prescritto (non l’Ambien, giacché lo stavo tesaurizzando, 
bensì il Lunesta), i colpi all’uscio rimbombavano ancora più presto, strappandomi dal pozzo nero 
del sonno profondo e dall’oblio agognato che avevo finalmente conquistato. Quei colpi erano una 
sorta di martello battuto dentro la mia testa e mi paralizzavano, mi sprofondavano nella 
disperazione e nello strazio. In quei momenti – assai numerosi nella farsa tumultuosa che costituisce
la vita di una vedova –, è chiaro che, se avessi dovuto raccogliere tutto il mio coraggio per ingollare
una massiccia dose – un’“overdose” – di tranquillanti, se avessi fatto in modo di impiegare ogni mia
energia nell’esasperato sforzo di “liberarmi del mio strazio”, quel gesto sarebbe giunto al suo 
impietoso e improvviso esito proprio mentre degli amici inattesi si ostinavano a volermi stare vicino
e a chiamarmi: “Joyce? Joyce?”
 Com’è terribile udire il mio nome, in tali momenti. Perché essere Joyce, vuol dire essere
– per antonomasia – “colei che nessun altro vorrebbe impersonare”.
 “Joyce Carol Oates” suona ancora più beffardo e malinconico, perché ostenta una messe
di sillabe. È uno scherzo!
 In qualsiasi caso, mi comporterò ragionevolmente – potete contarci. Cercherò di vivere 
in maniera assennata. Alla fine, però, quale scelta avrei se non quella di trascinarmi fuori dal letto, 
scaraventando sulla moquette del pavimento i vari giornali, le bozze rilegate di un paio di libri, uno 
o due estratti di saggi di Raymond Smith, alcuni consunti volumi di Pascal e Nietzsche, o dell’Etica
di Spinoza (consultata più per le intrinseche capacità di indurre il sonno che per l’eccitazione di 
riscoprire una logica immaginativa giocata sulla sfida di ridurre il caos del mondo in unità, ordine, 
giudizio, significato). Benché il mio cervello sia diventato una fradicia massa di densa foschia nella 
quale brulicano idee folli simili a larve, e io sembri una specie di spaventapasseri nel cassone di un 
camioncino che percorre una strada segnata da solchi fangosi, penso lucidamente che dovrei 
affacciarmi nel vestibolo (in questa casa di un unico piano, con pochissime pareti in muratura – il 
vetro vi domina – non c’è praticamente nessun posto nel quale una persona possa infrattarsi, se non 
nei bagni, nel locale della caldaia e in uno o due angoli delle stanze) e rispondere all’amico o 
all’amica: “Ciao! Sì, ciao! Certo che ci sono! Sì, va tutto bene. Sto bene! Sono qui!”, aggiungendo 
magari una risatina stoica, prima delle parole: “In questo momento, proprio non posso. Mi dispiace. 
Ti chiamo... più tardi.”
 L’amico o l’amica replica: “Joyce? Joyce...va tutto bene?”
 “Sì! Sto bene! Ti chiamerò più tardi.”
 Dentro di me, sto implorando: ‘Per favore, va’ via, ti prego. Vai via, adesso!’
 E sto pensando anche a un’altra cosa: ‘Ci sarà mai un posto dove possa nascondermi? 
Proprio non c’è nessun posto? Posso solo morire?’
 Un’altra mattina, squilla il telefono, molto presto, dopo una miserabile notte insonne 
che si è riversata nel giorno come sudicio liquame. Il suono proviene dalla stanza adiacente, dallo 
studio di Ray, e invece di rannicchiarmi sotto le coperte, fingendo di non sentirlo, per qualche 
misteriosa ragione decido di andare a rispondere: potrebbe essere il “mio” avvocato, o il “mio” 
commercialista, i due individui entrati prepotentemente nella mia esistenza per le interminabili 
esigenze dell’ufficio che si occupa delle imposte di successione. Vengo assalita dall’ansia al 
pensiero che devo rispondere a quella persona – e così mi trascino nella camera accanto mezzo 
svestita, a piedi nudi e tremante. All’altro capo della linea c’è mio fratello Fred che vive a Clarence,
New York, a poca distanza dalla nostra vecchia fattoria di famiglia nella desolata Millersport, un 
insediamento rurale una trentina di chilometri a nord di Buffalo. Naturalmente sono contenta di 
sentire il mio fratellino più giovane, che mi è stato di grande conforto, anche se solo per telefono – 
il meraviglioso Fred si è preso cura dei nostri genitori nell’ultimo periodo della loro vita, quando 
stavano in una residenza per anziani ad Amherst. Mentre parlo al telefono, mi rendo conto che un 
fattorino sta scampanellando e bussando alla porta da una decina di minuti – invano, perché stavo 
chiacchierando accucciata nello studio di Ray, come se stessi cercando di nascondermi, implorando 
come al solito: “Per favore, va’ via! Ed evita di lasciare davanti all’uscio la mia consegna. Ti prego,
va’ via!”
 Nel mio tascabile sgualcito delle opere di Nietzsche, c’è uno dei suoi più famosi 
aforismi: “Il pensiero del suicidio è un potente mezzo di consolazione: grazie a esso si superano 
parecchie cattive notti.”
 Nietzsche scrisse anche: “Quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda 
dentro.”
 E, attraverso la voce semivisionaria di Zarathustra, disse: “Molti muoiono troppo tardi, 
e alcuni muoiono troppo presto. Suona ancora strano l’insegnamento: ‘Muori al momento giusto!’”
 Questi aforismi mi attraversano spesso la mente, simili a scariche elettriche: sono lame 
che mi colpiscono in momenti inaspettati. 
 Tuttavia, nonostante la profonda solitudine e la disperazione per la sua lunghissima e 
infausta malattia/follia, Friedrich Nietzsche non si suicidò.
 Neppure Albert Camus si tolse la vita. (Sulla base dei suoi enunciati è possibile 
affermare che Camus morì di una morte peggiore: un’“assurda” morte in un incidente stradale, 
come passeggero. Il suicidio sarebbe stato preferibile!)
 Non crediate – se avete una mente sana e se aborrite il solo pensiero di ammazzarvi, 
come accadeva a Ray – che il suicidio sia, per alcuni, un pensiero “negativo”. Niente affatto: in 
realtà, si tratta di un pensiero consolatorio. Il suicidio è la porta segreta attraverso la quale si può 
uscire dal mondo in qualsiasi momento – e di cui si dispone totalmente.
 Infatti, chi può impedirvelo, se è il gesto che desiderate veramente? Chi ha l’autorità 
morale, chi può conoscere il vostro cuore?
 Ah, lo sguardo del basilisco: ecco la tentazione suicida. È quella la raffigurazione 
autentica della mancanza di vita, del vuoto.
 Comunque, se il pensiero del suicidio può risultare consolatorio, esso è anche 
terrificante. Giacché rappresenta la porta segreta che, una volta aperta e varcata la soglia, si chiude 
di colpo alle spalle – e sarà impossibile attraversarla a ritroso.
 Lo sguardo fisso del basilisco è odioso: è una tentazione alla quale bisogna resistere.
 In modo analogo, prendere in seria considerazione il suicidio è un deterrente all’azione 
stessa, proprio come pensare alle sue conseguenze postume – l’effetto che avrebbe sugli altri.
 Su mio fratello Fred, per esempio. Perché, di recente, l’ho nominato esecutore 
testamentario dei miei beni. Così come io sono l’esecutrice testamentaria delle proprietà di Ray, un 
incarico con il quale mi sono accollata una serie di responsabilità e rischi che possono essere 
paragonati a quelli di trasportare una piramide di uova camminando su un pavimento traballante.
 Questi sono i pensieri che mi attraversano la mente, mentre parlo con mio fratello – 
pensieri che non condividerei con nessuno, neppure con lui: non getterei mai addosso a un’altra 
persona qualcosa di così intimo e imbarazzante. Alcuni giorni fa, ho chiesto a un’amica che cosa 
avrebbe fatto al mio posto, aspettandomi una risposta del genere: “Mi ammazzerei, di sicuro.” 
Invece lei mi ha detto, sorprendentemente: “Penso che mi trasferirei a Parigi. Comprerei un 
appartamento a Parigi, e vivrei lì. Sì, credo che farei proprio così.”
 Mi è sembrata davvero bizzarra un’idea del genere! Come suggerire a una paraplegica 
di fare una marcialonga sciistica, o una maratona podistica.
 (L’unica persona con cui ho parlato apertamente di tali questioni è Edmund White, che 
ha visto diversi amici e amanti morire di AIDS e che, nel momento in cui scrivo, è l’individuo più 
anziano cui sia stata diagnosticata la positività all’HIV – il caro Edmund che, probabilmente, ha una
scorta di pillole paragonabile alla mia, accumulata nel corso degli anni, e concorda pienamente con 
Nietzsche riguardo all’adoperarsi per morire al tempo giusto...)
 L’incaricato del corriere che doveva consegnarmi qualcosa è andato via. La 
conversazione con mio fratello è finita. Ora il mio umore tende “al buono”: ho superato con 
successo il primo ostacolo della giornata, e mi sento quasi allegra. Anche perché sto pensando che, 
di solito, Ray si alzava tra le sette e le sette e mezzo. Ed era subito perfettamente sveglio, senza quei
passaggi intermedi tra l’ultimo dormiveglia e la lucidità – fino a quel momento aveva dormito, e 
adesso era acutamente desto. Io, invece, mi svegliavo per gradi, un passo alla volta, come se salissi 
dalle profondità del mare alla superficie luminosa, abbandonando un caldo territorio oscuro 
popolato di sogni per la cruda luce del giorno. Fino all’inizio di questo inverno, quando mi è 
sembrato che le sue energie si fossero affievolite, andava a correre – a fare jogging – per tre 
chilometri ogni mattina, con qualsiasi tempo: a questo esercizio fisico, ogni pomeriggio si 
sommavano le uscite con me, il Fitness Center, le camminate, i giri in bicicletta, le corse... 
Comunque, io non ho mai avuto le sue motivazioni per alzarmi presto, per andare a correre, col 
freddo e magari la pioggia.
 In quei giorni, quando tornava, lo prendevo in giro affettuosamente: “Hai i piedi 
bagnati! Ti buscherai una polmonite!”
 7 marzo 2008
 A Jan Perkins e Margery Cuyler
 Dalle vostre parti c’è per caso un qualche “gruppo di sostegno per il lutto”? Potrei 
iniziare a frequentarlo... Non sono sicura di farcela da sola. Mi sembra di vivere con una 
personalità dimezzata. Specialmente di notte. Di solito, mi trovo piuttosto bene quando sono in 
mezzo agli altri, ma crollo appena resto da sola. Mi pare proprio di non riuscire a prendere 
coscienza del fatto che Ray non c’è più. Che non si trova semplicemente da qualche parte dove non
posso vederlo. Mi sembra davvero impossibile...
 Mi serve un gruppo tipo Alcolisti Anonimi – suona così nabokoviano.
 Scusate se continuo a parlare di me! Credo che anche questo sia una prova del mio 
smarrimento...
 Con affetto,
 Joyce
 Tra le molte cose che ho taciuto ai miei amici, c’è il racconto del giorno successivo alla 
morte di Ray. Ebbene, durante la notte, incapace di dormire, ho tolto circa la metà dei miei abiti dal 
nostro armadio in camera.
 Non gli abiti di Ray – i miei!
 Ho ammucchiato alla rinfusa vestiti, gonne, pantaloni, camicie, maglioni... – cose che 
non portavo da un anno o forse più. In qualche caso, anche da un decennio. Vestiti che avevo 
indossato con Ray, tanto tempo prima, a Windsor. A Detroit. Durante alcuni dinner-party e altre 
occasioni mondane o festose. Ho delle fotografie di noi due, in abiti eleganti. Abbiamo un’aria 
molto felice.
 Avevo la smania di liberarmi di quei vestiti: abiti che erano stati nuovi, che ero stata 
contenta di indossare. Dopo averli tolti dall’armadio, ho presto asciugoni e Windex e, inginocchiata,
ho incominciato a sfregare la polverosa base interna del guardaroba, per pulirla. 
 Una sorta di rabbia m’infiammava il cuore. Come mai ero così arrabbiata – arrabbiata e 
schiumante di disprezzo? ‘Sei sola, adesso. Tutto questo è inutile: non conta niente. Sei una persona
ridicola! È questo che ti meriti.’
 I vestiti vengono appallottolati e infilati dentro un sacco dell’immondizia, che trascino 
sul marciapiede. Mi sembra fondamentale sbarazzarmi di queste cose, senza alcun ripensamento, 
senza che mi passi per la mente di darle a qualche centro di assistenza o all’Esercito della Salvezza 
– forse è perché mi sembra che nessuno possa volere i miei vestiti, nessuno possa avere il desiderio 
di relazionarsi anche indirettamente con me.
 Il giorno successivo, dopo che gli abiti sono stati portati via insieme alla spazzatura e il 
mio armadio appare mezzo vuoto, sono colta da un senso di smarrimento.
 Perché ho fatto una cosa simile? E perché mi sono lasciata sopraffare dalla 
disperazione?
 Gli abiti di Ray, quelli non li ho neppure sfiorati. La giacca di lana grigia, il giaccone di 
cammello, le camicie ancora nelle buste della lavanderia Mayflower, i pantaloncini kaki 
perfettamente piegati... E le calze, decine e decine di paia, stipate in una cassettiera: be’, credo che 
quelle le darò via. Chiamerò un’organizzazione che aiuta i veterani: l’Ordine Militare “Purple 
Heart”.
 Alcune settimane dopo, ecco che trovo nella cassetta delle lettere un cartoncino 
dell’Ordine Militare. Penso che sia una coincidenza.
 Abbiamo bisogno di abiti usati e di oggetti di uso domestico. Raccogliamo fondi e 
materiali che possano contribuire al benessere e al reinserimento nella società e nel mondo del 
lavoro di tutti i membri dell’Ordine Militare statunitense “Purple Heart”. Possono far parte della 
Nostra Associazione tutti i veterani feriti, disabili e/o handicappati, i coniugi o altri congiunti 
sopravvissuti e gli orfani.
 Subito prendo le calze e i calzini di Ray – che, dopo il lavaggio, lui aveva l’abitudine di 
piegare ordinatamente – e li metto in un sacco. Quante calze: calze bianche di cotone, calze nere di 
seta, calzettoni a rombi. Non oso ancora regalare le camicie, i maglioni, le giacche, le cravatte: le 
calze, invece, possono essere definite un effetto personale minore, senza identità e significato.
 In altri sacchetti e scatole, ficco capi di vestiario (miei), oggetti di uso domestico scelti a
casaccio, come piatti, bicchieri, vasi, tazze...
 In realtà, non prevedevo di scartare nessuna di queste cose, ma credo che sia giusto 
donare ben altro che semplici calzini a un’organizzazione che aiuta i veterani. Eppure, quando a 
metà mattinata un furgone compare all’imbocco del nostro vialetto d’ingresso, e l’autista carica i 
sacchi e le scatole, sono investita da un lampo di terrore, dalla sensazione che si prova nel momento
in cui si capisce che si sta facendo un enorme sbaglio: ma è troppo tardi, ormai – troppo tardi!
 Ora la cassettiera di Ray è vuota. Non riesco a spiegarmi il motivo della mia decisione. 
(Ho pensato di aver bisogno di quel cassettone?) Mi sento stravolta e affranta. Forse avrei potuto 
inseguire il furgone e gridare all’uomo di fermarsi, avrei potuto cercare di riprendermi i calzini, ma 
ero bloccata in una sorta di paralisi. Semplicemente, sono rimasta a guardare dalla finestra, 
impotente – come al capezzale di Ray, quando sono arrivata troppo tardi: quella notte avevo 
continuato a fissare mio marito, inerme, con la mente vuota persino della ripugnanza che provavo 
verso me stessa, l’autorecriminazione.
 L’entità lucertolesca – il basilisco – spera che mi rassegni, che muoia: adesso mi sta 
fissando da vicinissimo, fermo e risoluto, in attesa. Ma io non lo guardo. Non voglio. 
 
 46

 Mantenersi attiva
 ‘Mantieniti attiva: in questo consiste la salvezza.’
 E così, in queste allucinanti settimane seguite alla morte di Ray, sono arrivata alla 
decisione di incarnare Joyce Carol Oates con la medesima perfezione con la quale, nel film cult 
Blade Runner, la razza dei replicanti impersona gli esseri umani. Io sono determinata a incarnare 
JCO non per il semplice fatto che mi sono impegnata implicitamente a farlo, ma perché – visto che 
è improbabile che io non riesca a riconoscerlo durante i dibattiti al termine delle mie 
conferenze/lezioni – quello è il sistema più efficace per eludere il basilisco.
 Devo tenere in considerazione anche un’altra faccenda, basilare e ineludibile: ‘Non 
esiste alcuna differenza riguardo al luogo in cui mi trovo: non c’è alcun posto dove non sia sola; 
inoltre, tutti i posti sono equidistanti dalla morte.’
 Contea di Cuyahoga, Ohio, 4 marzo 2008. In mezzo a una bufera, con venti che ululano
malauguranti, c’è un’atmosfera quasi festosa, carica di eccitazione e gaiezza, quando l’aereo con 
una sessantina di passeggeri pallidi come fantasmi, venuti verso occidente da Philadelphia – 
sarebbero sembrati davvero fantasmi, se fossero arrivati a bordo di un piccolo naviglio dopo aver 
affrontato un mare in tempesta –, finalmente atterra, incerto e traballante, ma non in maniera 
rovinosa, sulla pista all’aeroporto di Cleveland sferzata dalla neve.
 Mi sforzo di sentirmi soddisfatta e allegra per il lieto epilogo. Cerco di scacciare il 
beffardo refrain che mi martella le tempie. “C’era una volta una nave, ed essa navigava sul mare. E
il nome della nostra nave era...”
 Al contrario di quanto avrebbero voluto i miei amici – e anche la mia agente Janet 
Cosby che, da molto tempo, si occupa di gestire i miei impegni di relatrice –, sono venuta nell’Ohio
per tenere una conferenza su “La ‘vita segreta’ dello scrittore: vulnerabilità, rigetto, ispirazione”, 
durante una manifestazione organizzata dalla biblioteca della contea di Cuyahoga, in un sobborgo di
Cleveland, il cui fine è quello di raccogliere fondi. Il mio intervento non ha luogo nella biblioteca, 
ma all’Ohio Theater, un palazzo appena restaurato, edificato negli anni venti come sala 
cinematografica, con un soffitto che riproduce un cielo notturno disseminato di stelle, per dare 
l’idea di un vasto spazio: una trasformazione magica da libro per l’infanzia, attraverso la quale un 
ambiente cavernoso diventa un luogo da sogno. Il teatro ha un migliaio di posti ma, per effetto del 
tempo terribile, soltanto la metà risultano occupati.
 “Signora Oates, grazie infinite di essere qui! Abbiamo saputo di suo marito, e siamo 
davvero dispiaciuti...”
 Le mie ospiti sono tutte bibliotecarie. Donne molto simpatiche.
 L’ho già detto, ma intendo ripeterlo: in qualsiasi posto, le persone più simpatiche che si 
incontrano è probabile che lavorino in una biblioteca.
 Quant’è difficile impersonare JCO quando, all’improvviso, ci si rivolge a me come alla 
donna che ha appena perso il marito – alla vedova.
 Mi è molto difficile svicolare, cambiare argomento – non voglio correre il rischio di 
crollare: non adesso. So che queste donne sono animate dalle migliori intenzioni – qualcosa di 
naturale, visto che magari un paio di loro possono vivere o aver vissuto la vedovanza – ma, al 
momento, le loro parole mi hanno schiantato, rendendomi incapace di parlare. Accettando le 
condoglianze, devo mostrarmi cortese e gentile. Devo assolutamente capire che la loro sollecitudine
è sincera: loro non immaginano nemmeno quanto vorrei che non mi fosse ricordata la mia “perdita” 
– particolarmente in una circostanza del genere.
 Pian piano, JCO riesce a tornare se stessa, a essere lei: il momento critico è superato.
 Nella mia mente, prende corpo una fantasia. Potrei farmi stampare e indossare una t-
shirt con la scritta:
 SÌ, MIO MARITO È MORTO.
 SÌ, SONO TRISTE.
 SÌ, SIETE GENTILI A FARMI LE CONDOGLIANZE.
 MA ORA POSSIAMO CAMBIARE ARGOMENTO?
 Con altre otto o dieci persone, quasi tutte donne, vengo condotta a cena in un club 
privato, vicino all’Ohio Theater. La signora che ci ospita – chiaramente una finanziatrice della 
biblioteca – mi fissa quasi maleducatamente per tutto il tempo del pasto, e mi rivolge continue 
domande sul romanzo La figlia dello straniero – forse è l’unico mio libro che ha letto. Ci sono delle
persone per le quali un’opera di narrativa rappresenta una sfida, una sorta di ostacolo da superare, 
perché dipinge vite o concezioni di vita che differiscono dalle proprie e, di conseguenza, questi 
lettori avvertono il bisogno di fare una specie di indagine al riguardo – qualora si trovino nelle 
immediate vicinanze dell’autore. La situazione è complicata dal fatto che la donna è dura d’orecchi,
per cui le mie risposte – educatamente date a bassa voce – suscitano in lei degli sguardi vuoti, e la 
sua voce assume un tono più alto, persino stridente, allorché mi chiede per quale motivo la famiglia 
ebrea del romanzo, appartenente alla “media borghesia” tedesca, si sia presto arresa, diventando una
“famiglia di contadini” all’arrivo negli Stati Uniti. Sono colta talmente alla sprovvista dalla 
domanda, e dalla curiosa veemenza con cui mi viene posta, che mi obbligo a riflettere 
accuratamente su ciò che devo rispondere. “Perché sono rimasti traumatizzati da quello che hanno 
vissuto in Germania,” dico. “Perché sono stati obbligati a fuggire dalle loro case. Perché si sono 
improvvisamente trovati sradicati, e hanno avuto paura – terrore, anzi. Perché hanno sofferto. 
Sicuramente sa che i nazisti perseguitavano gli ebrei, vero?” La donna mi guarda con gli occhi 
sbarrati. È totalmente sorda? Oppure è una revisionista o una negazionista? O un’antisemita? O, 
chissà, una snob? O soltanto un’ottusa? “Sì,” risponde alla fine, con un’espressione di disprezzo. 
“Ma sono diventati presto dei poveracci, hanno vissuto nello squallore. Il padre era un insegnante di
scuola superiore, e avrebbe dovuto avere più lungimiranza, più senso pratico.” È un commento 
sconcertante, molto sgradevole, che mi rimanda a un’assurda osservazione che un traduttore 
polacco rivolse a Susan Sontag e a me durante una conferenza a Varsavia, nei primi anni ottanta: 
“Se avessero voluto, gli ebrei avrebbero potuto salvarsi dai nazisti. Solo che erano troppo pigri.”
 Le altre convitate – le bibliotecarie – ascoltano in silenzio. Vorrei essere sola – da 
qualsiasi altra parte, ma sola! E invece sono qui a sforzarmi di spiegare alla mia scettica 
interlocutrice che uno scrittore non raffigura i personaggi nel modo in cui dovrebbero porsi 
idealmente, ma nella maniera in cui è probabile che si comportino in una realtà complessa e 
mutevole: non ho affatto intenzione di dirle che La figlia dello straniero si basa su alcune vicende 
della vita di mia nonna – la nonna ebrea, la madre di mio padre –, su episodi avvenuti prima che io 
la conoscessi. La donna che mi tempesta di fastidiose domande è abituata a essere presa in seria 
considerazione, poiché presto vengo spocchiosamente informata che il marito e lei hanno “pranzato 
con i Bush” – George W. e Laura – in occasione di una raccolta di fondi: la quota di partecipazione 
era di 25.000 dollari a persona. Dopo avermi informato che il coniuge è un “fervente repubblicano” 
di una certa età, ritorna al mio romanzo e, quasi di malavoglia, ammette: “Be’, negli anni trenta, non
doveva essere facile trovare un lavoro da queste parti.” Io le dico che ha perfettamente ragione, non 
era facile: “Jacob Schwart ha fatto il becchino, perché non aveva nessun’altra scelta.”
 Lei, però, si premura di ribadire, come se fosse l’elemento-cardine della vicenda: 
“D’accordo, ma hanno ceduto così alla svelta. È proprio questo che non capisco.”
 A questo punto, sono furiosa. Vorrei dirle: “E quanto ha impiegato a cedere, lei? Un 
mese? Una settimana? Un giorno?”
 Le altre donne sono imbarazzate. È meglio cambiare argomento. Per la prima volta, 
penso che sia stato uno sbaglio venire qui. Partire da casa, con una tempesta di neve, per tenere una 
conferenza il cui scopo è quello di attirare delle persone che sgancino dei quattrini per una 
biblioteca pubblica dell’Ohio, mentre all’esterno impazza la tormenta. Chiaramente, devo avere 
qualche rotella fuori posto. Imbarcarmi in una stupida conversazione con un’estranea, con una 
“fervente repubblicana” – perché le sono andata dietro? Cosa m’importa di ciò che pensa questa 
donna? Non la rivedrò mai più; probabilmente non tornerò nemmeno nella contea di Cuyahoga.
 La cena continua: la conversazione è diventata più leggera. Riesco a raccontare delle 
cose che non riguardano me o i miei poveri antenati ebrei, ma altri scrittori, amici, nomi familiari 
alle mie compagne di tavola, che si mostrano ansiose di ascoltare le mie chiacchiere e continuano a 
ripetermi che sono davvero felici che il mio aereo sia scampato alla bufera, o che io non abbia 
deciso di annullare l’impegno all’ultimo momento: “Sa, ce lo aspettavamo tutti.”
 Una dopo l’altra annuiscono, con cenni risoluti. Persino la donna che aveva 
disapprovato il comportamento della mia famiglia ebraica. In effetti, loro avrebbero annullato 
l’incontro, date le circostanze.
 Non posso rispondere che annullare un impegno esula dal mio codice comportamentale 
– se l’avessi fatto, avrei forse annullato anche quello successivo, e quello dopo ancora. Finché, una 
mattina, avrei rinunciato a scendere dal letto.
 Alla fine della cena, mi sono praticamente dimenticata della spiacevole conversazione 
con la filantropa mezzo sorda, e mi sento risollevata, quasi allegra. È come se Ray fosse qui e mi 
dicesse: “Se quella faccenda ti ha irritato, è un buon segno. Non sei né abbattuta né sconfitta né 
depressa. Una persona depressa non si sarebbe arrabbiata. Ecco perché è un dato positivo!”
 C’era un’ironica congruenza nella mia conferenza – “La ‘vita segreta’ dello scrittore: 
vulnerabilità, rigetto, ispirazione” –, incentrata sulla vulnerabilità, soprattutto nell’infanzia. Gli 
scrittori di cui parlo – Samuel Beckett, le sorelle Brontë, Emily Dickinson, Ernest Hemingway, Sam
Clemens e Eugene O’Neill, tra gli altri – sono brillanti esempi di individui che hanno saputo 
trasformare la propria vulnerabilità, il fatto di aver subito delle ferite, in arte: non sono scrittori di 
genio perché sono stati feriti, ma perché, in quanto feriti, sono stati capaci di tramutare la loro 
esperienza in qualcosa di ricco, sconosciuto, nuovo e meraviglioso. Mi salgono le lacrime agli occhi
quando cito l’emozionante osservazione di Ernest Hemingway – è talmente profonda che la 
utilizzerò per due volte durante il mio intervento:
 Dalle cose che sono accadute, dalle cose che sai e da tutte quelle che non sai, 
attraverso la tua inventiva puoi ricavare qualcosa che non è una semplice rappresentazione, bensì 
una cosa assolutamente nuova, più autentica di qualsiasi altra cosa vera e viva: sei tu a darle la 
vita e, se saprai farlo bene, le avrai donato l’immortalità. Ecco perché si scrive – per questo, e per 
nessun’altra ragione.
 (Hemingway si apprestava a tagliare il traguardo dei sessant’anni – cioè andava verso 
l’epilogo della sua esistenza –, quando disse queste appassionate parole al giovane George 
Plimpton, che lo intervistava per uno dei primi numeri della nuova “Paris Review”. Lo suo 
squillante idealismo era in dissidio con il suo “io” profondamente ferito – per non dire mutilato –, 
con la sua anima contorta, con il suo spirito amaro e malmostoso... eppure, che potenza in queste 
parole!)
 Durante la conferenza, mi sono sentita come “innalzata” – mi capita sempre così – al di 
sopra dei tormenti che mi affliggono: le mie ferite restano dietro le quinte dello scenario; ma, dopo, 
quando ritorno a essere sola, finiti gli applausi e la firma delle copie del libro, e vengo ricondotta in 
macchina all’albergo, dove mi attende una perfetta solitudine, ecco questo è il momento più 
pericoloso.
 Forse dovrei trasformare quei momenti in una sorta di gioco, se solo ne fossi capace: 
“Tesoro? Sono qui, a Parma, nell’Ohio. In mezzo a una tormenta di neve. Figurati, adesso sono in 
Snow Road. Non so se ci sia un nesso.”
 Oppure: “Sai, in camera ho trovato dei giganteschi mazzi di fiori. C’è un intenso 
profumo di gigli. Mi sembra di essere in un’impresa di pompe funebri.”
 Se stessi chiamando Ray, come facevo abitualmente al termine della giornata, ecco cosa
gli avrei detto, per farlo ridere. E lui mi avrebbe risposto:
 “Non stare alzata troppo a lungo a lavorare...”
 “Torna presto...”
 “Ti voglio bene.”
 È indubbio che mi trovi in un sobborgo di Cleveland chiamato Parma, nell’Ohio, ma 
non è vero che, al momento, io sia in Snow Road 2111 – questo è l’indirizzo della biblioteca della 
contea di Cuyahoga. Sono in un albergo molto carino, in una via di cui ignoro il nome.
 E non posso nemmeno affermare con certezza che Ray mi avrebbe dato quelle risposte. 
Molto probabilmente avremmo parlato dell’aspetto mondano della vicenda: di solito, era così.
 Questo è il primo impegno lontano da casa dopo la morte di Ray – e, di conseguenza, è 
la prima notte che trascorro fuori senza poter chiamarlo.
 La neve fitta colpisce le finestre dell’albergo con veemenza! All’esterno mugghia la 
bufera! Le organizzatrici della manifestazione – le bibliotecarie – sono state davvero gentili a farmi 
trovare questa profusione di gigli bianchi dai quali promana un intenso profumo dolce... Come mi 
sembra triste che non ci sia nessuno con cui condividere sia questi fiori sia questa lussuosa suite sia 
questo letto king-size che mi pare grande come un campo di football.
 Mi sento veramente molto sola: se telefono a casa, non risponde nessuno; non c’è una 
persona che sappia dove sono (e se ci fosse, magari non le importerebbe di saperlo) – d’accordo, si 
tratta di una stucchevole autocommiserazione, ma... com’è possibile vincerla, uscire da questa 
situazione? Non sono il Sisifo di Camus: un “eroe dell’assurdo”, che resiste alla tentazione del 
suicidio con un’epica accettazione del proprio fato. Camus dice che bisogna immaginare Sisifo 
felice. Al che, io vorrei ribattere: “Davvero? Cosa direbbe Sisifo al riguardo?”
 Nella stanza d’albergo con gli spifferi – almeno vicino alle finestre alte e strette –, il 
basilisco indugia. Se volto il capo, l’entità lucertolesca si ritrae, con uno sguardo acquoso che 
testimonia di una pazienza terrificante.
 Mi è pressoché impossibile concepire l’idea di “far del male a me stessa” lontano da 
casa – è impensabile. Di conseguenza, a Parma, posso dire di essere al sicuro.
 Eppure sono così ansiosa e depressa: devo chiamare la mia amica Jeanne. Lo faccio, ma
è sua figlia Lily a rispondere: lei non è in casa. Allora telefono a Edmund White: lo trovo nel suo 
appartamento di Chelsea, New York. Non sembra neppure sorpreso che la sua amica Joyce gli 
telefoni alle undici di sera, da Desperation, Ohio.
 Sono fortunata, davvero fortunata: Edmund ha voglia di parlare con me a quest’ora! Se 
esiste un Mozart dell’amicizia, quello è Edmund White: è un individuo estremamente disponibile, 
in qualsiasi momento. Non giudica mai, perché sa di aver superato la barriera di ogni giudizio – per 
sua stessa ammissione, è oltre la vergogna. In un sorprendente passo di My Lives, ha detto di sé:
 Nel mio perseguimento dell’“illuminazione”, talvolta mi sento come una scimmia-
ragno che volteggia sui rami di un mondo che sta diventando sempre più disboscato. Comunque, se
analizzo attentamente la mia vita, posso ancora trovarvi momenti di frivolezza, di argentina fatuità,
di gioiosa complicità, persino di schietta allegrezza. Finora sono sempre riuscito a distinguere il 
ramo successivo, anche se talvolta mi è costato un’enorme fatica.
 È notte e, stesa sull’immenso letto tra le lenzuola freddissime, ascolto il delicato 
picchiettio della neve ghiacciata contro le finestre. Mi immagino una schiera di neutrini impazziti, e
penso: ‘Ce l’ho fatta. Sono arrivata fin qui e ho onorato il mio impegno. E adesso, ce la farò 
ancora?’
 
 47

 Mantenersi attiva – “Ancora viva”
 New York University, N.Y., 6 marzo 2008.
 Non dentro una tremenda bufera, bensì in una serata invernale di gelo umido.
 Non spasmodicamente protesa a lanciare la mia vita alta nel cielo, ma al volante di 
un’auto sulla New Jersey Turnpike, nei pressi dell’uscita “Holland Tunnel”: un paesaggio familiare,
a circa due ore di strada dalla nostra casa.
 Casa! Il solo pensiero mi mette ansia, mi mozza il respiro. Perché appena mi allontano 
da casa, ho soltanto voglia di tornarvi.
 In un certo senso, però, adesso io non ho casa. Perché una casa – il rifugio, il riparo 
dalla solitudine, il luogo dell’amore, dove c’era mio marito – non esiste più.
 Dove sono e per quale motivo io sia lì è qualcosa che devo sempre ricostruire: tutti i 
posti sono uguali, se nessuno ha un senso autentico.
 Questa sera sono ospite del mio amico Ed Doctorow. Terrò una lezione/conferenza nel 
corso di una riunione di giovani autori in una “Casa dello Scrittore” nei pressi del campus della 
NYU. Oggi è stata una giornata abbastanza buona, una giornata “sicura”: prima ho tenuto lezione a 
Princeton, e adesso mi trovo alla NYU, nella “Casa dello Scrittore”: da diverse ore non sono 
ossessivamente una vedova, bensì qualcos’altro, una persona più libera – che questi narratori in erba
di New York City percepiscono come Joyce Carol Oates: per quanto l’identità sia una sorta di 
impostura è anche un elemento familiare e confortante, come il vecchio cappotto scozzese imbottito
che mi arriva fino alle caviglie e ha un cappuccio dentro il quale posso nascondermi.
 Naturalmente, questo indumento, il paletot a quadri acquistato insieme a Ray alcuni 
anni fa, mi rimanda a mio marito, giacché è il capo di vestiario che indosso in ogni giornata 
invernale, da molti inverni, proprio come Ray portava uno dei suoi giacconi L.L. Bean – quei 
giacconi che ora sono appesi nell’armadio dell’ingresso: spesso li guardo e ne accarezzo le 
maniche, e allora la mente mi si svuota di colpo, e non capisco più niente. Quando vengo salutata 
calorosamente da Ed Doctorow, con un abbraccio e un bacio sulle guance, il mio pensiero corre 
impetuosamente a Ray poiché, negli anni, ho sempre incontrato Ed e sua moglie Helen in 
compagnia di mio marito.
 Cerco di rammentarmi il primo incontro con Ed e Helen. Forse è avvenuto quando Ed 
ha tenuto un laboratorio di scrittura a Princeton, verso la fine degli anni settanta. Più tardi, una volta
Ray e io siamo andati in auto a Sag Harbor, all’estremità settentrionale di Long Island, per far visita
ai Doctorow nella loro casa di campagna.
 “Per me è un autentico piacere presentarvi la mia amica Joyce Carol Oates...”
 Con queste parole, Ed si rivolge ai giovani scrittori, tra i quali ci sono molti suoi 
studenti. Nel salone affollato regna un’atmosfera festosa, quel genere di frenesia ed eccitazione che 
promana dai giovani scrittori – artisti? Mi piacerebbe dire loro che essere una “scrittrice affermata” 
– persino un’“importante scrittrice americana”: una definizione che mi sembra completamente 
irreale – non porta con sé alcuna fiducia o sicurezza, e neppure il senso di chi sia davvero una 
persona.
 “Lei conosce già la fine di un romanzo, quando incomincia a scriverlo?”
 “Ha mai cambiato il finale di un libro all’ultimo momento?”
 “Quali sono gli scrittori che l’hanno influenzata maggiormente?”
 Sono assalita da una paura terribile: durante la mia assenza, potrebbe accadere qualcosa 
al manoscritto incompiuto di Ray, Messa nera, o alla nostra abitazione.
 Vandali che devastano la casa. Un incendio...
 “A cosa sta lavorando ora?”
 “Come riesce a capire quando un’idea può diventare un racconto, o un romanzo?”
 “Le è mai capitato di iniziare a scrivere un racconto che, durante la stesura, è diventato 
un romanzo?”
 “Ha mai cominciato a scrivere un romanzo e, alla fine, si è ritrovata con un racconto?”
 “Quando ha capito di voler fare la...”
 Esiste un elemento imprescindibile: per essere uno scrittore, occorre avere la forza 
necessaria per scrivere – quella delle emozioni –, e si deve anche essere forti fisicamente. Ora che 
non possiedo più questa forza, mi sembra sbagliato cercare di rispondere alle domande di questi 
scrittori in erba come se fossi una sorta di oracolo di Delfi...
 (Di sicuro, l’oracolo di Delfi sapeva molto perfettamente di essere un bugiardo. Ogni 
oracolo, uomo o donna che sia, è un impostore. Tuttavia, quando ci sono persone che ti pongono 
delle domande e gli piace credere che tu conosca le risposte, come puoi permetterti di cancellare 
quella sorta di incantamento?)
 “Da dove trae le sue idee?”
 “Qual è la fonte della sua ispirazione?”
 L’ispirazione! Ora non sono proprio nelle condizioni per parlare dell’ispirazione: mi 
sento come un palloncino dal quale è uscita tutta l’aria – sgonfiata, piatta. Comunque, riesco a 
rispondere alla domanda in modo abbastanza plausibile:
 “Le idee arrivano da molteplici direzioni, da infiniti luoghi – vita privata, racconti uditi 
da varie persone, articoli di giornale, eventi storici...”
 Di certo, in questo momento della mia vita mi risulta strano e spiazzante – provo 
persino vergogna a raccontarlo – il fatto che sono letteralmente soverchiata da idee per racconti, 
poesie, romanzi – romanzi anche molto corposi! Esse si presentano nella mia mente nello stesso 
modo in cui le immagini allucinatorie ci investono mentre stiamo scivolando nel sonno: compaiono,
divampano, fioriscono e svaniscono praticamente in pochi secondi ogni volta che chiudiamo gli 
occhi. E sono sicura che, se potessi disporre di tempo – se avessi tempo, energia, forza, 
“ispirazione” –, sarei capace di portarle a compimento, come mi è accaduto molte volte riguardo ad 
alcune novelle.
 Ma forse ciò è dovuto all’insonnia. O magari è un sintomo del cordoglio. O forse un 
fenomeno causato da un’anomalia del cervello, da una sorta di fissurazione. Dalla quale penetra un 
clamore di canzoni, versi di poemi, dialoghi cinematografici, musiche... Prima d’ora, nella mia 
esistenza, non mi sono mai sentita così “ispirata” – e, nel contempo, scoraggiata, esausta. Perché, in 
realtà, non ho l’energia per dare una forma scritta a queste idee, e tanto meno per pianificare i modi 
con cui portarle a compimento.
 Alla fine della serata, Ed Doctorow mi accompagna alla macchina che mi riporterà a 
Princeton. Mi abbraccia calorosamente, ripetendomi che Helen e lui sono davvero addolorati per la 
scomparsa di Ray. Aggiunge che si aspettava che annullassi l’impegno; al che io gli rispondo: “Oh, 
perché mai avrei dovuto annullarlo? Se non fossi qui, ora dove sarei? Cioè, voglio dire... In quale 
posto avrei potuto preferire di trovarmi?...”
 In quel momento, stavo pensando: ‘In realtà, non ho una casa. Non importa dove mi 
trovo. Sono senza una casa, adesso.’
 Ovviamente, questo non è vero, visto che una casa ce l’ho. E, come vedova, sono 
davvero fortunata ad avere una simile casa.
 È sufficiente pensare alle vedove che restano senza casa quando perdono il marito! 
Coloro per le quali una sorta di sati – la pratica funeraria induista che vedeva la moglie immolarsi 
sulla pira insieme al marito – può sanare la loro afflizione.
 La sfida sta proprio in questo: vivere in una casa dalla quale è sparito ogni senso – come
l’aria fuoriuscita da un palloncino. Uno sfiatamento lento, eppure letale. Poi, un giorno, il 
palloncino finisce con essere soltanto un involucro di gomma appiattito.
 Identificando i volumi sul tavolino del soggiorno con l’appellativo “i libri di Ray”, ho 
cercato di dar loro un significato particolare: quello che, in passato, possedevano 
inequivocabilmente, ma che poi si è dissolto pian piano; allo stesso modo, ho tentato di infondere 
un significato precipuo alle giacche, ai giubbotti sportivi, alle camicie e ai pantaloni appesi nei vari 
armadi di casa – capi di vestiario maschile che appartenevano a chi?
 Esiste un terrore scatenato dalle “cose” semplici che hanno perduto il loro significato: è 
quel terrore che, in certi momenti, travolge la vedova. Per quanto mi riguarda, penso che abbia 
iniziato a manifestarsi da quando ho cominciato a muovermi e a tornare in una casa deserta.
 Visto che, adesso, nessuna cosa possiede più un senso, mi devo circondare di meri 
oggetti nei quali è stato infuso un significato. Sono schiava di essi, poiché generano una sorta di 
ipnosi, di allucinazione.
 È l’intera casa in cui mi ritrovo a vivere – da sola – che ha perduto il suo significato: 
ogni stanza, ogni mobile, ogni quadro appeso alle pareti, ogni libro ha perduto il senso originario. E 
adesso ciò accade anche al giardino di Ray, ai suoi bucaneve e ai suoi crochi e ai suoi tulipani, 
poiché la primavera si sta imponendo sempre più chiaramente, giorno dopo giorno. Mi sembra di 
avvertire una punta d’odio, di rancore o di repulsione verso tutto ciò: se fisso lo sguardo su qualcosa
– uno specchio, per esempio – una sorta di velo comincia a oscurare il mio sguardo. Spesso, appena 
metto piede in casa, mi sento stordita, confusa, investita da una scarica di vertigini; nel contempo, 
però, sono anche sollevata, felice di essere tornata: “Tesoro? Ciao! Sono a casa...” Se non faccio 
attenzione, vado a sbattere contro una sedia o un tavolo (le mie gambe sono sempre costellate di 
lividi); talvolta mi manca il fiato, come se da quelle stanze fosse uscito l’ossigeno, o fossero state 
invase da un gas tossico inodore; talaltra mi è difficile mantenere l’equilibrio, come se il pavimento 
sotto i miei piedi fosse instabile. E se guardo uno specchio – quello della sala da pranzo, per 
esempio, posizionato sulla parete contigua alla cucina – la visione ondeggia, si annebbia, e mi 
chiedo: ‘È la mia faccia, quella? Oppure quella forma rappresenta l’assenza di una faccia?’ Perché 
anch’io sto sbiadendo. Siccome qui non c’è nessuno che mi guardi, che mi chiami e che mi voglia 
bene, adesso io sto sbiadendo velocemente.
 I quadri alle pareti – i grandi dipinti a olio di Wolf Kahn – sono le cose più 
impressionanti di questa casa. Lo sguardo ne è attratto. Chi veniva a trovarci, non mancava di 
commentare: “Che meraviglia! Come si chiama il pittore?” A me capita tuttora di soffermarmi a 
guardarli incantata. Perché è questa la magia dell’arte – può farci uscire da noi stessi, può 
ammaliare. Eppure, con un moto di perversione, ho anche pensato di togliere alcuni quadri, perché 
mi ricordano dolorosamente Ray – e i momenti in cui li comprammo, a New York, poco dopo 
esserci trasferiti a Princeton. Abbiamo due paesaggi di Wolf Kahn molto grandi – un fienile 
circondato di lavanda e un bosco autunnale – e alcuni disegni a pastello: scenari del New England 
nello stile impressionistico di questo artista. Il “Fienile con la lavanda” l’abbiamo acquistato in una 
galleria di Manhattan; l’altro ci è stato dato dall’artista – credo che gliel’abbiamo pagato – quando 
siamo andati a trovarlo nel suo studio completamente bianco a Chelsea. (Lo studio è letteralmente 
inondato di luce, perché Wolf Kahn è afflitto da una degenerazione maculare e, quando dipinge, ha 
bisogno di tantissima luce. Guardando le immense tele alle pareti – quadri ancora in lavorazione, 
imperniati su tinte pastello con toni estremamente sgargianti, guizzi irreali di colore –, io fui così 
ingenua da chiedergli che esperienza fosse quella di cimentarsi ogni giorno con la bellezza più 
autentica, anziché accapigliarsi con le parole come capita a chi scrive. Wolf rispose, con l’aria di 
essere costretto a spiegare qualcosa di elementare: “Per me, queste tele non sono belle. La bellezza 
non c’entra niente. Io cerco di risolvere dei problemi.”)
 Risolvere dei problemi. Naturalmente. È questo che vuol dire essere umani.
 La Vedova dovrebbe imprimersi nella mente una cosa assai semplice: la morte del 
marito non è un evento accaduto a lei, bensì al coniuge. Non ha nessun diritto di appropriarsi della
morte di Ray. Questo turbine di emozioni, questa febbriciattola, questa nausea, questo malessere... 
cos’ha a che fare tutto questo con il cordoglio, con il lutto? C’è forse dell’autentico cordoglio, del 
vero lutto in qualcuna di queste manifestazioni? Deve cessare di soffermarsi sul passato, poiché 
non può essere modificato. Deve smettere di ascoltare canzonature e voci compassionevoli: “Mio 
marito è ancora vivo?”, “Sì! Suo marito è ancora vivo, signora Smith!”
 Stasera deve prendere una pastiglia – magari anche solo mezza –, avendo l’accortezza 
di lasciare l’altra metà sul tavolinetto accanto al letto, con un bicchiere d’acqua, per le quattro del
mattino. Semmai servisse.
 
 48

 Mantenersi attiva – “La bocca del topo”
 Boca Raton, Florida. 9-10 marzo.
 Seguendo il principio secondo il quale non è importante dove si trovi la vedova, visto 
che non esiste più un posto in cui si senta a casa, mi ritrovo in un ambiente totalmente irreale, 
spazzato dal vento, “bello” come sono “belle” le scintillanti pubblicità di “Vanity Fair”: il luogo si 
chiama Boca Raton!
 Qui si svolge il Boca Raton Arts Festival, al quale siamo stati invitati Ray e io, mesi fa. 
Ora Edmund White è stato così gentile da accompagnarmi. Il mio amico David Ebershoff – il 
precedente editor delle mie opere pubblicate presso la Modern Library – è uno dei partecipanti. Si 
tratta di una parentesi di un paio di giorni, da trascorrere in modo veloce e confuso come il 
paesaggio visto da un veicolo in corsa. La sera, al ricevimento dopo la mia conferenza, tutti gli 
ospiti sono scioccati, increduli ed elettrizzati da quanto pubblicato dal “New York Times” con 
grande risalto nell’edizione odierna: lo scandalo che vede coinvolto Eliot Spitzer – tutti parlano 
soltanto di quello.
 Perché, naturalmente, in questo esclusivo resort della Florida, a quanto pare frequentato 
dai personaggi più in vista di Manhattan, tutti leggono il “New York Times”.
 “Noi conosciamo la famiglia! Il padre di Spitzer, Bernard: ah, che uomo meraviglioso, 
una persona dedita quasi totalmente alla famiglia! Sarà rimasto sconvolto.”
 “Noi conosciamo la moglie... Cioè, la famiglia della moglie...”
 “Ma come può un uomo fare una cosa del genere alla moglie...”
 “... la sua famiglia...”
 “... e le figlie...”
 “Mio figlio... Una situazione analoga! Proprio come Spitzer! Queste donne... Queste 
femmine terribili... Queste ‘ragazze squillo’... Be’, gli uomini non sanno resistergli. È terribile, 
proprio mio figlio! Lo so, non dovrebbe fare quelle cose...Mette a rischio la sua famiglia... Che 
cosa terribile: terribile!”
 “È un tale ipocrita, Spitzer!”
 “Nessuno lo sopporta, quello Spitzer: è un prepotente, un bastardo...”
 “... un falso, un dileggiatore...”
 “... come Giuliani!”
 “Come Giuliani? Peggio!” 
 “No, non è peggiore di Giuliani. La politica di Spitzer è buona: è un valido liberal-
democratico...”
 “Quell’uomo è un imbroglio! Qualsiasi cosa venga fuori dalle indagini... Bah, suo 
padre che gli ‘presta’ dei soldi...”
 “Soldi per la campagna elettorale. Che lui spende in troie...”
 “Ma... cos’è successo veramente? Queste indagini potrebbero...”
 “Figurati! È uno che ha speso 80.000 dollari in escort! I soldi della campagna elettorale
li ha spesi per andare con le prostitute!”
 “Povero Bernard. Penso a quella famiglia...”
 “Bernard? Il padre? È un falso anche lui!”
 “No, no, non è affatto così! È un brav’uomo, legato alla famiglia: un uomo 
meraviglioso, devoto...”
 “Mio figlio si rifiuta di discutere le faccende che riguardano la sua famiglia: non si 
rende conto che sta mettendo a rischio il suo matrimonio. Queste ‘squillo’ sono come la cocaina: un
uomo sposato non sa resistere.”
 Ecco le appassionate conversazioni che si svolgono intorno a noi: Edmund e io siamo 
decisamente stupiti, e non ci importa affatto di non partecipare a quel “dibattito”. Per entrambi è 
davvero impressionante – quasi fosse una sorta di Ethel Merman che compare all’improvviso su un 
palcoscenico di Broadway, spumeggiante, superingioiellata, scintillante, fasciata in un abito costoso
appositamente tagliato per il soggiorno in un resort, con i capelli simili a zucchero filato per colore 
e consistenza – la donna agitata che parla apertamente e inopinatamente del proprio figlio a un 
crocchio di estranei, a Edmund e me in modo particolare, come se il fatto di essere dei “letterati” 
possa determinare una speciale capacità di comprensione e di intuizione.
 “Mi auguro che quanto è accaduto a Spitzer serva a ficcare un po’ di buon senso nella 
testa di mio figlio. Se qualcosa del genere fosse mai accaduto nella nostra famiglia...”
 Apparentemente, nessuno si accorge quando Edmund e io sgusciamo fuori dalla sala, 
dopo aver firmato numerose copie dei nostri libri – un numero assai maggiore di quello che 
prevedevamo, in considerazione delle circostanze. Sì, perché qui sta andando in scena un dramma 
vero e proprio, rispetto al quale gli stratagemmi della narrativa sono mere ombre. Per scuotere un 
individuo, per colpirlo fin dentro al cuore, niente è come lo scandalo che riguarda un’altra persona, 
la devastazione di una famiglia altrui, il crollo di una carriera pubblica.
 A questo punto, ho quasi dimenticato perché mi sento così sperduta.
 Perché mi sento come se stessi guarendo da... Da cosa? Da una brutta influenza?
 Un’amica mi ha scritto questa lettera toccante:
 A ventotto anni, ho avuto una serie di attacchi d’ansia e un crollo nervoso, soffrendo di 
una forma acuta d’insonnia: ricordo che l’insonnia era un autentico inferno. Tutto ciò era dovuto 
al fatto che stavo vivendo un enorme cambiamento interiore. Quel periodo è durato circa sei mesi, 
nel corso dei quali ho lottato per mantenere la mia sanità mentale pressoché ogni giorno. Mi 
sentivo sconvolta, e mi chiedevo se ce l’avrei fatta a tornare normale. È stato terrificante – e, tra 
parentesi, i tuoi sintomi ricordano i miei... Tante volte mi sembrava di vivere ancora con la 
fontanella dei neonati, quell’infossamento del capo che si sutura molto lentamente: era come se 
non fossi in grado di adattarmi alla realtà, finché quella “zona molle” non avesse assunto uno 
stato solido. Quando non ha una base ferma sulla quale muoversi, una persona si sente sempre sul 
punto di cadere, di precipitare in un baratro TUTTA SOLA. Ecco perché penso che potrebbe essere
utile che, a turno, qualcuno dei tuoi amici venga a stare con te. E penso anche che potrebbe esserti 
di aiuto frequentare un gruppo di sostegno per il lutto... Naturalmente, sai che ti siamo vicino con 
tutti i nostri cuori, e che vorremmo aiutarti in ogni modo possibile.
 Stare con me! Resto incantata di fronte a questo pensiero.
 Mi sento grata, eppure terribilmente imbarazzata – e un po’ vergognosa – di fronte 
all’idea che gli amici parlino di me: ovviamente sono preoccupati – e io non sono riuscita a fargli 
capire quanto disperata, quanto sconvolta, quanto irriconoscibile ai miei stessi occhi io sia.
 Chissà se è una specie di terapia, oppure una coincidenza – anche se, come suggerisce 
Freud, nella vita mentale non esistono coincidenze – il fatto che la storia che sto elaborando con una
lentezza così straziante (mi ci vorranno molte settimane, forse mesi, per completarla) è incentrata 
sul suicidio: una giovane poetessa, abbandonata dall’amante, viene spinta dalla 
depressione/furia/follia a uccidersi...
 Il romanzo sul suicidio è un classico per i poeti! L’elevazione dell’essere, le estatiche 
aspettative che non possono venir eluse, lo sconvolgimento a opera del linguaggio, della “musica”; 
il terrore che la “musica” possa cessare.
 Magari è già cessata, senza che il poeta se ne sia accorto.
 Ma la mia storia non è sulla perdita della “musica” (o, almeno, non interamente): è su 
una donna abbandonata dal proprio amante, che è anche il padre di suo figlio – un bambino che sta 
pensando di uccidere, prima di suicidarsi. Di conseguenza, la situazione è molto differente dalla 
mia.
 O, perlomeno, voglio pensare che sia così.
 ‘Non sto per suicidarmi. Non ho neppure un chiaro e coerente proposito di darmi la 
morte!’
 Perché mi è stato detto – sono stata avvertita – da un amico filosofo che “prendere delle 
pillole” non è un’idea particolarmente brillante.
 “Non puoi immaginare quante pillole dovresti ingurgitare,” ha detto. “Sei assalita da 
tremendi dolori di stomaco e conati di vomito; cadi in una sorta di coma e, al risveglio, ti ritrovi con
il cervello danneggiato – e a quel punto non avrai più opportunità di ucciderti.”
 È stata davvero una conversazione prosaica, piuttosto strana. Eravamo in un ristorante, 
seduti a un tavolo di allegri commensali per una cena. 
 Non gli avevo mai parlato del mio grande approvvigionamento di pillole. Comunque, 
mi era sembrato che, in qualche modo, lo sapesse.
 O forse – ecco un improvviso pensiero agghiacciante – il fatto di accumulare pillole è 
una prassi assai comune, seguita da tutti per la medesima ragione.
 “I metodi semplici per suicidarsi,” ha detto il mio amico filosofo, “sono davvero pochi. 
Una pallottola nel cervello, ma potresti sbagliare il colpo; inoltre, avresti bisogno di una pistola. 
Respirare monossido di carbonio, ma qualcuno potrebbe scoprirti troppo presto. Prendere delle 
pasticche prima di infilare la testa in un sacchetto di plastica da legare stretto intorno al collo, ma 
sarebbe estremamente laborioso e complicato; ma, poi, potresti essere assalita dal panico e cambiare
idea.”
 Quello del suicidio può essere un argomento tabù, ma quando se ne parla in simili modi 
assume una connotazione tragicomica. Si cerca di avere un’aria indifferente, o incupita. Anche se vi
allude soltanto, è probabile che una persona sembri infantile, ipocrita, desiderosa di attrarre 
l’attenzione.
 “Naturalmente, è un discorso ipotetico. Non ho nessuna intenzione di ammazzarmi.”
 “Naturalmente, sto lasciando galoppare la fantasia... È chiaro che non puoi prendere sul
serio quello che ho detto.”
 C’è un filosofo – Leibniz? – che ha sostenuto di credere fermamente che l’universo si 
dissolva e si ricomponga continuamente, per l’eternità. Non ricordo se credesse in Dio: se fosse 
Leibniz, vissuto a cavallo tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, suppongo di sì. Come 
metafisica bizzarra, non è affatto la più bizzarra. Se liquidarla come illogica, arbitraria e 
indimostrabile, non è da discutere in questa sede. Di certo, riconduco l’affermazione a me, al mio 
“io”, alla mia “personalità”: un’entità che collassa quando sono sola e non vengo percepita dagli 
altri, ma che, come per magia, si ricompone quando sono con altre persone.
 Come la funambola che deve procedere sulla corda tesa, senza che vi sia nessuna rete al 
di sotto, mi dico: “Va’ avanti, decisa. Presto, prima di cadere! Ma non troppo in fretta.”
 Passeggiando con Edmund White lungo la spiaggia – con passi pesanti sulla sabbia 
bagnata –, alla vigilia della nostra partenza da Boca Raton, parliamo di Ray (che conosceva bene) e 
dell’amante francese di Ed, Hubert, morto alcuni anni fa di AIDS: ne ha scritto nel romanzo 
L’uomo sposato con risoluto candore; ha parlato del modo in cui, a noi “sopravvissuti”, sembra che 
qualche parte del nostro essere sia morta con le persone che abbiamo amato, e sia sepolta o ridotta 
in cenere insieme con loro. La morte è l’evento più ovvio, più comune, più banale della vita, e 
tuttavia... come parlarne quando ci ha colpito così da vicino? Quando uno muore e l’altro vive, 
cos’è questa “vita” lasciata in sospeso? Per un lungo tempo, dice Edmund, l’esistenza ci sembrerà 
irreale. Ma essa è effettivamente irreale, se rapportata all’intensità dell’amore che non c’è più.
 È proprio meraviglioso avere un amico come Ed, al quale posso parlare di queste cose. 
Edmund è anche il più allegro dei compagni possibili, e mi fa ridere. Mi fa dimenticare la voce 
imperiosa che risuona nella mia testa: “Questo è sbagliato! C’è qualcosa di cui rallegrarsi? Poiché 
Ray non è qui con te, in riva all’oceano, non è giusto neppure che tu sia qui. Lo sai questo?!” 
 Quella sera, ascoltiamo la giovane pianista cinese Lang Lang che suona Chopin – è 
bravissima. Più tardi, nella mia suite ci ritroviamo a guardare Lockdown – un crudo documentario di
una TV via cavo girato all’interno di una prigione maschile di massima sicurezza in Illinois – né 
Edmund né io l’avevamo visto prima. Commento: “Questi sono in condizioni peggiori delle 
nostre!”
 Poi, quando saranno state ormai le undici, abbiamo cambiato canale e ci siamo 
sintonizzati sulla CNN per apprendere le ultime clamorose rivelazioni sullo scandalo Spitzer. 
 
 49

 Mantenersi attiva – “La Wonder Woman della letteratura americana”
 Columbia, South Carolina. 19 marzo 2008.
 E così vengo accolta calorosamente da Janette Turner Hospital, la quale mi ha invitato a
tenere una conferenza presso la University of South Carolina, per gli studenti del suo corso sugli 
scrittori americani contemporanei. I ragazzi hanno letto e commentato il mio romanzo Le cascate, 
ma alcuni di loro hanno affrontato di recente anche La figlia dello straniero.
 Un vago applauso, strette di mano, volti sorridenti. Mi sento molto sollevata e a mio 
agio, perché è davvero facile, davvero naturale sorridere quando gli altri sorridono. Per non 
rispondere in tal modo, la vedova dovrebbe essere un soggetto depresso-catatonico.
 “Signora Oates, lei è la mia scrittrice preferita. Il primo dei suoi romanzi che ho letto è 
stato...”
 “Signora Oates, ho letto tutti i suoi libri, e quello che preferisco è Blonde...”
 “Domenica è il compleanno di mia sorella. Per favore, potrebbe scrivere: ‘Buon 
compleanno, Sondra!’, aggiungendo la firma e la data? Grazie...”
 Un brusio di voci risuona come un rombo nelle mie orecchie ma, nonostante ciò, sto 
sorridendo. In effetti, sono molto felice di essere qui: non importa cosa sia o sia stata Joyce Carol 
Oates. Sono molto contenta di essere qui, se sono davvero la persona cui è rivolta un’accoglienza 
così calorosa che si protrae per almeno un’ora.
 E intanto cerco di ricordare com’era prima – non può essere stato tanto tempo fa: è 
passato un mese e un giorno, infatti –, com’era sentirsi viva: sentire che ero una persona reale, e 
non un simulacro di persona; capire che, se non mi rintano presto nella mia stanza d’albergo, finirò 
per ridurmi in pezzi e pezzettini, che andranno a insozzare il pavimento, o mi disintegrerò. E 
tuttavia la vanità (segreta) della vedova mi spinge a pensare che soltanto ora, in uno stato di 
coscienza svilito e lucido nel contempo, posso vedere le cose come sono veramente.
 Perché quando Ray era vivo, io non ero mai da sola, neppure se lui non si trovava con 
me; ora che non c’è più, anche se sono con altra gente, con una folla di persone, io non mi sento mai
in compagnia. 
 “La cura per l’abbandono è la solitudine”, ha detto Marianne Moore. Ma, adesso, la 
solitudine mi appare spaventosa.
 Alcuni secoli fa, gli scrittori speravano di ottenere una sorta di immortalità per mezzo 
delle loro opere. I sonetti di Shakespeare sono soffusi di tale speranza, e negli ultimi versi delle 
Metamorfosi di Ovidio ciò viene affermato quasi come una sfida:
 Ormai ho compiuto un’opera che né l’ira di Giove, né il fuoco
 o il ferro e il tempo che tutto corrode, potranno distruggere.
 Quando vorrà, venga pure quel giorno, che solo sul corpo
 ha potere, e ponga fine al corso della mia vita incerta:
 con la parte migliore di me stesso volerò in eterno
 ben oltre gli astri e il nome mio indelebile rimarrà.
 E ovunque su terre assoggettate si estende il potere di Roma,
 la gente mi leggerà e, se qualche verità è nel presentimento
 dei poeti, di secolo in secolo per la mia fama vivrò.*
 In epoca contemporanea, perlomeno in Occidente, la maggior parte degli scrittori non 
solo ha smesso di credere all’“immortalità” riguardo ai libri che scrive e a se stessi, ma si è anche 
resa conto che una simile pretesa – o desiderio – può essere considerato un elemento ironico-
comico. Al tempo di Ovidio, nel I secolo a.C., chi avrebbe potuto pensare che, un giorno, ci sarebbe
stato un mondo in cui la semplice definizione “Ovunque su terre assoggettate si estende il potere di 
Roma” si sarebbe svuotata di qualsiasi significato, come “Giove”, signore di tutti gli dèi. Per uno 
scrittore è una triste consolazione – più triste che consolante – che i suoi libri siano tradotti, venduti 
e presumibilmente letti in molti paesi, mentre la sua esistenza non è florida: e così suona davvero 
beffarda la “buona notizia”, appresa la scorsa settimana via e-mail, alla vigilia del compleanno di 
Ray, che una mostra della collezione dei miei libri posseduti dallo scrittore-intervistatore Larry 
Grobel a Los Angeles – una manifestazione annunciata da tempo – è stata allestita presso la Powell 
Library alla UCLA, con il titolo JOYCE CAROL OATES – LA WONDER WOMAN DELLA 
LETTERATURA AMERICANA. (“... Nel corso di quattro decenni, JCO ha scritto oltre 
centoquindici libri, tra cui cinquantacinque romanzi, e più di quattrocento racconti. A questi vanno 
aggiunti più di una dozzina di titoli di saggistica e varia, otto sillogi poetiche e oltre trenta 
commedie...”)
 Ray avrebbe sorriso – oppure riso sonoramente – di fronte al sottotitolo: “La Wonder 
Woman della letteratura americana!”
 Ciò che la vedova ha perduto è la possibilità di essere presa in giro – agli altri potrebbe 
sembrare una perdita da poco, ma non è così.
 Di tutte le categorie dell’essere, la vedova è colei che ha minori possibilità di venir 
presa in giro, derisa o sbeffeggiata. 
 È la vigilia del compleanno di Ray, che cade l’11 marzo. Domani avrebbe compiuto 
settantotto anni.
 Janette si confida con me: non sa che cosa farebbe se perdesse suo marito – un 
accademico in pensione, studioso di sanscrito, professore di storia comparata e filosofo delle 
religioni universali che ha insegnato alla Queen’s University di Kingston, in Ontario. Crede che 
forse “si rannicchierebbe in posizione fetale e si tirerebbe le coperte sopra la testa per un paio di 
mesi”.
 Io penso: ‘Ecco! Una scena – una scelta – davvero seducente.’
 Con la sua auto, mi sta portando a un evento. Janette si confida con me, nel modo in cui 
le donne rivelano i propri turbamenti quando il tempo da trascorrere insieme è molto poco – bisogna
dire le cose fondamentali, in maniera chiara e succinta. Mi racconta di una sua cara amica che ha 
perduto il marito improvvisamente, sprofondando nella depressione e diventando agorafobica.
 L’agorafobia! Mi dico: ‘Ecco cosa potrei utilizzare, in un futuro prossimo.’
 La prospettiva di stare a casa, di nascondermi là dentro, anziché questo spostarsi 
frenetico... Dopo la morte di Ray, il fatto di viaggiare ha incarnato il volto esteriore della mia 
pazzia, come la pazzia è stata la faccia interiore del mio lutto. Infatti il viaggio è percepito come un 
“impegno professionale”: è una cosa rispettata, a differenza del rinchiudersi in casa, che sarebbe 
biasimato.
 Agorafobia: paura degli spazi aperti. Claustrofobia: paura degli spazi chiusi.
 Sarebbe davvero infernale se le due patologie fossero congiunte! Di certo, però, è 
possibile rintracciare una qualche consolazione umana nell’agorafobia. Come l’animale ferito o 
morente si trascina in un posto isolato per stare da solo, così la persona colpita aspira alla solitudine 
– sia per morirne sia per esserne confortata.
 L’agorafobia è più frequentemente un disturbo femminile che maschile: in tre casi su 
quattro, infatti, colpisce le donne. E ciò non può essere determinato dal fatto che gli uomini 
appaiono meno nevrotici e meno soggetti alle fobie rispetto alle donne, ma perché i maschi 
tradizionalmente non hanno mai potuto scegliere se stare in casa o no – devono “guadagnarsi da 
vivere” e procurare il sostentamento alla famiglia –, mentre le femmine, mogli e madri, sono state 
storicamente “costrette” a restare confinate nell’ambiente domestico.
 In alcune culture fondamentaliste, le donne sono “prigioniere” nella loro casa, 
prigioniere del loro/nostro sesso. Questa è la posizione estrema rispetto alla quale la “casalinga” 
della cultura americana contemporanea rappresenta l’esempio più liberale e apparentemente 
liberato. Nella nostra cultura, essere una reclusa è una condizione percepita come una specie di 
scelta (perversa): il voler essere morbosamente una “casalinga” richiede che ci sia almeno un altro 
individuo consenziente, con ogni probabilità un membro della famiglia. Cioè qualcuno disposto a 
provvedere agli introiti, a girare per negozi di alimentari, a mediare tra la persona agorafobica e il 
mondo esterno.
 Penso a Shirley Jackson: una scrittrice brillante, divertente, raggelante e femminista in 
un’epoca – gli anni cinquanta – precedente all’istituzionalizzazione del “femminismo” come modo 
nuovo e rivoluzionario in cui le donne dovevano e potevano pensare a se stesse. Shirley visse la 
parte finale della vita in uno stato di acuta agorafobia, incapace persino di uscire dalla camera da 
letto della sua casa di North Bennington, nel Vermont.
 Non che avesse “perduto” il marito in senso letterale, ma semplicemente Stanley Edgar 
Hyman (il coniuge) le fu ripetutamente e apertamente infedele, intrecciando relazioni con le sue 
adoranti allieve di Bennington.
 Shirley Jackson affrontò la più odiosa delle morti, dovuta a obesità patologica, 
dipendenza da anfetamine, alcolismo. Per mesi, si era rintanata nella sua squallida camera – con la 
complicità di Hyman? Di sicuro, a quel punto, lei non gli interessava più per niente. Fu trovata 
morta: il suo cuore s’era fermato, all’età di quarantanove anni.
 Nella lista c’è anche Emily Dickinson, il cui ritiro dal mondo pare inversamente 
proporzionale alla fioritura della sua poesia rivoluzionaria. Isolata – protetta? – tra le mura della 
casa di famiglia ad Amherst, nel Massachusetts, Emily fu insieme costretta a restare in casa e 
“libera”: negli interstizi delle faccende domestiche e dell’assistenza a parenti morenti, seppe creare 
ed elaborare la sua poetica.
 Mi nascondo nel mio fiore,
 Perché mentre appassirà nel tuo Vaso
 Tu – senza saperlo – sentirai per me
 Quasi una malinconia.
 [903]
 Emily disse alla nipote Mattie che il suo unico desiderio – la sua sola necessità – era 
ritirarsi nella sua stanza, girare la chiave e... “Ecco la libertà!” La sua graduale fuga dal mondo 
veniva interpretata dai famigliari come “un normale accadimento dell’esistenza”, e non la 
conseguenza di una carenza o anomalia nella sua personalità.
 È piuttosto strano che io avverta una certa affinità con Emily Dickinson, visto che – agli
occhi di osservatori neutrali – appaio del tutto diversa.
 Tuttavia, proprio come William Carlos Williams dice che “l’uomo d’azione perfetto è il 
suicida”, io penso che l’individuo freneticamente “attivo” forse agisca solo per resistere 
all’attrazione dell’agorafobia.
 Quando raggiungiamo la bella casa di Janette affacciata sul lago, vengo accompagnata 
attraverso le stanze inondate di sole. Stringo la mano a suo marito, e sento un colpo al cuore al 
pensiero che tutta quella bellezza – quegli arredi accuratamente scelti, quei tappeti ricchi di colori, 
quegli oggetti d’arte e quei libri –, tutto ciò che rende questa casa la “propria casa”, diventerebbe 
orribile per Janette se perdesse Cliff: sarebbe una beffa, proprio come le cose di casa mia sono 
diventate uno scherno per me.
 ‘Sarò mica pazza, a pensare simili cose? In un momento del genere, poi.’
 Per la vedova, tutte le mogli sono delle potenziali vedove. Incalzerà soltanto loro lo 
sguardo del basilisco, e devono sfuggirlo.
 La sera, nell’alto letto a baldacchino che mi ricorda una slitta antica, piazzato al centro 
della mia camera presso la foresteria della University of Southern California, mi sovvengono alcuni 
versi di Emily Dickinson. Non so se sono sveglia o addormentata, se sono parzialmente sveglia o 
parzialmente addormentata: galleggio in quel poroso stato dell’anima in cui la poesia diventa la 
forma d’eloquio più naturale, e il poeta parla con la voce dell’anima, in extremis.
 Il Cervello, dentro il suo Solco
 Scorre uniforme e regolare
 Ma lascia che una Scheggia sbandi.
 Sarebbe più facile per Te
 Riportare indietro le Acque
 Quando le Piene hanno diviso le Colline
 E si sono scavate una Strada solo per Loro
 E hanno spazzato via i Mulini.
 [556]
 Il mattino dopo, sulla strada che conduce all’aeroporto Columbia, Cliff guida la sua 
auto, Janette è sul sedile accanto, mentre io sono seduta dietro. Sovrappensiero, all’improvviso dico 
che perlomeno adesso non devo preoccuparmi più quando prendo un aereo, come facevo allorché 
mio marito mi aspettava a casa. “Penso: «Che cosa m’importa se precipita. Se accadesse, non è che 
non rivedrei più Ray.» Ora non mi preoccupo se l’aereo cade. Proprio per niente.”
 Intendo dimostrare che sono una persona positiva, serena. Credo che quelle parole 
possano far ridere Janette e Cliff. Ma nell’abitacolo cala un silenzio cupo, a indicare che ho fatto 
una battuta fuori luogo, che ho messo a disagio i miei ospiti. Di colpo, non vedo l’ora di essere a 
casa.
 * Traduzione di Mario Ramous. Ovidio, Metamorfosi, vol. II, p. 727, Milano, 1999 
[N.d.T.].
 
 50

 Mantenersi attiva – “Non può sedersi lì”
 Sanibel Island, Florida. 20 marzo 2008.
 Ventosa/solare Sanibel Island sulla Gulf Coast. Sono qui come ospite della Sanibel 
Island Public Library, sicuramente la biblioteca più spettacolare che possa sorgere in una piccola 
città americana! Dopo essere salita nella camera dell’albergo dove alloggio – una suite: di fatto, un 
appartamentino con cucinetta, terrazzo e finestre da cui si gode una vista sorprendente di 
spiaggia/oceano/cielo –, mi infilo un giubbino, un berretto, un paio di scarpe per correre e vado a 
fare jogging sulla spiaggia. Mentre i gelidi spruzzi delle onde mi lambiscono, le epifanie mi 
assalgono: è come se avessi fatto centinaia di chilometri solo per prendere coscienza di queste 
rivelazioni: Ray non era infelice. Ray non ha vissuto la sua morte come la stai vivendo tu: non ha 
provato quel senso di perdita che ti tormenta, non sapeva ciò che sarebbe accaduto, e così non ha 
sofferto. Ray ha vissuto un’esistenza felice: amava il suo lavoro, la sua vita domestica, il suo 
giardino. Non ha sperimentato quella perdita di significato che tu – sopravvissuta – avverti: si 
sentiva investito, pervaso del significato che tu gli hai sempre dato, e non ha mai smesso di amarti, 
neppure per un solo momento dell’esistenza trascorsa al tuo fianco. È qualcosa che sai 
perfettamente! Per Ray, la morte non ha rappresentato una tragedia, bensì un completamento.
 È proprio così! La logica di questi pensieri mi soverchia totalmente: comincio a tremare,
a tremare quasi convulsamente per l’eccitamento. Sì, credo che sia eccitazione – perché sono 
convinta che il senso del ragionamento sia questo: “Ray non era infelice: sei soltanto tu, a non 
essere felice. Una buona volta, pensa in modo positivo a Ray, e non affliggerti...”
 La vedova è una persona che viene spesso investita da epifanie, da momenti illuminanti.
È una persona che percepisce in modo intenso e sconcertante queste rapide illuminazioni, queste 
profonde rivelazioni, queste “verità”. Quando vedete una vedova che fissa il vuoto, come se stesse 
ascoltando suoni che nessun altro può sentire, è pressoché certo che sta cimentandosi con tali 
manifestazioni, allo stesso modo che una persona dormiente è visitata dai sogni, o uno schizofrenico
è tormentato dalle allucinazioni.
 Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Ray, mi sentivo come una materia 
inerte bombardata di onde radioattive: ogni minuto, ero investita da un’intuizione acuta e profonda, 
da una rivelazione che mi squassava il cuore – peccato che evaporava, svaniva quasi subito.
 Dunque è questa la vita?! Uno spazio delimitato dalla morte!
 Le persone muoiono – muoiono e scompaiono! Tutti noi moriremo.
 Tutti noi soffriamo, e tutti noi ...
 È davvero una sfortuna – forse si potrebbe dire che è ingiusto – che le rivelazioni più 
strazianti siano totalmente banali, si riferiscano a cose comuni. E così la vedova deve confrontarsi 
col fatto che, per quanto scossa fin nelle radici del suo essere, e sommersa da un’afflizione 
incalzante e imprevedibile, può arrivare soltanto a capire che la chiave della sua situazione è 
rappresentata da una manciata di parole familiari.
 ... Tutti noi soffriamo, e tutti noi moriremo. E...
 Adesso, tornando in albergo perché il cielo è diventato scuro – e pieno di gozzuti 
nuvoloni da temporale del colore di pentole ossidate – e le onde di un mare plumbeo si frangono 
sulla riva, ogni mia certezza è svanita, insieme con la mia gioia spuria. Sono assalita da pensieri che
mi sbeffeggiano, prima di stemperarsi e svanire: ‘Tu... Tu sei davvero ridicola! Perché cerchi di 
risollevarti il morale, visto che l’unico dato importante della tua vita è... È il fatto che sei sola. Tu 
sei una vedova, e sei sola. E non sei preparata a vivere in solitudine perché pensavi di dover essere 
amata, protetta e curata per sempre. Ma ora sei una vedova, e hai perduto quelle prerogative. Il tuo 
cuore non è spezzato, ma avvizzito. Sei ridicola nel tuo affannarti a girare il paese per tenere 
conferenze, «conversazioni», soltanto perché sei terrorizzata dal pensiero di restare a casa da sola. 
Ti sottrai alla lettura del romanzo di Ray perché hai il terrore di scoprire qualcosa che potrebbe 
sconvolgerti. Sei troppo codarda per stare a casa, per cercare di lavorare, di scrivere – sei annichilita
dalla paura di non riuscirci. Sei un fallimento, sei una donna che nessuno ama, e non sei più 
giovane. Sei una persona che non vale niente, sei un rifiuto. E sei ridicola...’
 “... La nostra ospite di questa sera, Joyce Carol Oates, ha creato un tipo di narrativa che
‘si impone come uno degli esempi più fulgidi e duraturi del nostro tempo’... È nata nel settentrione 
dello stato di New York, e attualmente vive a Princeton, nel New Jersey... Ha ricevuto il National 
Book Award, il Prix Fémina... I suoi titoli sono così numerosi che è impossibile elencarli qui...”
 È una bibliotecaria molto simpatica a presentarmi, e non intende assolutamente 
prendermi in giro, lo so. Cioè, lo so razionalmente. Eppure, la munifica introduzione del lavoro di 
JCO, la lista dei premi e dei riconoscimenti, la citazione delle recensioni di importanti critici quali 
Henry Louis Gates Jr. o Elaine Showalter, instillano nella presentazione una nota assurda. A un 
certo punto, mi aspetto che qualcuno dell’uditorio cominci a sorridere, o a scuotere la testa per 
dileggio, mormorando: “Ma... non penserai davvero che crediamo a quella sfilza di belle cose su di te?”
 Invece il pubblico si dimostra estremamente gentile e bendisposto, persino entusiasta. È 
molto gratificante anche il fatto che sia così numeroso. Cosa potrò mai raccontare a quelle persone? 
Cosa potrò leggergli? Chissà se questi abitanti di Sanibel Island resterebbero delusi o costernati se 
gli riferissi delle illuminazioni avute mentre mi trovavo sulla spiaggia, o se dovessi dire loro: “Sì, è 
vero, sono stata una scrittrice: una scrittrice con una reputazione dubbia – ‘controversa’ è il termine 
più gentile. Ma ora... Ora non sono più una scrittrice. No, adesso non sono niente. Legalmente sono
una ‘vedova’: è questa la mia identificazione attuale, la casella che occupo. Comunque, a parte ciò, 
non sono sicura nemmeno di esistere.”
 Mentre mi rivolgo al pubblico di Sanibel con un’impeccabile imitazione del mio “io” di 
scrittrice (spero che sia così!), mi rendo conto che lascio vagare lo sguardo per la sala, come se 
stessi cercando qualcosa: cosa? Chi? Poiché mi sembra che nei luoghi pubblici io cerchi con gli 
occhi qualcuno che manca, mi domando se ciò accadrà per il resto della mia vita, se continuerò a 
cercare una persona che non c’è...
 Talvolta pare che mi manchi qualcosa di tangibile – un braccio, una gamba. Oppure che 
una parte del mio volto sia destrutturata e distorta, come le figure angoscianti dei dipinti di Francis 
Bacon. Un pensiero saetta nella mia mente e mi assale, come una delle brevi e spietate massime che
si trovano nei “dolcetti della fortuna” cinesi: “Nessuna persona in questa sala vorrebbe scambiare il 
posto con te, vedova.”
 Mentre parlo, la mia attenzione è attratta dagli uomini anziani coi capelli bianchi che 
siedono tra il pubblico – individui che probabilmente sono coetanei di mio marito, anche se Ray 
non aveva i capelli bianchi, ma brizzolati, striati di un grigio argentato. In questa comunità di 
pensionati benestanti che svernano in Florida, ci sono numerosi anziani, oltre a vecchi col bastone, 
il deambulatore e la sedia a rotelle... Sono colta da una bizzarra fantasia: incontrerò un uomo 
(anziano, magari in carrozzella) e potrò avere una seconda opportunità, quella che non ho avuto con
mio marito: portarlo a casa dal centro di riabilitazione – non sono riuscita ad “assistere” Ray 
neppure per un giorno.
 È una fantasia assurda: nessun uomo anziano e debilitato, privo di una costante 
assistenza femminile, sarebbe venuto alla biblioteca di Sanibel per ascoltarmi. E infatti, guardando 
più attentamente, mi accorgo che ogni anziano/infermo è accompagnato.
 Non c’è niente di più patetico e ridicolo che fermare il proprio sguardo invidioso su 
degli sconosciuti in sedia a rotelle! Nessuno può immaginare le fantasticherie compulsive della 
vedova, neppure lei stessa.
 D’accordo. È stato deciso che potrai riavere tuo marito, ma in condizioni di salute 
estremamente debilitate. In cambio del fatto che è ritornato vivo, tu dovrai occuparti di un invalido 
molto malato, di un uomo che ha perso la vista, oppure l’udito, di una persona attaccata a un 
respiratore automatico, di un individuo che deve essere alimentato con un sondino – ed è anche 
possibile che ti venga chiesto di donare sangue, midollo spinale, un rene...
 Più tardi, in albergo, nel piccolo soggiorno buio, rimango in piedi a osservare l’oceano 
scuro oltre la finestra, la spiaggia di pallida sabbia, un cielo di nuvole e uno spicchio di luna. 
All’improvviso, vengo assalita da un pensiero: ‘Ray non può vedere tutto questo, Ray non può più 
respirare...’ È qualcosa di simile a quanto mi è capitato in alcuni ristoranti, fissando il menù, 
costretta a scegliere la portata da ordinare: ‘Non è giusto. È crudele, egoistico... Se Ray non può 
mangiare...’
 Non sono trascorse molte ore da quando correvo lungo la spiaggia là sotto, nel sole 
abbagliante, senza avere alcuna consapevolezza che Ray non poteva ammirare la luce splendida, 
l’oceano, nulla di quello scenario.
 Con decisione, tiro le tende: è uno strattone forte, e la cordicella incide le mie dita. 
Domani mattina, la luce del sole si fermerà poco oltre la finestra, e io sarò risparmiata dal vederla.
 Accosto ulteriormente le tende: no, domattina non voglio vedere la luce del sole che 
inonda la mia stanza.
 “Mi scusi, non può sedersi lì.”
 Una fila di sedili occupati, una poltroncina danneggiata, e nessun posto dove sedersi 
nell’affollato aeroporto di Charlotte, nel North Carolina. E così ho sistemato il cappotto sul 
seggiolino rotto e appoggiato la borsa sul pavimento, in attesa della coincidenza per Philadelphia – 
in ritardo. Guardo nel vuoto e penso: ‘Sono contemporaneamente ansiosa e timorosa di tornare a 
casa.’ Ancora e sempre, continuo a rivedere Ray nel letto d’ospedale: mi osservo mentre mi 
avvicino timidamente a lui, ascolto la mia voce implorante: “Tesoro? Tesoro...?” Questo è l’istante 
prima di capire – sembra impossibile che io non comprenda –, prima di sospettare, prima di temere 
il peggio: al tempo dell’incidente automobilistico, mi ero fatta coraggio per affrontare un epilogo 
peggiore, ma adesso... Questo è il momento-cardine della mia vita: prima di esso esiste ancora la 
possibilità di essere rinfrancata, contenta; dopo, sono soltanto una donna dannata, maledetta.
 Trasalisco nell’udire un’aspra voce maschile: “Lui è seduto lì.”
 “Lui chi?” 
 “Mio figlio.”
 In effetti, benché la poltroncina rotta sia libera, c’è un bambino molto piccolo che si 
muove sul pavimento sporco di fronte al sedile, del tutto ignaro della mia presenza e di quella del 
padre adirato con me. Svelta, tolgo cappotto e borsa, e mi scuso: “Mi perdoni. Non avevo visto suo 
figlio. Mi era sembrato che qui non ci fosse ‘seduto’ nessuno.”
 Per quanto il padre del bimbo si mostri estremamente seccato con me, come se non gli 
avessi solo preso il posto, ma anche violato la sacralità della sua famiglia, le mie scuse balbettate e 
le mie lacrime incipienti riescono a placarlo: infatti, smette di guardarmi in tralice e mormora: “Va 
bene, okay.”
 Mi allontano subito, indietreggiando. Tocco una madre e un altro bambino, una 
famiglia: inavvertitamente, ho rischiato di intrufolarmi in una famiglia! Mi sento tragicamente 
consapevole della mia sdegnosa condizione di isolamento – niente famiglia, niente marito... Mi 
profondo in scuse, ma la mia espressione collassa e il mio fragile autocontrollo svanisce: prima di 
correre via piangendo in maniera miserevole, come può fare un bambino, scelgo di gettarmi tra la 
folla assiepata di fronte ai gates d’imbarco.
 Attraverso l’aeroporto congestionato, incespicando. Non trovo un posto dove 
nascondermi. Adesso ho il volto rigato di lacrime, e la gente mi osserva: se qualcuno dovesse 
riconoscere la “Wonder Woman della letteratura americana” sarebbe davvero imbarazzante – una 
vergogna!
 Penso: ‘Sto andando a pezzi. Sono finita. Adesso crollo. Devo tornare a casa. Devo 
andare a casa. Non andrò più via, no!’
 
 51

 “Non dimenticarlo mai”
 La parte difficile del viaggio è il ritorno, al contrario di prima, quando era il momento 
migliore.
 “Tesoro? Ciao...”
 All’ospedale, Ray mi aveva detto, a proposito della meticolosità con cui il personale 
sanitario si prodigava nelle varie incombenze: “Loro si danno un sacco da fare, qui.”
 In realtà, non era vero. Alla fine, si è capito che “loro” non si erano affatto dati da fare 
sulle cose davvero importanti, cruciali.
 “Ciao, tesoro. ...”
 Che povera voce sconsolata: neppure i gatti l’hanno sentita!
 Mi muovo per le stanze della casa e, in ciascuna di esse, c’è una rappresentazione di 
Ray – il ritratto ad acquerello che un amico artista ha voluto dipingere dopo la sua morte, come se 
fosse la copertina dell’ultimo numero della “Ontario Review”.
 L’originale incorniciato è in cucina. Ma le fotocopie a colori sono disseminate ovunque,
persino sulla porta dello studio di Ray e sulla mia scrivania.
 In questo modo, mentre giro per la casa, vedo il volto di mio marito come se fosse 
ancora vivo, qui con me. A salutarmi, a rallegrarmi. A consigliarmi: “Non devi sentirti sconfitta per 
quanto è accaduto. Puoi farcela!”
 Nella mia mente saettano degli aforismi: cercare di bloccare questa perdita continua è 
come illudersi di fermare definitivamente il gocciolio di un rubinetto con un dito.
 Per esempio, questo agghiacciante aforisma di Nietzsche:
 Ciò che un individuo è, comincia a rivelarsi quando il suo talento si riduce, quando 
smette di mostrare quello che egli può fare.
 A queste parole, la vedova potrebbe aggiungere: “Ciò che io sono, comincia a rivelarsi 
adesso che mi ritrovo sola. In questa rivelazione alligna il terrore.”
 Non è per un’autentica volizione o per una specifica voglia di farsi del male, oppure 
per un ragionevole desiderio di fermare l’incessante valanga di parole derisorie e sconnesse che 
risuonano nella sua testa – “La tua vita è finita. Sei perduta. Sei morta e spacciata, e tu lo sai, 
ipocrita!”... Non è perché lei comincia davvero a calcolare i modi per darsi la morte: no, è 
soltanto la brama – freddamente concepita come un preludio di Chopin di straordinaria bellezza – 
di affermare, trionfante: “C’è una via d’uscita, ed è la morte.”
 Su un ripiano, ha sistemato in bell’ordine tutte le pillole accumulate negli anni sia da 
suo marito sia da lei: gli antidolorifici, prescritti per mali svaniti e dimenticati da tempo; un paio 
di analgesici, che non erano mai stati riposti nell’armadietto dei medicinali perché troppo forti; i 
sedativi; i tranquillanti; i sonniferi; e i miorilassanti. Li ha disposti sulla mensola, in perfetto 
ordine, e li ha contati. È ipnotizzata da quelle pillole, pastiglie, capsule – ipnotizzata da ciò che 
contengono e rappresentano. Si sente pervasa da una sensazione di sicurezza, di sollievo! Marco 
Aurelio ha detto: “Il potere di toglierti la vita ti appartiene in ogni momento. Non lo dimenticare 
mai.”
 Lei non l’ha mai dimenticato. 
 
 52

 Il segreto della vedova
 Con occhi acuti, misuro
 Ogni dolore che incontro,
 E mi chiedo se pesa quanto il mio,
 
 O se ha una forma più leggera.
 Emily Dickinson, [561]
 
 53

 Congratulazioni I

 Squilli di telefono in lontananza, come se provenissero da sotto una trapunta di cotone: 
poi, questa mattina, più tardi, un messaggio e-mail (anzi, diversi messaggi): 
CONGRATULAZIONI! Non uno, bensì due miei libri sono stati scelti per concorrere al National 
Book Critics Circle nelle sezioni riservate alla narrativa e alla saggistica. La sorpresa è servita 
soltanto a farmi adagiare in una languida tristezza, visto che sono riuscita unicamente a pensare: 
‘Non ho nessuno con cui condividere tutto questo. Nessuno.’
 Mi è difficile spiegare quanto possono far male le “buone” notizie. Chi ha sperimentato 
qualcosa di analogo?
 Potrei persino assegnare alle “cattive” notizie – per esempio, se mi fosse diagnosticato 
un cancro – un valore positivo, giacché Ray ne sarebbe risparmiato, visto che non c’è più. Le 
“buone” notizie che non possono essere condivise costituiscono una pena, un elemento 
assolutamente negativo.
 Sulle coltri del letto dorme il vecchio soriano Reynard, acciambellato, con la tozza 
zampa a coprire gli occhi ben chiusi. Se non lo osservassi da vicino, notando il lieve innalzamento 
di un fianco, potrei quasi pensare che non sta respirando. Ho scelto io il nome Reynard, quand’era 
piccolo, per via della bellissima pelliccia tigrata – con l’avanzare dell’età ha perso brillantezza e 
consistenza –, e anche perché esisteva un’assonanza con Raymond.
 Ricordo quando Ray lo portò a casa, facendomi una sorpresa. Era un gattino molto 
piccolo, abbandonato, che mio marito aveva preso in un rifugio per animali di Pennington.
 Quanti anni sono passati: non voglio pensare all’età di Reynard.
 Di notte, il micio dorme accanto a me, appoggiandosi affettuosamente contro la mia 
gamba: è un gesto che mi conforta, anche se mi costringe a dormire pressoché immobile, perché 
temo di disturbarlo e di vederlo trottare via: ecco perché mi muovo con delicatezza quando rifaccio 
il letto, ogni mattina, quasi fossi imbarazzata per il nido che, seppure sommariamente, va rassettato 
– i libri, i manoscritti e tutte le altre cose devono essere spostate sul tavolino accanto.
 Rifare subito il letto vuol dire anche prevenire la possibilità di ritornare nel nido. Ho già
dimenticato il motivo per il quale mi sono arrivate così tante congratulazioni: mi rimane soltanto un
dolore al centro del petto, che scatena il ricordo di mio padre. Mi aveva assicurato che non era 
necessario che Ray e io andassimo a trovarlo subito: “Dovete far lezione, non occorre che vi 
precipitiate qui. Aspettate. Potete venire a farmi visita in qualsiasi momento.” Mi aveva convinto; 
perlomeno, mi ero illusa che fosse riuscito a convincermi: “Vi aspetto qui.” 
 E invece non fu così: non lo rividi più.
 Quando papà si tranquillizzò, convincendosi che nella residenza per anziani di Amherst,
mia madre aveva un’assistenza ottima, si addormentò e, come disse mio fratello Fred, “non si 
svegliò più”.
 Niente e nessuno avrebbe potuto risvegliarlo. Mio padre era in cura per un enfisema, un 
cancro alla prostata e una cardiopatia, ma non sembrava affatto in pericolo di vita. Semplicemente, 
sprofondò in un sonno pesante, e non si svegliò più.
 Era talmente esausto! Per anni, si era preoccupato per la salute di mia madre – era 
diventata una sorta di ossessione, per lui. In quella situazione, papà si era pian piano consumato.
 Adesso, mentre coccolo Reynard e gli gratto delicatamente il capo, nella speranza di 
essere ricambiata con fusa appena udibili – un modestissimo segno di riconoscenza –, mi sforzo per 
non piangere al ricordo di mio padre, morto nel maggio 2000.
 Nel suo ultimo anno di vita, avevamo parlato spesso al telefono. Poiché mio padre era 
duro d’orecchi, il fatto di andare a trovarlo presentava alcuni svantaggi: sembrava che sentisse, 
sorrideva e annuiva, ma era impossibile comprendere se aveva capito ciò che gli era stato detto. 
Invece, al telefono, papà sentiva perfettamente. E così parlavamo a lungo, più di quanto non 
avessimo mai fatto di persona.
 Dire “Ti voglio bene” a mio padre era difficile. Credo di non averglielo mai detto. Solo 
al termine della conversazione telefonica, riuscivo a mormorare una frase frettolosa e scontata del 
tipo: “Ti abbraccio, papà. Ciao!”
 Mio padre. Mia madre. Mio marito.
 Scomparsi, uno dopo l’altro.
 Dove? 
 
 54

 Congratulazioni II

 Ecco l’orrore: uno dei lavori proposti per il premio è il mio Journal: 1973-1982. Un 
libro che – come ho scoperto recentemente – non riesco neanche ad aprire.
 Perché, se lo faccio, ogni pagina, ogni paragrafo, mi sembra una presa in giro. È come 
se ciascuna voce mi sbeffeggiasse: ora, alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera del 2008, 
molte di quelle voci mi sembrano affannate, scritte in fretta e neppure riviste – e sono una sorta di 
testamento di un tempo più giovane, più felice, più immemore della mia vita.
 Ancora peggiore è la sensazione che riguarda le fotografie. La prima immagine è 
particolarmente straziante: Ray e io nella nostra piccola casa in mattoni in Riverside Drive East, a 
Windsor, nell’Ontario, seduti su un divano; sto ridendo e fingo di versare il tè nella tazza di mio 
marito da una teiera vuota, mentre lui – con i lunghi capelli scuri e i basettoni di moda in 
quell’epoca – mi osserva con un sorriso molto tenero. ‘Credevamo che saremmo vissuti per sempre,
allora! Non avevamo minimamente pensato a... cosa ci aspettava.’
 Oppure, se l’avevamo fatto, era stato in modo superficiale, pro forma. L’essere mortali, 
la morte, la perdita erano “temi” delle opere letterarie di cui noi parlavamo con cognizione di causa.
 Numerose fotografie del Journal sono state scattate da Ray – l’uomo invisibile dietro la 
macchina fotografica. Joyce in un giaccone invernale sulla spiaggia dietro la nostra casa di 
Windsor, sul Detroit River; Joyce con un altro giaccotto in una via di Mayfair, a Londra, nel 1972; 
Joyce con una Margaret Drabble che sembra proprio una ragazza, in posa di fronte alla casa di 
Maggie affacciata sullo Hampstead Heath, ancora a Londra, nel 1972.
 Naturalmente Ray aveva letto il Journal, almeno in parte, mentre aveva scorso tutte le 
foto; i miei genitori, invece, non avevano visto nulla. Nel vedere le loro immagini, avverto una 
stretta al cuore.
 Come finalista del premio, sarò costretta a leggere qualche passo del Journal, e a 
parlarne insieme al mio avvocato/poeta/amico Larry Joseph e a John Freeman, presidente del 
National Book Circle – e ciò accadrà fra poche settimane, a New York. Per il fatto che sono in 
finale pure nella sezione riservata alla narrativa, dovrò inevitabilmente leggere anche un brano del 
romanzo La figlia dello straniero.
 È una sensazione strana quella che investe lo scrittore quando è obbligato a tornare sulla
propria opera in un momento successivo: si presume che abbia spremuto tutta la sua linfa vitale 
affinché la sua prosa “viva”, trasmettendo una sembianza di vita attraverso la parola stampata. Si 
tratta di un’esperienza forte e penosa nel contempo, quella di aprire un libro, seguire le righe a 
stampa e ricordare, nell’impotente e vertiginoso modo in cui un autore ricorda, o cerca di farlo, un 
sogno perduto, il suo stato emotivo di quando scriveva.
 Nel mio caso – un caso “postumo” –, il sentimento sfocia nelle parole: “Ma io allora ero
viva! Lo ricordo perfettamente!”
 I miei amici sollevano i bicchieri verso di me, mi sorridono contenti, visibilmente felici 
per la mia bella novità. E io mi sento grata, o lo sembro davvero: sorrido, alzo il mio bicchiere – 
contenente acqua gassata – e cerco di far assumere al mio viso un’espressione che si avvicini 
ragionevolmente alla rappresentazione della gioia, della trepidazione. I miei amici mi hanno 
compatito per così tanto tempo ormai che questa opportunità di dirmi “Congratulazioni!” – anziché 
“Condoglianze!”, per esempio – non può certo essere disattesa.
 In questo grazioso ristorante di Princeton, i miei amici non stanno prendendomi in giro, 
lo so perfettamente. Nessuno mi sbeffeggia. Solo gli adolescenti sfrontati deridono il cordoglio, 
sono attratti dai videogame violenti, costellati di ammazzamenti, ridono apertamente della morte – 
con ogni probabilità perché non hanno alcuna conoscenza di essa, se non come gioco.
 In questa condizione postuma, la mia carriera – e tutto ciò che riguarda Joyce Carol 
Oates – ha cominciato a sembrarmi una cosa remota, vagamente assurda o sinistra: un dirigibile 
nero che vola lento, laggiù in fondo, oltre la linea della vegetazione. 
 Una volta, John Updike ha detto di aver creato “Updike” dal mondo di “stecchi e fango”
della sua vita da ragazzo in Pennsylvania: allo stesso modo, anch’io ho creato Joyce Carol Oates da 
stecchi, fango, campi e corsi d’acqua della mia esistenza da fanciulla nel nord dello stato di New 
York. Entrambi i nostri “io” – intendo dire quelli effettivi: John, Joyce – sembrano essersi divertiti 
enormemente nell’opera di realizzazione dei propri omonimi: ciò è testimoniato dalla lunga sfilza di
libri prodotti – qualcosa di incredibile, qualora li si consideri un fenomeno improvviso e unitario, e 
non una conquista battagliata e sofferta, ottenuta laboriosamente e ossessivamente, nel corso di 
lunghi anni di impegno.
 Quando lascio il ristorante per tornare a casa in macchina, devo obbligatoriamente 
imboccare la Rosedale Road che attraversa la campagna – sempre la stessa strada –, e questo mi 
riporta bruscamente ai giorni e alle notti di veglia all’ospedale – “È vivo! Suo marito è ancora 
vivo!”: la voce all’altro capo del filo era suonata così sicura, così sincera, così... fiduciosa.
 Scontentare le persone. Scontentare gli amici/editori/agenti. Penso che questa sia una 
propensione di JCO, della quale forse io non so liberarmi completamente. ‘Ecco, li ho delusi di 
nuovo. Alla fine, i miei libri non vincono mai. Mi dispiace davvero tanto, non c’è niente che io 
possa fare.’
 Il 28 febbraio, John Updike mi ha scritto una commovente lettera di condoglianze. Mi 
sarebbe piaciuto citarla – la corrispondenza privata di John ha la medesima classe dei suoi libri –, 
ma le sue disposizioni testamentarie vietano la pubblicazione delle lettere. In questa breve missiva 
dattiloscritta, diceva che lui e sua moglie Martha erano rimasti “scioccati” nell’apprendere della 
morte di Ray dal necrologio del “New York Times”. Con l’“occhio della mente”, diceva John, Ray 
era ancora giovane, ed era un punto di riferimento nel mondo letterario. Così “pacato, gentile, 
sommesso ed equilibrato”, assomigliava ben poco al “letterato in carriera”.
 Nonostante le lacrime, leggendo queste parole mi venne da ridere: era il tipico modo di 
esprimersi di John – un commento divertente incastonato tra le righe di condoglianza. Concludeva 
dicendo che la “rassicurante presenza” di Ray sarebbe mancata molto a lui e a Martha. 
Naturalmente c’erano altre cose, ma la sostanza della lettera era questa.
 (Nel corso degli anni, a partire dal 1977, John Updike e io ci siamo scambiati forse 
centinaia tra lettere e cartoline – cartoline con l’indirizzo stampato di John a Beverly Farms, nel 
Massachusetts, e la sua firma davvero particolare: infatti, firmava sempre con grandi svolazzi, come
avrebbe fatto uno scrittore di sonetti nel Rinascimento. In un’occasione, ho persino sperato di 
ricavarne un piccolo libro, dopo la sua morte.)
 Quando ho ricevuto quella lettera di John Updike, l’ho letta velocemente e l’ho subito 
riposta.
 L’ho infilata nella mia grande borsa “Earth Reusable” verde prato, insieme a tante altre 
lettere e missive, alcune delle quali non sono riuscita a leggere fino in fondo. Ma adesso, questa sera
– questa notte: sono le due del mattino –, negli interstizi di un’improvvisa frenesia per i lavori 
domestici, avverto il desiderio di ritrovarla. Mi chiedo quando è stata la prima volta che ho fatto 
visita a John e alla sua (allora nuova) moglie Martha Bernhardt a Georgetown, nel Massachusetts – 
era l’estate del 1976.
 Ricordo la vecchia casa affascinante sulla via principale, superata la quale il rumore del 
traffico intensissimo – per alcuni momenti – ci impediva di sentire quello che ci dicevamo. Ricordo 
come Martha mi sembrò subito una persona eccezionale, una donna bionda estremamente 
determinata che portò in questa nuova vita matrimoniale tre figli e una casa – che dimostrazione 
d’amore!
 John diceva che Harvard aveva avuto un effetto distruttivo su di lui: Harvard era 
l’“antimateria” che aveva trasformato il suo “io montanaro” in un soggetto totalmente diverso, un 
“anti-io”. Bizzarramente, affermava che non era affatto famoso – io, invece, lo ero.
 (A quel tempo, John aveva ottenuto un enorme successo con Coppie: era diventato non 
solo famoso ma, per alcuni, famigerato.)
 Durante la conversazione, John scherzava sempre, senza dar peso alle malignità. Con la 
sua delicatezza di tono, era l’antitesi della persona dogmatica, polemica, assertiva: il suo 
atteggiamento era improntato all’autocritica. La cosa più sorprendente che mi abbia detto 
riguardava l’Ulisse di James Joyce: secondo lui, era “brutto”. L’Ulisse: il più bello, rapsodico, 
fantasmagorico dei romanzi, dal quale Updike aveva imparato così tanto.
 Alcuni anni dopo, Ray e io andammo a trovare John e Martha nella loro imponente 
abitazione in cima alla collina di Beverly Farms, a nord di Boston: un tipico sobborgo abitato dalla 
borghesia medio-alta, dove gli Updike si erano orgogliosamente trasferiti. A quel punto, l’“io 
montanaro” della Pennsylvania rurale di John era scomparso, accantonato come un vestito vecchio. 
Era una casa costosa, pregiata, molto spaziosa, arredata con prodigalità. Quando John ce la fece 
visitare, scoprimmo il dedalo di piccole stanze all’ultimo piano dell’edificio, locali in cui lavorava: 
una camera con un tavolo e una macchina per scrivere per la narrativa; un’altra stanza con un altro 
tavolo e un’altra macchina per scrivere per le recensioni; un terzo spazio per i manoscritti, le bozze, 
i libri. Fra tutti gli scrittori americani, John Updike dev’essere considerato quello più domestico e 
addomesticato: non appartenevano al suo mondo i piaceri tipicamente maschili, quali la caccia, la 
pesca, le escursioni lungo impervi sentieri di montagna – no, queste cose non facevano per lui, che 
adorava le donne e ne era adorato, e quasi disprezzava la solidarietà maschile che regna in una 
squadra sportiva, in un reparto di soldati, tra gli uomini che combattono una guerra.
 Sono passati diversi anni da quando siamo andati a trovare gli Updike, ma ora Ray e io 
non potremo più fargli visita.
 L’odore di Drano mi punge le narici: è tremendamente intenso. Sarà trascorso più di un 
quarto d’ora da quando ho versato il prodotto negli scarichi delle tre vasche da bagno, e adesso devo
sbrigarmi a far scorrere l’acqua calda giù per le tubazioni – devo correre tra le varie stanze da 
bagno.
 No, gli scarichi non erano affatto ostruiti. Non c’era bisogno di fare questo lavoro 
domestico – almeno per il momento.
 Tuttavia, il ricordo di questa incombenza, intrisa di scabri dettagli – proprio come le 
lenzuola della povera Emma Bovary erano impregnate della sua angoscia fisica –, è reso ancor più 
sfuggente quando si considera accuratamente la grande quantità – l’incommensurabile quantità – di 
compiti e di richieste che la vedova si trova a fronteggiare dopo la morte del marito: in uno stato di 
ansia costante, c’è sempre tanto da fare, e ancor più da valutare, anche quando il defunto consorte 
ha lasciato una situazione finanziaria florida e un testamento preciso. Un testamento legalmente 
 
ineccepibile e inequivocabile che lascia ogni avere alla moglie sopravvissuta! Eppure accade che 
qualcuno domandi “urgentemente” un nuovo documento e una copia “autenticata” del certificato di 
morte – un atto “pergamenaceo” che, per la vedova, è terribile da tenere in mano.
 Avvertenza per una vedova: È INDISPENSABILE MUNIRSI DI MOLTE COPIE 
AUTENTICATE DEL CERTIFICATO DI MORTE!
 Per l’ennesima volta, mi ritrovo nello studio di Ray a scartabellare tra i suoi documenti. 
Molti di essi, in effetti, possono essere considerati di mia esclusiva competenza, visto che li ho 
riordinati, sistemandoli in raccoglitori contraddistinti da grosse lettere in stampatello per evitare 
confusione. (Ulteriori avvertimenti per una vedova: in queste circostanze, SCRIVERE SEMPRE IN
LETTERE MAIUSCOLE e CONSERVARE SEMPRE LE CHIAVI NEL MEDESIMO POSTO.) 
Ho provveduto con un certo ritardo a togliere i classificatori dal pavimento: di certo, il povero e 
ansioso Reynard dovrebbe tradire il suo altezzoso comportamento felino per orinare su questi odiosi
documenti, saltando sul piano del tavolo di lavoro – uno sforzo troppo grande per un gatto così 
anziano.
 Continuo a cercare tutto ciò che Matt mi ha chiesto fino alle quattro del mattino, quando
sono sopraffatta dallo sfinimento. Diligentemente, ho passato in rassegna più e più volte questi 
incartamenti – lo giuro – e ho frugato nei cassetti e negli stipi di Ray, invano, perché non sono 
riuscita a scovare quello che, per forza, deve essere qui.
 Ray Smith ha lasciato carte, atti e appunti di ogni cosa che lo riguardava, ed è 
inconcepibile che questo documento non sia nel suo studio. Da qualche parte.
 L’ultima volta che ho frugato tra le cose di Ray – anche nei cassetti della scrivania, 
dove c’erano materiali di cancelleria, graffette, penne, francobolli... – ho trovato un biglietto 
d’auguri di San Valentino – Alla mia amata moglie – che non aveva ancora firmato.
 Sono ritrovamenti che squarciano il cuore.
 Ho anche recuperato fasci di cartoncini d’auguri di compleanno, alcuni dei quali 
realizzati artigianalmente con frasi ridicole, che mi aveva inviato nel corso degli anni.
 Ho riposto con cura tutte queste cose preziosissime, insieme alla gran messe di 
fotografie che ci ritraggono a Madison, nell’autunno del 1960.
 Adesso sto guardando il calendario di Ray. Non è la prima volta che rimango incantata a
fissarlo, magari in un momento di tristezza di prima mattina, come se fosse un enigma da 
decodificare. Perché, di solito, la vedova fa sempre quel che ha già fatto in precedenza. In 
brevissimo tempo, è diventata un fantasma che infesta la propria casa.
 È davvero ironico – e terribile – il gesto di Ray di cassare con una “X” ogni giorno del 
gennaio 2008; in febbraio, ha sbarrato soltanto i giorni dall’1 al 10: il 10 – una domenica – è 
l’ultimo giorno che ha trascorso a casa.
 È come se, con questo calendario, Ray intendesse tenere una sorta di diario – in forma 
estremamente sintetica e metodica. Appuntamenti, cose da fare, titoli di giornali o di libri. Lì sono 
segnati anche i nostri impegni mondani, con buffe abbreviazioni. Sforzandomi, riesco a risalire a 
essi: cene a casa di qualcuno, serate al ristorante o al McCarter Theater. San Silvestro e capodanno 
a New York... Ray aveva indicato che il 14 febbraio ci sarebbe stato un party di San Valentino da 
noi.
 Questo sistema di cassatura con la “X” era una certezza per Ray: se esamino il 
calendario del 2007 – è ancora sulla scrivania –, mi rendo conto che un intero anno è stato 
metodicamente cancellato con trecentosessantacinque “X”.
 In qualche modo, nelle nostre esistenze eliminiamo i giorni vissuti con una serie di “X” 
– a mano a mano che invecchiamo, i tratti incrociati sono sempre di più. Con quale stucchevole 
soddisfazione si può cassare un giorno, finendo per cancellare una settimana, un mese, un anno, 
senza essere assaliti dal pensiero che la nostra provvista di giorni ha un limite, e che noi stiamo 
sempre più avvicinandosi a esso.
 Congratulazioni! D’un tratto, mi ritrovo a pensare a un episodio di alcuni anni fa – dieci
o quindici, forse. Ray e io stavamo per coricarci quando era squillato il telefono, a mezzanotte 
passata: un’ora piuttosto allarmante per una chiamata. Pensai immediatamente ai miei genitori: 
‘Oddio, dev’essere accaduto qualcosa alla mamma, o al papà’ – in quel caso, era una telefonata di 
mio fratello. Mentre sollevavo la cornetta, notai l’espressione preoccupata di mio marito. Subito la 
persona all’altro capo del filo si qualificò come la redattrice che si occupava delle recensioni dei 
libri per il “Philadelphia Inquirer”. Mi chiamava per informarmi – dovevo essere “la prima a 
saperlo” – che avevo vinto il Premio Nobel per la Letteratura: in passato era già capitato che Ray e 
io fossimo raggiunti da simili notizie, annunciate sempre con una sorta di eccitazione – credo che, 
ogni anno, decine o centinaia di candidati fossero avvertiti dell’imminenza del prestigioso 
riconoscimento da fonti inattendibili. Quella sera, l’informazione – o, più correttamente, 
l’informazione errata – mi risuonò nelle orecchie filtrata dalla paura di ricevere una spiacevole 
nuova riguardo a uno dei miei genitori, eppure, nonostante considerassi assai improbabile 
l’ottenimento del premio, il battito del mio cuore accelerò, scatenando la mia predisposizione 
all’ironia: “Ogni nomination ottenuta da un mio libro è simultaneamente l’annuncio che esso non ha
vinto.” Solo che in questo caso, come la giornalista all’altro capo del filo mi assicurava con enfasi, 
l’oggetto della telefonata non era la comunicazione di una mera nomination, bensì la notizia che 
“Joyce Carol Oates” aveva vinto il Premio Nobel per la Letteratura...
 Con quella chiamata, la redattrice del “Philadelphia Inquirer” voleva raccogliere i miei 
commenti, una dichiarazione sulla “meravigliosa notizia”, ma io riuscii soltanto a chiederle come 
l’avesse appresa e come potesse essere sicura dell’assegnazione: rispose che aveva le “sue” fonti, 
che non si trattava semplicemente di voci.
 La ringraziai, dicendo che preferivo attendere l’annuncio ufficiale prima di rilasciare 
una dichiarazione.
 Insistette sul fatto che avevo vinto il Premio Nobel: nel giro di poche ore, avrei ricevuto 
una telefonata da Stoccolma!
 Quando riagganciai la cornetta e dissi a Ray di cosa si trattava, lui rise e disse: 
“Davvero?! Be’, dài, andiamo a letto.”
 
 55

 Dall’archivio delle e-mail
 17 marzo 2008
 A Edmund White
 Ti ringrazio infinitamente per aver chiamato. Non ho potuto risponderti perché ero a 
letto... Mi sono imposta di non prendere il sonnifero [Lorazepam], perché non voglio essere 
stanca/intontita durante la giornata: preferisco così, anziché diventare “dipendente”... Ieri sera, 
ero in preda all’ansia, sudavo, ma ero fermamente decisa a non cedere... Sono andata a letto e mi 
sono messa a leggere e a prendere appunti: è una cosa che mi calma un po’...
 I gatti sono convinti che io sia impazzita perché mi alzo durante la notte, come non ho 
mai fatto – e tanto meno Ray. Seguendomi, sono entrati e usciti dalla stanza praticamente a 
comando.
 Sono certa che le tue pillole per dormire non ti creano alcun problema, ma io non sono 
abituata a prendere troppi medicinali; comunque, i “pensieri suicidi” sono stati molto forti...
 Stasera, prima di scriverti, ho avuto una lunga e piacevole conversazione con Gail 
Godwin, che qualche anno fa ha perduto il marito/compagno dopo più di trent’anni insieme...
 Un abbraccio al mio compagno di viaggi.
 L’“insonne di Princeton”
 Joyce
 17 marzo 2008
 A Richard Ford
 Non penso di poter affrontare nessun tipo di evento commemorativo [per Ray]... Mi 
sento assalire dal panico anche quando devo rispondere al telefono, e magari è soltanto un vecchio
amico che vuole farmi le condoglianze. I vecchi amici... È come se le loro dita volessero grattar via
le croste sottili e patetiche delle mie ferite: sì, lo so, intendono agire “per il mio bene”, tuttavia non
sono proprio in grado di affrontare la prospettiva della loro presenza qui, senza Ray. Mi sento 
male al solo pensiero di una cosa del genere. Jeanne ha creduto che fosse una buona idea, ma io 
non sono ancora pronta, e spero che lei comprenda...
 Dal messaggio [telefonico] di Ray mi sembra di capire che lui non si aspettasse affatto 
ciò che è accaduto di lì a poco. Probabilmente si è trattato di una crisi per un improvviso ed 
elevato rialzo della temperatura: Jeanne dice che questi batteri sono talmente virulenti che 
possono diffondersi rapidamente, minare l’intero sistema circolatorio e portarsi via una persona 
anche giovane nel giro di poche ore. È terrificante. Ma forse mio marito è stato in qualche modo 
risparmiato dallo scempio. (Ciò non è accaduto a Bob Fagles, invece... È proprio questo l’orrore –
la tragedia.)
 Mi piace pensare che Ray si sia semplicemente addormentato senza essere consapevole 
di cosa stava capitandogli. La febbre alta provoca il delirio... Probabilmente non ha sentito alcun 
dolore.
 In questi giorni, la mia “scrittura” si è ridotta alle sole e-mail – a pochi amici, 
peraltro. Non ce la faccio a usare il telefono...
 Finalmente Eliot Spitzer sta cominciando a pagare! Tira aria di cambiamento...
 Con molto affetto a tutt’e due,
 Joyce
 22 marzo 2008
 A Edmund White
 Aspetto con ansia sia te sia il nostro party. Questa notte sono stata tormentata da 
un’insonnia tremenda, intrisa di disperazione: anche se ho preso una dose intera di sonnifero forte,
non sono riuscita a prendere sonno – non voglio neppure immaginare altre notti del genere. Ho 
provato un desiderio irrefrenabile di ingoiare tutte le pastiglie del flacone, ma... naturalmente 
bisogna dare il buon esempio agli altri, studenti compresi. Sono talmente subissata di cose da fare 
e di impegni che penso che sia stato un errore non seguire immediatamente Ray la notte che è 
morto. Tutto ciò che è accaduto dopo, è stato praticamente privo di senso – e di requie. È inutile 
dirti che ho apprezzato molto la tua presenza... Mi hai consentito di andare avanti... Se potessi 
dormire anche solo un’ora o due, sono sicura che mi sentirei diversa. Peccato che mi sembri 
qualcosa di impossibile.
 I giorni si trascinano, avanti e avanti, come in quella commedia di Sartre nella quale 
compaiono quei personaggi cui sono state asportate le palpebre...
 Un saluto caro,
 Joyce
 22 marzo 2008, 4:08
 A Doug Hagley [grafico impaginatore, Marquette, Michigan]
 Nessuno di questi numeri è particolarmente leggibile nella scrittura di Ray... È una 
cosa tremenda... L’insonnia mi sta distruggendo: non riesco a dormire neppure se prendo 
un’intera dose di sonnifero. Non so davvero cosa fare, e non riesco nemmeno a immaginare di 
essere costretta a vivere altri giorni, o settimane, così. Non mi ero resa conto che la pubblicazione 
[della “Ontario Review”] fosse un’impresa veramente ardua, e ora mi domando se avessi dovuto 
continuare a lavorare a quel numero dopo l’improvvisa morte di Ray. Non ci sto con la testa, 
completamente.
 Affettuosamente,
 Joyce
 23 marzo 2008 
 A Doug Hagley
 Ti ringrazio per il consiglio... Sono nella condizione di dover affrontare un giorno alla 
volta – e anche una notte alla volta –, sforzandomi per non esser assalita dal panico di fronte al 
vuoto e alla solitudine. Benché sia circondata di amici, mi sembra di non riuscire a ritrovare 
nemmeno un po’ della mia vecchia energia: ho l’impressione di essere ciò che si potrebbe definire 
una totale depressa – fino a questo momento, non avevo idea di cosa caratterizzasse una tale 
persona. Mi dispiacerà molto quando finirà la nostra collaborazione... Sei stato una presenza 
davvero importante, sebbene ti trovassi a centinaia di chilometri di distanza.
 Domani devo incontrare il nostro commercialista per molte faccende, compreso il 
futuro della Ontario Review Press. Suppongo che mi ripeterà quello che hanno detto tanti altri, te 
incluso: e cioè che, per qualche tempo, non dovrei prendere alcuna decisione.
 Con un grande affetto, che arriva da molto lontano,
 Joyce
 23 marzo 2008
 A Gloria Vanderbilt
 ... Sono appena tornata da una camminata di buon passo, e mi sento leggermente 
confortata. In questi ultimi tempi, i momenti peggiori sono le notti. Ho provato diversi medicinali, 
ma... Se non riesco a dormire, la cosa migliore è mettermi seduta nel letto e leggere, o magari 
cercare di prendere appunti... Non sono stata in grado di scrivere qualcosa di compiuto nelle 
scorse settimane, tuttavia ho steso una serie di annotazioni febbrili... Ogni nota, però, mi appare 
confusa, sconvolta e irreale – apparentemente senza capo né coda. Mi piace davvero la bella 
statuetta di santa Teresa: infonde una sensazione di calma e sembra ergersi oltre il tempo. 
Sopravvivrà a tutti noi, penso. È più che giusto.
 Oggi è Pasqua, e mi sto sforzando per vedere “il lato nuovo” delle cose. Le ultime sei 
settimane sono state claustrofobiche e plumbee, per cui spero ardentemente che cambi qualcosa!
 Un abbraccio,
 Joyce
 
 56

 La scorta
 Lorazepam: 43 compresse da 1 mg – “per l’ansia”.
 Methocarbamol: 67 pillole da 2 mg – “per i dolori muscolari”.
 Citalopran: 29 pasticche da 40 mg – “per la depressione, l’ansia”.
 Vicodin Es: 29 pasticche da 30 mg – “antidolorifico”. 
 Propoxy: 30 pasticche da 30 mg – “per la depressione, l’ansia”.
 Lunesta: 18 pillole da 3 mg – “per l’insonnia”.
 Ambien: 30 pillole da 10 mg – “per l’insonnia”.
 Quinidine: 5 pasticche da 200 mg – “per la tachicardia”.
 Tylenol P.M.
 Benadryl.
 Bufferin.
 Advil.
 Melatonin.
 La scorta di medicinali della vedova, disposta in bell’ordine su un ripiano, costituisce il 
risultato di una raccolta casuale protratta negli anni. Probabilmente, in ogni casa americana esiste 
una simile riserva di medicine conservata in un apposito armadietto, magari sul fondo delle 
mensole, oppure in qualche cassetto. Tra i farmaci elencati, la prima prescrizione – a opera di un 
medico di Princeton ormai in pensione – riguarda il Quinidine e risale al 1989. (Dopo così tanto 
tempo, sarà ancora efficace il medicinale? Quante pasticche si dovrebbero prendere, perché il cuore 
si fermi definitivamente?) Molto più recenti sono le varie pillole antidolorifiche, al pari di tutti i 
medicamenti contro l’ansia, la depressione e l’insonnia.
 Dall’elevato numero di pillole e compresse rimaste si può dedurre che le prescrizioni 
non sono state seguite con particolare zelo: d’altronde, gli effetti di una singola pastiglia di Vicodin 
sono pressoché analoghi a quelli di una martellata in testa – di conseguenza, chi si arrischierebbe a 
prenderne una seconda?
 E così, eccomi qui con una sfilza di pillole. Ne sarebbero sufficienti una decina, e il 
soggetto scomparirebbe. Insieme allo squallore della vedova.
 Un sonno definitivo: anche i piccoli e morti occhi lucenti come gemme sparirebbero.
 Diversamente, la vedova rimane viva e sveglia. Non è mai esistito un modo di essere 
svegli come quello che alligna nel cranio di una donna che ha perduto il marito – e che la crivella 
come un fucile a tiro rapido. Giacere sveglia durante le interminabili ore della notte, sudata, 
lucidamente sgomenta – ma non è lo sgomento di un adulto, bensì quello di un bambino –, 
sforzandosi per non pensare a quel che resta della vita.
 A calcolare quanto riuscirà a resistere in questo limbo postumo – dieci anni? Quindici? 
Venti?
 “Hai il tuo lavoro di scrittrice, Joyce. Hai i tuoi amici. E gli studenti.”
 Simili osservazioni suonano quasi come una presa in giro. Ma naturalmente nessuno di 
quelli che te le rivolgono intende sbeffeggiarti.
 “Sai, Ray non vorrebbe proprio che ti comportassi così. Di sicuro, preferirebbe che tu...”
 Ma io sono terribilmente arrabbiata con Ray! Se adesso comparisse sulla soglia della 
stanza, non gli parlerei neppure.
 ‘È stata la sua trascuratezza, la sua mancanza di attenzione! È andato a cercarsela, la 
polmonite, e ha lasciato che lo uccidesse. Mi ha abbandonato – soltanto questo.’
 Ma la realtà è che sono stata io – la moglie, la vedova – ad abbandonare mio marito.
 Quando hai abbandonato colui che confidava in te, non può esistere alcuna 
consolazione.
 La tua punizione sarà di essere ciò che sei: una vedova. Ecco la peggior punizione!
 “So di poter essere forte. So di poter fermare tutto questo.”
 E così, questa sera, non voglio prendere nessuna pillola. Neppure la solita mezza 
compressa. Basta con l’odioso Lorazepam, che mi rende la bocca secca come se fosse di gesso e gli 
occhi grevi di pianto. Sono al riparo nel mio nido – calzerotti di lana, vestaglia di flanella sopra la 
camicia da notte, perché sono assalita dai brividi e da vampate di calore nel contempo: ho la nuca e 
il collo madidi di sudore. Ritta a sedere nel letto, puntellata contro i cuscini, in una comoda 
posizione mai assunta quando Ray era in vita, mi propongo di leggere – o almeno, di cercare di 
farlo – la nuova traduzione dei Fratelli Karamazov, oppure quella del Don Chisciotte. Con la coda 
dell’occhio, scorgo sul tavolino accanto, sotto altre carte, il manoscritto del romanzo di Ray: 
impulsivamente potrei anche iniziarlo questa sera – sì, potrei cominciarne la lettura, perché le parole
scrupolosamente battute a macchina appaiono attenuate, stanno sbiadendo: quei fogli hanno almeno
trent’anni, forse quaranta. Messa nera è stato scritto prima che Ray e io ci conoscessimo, e il mio 
giovane marito l’aveva rivisto qualche anno dopo le nozze. Penso che quel romanzo sia un 
documento segreto che utilizza una sorta di codice, al pari dei miei scritti; poi mi dico che tutto ciò 
che viene scritto è segreto, anche quando è reso pubblico, cioè “pubblicato”.
 ‘So di poter essere forte,’ penso. ‘So di poter fermare tutto questo.’
 Per quanto sia terribile ciò che mi sta accadendo, dentro di me ho il potere di mettervi 
fine. Se riesco a concentrarmi.
 Solo che non ce la faccio a concentrarmi, a essere pronta e determinata. Non nel modo 
in cui mi è sempre stato proprio. Così, se fosse necessario balzare fuori dal letto di colpo, vestirmi 
in fretta e guidare fino all’ospedale, non credo che ce la farei. Non adesso.
 Non di nuovo.
 Essere incapace di scendere dal letto al mattino forse è un sintomo di resa. (Quando si è 
depressi, già il concetto stesso di “mattino” è passibile di revisione: il “mattino” diventa uno spazio 
elastico, come la “mezz’età”.) Le braccia, le gambe, la testa... tutto è pesante come un macigno. È 
uno sforzo anche solo respirare – e oltretutto inutile! Che senso ha respirare? È paragonabile allo 
spingere un masso su per la montagna come il Sisifo di Camus.
 È decisamente più facile guardare la TV. Fare zapping tra i canali, freneticamente, senza 
mai fermarsi per più di un secondo o due su ciascuno di essi. È davvero ridicola la vita vista come 
una sequenza – una concatenazione – di “scene” casuali, mescolate e tronche, senza alcuna 
relazione tra di esse: se veduti senza audio, questi frammenti di esistenze altrui – queste vite 
simulate – non hanno un significato maggiore delle ombre danzanti su un muro.
 Perché anch’essi rappresentano dei brandelli di vite. E molti degli attori che li hanno 
originati e che si vedono nei film più vecchi sono ormai dimenticati. Attori fantasma, mentre i loro 
volti sono diventati delle “icone” – benché siano scomparsi da molto tempo.
 Per quanto io fossi identificabile pubblicamente come una persona che legge, e che non 
vedeva spesso la televisione, adesso ho preso l’abitudine di guardarla la sera tardi, passando da un 
canale all’altro in una sorta di moto perpetuo – un orrendo nastro di Möbius riservato all’anima. 
Court TV, con il suo sterminato repertorio di documentari su casi giudiziari, processi, delitti famosi;
e poi Animal Planet, Turner Classic Movies, CNN, USA, TNT... Comunque si potrebbe persino 
affermare che l’insonnia sia fruttuosa, produttiva, nel senso che, almeno per alcuni, le fantasie delle 
“ore angoscianti” favoriscono la prospettiva di un’illimitata indulgenza nei confronti della lettura – 
rileggere l’intera Recherche in una nuova traduzione, per esempio; o affrontare la rilettura di tutte le
opere di Jane Austen, che sarebbe la più deliziosa delle fughe. Ma in quei “periodi neri” esiste 
anche la magnifica possibilità di prendere degli appunti riguardo a un progetto nuovo, o di evadere 
la corrispondenza arretrata. Quando si sta tremendamente e l’unica soluzione è quella di 
rannicchiarsi sotto le coperte – accade allorché si è colpiti da una brutta influenza e ci si sente 
terribilmente deboli, inequivocabilmente malati, al punto che si riesce soltanto a voltare la testa sul 
cuscino –, allora la lettura diventa un’attività vagheggiata, un premio meritato ma inottenibile: 
sarebbe come balzare fuori dal letto e mettersi a ballare o a correre da una stanza all’altra della casa.
 Ebbene, nel mio caso è avvenuto proprio questo. Nonostante le buone intenzioni, presto 
ho smarrito il desiderio di rileggere La montagna magica, e ancora più in fretta ho abbandonato 
l’idea di affrontare Guerra e pace di Lev Tolstoj e Auto da fé di Elias Canetti, del quale sto 
rimandando la lettura da anni, dopo che Susan Sontag me l’ha raccomandato caldamente – dalle 
poche pagine sfogliate, mi è sembrato tormentosamente oscuro e noioso. Negli ultimi tempi sono 
riuscita a leggere soltanto il libretto di un amico filosofo su Wittgenstein, che l’autore mi ha donato 
con una dedica alcuni anni fa. Quanto alla ripresa del Don Chisciotte e dei Fratelli Karamazov – 
grandissime opere che ho letto prima dei vent’anni – è qualcosa di improponibile: le loro storie mi 
scorrono sopra la testa come monumentali formazioni nuvolose, totalmente distanti da me, 
irraggiungibili.
 Pur nel subbuglio delle coperte del nido, il telecomando è invece raggiungibile.
 
 57

 Studi morbosi
 Come mai è tutto così... luminoso?
 Anche con le palpebre chiuse, così accecante? 
 Dopo aver trascorso un’eroica notte quasi insonne – quando mi ero illusa di essere 
riuscita a trionfare sulla mia (presunta) dipendenza dal Lorazepam –, questo giorno si presenta 
interminabile, flagellato dal mal di testa, opprimente nella sua luce costellata di curiose lesioni 
simili agli strappi di uno scenario teatrale malconcio. Penso: ‘Ah, se soltanto... se soltanto potessi 
dormire! Mi stenderei qui, su questo pavimento, e chiuderei gli occhi, anche solo per pochi minuti! 
Ah, se soltanto...’ Sì, qui, in questo posto dove non mi è mai capitato di fare la spesa prima d’ora, 
lo Shop-Rite, sulla Route 1; qui, dove adesso sto spingendo stordita un carrello malfunzionante 
lungo interminabili corsie inondate di luce fluorescente; qui, dove il mio cuore batte in modo strano 
e un alto ronzio mi tormenta le orecchie perché, la notte scorsa, ho dormito un’ora al massimo, 
continuando a sudare e tremare nel nido arruffato, alzandomi diverse volte per andare ad abbassare 
il termostato con passi malfermi... Non è possibile vivere schiavi dell’insonnia, ma esiste una 
qualche alternativa? Allorché cerco di dormire, la mia mente saetta come coltelli lanciati verso un 
bersaglio, e il mio cervello è una ruota impazzita che rotola via: dentro non c’è niente, i miei 
pensieri non esprimono alcun contenuto, tranne l’ossessionante litania “dipendenza dai farmaci, 
insonnia; dipendenza dai farmaci, insonnia...”. Con l’impulsività tipica dell’insonne, una notte mi 
sono alzata per rileggere un passo di Omero, quello dell’incontro di Ulisse e dei suoi uomini con i 
mostri marini che gli potrebbero sbarrare la via:
 Lì dentro abita Scilla, orridamente latrando.
 La sua voce è come di cucciola
 Nata da poco, ma essa è un mostro funesto: nessuno
 Gioirebbe vedendola, neppure un dio incontrandola.
 Dodici sono i suoi piedi, tutti informi,
 Sei i lunghissimi colli, con sopra una testa
 Orrenda e dentro tre file di denti,
 Fitti e numerosissimi, ricolmi di morte nera. ...
 Di sotto la chiara Cariddi risucchia l’acqua nera.
 Tre volte al giorno la vomita e tre la risucchia,
 Orridamente: che tu non vi sia, quando risucchia.
 Non potrebbe salvarti neppure lo Scuotiterra. ...
 Navigammo gemendo attraverso lo stretto:
 Da una parte era Scilla, dall’altra la chiara Cariddi...
 Laddove la lotta per la vita è cruda e primitiva ed elementare, il terrore è quello di 
essere divorati vivi. 
 Laddove la lotta per la vita è più “civilizzata”, il terrore è quello di essere consegnati 
alla pazzia.
 ‘Se solo... Ma non sarà così.’
 Stasera: cena da un’amica.
 Un’elegante casa di Princeton, che presto la mia amica E. dovrà lasciare, visto che 
anche la sua vita domestica/coniugale è crollata.
 La dimora, la “casa”, la famiglia: concetti misteriosi, carichi di significato, che 
indicano talune condizioni che si reputano ovvie fino al giorno in cui, in modo irrevocabile, non è 
più possibile darle per scontate.
 Dopo la morte di Ray, ho intrapreso un’intensa corrispondenza via e-mail con E. Ci 
scambiamo messaggi estremamente personali, ispirati, poetico-surreali, anche la sera tardi o la 
mattina molto presto.
 Benché E. non abbia una concezione di sé analoga alla mia – non si considera 
principalmente una vedova –, sento che esiste una grande affinità tra noi due. Entrambe abbiamo 
perso il nostro compagno, entrambe ci siamo ritrovate improvvisamente sole.
 Sole a vivere in case che ciascuna di noi ha condiviso con un’altra persona, per molti 
anni.
 Si potrebbe dire che siamo simili a due superstiti di un incidente stradale. Ma le nostre 
ferite non sono visibili dall’esterno.
 Sorge spontanea una domanda: è peggio perdere il marito perché muore, o perché ha 
deciso di andarsene con un’altra donna?
 Alla cena di questa sera partecipano quattro persone: tutte donne – tre sono 
pluridivorziate e una è “vedovata”.
 Gran parte della conversazione ha come argomento la situazione di E.: l’imminente 
allontanamento dalla bella casa, le sue difficoltà finanziarie, il modo in cui il suo ex compagno ne 
ha tradito la fiducia.
 Dove c’è un tradimento, è possibile che ci sia collera, ira. Con una certa invidia, penso a
quanto più salutari, quanto più inebrianti, siano questi sentimenti, rispetto allo strazio del lutto – un 
cappotto zuppo che la vedova deve portare addosso.
 Una pluridivorziata racconta che l’ultimo marito le ha sottratto alcune migliaia di 
dollari, ma il suo avvocato le ha consigliato di non citarlo in giudizio: “Non ne varrebbe la pena.”
 È impressionante che quest’uomo, conosciuto come ottimo scienziato e ricercatore, si 
sia rivelato – a quanto pare – un individuo disonesto, falso. Dal modo in cui M. ne parla, si sarebbe 
indotti a credere che lo disprezzi. Eppure aveva lasciato il precedente marito per lui, creando un 
enorme scandalo nella comunità di Princeton.
 Entrambi avevano abbandonato i coniugi ignari della tresca, i quali erano rimasti 
profondamente feriti.
 Ed E. si dilunga sul compagno traditore, sull’uomo con cui stava da diciassette anni: il 
racconto è sapido e divertente.
 Il vino aiuta – se uno beve.
 Ascoltando quelle vicende licenziose, simili alle storie della Donna di Bath,* mi sento 
terribilmente sola, inesperta, naïve... Ray è stato il primo uomo della mia vita – e anche l’ultimo, il 
solo... Nonostante la reputazione delle scrittrici, la mia vita personale è stata serena e ordinata come
una carta da parati di Laura Ashley.
 Adesso le altre commensali rivolgono l’attenzione su di me. Sono stata sempre in 
silenzio. Di certo, non posso dir loro: “Non vedo l’ora di ritornare a casa, di scivolare nel mio nido, 
anche se non riuscirò a dormire. Mi sento così infelice, qui...”
 In realtà, sono contenta di essere qui. Sì, mi sto “divertendo”. Loro sono una splendida 
compagnia, E. ha preparato una cena fantastica e, nel fatto di trovarci insieme, c’è qualcosa di 
davvero confortante: è come se la scintillante tavola da pranzo, con la luce delle candele che si 
riflette sul mogano e i vasi slanciati colmi di fiori bianchi, fosse una scialuppa di salvataggio, sopra 
la quale navighiamo in un mare agitato.
 M. chiede se riesco a dormire, e io le rispondo che fatico, ma che ho smesso di prendere
sonniferi perché stavo diventando dipendente – la notte precedente, ero riuscita a non prendere il 
farmaco. Mi aspettavo che, con la sua preparazione professionale assai vicina alla pratica medica, 
fosse colpita dalla mia affermazione, e invece sono sorpresa per la franchezza con cui parla, rivolta 
a me, ma anche a beneficio delle altre: “Meglio così. Infatti potresti assuefarti a quella medicina e 
diventarne ‘dipendente’ per il resto della vita. Comunque, non sarebbe una faccenda seria quanto il 
fatto di non dormire. Privandoti del sonno, il tuo sistema immunitario s’indebolisce, sei più esposta 
alle infezioni e alle malattie, e la tua aspettativa di vita può accorciarsi. Se non si dorme, si muore.”
 Queste parole mi investono come una maledizione: resto impietrita, con gli occhi 
sbarrati. Mi sento perduta: è come se fossi sul punto di scivolare fuori dalla scialuppa di salvataggio
per mancanza di forze e sfinimento. Se non si dorme, si muore.
 M. parla con autorevolezza: dice che “studi statistici su questo disturbo hanno 
dimostrato...”
 Studi statistici su questo disturbo! Parole che mi raggelano. Ero così determinata a 
vincere la schiavitù del Lorazepam, con l’illusione di poter sconfiggere anche la dipendenza 
dall’ansia, dalla depressione, dall’insonnia – dalla stessa condizione di vedovanza...
 Mentre sono in macchina diretta verso casa, sento montare l’ansia dentro di me, e mi 
rifugio in una sorta d’infantile conforto: ‘Ho tentato di spezzare una dipendenza. Ho tentato!’
 * Personaggio dei Racconti di Canterbury di Chaucer [N.d.T.].
 
 58
 
 L’intruso
 C’è qualcuno in casa! C’è un intruso là dentro! Sbadatamente, non aveva chiuso tutte 
le porte – di nuovo. Chi è? È la Morte, entrata dalla porta sul retro che affaccia sulla terrazza. 
Spaventata e paralizzata, la Vedova giace nel suo letto. Rumore di passi nel vialetto. La porta, solo
socchiusa, viene aperta in modo silenzioso. Una figura nel buio – un buio profondissimo: dieci 
volte buio –, perché evidentemente ha spento la luce accanto al letto e si è addormentata (si è 
addormentata?) in uno stato di sfinimento dovuto all’ansia, in una condizione di obnubilamento 
drogato, di “perdita cognitiva”, incapace di muoversi mentre l’intruso le si avvicina. Un intruso – 
non un’intrusa – perché la Morte è sempre maschile, a dispetto dell’articolo. La Morte è sempre un
essere muto ed efficiente, e il sistema più valido per raggiungerlo è quello di premere la faccia, il 
naso e la bocca contro un cuscino. Niente aria! Niente ossigeno! Lei lotta, nel panico. Questa non è
la Morte che aveva immaginato. Questa non è la Morte che aveva sperato. E allora inizia a lottare,
perché è una bestia che combatte per la propria vita – la vita fisica, la cruda vita animale –, che 
non sa niente dei lussi come il cordoglio, il lutto, la malinconia. La donna che combatte nel suo 
letto sudato e arruffato è inaspettatamente forte – ma la Morte è più forte. 
 V
 “Avevate un aspetto così felice”
 Benché tu amassi Ray, e lo amassi molto,
 e non potessi neppure immaginare di vivere senza di lui,
 comincerai a scoprire cose che tuo marito
 non aveva molto interesse a fare, e a incontrare persone
 che non avresti conosciuto quando Ray era vivo
 – e tutto questo cambierà la tua vita in meglio,
 anche se dapprincipio non ti sembrerà così.
 Eleanor Bergstein
 
 59

 Troppo presto!
 È davvero scioccante per me che il freddo incalzante dei giorni della morte di Ray, il 
grigio argenteo del cielo del New Jersey (simile a quello di una pentola sfregata energicamente) e il 
crepuscolo che si leva incerto dalla terra scialba nel tardo pomeriggio, testimonino il lento avanzare 
della primavera. 
 La vedova non vuole alcun cambiamento. La vedova desidera solo che il mondo – che il
tempo – abbia fine.
 Proprio come la sua vita che, ne è certa, adesso è finita.
 È una sorta di perverso conforto, di sollievo, il fatto che l’inverno sia durato tanto a 
lungo – per tutto marzo, fino all’inizio di aprile.
 Restare immobile sulla soglia della porta d’ingresso, a guardare fuori nel giardino. Non 
ho idea da quanto sono ferma qui. Ciò che mi affascina – e che mi riempie di terrore – sono i 
piccoli, verdi, teneri germogli che premono contro la sottile crosta innevata della terra: tulipani! 
Troppo presto! Sta avvenendo troppo presto.
 I tulipani di Ray. Lo scorso autunno, ha dissodato l’intera aiuola e ha piantato dozzine 
di bulbi di tulipano, lavorando in ginocchio sulla soffice terra scura, completamente assorto, 
soddisfatto, felice.
 Il giardiniere è un individuo per il quale la prospettiva del futuro non è minacciosa, 
bensì felice.
 Mio marito mi aveva mostrato le scatole con i bulbi di tulipano provenienti dall’Olanda 
– colori dei fiori: rosso vivo, giallo striato, porpora, bianco con frezze arancione pallido simili a 
merletti. Li aveva comprati nel suo vivaio preferito, Kale’s Nursery, a circa tre chilometri da casa 
nostra.
 “Vuoi venire con me? Dopo pranzo, vado da Kale’s.”
 Al ricordo di queste parole, avverto una stretta al cuore. Da quale stupidità – pazzia – 
ero accecata, visto che immaginavo che ci fossero cose più importanti da fare, rispetto ad 
accompagnare Ray al vivaio.
 In alcune aiuole, vicino al vialetto d’ingresso, stanno sbocciando dei bucaneve – 
discreti, quasi invisibili – e altri piccoli fiori simili a campanule: tra i mucchi di foglie marce 
dell’inverno e i detriti lasciati dai temporali, li si potrebbe confondere con gli ultimi grumi di neve, 
o non accorgersi neppure della loro presenza.
 Poi vedo anche i crochi piantati da mio marito: color lavanda, porpora, giallo, arancio 
pallido... Troppo presto! Sta avvenendo troppo presto.
 Talvolta coglievo questi semplici fiori d’inizio primavera, mettendoli in piccoli vasi che
disponevo sul tavolo della sala da pranzo, sul davanzale della cucina e sulla scrivania di Ray.
 Adesso trovo rivoltante, osceno, il solo pensiero di cogliere quei fiori, di portarli dentro 
casa. Allo stesso modo, non sopporto di preparare il pasto in cucina, di mettermi a tavola in sala da 
pranzo, di mangiare. Molte cose ora sono diventate oscene, perché non sono... finite.
 ‘Non è giusto. A Ray piacerebbe maledettamente essere...’
 Essere qui. Essere vivo.
 Ripenso a quella mattina di febbraio, al momento in cui avevo trovato mio marito 
seduto al tavolo bianco Parsons – fazzolettini di carta usati disseminati sul piano, vicino ai fogli del 
“New York Times”. Ripenso a come avevo insistito perché andassimo al pronto soccorso. A come 
avevo pensato – ed entrambi avevamo creduto – che si trattasse di un malanno lieve, di una 
seccatura passeggera, arrivata a interrompere le nostre solite attività quotidiane. A come eravamo 
convinti che lui sarebbe tornato a casa nel giro di qualche ora o, al massimo, forse l’indomani 
mattina.
 “Sulla strada verso l’ospedale infetto”: questo verso di William Carlos Williams 
echeggia nella mia testa come una raganella che non smette di girare.
 E penso, sconsolatamente, a quanto sia terribile il fatto di aver accompagnato Ray verso 
un ospedale infetto, cercando di dimostrarmi una buona moglie. Portar via mio marito dalla casa in 
cui era così felice, per lasciarlo... Dove? Era debole, malato, ma aveva fiducia in me, e non ha 
trovato la forza per opporsi, per contestare la mia decisione.
 E adesso stanno iniziando a spuntare i tulipani, quelli che arrivano dall’Olanda e che 
vivranno, mentre Ray ha cessato di esistere.
 Una specie di rabbia mi assale: ho quasi voglia di sradicare questi bulbi, o di soffocare i 
germogli con il terriccio sporco e le foglie marce.
 Se la vedova potesse fermare il tempo!
 Se la vedova potesse invertire la direzione del tempo!
 Ho la bocca e le labbra secche. Assaporo il gusto aspro e familiare del mattino (il 
mattino dell’insonne) e galleggio in quello stato vago/intontito/fantasmatico successivo a 
un’interminabile notte con gli occhi sgranati, intervallata da momenti di “sonno” – una modesta 
requie ottenuta, non con il potente Lorazepam (che ho smesso di prendere malgrado il consiglio di 
S.), ma con altri farmaci, assunti a varie riprese: alle undici di sera, mezza pillola di Lunesta; alle 
quattro del mattino, un’altra mezza pastiglia del medesimo farmaco. Può accadere che, su 
indicazione di un’amica, prima di coricarmi prenda una o due compresse di Tylenol o di Benadryl –
farmaci da banco che, secondo il bugiardino, non provocano assuefazione.
 Mi spaventa terribilmente divenire dipendente – una drogata!
 Anche se la mia vita può essere considerata in rovina, sono determinata a non diventare 
una drogata.
 In ogni caso, sono arrivata ad avere una grande comprensione per tutti i 
tossicodipendenti, e anche per gli alcolisti, i “feriti leggeri” che sono intorno a noi – noi, gli altri, 
coloro che si curano da sé: soffrono di un malessere spirituale che solo un farmaco potentissimo può
lenire. In alternativa, c’è il suicidio.
 Laddove, nella vita di prima, pensavo, con una sorta di certezza morale da scolaretta, 
che la dipendenza dalla droga, l’alcolismo, il suicidio – il generale collasso dell’individuo – fossero 
riconducibili a una forma di diserzione spirituale, dalla cui si doveva sfuggire attraverso un atto di 
volontà, ora sono convinta che è esattamente l’opposto.
 Ciò che mi stupisce è il fatto che siano tanti quelli che non soccombono. Che siano 
molti coloro che hanno scelto di non uccidersi...
 Non sono sicura se il “suicidio” – come idea – fosse aborrito da Ray, o se 
semplicemente non avesse alcuna opinione al riguardo. Non ricordo che Ray abbia mai affrontato il 
tema del suicidio da un punto di vista filosofico – e tanto meno sotto il profilo personale. Tuttavia, 
rammento che ha tenuto delle lezioni su Sylvia Plath, i cui versi stupendi e maliosi possono essere 
letti come un’invocazione al nulla, all’estinzione:
 Morire
 È un’arte, come qualunque altra cosa.
 Io lo faccio in modo eccezionale,
 Lo faccio che sembra come inferno
 Lo faccio che sembra reale.
 Ammettete che ho la vocazione.
 Questo desiderio di automedicazione che arriva fino all’autocancellamento è la “quasi 
innominabile lussuria” di cui parla anche Anne Sexton nella sua poesia.
 Come se ci fosse un terribile sbaglio, un errore fondamentale: il fatto che uno sia vivo e 
che il suicidio rappresenti una correzione, un “aggiustamento” di ciò che è “sbagliato”.
 Nel profondo del suo cuore, la vedova sente che non dovrebbe essere ancora viva. È 
sconcertata, impaurita, e pensa di essere... sbagliata.
 Penso a tutte queste cose in una sorta di trance, in piedi, sulla soglia della porta 
d’ingresso, mentre tremo e guardo fisso il giardino con i minuscoli germogli verdi di tulipano. Se 
Ray fosse ancora vivo, io non resterei qui immobile, non avrei questi pensieri: il fatto che essi mi 
occupino la mente, forse ha un senso profondo, qualcosa che devo indagare ulteriormente. Sul 
margine del mio campo visivo, l’entità lucertolesca luccica debolmente – perché dovrei esserne 
attratta?
 Ormai è mattina tardi, e nell’aria avverto una certa tensione, un odore di... Primavera? 
Io, la vedova, sono in uno stato quasi catatonico, incantato. Se suonasse il telefono, non avrei la 
forza di rispondere: ma forse gli squilli mi strapperebbero alla mia trance. Mi chiedo chi potrebbe 
telefonarmi, chi sarebbe la persona amica che si è detta: “Forse dovrei chiamare Joyce, giusto per 
salutarla, povera Joyce... Peccato che non risponda al telefono.”
 
 60

 “Via da Las Vegas”
 In queste rintronate notti di TV, con il telecomando tra le dita intirizzite, mi sembra di 
imbattermi sempre nel film Via da Las Vegas, del quale vedo spezzoni, frammenti, simili a schegge 
di uno specchio fracassato.
 Era un film che Ray e io avevamo evitato di vedere: non eravamo minimamente 
interessati alla storia di un alcolizzato terminale. Non ci importava delle recensioni molto buone, e 
del fatto che la gente ne parlasse con ammirazione – semplicemente, non ci andava di vederlo, e 
basta.
 Poi, inaspettatamente, durante le settimane successive alla morte di Ray, Via da Las 
Vegas è diventato una sorta di strano incantesimo.
 Talvolta lo si ritrova su due canali via cavo, in orari diversi – è assai probabile che 
venga trasmesso più volte in una settimana. Non l’ho ancora visto dal principio alla fine – anche 
perché ormai è raro che io veda qualcosa “dal principio alla fine”: sono troppo irrequieta e talvolta 
la mia attenzione latita –, ma ne ho seguito spezzoni di quindici, venti minuti, disseminati lungo 
l’arco della pellicola, e tuttavia sufficienti per ricostruire una sequenza in grado di dare un senso 
alla vicenda.
 Forse, vedendolo a “blocchi”, Via da Las Vegas è sopportabile.
 Le cose hanno un significato preciso. Tutte le cose: le coincidenze non esistono.
 Mi è capitato di vedere alcune scene diverse volte. Lo straziante finale, invece, l’ho 
visto in una sola occasione, proprio come mi è accaduto – tardivamente – per l’inizio del film: una 
sequenza che spiega il comportamento autodistruttivo del protagonista, che ci allontana da lui e 
dissolve ogni simpatia nei suoi confronti.
 Quasi controvoglia mi sono lasciata catturare da questa storia trucemente 
comica/tenera/morbosa di uno sceneggiatore alcolizzato di Hollywood – sulla trentina inoltrata o 
all’inizio della quarantina –, il quale, dopo essere stato lasciato dalla moglie, va a Las Vegas con 
l’intenzione di bere fino a morirne.
 Mentre, in precedenza, non ero assolutamente interessata a vedere Nicolas Cage nella 
parte dell’alcolizzato Ben Sanderson – un’interpretazione che gli è valsa il Premio Oscar –, ora sono
letteralmente incantata dalla sua prova. (Come attore, Cage non ha mai riscosso la mia 
ammirazione, tuttavia devo ammettere che la sua performance è affascinante, e del tutto 
convincente.) Tra i protagonisti mi piace tremendamente Sera, una prostituta di Las Vegas 
impersonata da Elizabeth Shue, dalla quale promana una sorta di esangue bellezza che sta per 
spegnersi. Che Via da Las Vegas sia una storia romantica, malgrado il tema trattato – il quale porta 
a nutrire compassione per i due amanti –, è qualcosa di inatteso. La devozione della prostituta Sera 
per il dannato Ben è scandalosa – come quella di taluni leggendari santi e martiri cristiani – e 
persuasiva, nel contempo: “Noi non scegliamo le persone delle quali ci innamoriamo. Il nostro 
amore rappresenta il nostro destino. Ci è impossibile scegliere il nostro destino.”
 E: “Siccome ci restava così poco tempo...”
 Dopo aver visto il film in modo frammentario, avevo maturato il convincimento che 
Sera era sopravvissuta a Ben e che raccontava la storia del suo amore per lui – del suo amore senza 
speranza per lui.
 All’inizio della loro relazione, Ben la mette in guardia: “Non dirmi mai che devo 
smettere di bere.”
 Anche Sera avverte Ben: “Non cercare di farmi cambiare vita.”
 Ben vorrebbe allontanare Sera da sé: quest’uomo così saturo di alcol da pregiudicare la 
sua vigoria sessuale le è persino infedele. A rendere Via da Las Vegas una pellicola particolarmente
“potente” è proprio la devozione incondizionata della donna per quell’individuo maledetto e 
incorreggibile.
 Ciò che inizialmente mi urtava nel film, prima di averlo visto tutto, adesso mi sembra 
davvero attraente. Se non gradivo e disapprovavo la “debolezza morale” di quelli che si prodigano 
per curarsi da sé, ora credo di capirli, di provare simpatia e comprensione per loro, poiché sono 
diventata una di loro.
 Il mio interesse per Via da Las Vegas è aumentato quando ho appreso che l’autore del 
romanzo semiautobiografico dal quale è tratto il film, John O’Brien, è stato un alcolizzato e, due 
settimane dopo la notizia che il suo libro sarebbe diventato una produzione cinematografica, ha 
tentato il suicidio – d’altronde, chi avrebbe potuto scrivere un resoconto intimo di una vita dannata?
 È davvero toccante e avvincente il fatto che Sera stia con Ben sino alla fine: non lo 
lascerà, non penserà a salvarsi abbandonandolo. Da lui, si aspetta soltanto quello che riesce a darle. 
Vuole solo restare con quell’uomo tormentato e maledetto quanto più a lungo possibile. Vuole 
capire perché il tempo da trascorrere insieme è limitato. Vuole convincersi che non può aspettarsi 
altro che ciò che le viene dato.
 Benché si provi maggior empatia nei confronti di Ben, è Sera che gli sopravvive – 
perché è il destino della donna sopravvivere all’uomo ed essere la cronista della sua vita/morte.
 La donna è il poeta elegiaco. La donna è la depositaria della memoria.
 Ecco perché il film termina con la riproposizione degli inizi del loro rapporto – i ricordi 
“felici” che Sera ha del povero Ben, che ci rendono edotti di quanto una donna possa essere attratta 
da un uomo simile, anche a dispetto della sua lucidità di giudizio.
 “In salute e in malattia. Finché morte non li separi.” 
 
 61

 “Il non vissuto...”
 Ma il quoziente di dolore di un individuo non è già abbastanza terribile senza 
amplificazioni romanzesche, senza dare alle cose un’intensità che, nella vita, è effimera e certe 
volte addirittura invisibile? Non per tutti. Per poche, pochissime persone, quest’amplificazione, 
uscendo e sviluppandosi in modo incerto dal nulla, costituisce la loro unica sicurezza, e il non 
vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita, il cui significato arriva a contare
di più.
 Philip Roth, Il fantasma esce di scena* 
 Come vorrei poter credere a queste parole!
 Parole coraggiose, ribelli e sprezzanti che rivendicano, da parte dello scrittore, 
un’esistenza privilegiata, ricca di senso, di significato e di valore, al di là di quelli espressi dalla 
mera “vita” – è l’affermazione secondo la quale l’arte compensa i dispiaceri del vivere.
 Sono rannicchiata nel nido e sto leggendo la bozza rilegata del romanzo di Philip Roth 
che sta per uscire – Ray l’aveva letto nei giorni precedenti al suo ricovero. Vorrei tanto credere alle 
affermazioni di Roth riguardo all’arte, ma non ne sono capace – è al di fuori delle mie possibilità.
 Dopo che Ray è morto – “morto” è una parola nuova, e quasi non riesco a usarla senza 
un sussulto –, mi sembra di essere arrivata a capire che la scrittura, la mia “arte”, è solo una parte 
dell’esistenza, ma non quella predominante.
 Noi abbiamo il culto del genio, come se il “genio” fosse qualcosa di isolato, una 
solitaria vetta di montagna. È falso, assurdo!
 La mia vita coincide con il mio essere come donna: ecco la mia vita “umana”, la quale 
si definisce attraverso l’esistenza di altre persone, attraverso la relazione/modulazione/mutazione di 
sentimenti altrui, di stati mentali altrui, che non possono essere cristallizzati, proprio come coloro 
che li originano. Secondo l’asserzione di Philip Roth, la supposizione che è “impressa per esteso 
sulla carta” dura per un tempo che va ben oltre quello della vita, e può darsi che si tratti soltanto di 
un modo di dire – almeno per quegli autori le cui opere non sono permanentemente fuori catalogo. 
In qualsiasi caso, è davvero una magra e raggelante consolazione!
 Ecco, per esempio, un predecessore, americano anch’egli, che ne parla con un 
linguaggio assai diverso, e in termini molto semplici:
 Uno scrittore deve vivere e morire attraverso la sua opera. Deve identificarsi 
totalmente con essa: nient’altro può toccarlo. Una guerra, un terremoto, la rinascita delle lettere, 
la nuova legge stabilita da Gesù o dagli angeli, dal Paradiso, dall’Inferno, dal potere, dalla 
scienza, dal Nulla... esistono solo come orme per il suo pennello.
 Ralph Waldo Emerson, “Experience”
 “Il suo pennello”, cioè lui, è una chiara identificazione maschile, penso. La spavalderia, 
la vanità.
 La spavalderia è il volto della vanità.
 Sono allibita dal pensiero che, un giorno, anch’io potrei avanzare una simile 
rivendicazione – magari dopo aver vinto la disperazione, la solitudine, il disprezzo.
 * Traduzione di Vincenzo Mantovani, Torino, 2008, p. 119 [N.d.T.]. 
 
 62

 Una rozza e stupida crudeltà da “benintenzionati”
 “Oooh, Joyce, ti sei vestita di rosa! Che bello!”
 Questa esclamazione, che mi colpisce come una sberla in faccia o un calcio nella 
pancia, proviene da una donna che, insieme ad altre persone, ho incontrato dopo il servizio funebre 
per Robert Fagles nella cappella della Princeton University. Non è un’amica intima, piuttosto una 
vecchia conoscente, alla quale in passato sono stata anche affezionata; adesso, invece, desidero 
soltanto voltarle le spalle e scappare via.
 ‘Come dovevo vestirmi? Di nero? E come ti permetti di parlarmi in questo modo? E 
poi, è davvero da imbecilli confondere un color salmone scuro con il rosa.’
 Naturalmente mi sforzo per comportarmi in maniera civile, e riesco anche a sorridere. 
Soltanto la mia amica Jane nota l’espressione di sgomento, d’incredulità, di dolore che si dipinge 
sul mio viso.
 ‘Era animata da ottime intenzioni. Non voleva affatto offenderti. È solo goffa... 
maldestra – una che non sa cosa dire e, quando riesce a trovare qualcosa, non è capace di 
comunicarlo nel modo giusto.’
 Probabilmente è così ma, appena posso, corro via.
 “Ricominciare dopo un divorzio può essere la scelta giusta.”
 È un sorriso aperto quello che illumina il volto di quest’uomo, la cui voce è carica di 
una simpatica irruenza: mi sembra quasi scortese precisare che mio marito e io non eravamo 
divorziati. “Sono vedova. C’è una certa differenza.”
 Lui insiste: “Non esiste una differenza sostanziale. Perlomeno da un punto di vista 
logico. Perché ‘ricominciare’ può voler dire andare in qualsiasi direzione.”
 “Davvero?!”
 “Il coniuge non c’è più: ecco il punto fondamentale. Che lui se ne sia andato, o altro...”
 È un piccolo imprenditore edile, che ho fatto venire a casa per una stima delle 
riparazioni da fare. Per me è un estraneo, ma mi è stato raccomandato da amici comuni. Non 
conosceva Ray, né mio marito conosceva lui. I suoi modi affabili e il senso di sicurezza trasmesso 
dalle sue parole sono semplicemente quelli di chi ha vissuto un divorzio, di chi ha percorso un 
difficile sentiero con fatica, dopo essersi sentito bastonato e umiliato, ma alla fine è riuscito ad 
arrivare alla meta.
 “La casa è sua, e lei può farne ciò che vuole: può ristrutturarla, ampliarla, venderla. 
Queste sono le possibilità.”
 Ma è reale questa bizzarra conversazione? O devo pensare che si tratti di un 
comunissimo dialogo di tipo pratico, del genere di quelli che determinati individui fanno con donne 
che hanno “perso” il marito di recente, e che io mi stia dimostrando eccessivamente sensibile, come 
una persona cui sia stata levata la pelle? Mi sforzo per non agitarmi, visto che il mio interlocutore è 
animato solo da buone intenzioni; di certo, non intende essere né rozzo né crudele né stupido, ma 
vuole semplicemente dire: “Cerca di vedere anche il lato positivo delle cose! Non essere cupa! È 
un’occasione d’oro, quella che ti si presenta!”
 Quando, alla fine, l’uomo se ne va, mi sento smarrita ed esausta. Riduco in pezzetti il 
suo piccolo e pomposo biglietto da visita. Non risponderò ai messaggi che lascerà nella segreteria 
telefonica con la sua vociona allegra. Quando, un giorno, vedrò il suo pick-up svoltare nel mio 
vialetto – impulsivamente, trovandosi nei paraggi, avrà pensato di fermarsi da me –, mi precipiterò 
nel retro della casa, nel posto più lontano dall’ingresso, e mi nasconderò.
 “Oooh, Joyce! Mi è dispiaciuto così tanto, quando ho saputo che...”
 Nel bel mezzo di una cena con amici in un ristorante di Princeton – una riunione 
conviviale con sorrisi, chiacchiere e risate – è come un rapace che piomba sul nostro tavolo, dopo 
avermi veduto dall’altra estremità della sala (in realtà, anch’io avevo notato la sua presenza e mi ero
accorta che stava venendo verso di me). Questa volta, però, dico lestamente, sperando che si avverta
il mio sorriso, nonostante la forbiciata che ho sentito nel cuore: “Non ora, per favore. Non è il 
momento. Ti ringrazio.”
 Edmund White mi riferisce che una conoscente comune, responsabile amministrativo di 
un’università, si doleva per il fatto di non aver “mai trovato il tempo di mandare dei fiori a Joyce”. 
Entrambi ridiamo per quell’espressione, per tutto ciò che una simile frase implica, come se i fiori o 
qualsiasi manifestazione di indulgenza, o anche solo di riconoscimento da parte di questa donna, 
significasse qualcosa.
 “Le ho detto di non preoccuparsi,” afferma Edmund. “Le ho detto che, di fiori, ne hai in 
abbondanza.”
 Con sincerità, un’amica cerca di consolarmi.
 “Il ‘cordoglio’ è un fatto neurologico. Alla fine, i neuroni vengono ‘rimessi in circolo’. 
Se è davvero così, a mio parere, tu potresti accelerare il processo semplicemente avendone la 
consapevolezza.”
 “Vorremmo vederti, Joyce! Ormai è così tanto che...”
 In un altro ristorante in compagnia di amici – tre coppie, tra le quali i nostri più vecchi 
sodali di Princeton. A un certo punto, uno degli uomini alza il bicchiere per brindare al matrimonio:
alle unioni di lunga durata, visto che tutte le coppie presenti sono sposate da oltre cinquant’anni. 
Rapidamente la conversazione s’indirizza ai vecchi tempi, ai ricordi lontani dei loro matrimoni. 
Tutti si dilungano nelle reminiscenze, ma uno insiste nelle rievocazioni e parla... parla... E io mi 
sento tristissima: vorrei solo essere lontana da queste persone, lontana dai loro discorsi 
involontariamente crudeli che, com’è inevitabile, mi escludono – sembra che non abbiano mai 
conosciuto Ray, che invece era loro amico. ‘Perché non capiscono che mi stanno ferendo? Com’è 
possibile, dal momento che tutti conoscevano Ray...’
 “Scusatemi. Devo proprio andare.” 
 Per la prima volta da quando mio marito è morto, scoppio a piangere in un luogo 
pubblico. Mi allontano alla svelta. Gli amici mi fissano; uno degli uomini mi segue e, volendo 
dimostrarsi gentile, si scusa. Io non riesco a profferire parola: voglio solo scappare da lì.
 Il mio primo crollo in pubblico – e sarà anche l’ultimo.
 “E allora, cosa farà? Ha intenzione di vendere la casa?”
 
 63

 “Se...”
 ‘Se mi toglierò la vita, non sarà un atto premeditato, bensì impulsivo.’
 Un giorno, o più facilmente, una notte, il senso di solitudine sarà così schiacciante e 
infinito – e io mi sentirò stanca fino al midollo e avrò la consapevolezza che tale condizione non 
recederà, ma prevarrà o peggiorerà, indebolendomi ulteriormente – che forse riuscirò a trovare 
un’ultima stilla di forza, la determinazione a farla finita. Proprio come chi è fermo e trema sull’orlo 
di un alto trampolino – un trampolino molto alto, al di sotto del quale scorge una superficie 
luccicante, increspata, “plasticosa”, di profondità indefinibile –, mi tufferò verso la scorta di pillole, 
la mia soluzione.
 Ma come, e dove, lascerò queste annotazioni, queste parole incerte e confuse? Perché, 
di certo, voglio che siano ritrovate.
 Comunque, con il mio gesto, non intendo negare che la vita sia ricca, meravigliosa, 
varia, sempre sorprendente e preziosa – io, però, non riesco più a far parte di essa. Non voglio 
sostenere che il mondo non sia bello – perlomeno, in alcune manifestazioni. Per me, comunque, 
questo mondo è diventato remoto e inaccessibile.
 Circondata da un guazzabuglio di detriti da burrasca, un’imbarcazione – un traghetto, 
una barca a vela, o una nave da crociera – sta staccandosi dal molo, e tu sulla riva resti immobile a 
guardarla, mentre si allontana in un alone di luce, musica, voci e risate. Che tu saluti o no quella 
partenza, è indifferente: nessuno lo nota, e il naviglio prende il largo. 
 
 64

 “Mai e poi mai rifarei quel gesto”
 Cara Joyce,
 per favore, non lasciarti andare. Tutte le persone che confidano nella tua amicizia ne 
sarebbero sconvolte. Queste parole potrebbero sembrarti piuttosto brusche, ma io avevo 
cominciato a pensare che potessimo essere davvero amici – e io non voglio assolutamente perdere 
un’amica che ho appena trovato! Nella vita non si può accettare la perdita di individui che abbiano
 
dimostrato la nostra stessa sensibilità... Non riesco neppure a immaginare che tu possa lasciare 
che tutto il lavoro della tua vita si ammanti di questa grande tristezza. Nessuna delle mie persone 
care sa, o ha mai saputo, che in passato ho tentato di uccidermi: è accaduto molti, molti anni fa, 
quando studiavo alla University of Minnesota. Era un periodo durante il quale vivevo 
costantemente sotto pressione: studiavo, lavoravo per pagare la scuola, vivevo con la mia ragazza. 
Pensavo di poter fare tutto – e di essere in grado di farlo molto bene –, e invece sono rimasto 
travolto dalla situazione. Non ho seguito l’infallibile e mascolina via tracciata da Hemingway. Ho 
preso delle pillole, che mi hanno regalato un po’ di tempo per riflettere, prima che fosse troppo 
tardi. Sono riuscito ad arrivare al pronto soccorso, dove sono stato curato con una crudeltà 
scioccante – forse per darmi una lezione? Alla fine, sono sgattaiolato via dall’ospedale, in preda a 
fortissime allucinazioni – sconcertanti come la realtà. Ovviamente sono sopravvissuto, e mai e poi 
mai rifarei quel gesto. Vale la pena anche solo rivedere la luce del sole...
 Ti prego, abbi cura di te.
 G. 
 
 65

 Il “mondo reale”
 Fuori dalla campana di vetro che è la vita soffocante della vedova, in lontananza c’è il 
“mondo reale”, remoto e grottesco nelle sue mutanti contorsioni, percepito attraverso i titoli dei 
giornali, i frammenti dei notiziari televisivi: è un mondo che si sottrae alla vedova come un 
qualunque individuo eviterebbe di rivolgere lo sguardo verso il sole accecante durante un’eclisse.
 Non riesco a capire come mai le “notizie” mi disturbino. Non penso che sia una 
reazione al fatto che Ray era molto interessato all’informazione, specialmente a quella politica. No, 
non credo che si tratti propriamente di questo.
 Se prima mi sintonizzavo sui vari canali informativi della TV via cavo per curiosità – e 
posso affermare di aver passato mesi a guardare Fox News la sera tardi, per acquisire i materiali per
una storia da narrare nello stile duro dei tabloid* –, adesso non riesco a seguire quei monologhi 
vuoti e quelle “tavole rotonde” infarcite di grida e interruzioni.
 A Princeton, dove nessuno guarda Fox News – e dove il mio interesse per questi nemici 
del “progressismo secolare”, del liberismo e dei democratici è considerato il vezzo di una scrittrice 
di fiction dalla mente schizzata –, per mesi il solo argomento di conversazione sono state le elezioni 
primarie per la scelta dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti.
 Sembra che metà della Princeton democratica sia schierata con Hillary e l’altra metà 
con Obama: durante gli eventi mondani o nelle riunioni conviviali hanno luogo interminabili 
discussioni sui meriti/demeriti di Hillary/Obama, sui meriti/demeriti delle campagne dei candidati, 
sulla bancarotta politica/morale/economica/intellettuale/spirituale dell’amministrazione Bush e sui 
modi in cui il prossimo presidente dovrà affrontare questa tremenda eredità.
 In alcune occasioni, si verificano scontri verbali piuttosto aspri e rumorosi: molti 
abitanti di Princeton sono attivamente impegnati nelle campagne elettorali dei contendenti, o nella 
raccolta di fondi, nella stesura di appelli, o come “consulenti” di questa o quella organizzazione 
fiancheggiatrice. (In città, c’è un unico individuo schierato a favore della guerra in Iraq, un 
consigliere dell’amministrazione Bush/Cheney per il Medio Oriente, localmente molto noto.)
 È sorprendente notare come i supporter di Hillary e Obama utilizzino sempre le 
medesime argomentazioni e le stesse parole, con sottili e modeste variazioni del tono di voce. 
Sembrerebbe quasi che nella vita non ci sia nient’altro di importante di cui parlare, se non le 
primarie dei democratici. Null’altro, se non la politica!
 Penso: ‘È perché non sono persone ferite. Perché hanno la mente sgombra per occuparsi
di simili cose: della vita che va oltre ed è più grande della dimensione personale. È qualcosa che, al 
momento, non mi appartiene.’
 Nel corso di questi incontri, penso a Ray – lo vedo.
 La visione di mio marito sul letto d’ospedale – in quell’ultimo, ferale letto d’ospedale – 
si sovrappone a quella della sala dove è in corso un’animata riunione di persone brillanti. Penso al 
fatto che mio marito ha perduto questo mondo, il suo posto in esso – ne è stato espulso, in qualche 
modo, e ora questo mondo va avanti, dimentico della sua assenza.
 Se mi togliessi la vita... In questa situazione, come appaiono miserabili, trite, sciocche e
tristi simili parole! In questo istante, il suicidio è letteralmente impossibile.
 Penso a un amico del Minnesota – che non ho ancora incontrato –, il quale mi ha scritto,
confessandomi con grande franchezza di aver tentato il suicidio all’epoca in cui era ancora uno 
studente: “Mai e poi mai rifarei quel gesto.” La sua delicata lettera è un rimprovero per la mia 
disperazione.
 Forse dovrei pensare al mio cordoglio come a una malattia. Una malattia da 
sconfiggere.
 E tuttavia... io mi sento sola, anche tra gli amici. Potrei essere una paraplegica che deve
limitarsi a guardare gli altri che ballano: non è neppure invidia, quella che provo per loro, bensì una 
sorta d’incredulità – mi sembrano così differenti da me, così ignari. Sono questi i passeggeri della 
nave scintillante che prende il largo, mentre io sto sulla riva. Vorrei quasi pensare: ‘Anche la vostra 
felicità se ne sta andando. Durerà ancora per un po’ di tempo, e poi svanirà.’
 Avverto l’enorme peso della solitudine durante una cena a New York, in un ristorante 
nell’Upper East Side, quando i miei amici Sean Wilentz e Philip Roth iniziano a discutere – una 
discussione accesa: in effetti, un litigio –, e io mi ritrovo nella condizione della spettatrice di un 
incontro di ping-pong, a guardare ora l’uno ora l’altro dei due uomini che dibattono. Sean, che 
incidentalmente lavora per Hillary Clinton, appare molto critico nei confronti di Obama; Philip, che 
è un fervente sostenitore di Obama, si mostra davvero pungente verso le posizioni di Hillary 
Clinton. Si resta impressionati ad ascoltare quei due, sia per il rifiuto di entrambi di accettare il 
punto di vista dell’altro, sia per l’assenza di una qualsiasi possibilità di compromesso: “Può darsi 
che mi sbagli, ma...”
 Sto pensando che, quando ho incontrato Philip l’ultima volta, Ray era con me – 
naturalmente. Eravamo venuti in città e avevamo cenato insieme in un altro dei suoi ristoranti 
preferiti, il Russian Samovar. Philip ci aveva detto che cominciava a sentirsi solo nella sua casa di 
campagna di Cornwall Bridge, nel Connecticut, specialmente durante l’inverno: a uno a uno, i suoi 
vecchi amici stavano morendo. In quel momento, non ci sfiorava neppure il pensiero che mio 
marito – un “vecchio amico” di Philip, sebbene non particolarmente intimo – avrebbe potuto essere 
il prossimo...
 È così: si pensa sempre che la morte non ci riguardi.
 Anche se si è consapevoli che può essere imminente, è come se comunque non fosse 
affar nostro.
 Mi piacerebbe ricordarmi di cosa avevamo parlato con Philip. Mentre i due amici 
continuano a discutere – ora l’argomento è passato al ricorrente enigma: se dovesse essere eletta 
Hillary, dove starà Bill? Alla Casa Bianca? A dirle cosa fare? –, io penso che, quella sera, avevamo 
soprattutto riso. Philip è molto divertente quando non viene coinvolto in appassionate discussioni di
politica: Ray aveva una posizione politica molto chiara, ma non amava discuterne – comunque, in 
quel periodo, le sue idee collimavano con quelle di Philip.
 Ray e io non siamo mai andati a trovare Philip a Cornwall Bridge, anche se – anni 
prima – avevamo fatto visita ad amici che vivevano a pochissima distanza da lui, Francine du 
Plessix Gray e suo marito, il pittore Cleve Gray. Cornwall Bridge si trova all’estremità 
nordoccidentale dello stato, non lontano dal confine con il Massachusetts: è un posto rurale, molto 
bello e montagnoso, ideale per uno scrittore che voglia vivere in una sorta di isolamento, o che 
tenga alla propria privacy.
 Adesso penso che, prima, non sarei mai riuscita a sopportare di vivere da sola, come 
invece ha fatto Philip, dopo la fine del matrimonio con Claire Bloom, alcuni anni addietro. Una vita 
focalizzata sulla scrittura e sulla lettura; un’esistenza di isolamento, nei cui interstizi si collocano le 
serate con gli amici, e le storie (apparentemente brevi) con giovani donne; una vita coraggiosa e 
stoica, che può trovare un evidente riferimento nell’affermazione: “Anche se importante, quella 
stampata su una pagina è una vita non vissuta, ma soltanto ipotizzata.”
 Mi sovviene una frase di Franz Kafka. Alla fine del racconto “Il digiunatore” scrive: 
“Non riuscivo a trovare il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato, non avrei fatto tante storie e mi 
sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri.”*
 Per Philip, e anche per me, Kafka è una sorta di antenato. Vecchio, lontano, iconico, 
“mitico”. Molto tempo prima che apprendessi che la mia nonna paterna era ebrea – e, di 
conseguenza, pure io sono “ebrea”, in qualche misura –, avevo avvertito una strana affinità con 
Franz Kafka: conservavo già ogni suo aforisma nel profondo della mia anima.
 “Nessun altro poteva entrare qui, perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora 
vado a chiuderlo.”*
 Mi soverchia l’orrore della vita postuma propria della vedova. L’ingresso di fronte a 
me, la sola porta attraverso la quale io posso entrare, presto sarà chiuso.
 Philip è stato molto gentile a scrivermi subito dopo la morte di Ray. Non una, bensì due 
volte, poiché non avevo risposto alla prima missiva. Avevo posato la sua lettera di condoglianze – 
estremamente breve, ma molto toccante – in un angolo della scrivania, e la vedevo ogni volta che 
mi avvicinavo alla mia postazione di lavoro. Un foglio bianco, con alcune righe dattiloscritte: “Le 
poche volte che ho avuto l’occasione di frequentare Ray, sono sempre rimasto impressionato dalla 
sua calma e dalla sua gentilezza... So che avrai la forza per andare avanti, anche se adesso ti trovi 
ad affrontare una perdita sconvolgente. Ti sono accanto col pensiero.”
 Disseminate in vari punti del mio studio – non esiste un metodo logico per collocare 
delle pietre preziose in un ambiente ordinario –, ci sono le lettere e i biglietti di condoglianze che 
numerosi amici mi hanno inviato. La maggior parte, però, è nel borsone verde, ancora chiusi.
 Ho risposto a poche di queste missive. Quando mi appresto a scrivere, sono colta da una
sorta di indolenza, da una specie di paura riguardo alle parole che una vedova deve utilizzare.
 “Grazie per le condoglianze. Grazie per aver pensato a Ray – e anche a me...”
 Parole davvero banali – e inutili. Proprio come il testo del “biglietto del suicida” che mi 
ronza nella testa giorno e notte – spero di avere abbastanza buon senso/orgoglio per risparmiare gli 
altri.
 “Se Hillary ottiene la nomination...”
 “Se Obama ottiene la nomination...”
 “Se i democratici avranno finalmente la maggioranza al Congresso...”
 “Che terribile eredità sono le guerre di Bush in Iraq, in Afghanistan...”
 In East Eightieth Street, Philip e io ci separiamo e ci abbracciamo. Lo facciamo senza 
dire una parola, come accade tra due individui malconci. Se avevo detto a Philip che Ray aveva 
terminato la lettura del Fantasma esce di scena appena prima di finire in ospedale, decido di non 
informarlo che, per me, i passi più affascinanti del romanzo non sono quelli che riguardano il 
protagonista, ma un amico del Connecticut di nome Larry, il quale, dopo che gli è stato 
diagnosticato un cancro, si adopera per introdurre nella sua camera d’ospedale un centinaio di 
pillole di sonnifero, allo scopo di uccidersi in un luogo frequentato da persone che sanno cosa fare 
di fronte a un cadavere. In tal modo, questo marito e padre coscienzioso risparmia alla sua famiglia, 
“nel limite del possibile, le grottesche pratiche successive a un suicidio”.
 Sono sicura che Larry era un vicino di casa di Philip, tuttavia non ho avuto il coraggio 
di chiederglielo.
 Ray e io avevamo incontrato Philip Roth per la prima volta nell’estate del 1974. Gli 
avevo fatto un’intervista per il primo numero della “Ontario Review”: una serie di domande alle 
quali aveva risposto in maniera estremamente puntuale. Dopo essere scesi dall’appartamento di 
Philip all’altezza delle East Eighties, non lontano dal Metropolitan Museum, avevamo passeggiato 
in Central Park, trascorrendo diverse ore insieme. Avevamo riso e ci eravamo divertiti tutt’e tre. Mi 
sovvengono ancora i momenti di circospezione e di diffidenza, tipici del suo atteggiamento. 
Tuttavia non riesco a ricordare con precisione cosa avevo scritto alla fine dell’intervista, riguardo 
alla casa in cui viveva: di sicuro, avrò parlato del suo studio pieno di libri, con l’inevitabile Literary
History of England di Albert C. Baugh e, appesa a una parete, una “tenebrosa e magnetica 
fotografia di Franz Kafka” – era l’immagine che, nell’autunno del 1956, avevo attaccato sopra la 
mia scrivania, sulla spoglia parete beige, al tempo in cui ero soltanto un’idealistica studentessa con 
inclinazioni letterarie della Syracuse University.
 * Si può supporre che l’Autrice si riferisca al progetto di romanzo ispirato a una truce 
vicenda trattata prima a livello di gossip e di articoli di tabloid scandalistici, poi anche nelle news 
tradizionali. Il risultato fu My Sister, My Love, uscito in Italia con il titolo Sorella, mio unico 
amore: la storia segreta di Skyler Rampike. È interessante osservare come, a differenza di altri 
capitoli nei quali JCO nomina esplicitamente alcuni suoi libri, qui non lo faccia, forse perché 
l’uscita di My Sister, nel 2008, è coincisa con gli stati d’animo della sua vedovanza [N.d.T.].
 * Traduzione di Ervino Pocar, Racconti, Milano, 1973 [N.d.T.].
 * Parole finali del guardiano nel racconto “Davanti alla Legge”, in Racconti, ibidem [N.d.T.].
 
 66

 Piccola storia d’amore
 Mentre sto firmando le copie di un mio libro a New York, un’alta figura in jeans, con 
una camicia blu di cotone dalle maniche rimboccate fino ai gomiti, mi si presenta davanti, 
chiedendomi di autografare e dedicare sette mie opere – per Lisette. Non riesco a capire se quella 
persona sia un maschio o una femmina, visto che la visiera abbassata del cappellino da baseball mi 
impedisce di scorgerne il volto: mi sembra che sia giovane, ma forse non è così.
 “Lisette: un nome poco comune.”
 “Sì, credo di sì.” La voce è bassa, leggermente gutturale – una voce di donna?
 “Lei si chiama ‘Lisette’?”
 “No. Lisette è la mia ragazza.”
 Alzo gli occhi e scopro che, a parlarmi, è una donna fra i trenta e i quarant’anni, con arti
lunghi e sottili, capelli color sabbia tagliati corti, occhi chiari e una massiccia ossatura facciale. 
Penso che forse è reticente per natura. Poi, all’improvviso, qualcosa fa scattare un meccanismo, e 
lei attacca a parlarmi, in un tono quasi confidenziale.
 “Lisette ama i suoi libri, e io amo Lisette. Voglio donarle questi.”
 “È un gesto molto gentile.”
 In simili occasioni pubbliche, la mia voce sprigiona una sorta di calorosità che mi 
sorprende. Mi chiedo se la mia vedovanza sia solo un miraggio, e il sorriso aperto che talvolta 
mostro in pubblico rappresenti il mio vero “io”.
 Il voto della vedova: “Anche se io non sono felice, posso rendere felici gli altri.” 
 “E il suo nome qual è?”
 “Il mio nome? M’r’n.”
 “Marian?”
 “Mar’n.”
 Parla a labbra strette, con voce bassa. È come se, quale che fosse il suo nome, esso non 
avesse alcuna importanza.
 “E cosa fa?”
 “Cosa faccio? Sono... in pensione.”
 “Mi sembra troppo giovane per essere già in pensione.”
 È così, infatti. Se guardo quella donna dagli occhi chiari, vestita in denim, posso 
soltanto ripetermi che è davvero troppo giovane per essere in pensione. C’è qualcosa di vago, di 
cauto nel suo portamento: è come se si aspettasse un colpo doloroso e volesse prevenirlo o, al 
limite, mitigarne l’impatto. Sul suo volto scarno compare un lieve rossore. “Sono un autista di 
camion. Ma ora ho deciso di smettere. Lisette abita a Denver. E sto andando laggiù a vivere con 
lei.”
 “Denver! È lontanissima.”
 Mentre firmo le pagine dei frontespizi dei miei libri, con il corsivo del Metodo Palmer 
di quando ero una scolaretta, ho quasi un capogiro, come se, in simili momenti, la severa facciata 
della vita fosse strappata via, rivelando una sorta di festa in maschera. Io sono l’Autrice, e gli 
individui sorridenti che aspettano pazientemente in fila per farsi autografare un libro sono i Lettori. 
Entrambi i ruoli regalano una felicità piuttosto infantile, visto che non può essere mischiata – è 
qualcosa che mi ricorda i vassoi a scomparti, dove i cibi non si mescolano. Le sedute di firma 
possono essere gli unici momenti in cui gli scrittori sorridono.
 “Non è lontanissima. E poi so guidare. Non correrò, guiderò tranquilla. Riempirò il mio 
camion per un viaggio di sola andata.”
 Firmo il penultimo libro, un’edizione economica di Blonde, e ho la sensazione che la 
misteriosa Lisette possa essere bionda. Chiedo come Lisette e lei si sono incontrate, e la donna dice:
“Ci siamo scontrate. In una libreria. Cioè, ci siamo scontrate davvero! Ho sbattuto letteralmente 
contro Lisette. Non volevo farle del male, ovviamente... Be’, è così che ci siamo conosciute.” La 
donna parla velocemente, con fiotti di sillabe brusche, come una persona che è stata a lungo in 
silenzio. Adesso la sua voce s’è fatta impaziente, quasi vertiginosa. Spesso, negli incontri con i 
lettori dopo una presentazione affollata, regna un’atmosfera festosa: si parla con estranei che non si 
incontreranno mai più, aspettando che il raggruppamento si sciolga.
 “E Lisette, cosa fa?”
 “Lisette non fa: semplicemente è.”
 È una battuta che scatena il riso di entrambe. La donna in denim appare deliziata dal 
fatto che le vengano poste delle domande su Lisette.
 “Bene! Buona fortuna. A Denver, allora.”
 Lei raccatta i suoi libri, facendone una bracciata. Uno le scivola sul pavimento e si china
per raccoglierlo, rigidamente. S’incammina; poi volta la testa e mormora: “Be’, grazie. Andrà tutto 
bene. Quando arriverò a Denver, sarà tutto okay. Vincerò la mia maledetta leucemia, e starò bene.”
 Nel giro di pochi secondi, la donna scompare dalla mia vista. Avverto un forte impulso 
di correrle dietro.
 Ma cosa potrei dirle? Quali parole? Non ne ho assolutamente idea.
 “Spero che tu sia felice. Tu e Lisette, a Denver. Io ti penserò. Non ti dimenticherò.” 
 
 67

 Tulipani
 ‘I tulipani di Ray stanno fiorendo – che belli!”’
 Nel giardino assolato, i miei amici stanno ammirando una mezza dozzina di tulipani 
rosso vivo, oltre a qualche esemplare color crema con striature rosa... Sorrido, come se la vista dei 
tulipani – la loro fioritura – fosse una forma di magica compensazione del fatto che Ray non c’è 
più.
 ‘Com’è possibile che ci siano i tulipani di Ray, e lui non sia qui? Perché noi restiamo 
immobili a guardarli, nonostante la sua assenza?’
 L’amarezza monta in me, col gusto aspro di qualcosa che non si riesce a digerire. È 
l’amarezza/incredulità del vecchio pazzo Lear, dopo che Cordelia è morta.
 Cos’è una vedova – di qualsiasi età, di qualsiasi condizione –, se non una variante del 
vecchio pazzo Lear?
 I bei tulipani e i bei crochi di Ray, i bei narcisi e le belle giunchiglie di Ray, piantate 
sulla collinetta dietro casa, oltre il piccolo corso d’acqua che alimenta il nostro stagno... Qui in 
giardino, i fiori della magnifica sanguinella di mio marito stanno per sbocciare.
 Mi sforzo per non pensare: ‘Che beffa! È tutto così inutile.’
 Naturalmente, cerco di non mostrare la mia agitazione agli amici: sono davvero persone 
speciali, che io amo per la generosità, la gentilezza, il buon senso e il calore umano. Sono persone 
verso le quali Ray nutriva un grande affetto, se non un sentimento d’amore. ‘Sì, amore,’ penso. 
C’era/c’è un amore sotteso fra di loro.
 All’ospedale, quando suggerii a mio marito di telefonare a Susan e Ron, dapprima si 
disse d’accordo; poi, però, cambiò idea, affermando che sarebbe stata una scelta “un po’ troppo 
emotiva”. 
 Ricordandomi di questo, adesso mi domando se Ray avesse avuto una qualche 
intuizione riguardo all’aggravamento delle sue condizioni, e al fatto che forse non avrebbe più 
rivisto Susan e Ron.
 “Per Ray, questo era il periodo più felice dell’anno. In una settimana o due... Gli 
piacevano così tanto...”
 “... il suo giardino è davvero bello.”
 È terrificante il modo in cui la vedova si aggrappa a simili dettagli. La metafora 
familiare: “Aggrapparsi alla paglia.” Forse sarebbe meglio dire: “Ansimare attraverso la paglia.”
 Cercare di respirare. Una piccola provvista d’ossigeno, soltanto per riuscire ad andare 
avanti.
 Perché?
 Il punto è come. Al perché non si può rispondere.
 Ieri sera! Chissà per quanto tempo ricorderò la sera appena passata.
 Di rado, la spinta a morire – a diventare una persona estinta – è stata così forte come 
durante la serata di ieri. È accaduto in casa di vecchi amici, che conoscevano Ray e me da quasi 
trent’anni.
 Se mi fossi trovata qui, il suicidio sarebbe stato un evento gestibile, realizzabile – 
qualcosa di “sicuro” –, e non una mera ipotesi.
 In qualche modo, come se l’avessero pianificato prima (ma sono sicura che ciò non è 
accaduto), per l’intera serata i miei amici non avevano parlato di Ray. Il marito aveva affrontato 
solo argomenti politici – Hillary/Obama, Bush/Cheney –, riuscendo a surclassare i peggiori 
politicanti della Princeton University, mentre io seguitavo a fissare i vetri della finestra dove si 
rifletteva la tavola imbandita: cercavo di ricordare l’ultima volta che Ray e io ci eravamo seduti lì, 
l’ultima volta che Ray era stato in quella casa. Comunque, mi aveva amareggiato il fatto che il 
marito non avesse neppure menzionato Ray, e si fosse rivolto a me nell’identico modo in cui 
parlava agli altri ospiti, con tono gioviale e bonario, come se le parole che gli uscivano dalla bocca, 
per quanto esagerate e comico-surreali e provocatorie, fossero quelle di uno spettacolo, di un 
intrattenimento, di qualcosa per passare il tempo – una sorta di ostentazione accademico-
intellettuale non dissimile dalla mostra del pavone maschio, che vacilla sotto il peso della sua ruota. 
Ancora piuttosto calma, ho pensato: ‘È una cosa insopportabile. Se me ne andassi ora, non mi 
perderei niente.’ Avrei voluto salire in macchina e raggiungere casa in fretta, per ingoiare subito 
tutte le pillole che compongono la mia scorta, prima di perdere il coraggio. ‘Tutto! Posso sopportare
tutto, tranne questo.’ Alla fine, me ne sono andata e, dopo aver guidato lungo la solita strada, mi 
sono ritrovata nella nostra casa: appena ho varcato la soglia, la terribile sensazione di angoscia e 
oppressione mi ha abbandonato, come se fosse un fardello portato troppo a lungo sulle spalle.
 “Tesoro? Ciao...”
 Questo è il posto dove Ray mi aspetta sempre, poiché qui è dovunque. 
 Quando sono in mezzo alla gente, il dolore mi consuma, e provo un irrefrenabile 
desiderio di stare da sola. Ma quando sono sola, è un’altra pena a consumarmi: la sensazione che 
nella mia solitudine si annidi un pericolo.
 Sì, quando resto sola, la mia vita è in pericolo. Perché il vuoto è prossimo 
all’insopportabile.
 Con gli altri, sono salva.
 Non posso dirmi felice, ma sono salva.
 Per esempio, il basilisco mi segue fuori di casa assai di rado. In mezzo al cicaleggio 
della gente che discute di politica, sembra che non abbia alcun potere, alcuna possibilità di 
esistenza. Quando mi viene chiesto: “Come stai?”, non sono certo costretta a rispondere: “In una 
condizione prossima al suicidio. E tu?”
 In qualsiasi caso, ora la mia felicità è strettamente collegata agli altri.
 Alcuni giorni fa, all’università, mi sono sentita autenticamente felice, persino eccitata, 
sebbene per un solo momento patetico, mentre leggevo la versione riveduta del testo di una giovane
donna che frequenta uno dei miei laboratori. È stato un autentico piacere scoprire con quanta 
bravura l’autrice avesse assorbito le osservazioni e i commenti del gruppo, per arrivare a una stesura
della sua storia emotivamente attraente, affascinante...
 In questo semestre, tra gli studenti che frequentano il mio laboratorio di scrittura 
creativa ci sono altri elementi davvero validi – giovani autori il cui lavoro appare significativo, 
“importante”...
 Devo confidare ancora di più nei miei rapporti con gli altri. In queste “relazioni” 
all’apparenza effimere.
 ‘Sì, in effetti, queste relazioni sono effimere, fuggevoli. Non sono «reali», non sono 
intime. Stai ingannando te stessa: ti figuri che un’interazione professionale con degli estranei 
possa compensare la perdita di intimità nella tua vita.’
 “Dovresti andare da un terapeuta, da un counselor che ti aiuti a elaborare il lutto”, 
oppure frequentare “un gruppo di supporto per persone che hanno perduto il proprio coniuge”: di 
certo si tratta di suggerimenti giudiziosi, e tuttavia... Di chi ci si può fidare? In quest’epoca di 
pettegolezzi e memoriali, si può fare affidamento sul fatto che almeno i professionisti non violino la
nostra riservatezza?
 Mi sovviene lo psichiatra che aveva in cura Anne Sexton negli ultimi anni della sua 
vita: quell’individuo non ebbe alcuna remora nel trasgredire l’etica professionale, parlando 
liberamente di lei, rivelando le più sordide e patetiche fantasie di una donna malata durante i 
colloqui che ebbe con il biografo della poetessa.
 Questa è l’epoca dell’“esternazione sfrenata”. L’autore/autrice di memoir si adopera per 
repertare ogni singolo particolare, come se intendesse arrivare a una formale condivisione di colpa, 
supponendo che la critica feroce, la rivelazione e l’umiliazione di altre persone siano qualcosa da 
giustificare. 
 A mio parere, questo comportamento è disonesto, immorale. Rozzo, crudele e 
inconcepibile.
 I memoir appartengono a un genere letterario tra i più seducenti, ma possono essere 
annoverati tra le opere più pericolose. Le memorie sono un deposito di verità, all’interno del quale 
confluiscono verità singole e diverse, tuttavia risulta impossibile che siano depositarie della Verità 
Assoluta – d’altronde, uno sguardo non può abbracciare l’intera visione del cielo.
 Qualcuno mi ha consigliato di scrivere un memoir: “Dovresti proprio scrivere un 
memoriale. Che tratti della tua vita dopo la morte di Ray.”
 Qualcun altro mi ha detto: “Non ti deve passare neppure per la mente di scrivere un 
memoir. Perlomeno, non su quel tema. E non ancora.”
 Qualcun altro ancora – una persona amica – mi ha sorpreso, dicendomi, in tono molto 
serio: “A questo punto, starai già lavorando alla prima stesura di un romanzo su Ray. Ma, poiché ti 
conosco, penso che i romanzi siano due...”
 Una conoscente di Princeton – non è assolutamente un’amica – mi ha fatto trasalire 
allorché ha detto, con un’aria di affettuoso rimprovero: “Sei nell’occhio del ciclone, eh, Joyce?”
 Sono davvero sorpresa quando scopro che gli altri pensano che io sia una persona dotata
di grandi capacità di recupero, di un’enorme riserva di energie... Ci sono mattine in cui non ho 
neppure la forza di trascinarmi fuori dal letto, lunghe giornate in cui arranco per lo sfinimento, con 
la testa che rimbomba dopo una notte insonne, e mi deprime tremendamente il fatto di ascoltare 
parole giocose/bonarie lanciate come coriandoli – “Sei nell’occhio del ciclone, eh, Joyce?” –, solo 
perché una mia recensione è uscita sul “New Yorker” o sulla “New York Review of Books”, un mio
racconto scritto molto tempo prima della morte di Ray è apparso su una rivista, e un mio nuovo 
libro è stato pubblicato di recente: l’ho scritto più di un anno fa, in un’epoca decisamente più felice 
della mia vita.
 Naturalmente la gente preferisce pensare che la vedova sia forte – più forte di quanto 
non appaia o possa sperare di essere. È solo un inutile esercizio di autocommiserazione cercare di 
spiegare che il vecchio “io” non c’è più, che la vecchia forza non esiste più – quel senso del proprio 
“io” che viene chiamato propriocezione e che, per dirla con le parole di Oliver Sacks (che cita 
Sherrington), rappresenta “il nostro senso segreto, il nostro sesto senso”:
 Quel flusso sensorio continuo ma inconscio proveniente dalle parti mobili del nostro 
corpo (muscoli, tendini, articolazioni), che ne controlla e ne adatta di continuo la posizione, il tono
e il movimento, in un modo però che a noi rimane nascosto perché automatico e inconscio.
 Oliver Sacks, “La disincarnata”,
 da L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.
 Proprio così! Cioè, per me questo è ciò che non è, non più. Come ha detto a Sacks uno 
dei suoi pazienti, cercando di descrivere questo misterioso senso di un fondamentale “io”, perduto e
inaccessibile: “È come se il corpo fosse cieco.”
 Anche l’anima può essere “cieca”. O quello che viene definito “anima”, nel regno 
scintillante/schizzante del cervello.
 L’individuo sano – la persona “normale” – vive la propriocezione con una 
consapevolezza non maggiore di quella che sperimenta respirando l’ossigeno dell’aria. L’individuo 
ferito – la vedova, per esempio – si spersonalizza e deve compiere uno sforzo enorme per riuscire a 
ritrovare l’“io” perduto: è come se tutte le mattine dovesse gonfiare un grande pallone, un pallone 
che rappresenta il “sé”, con un impegno che opprime e sfianca, perché sembra che non abbia altro 
scopo se non quello di dar forma a un’enorme sfera in cui vivere, dalla quale sfiaterà a poco a poco 
nel corso delle successive dodici ore, fino al momento in cui sprofonderà nel sonno, in una sorta di 
misericordioso oblio. Ma la mattina dopo, si ritroverà ad affrontare ancora l’impresa.
 E ancora, e ancora!
 L’individuo sano non deve effettuare nessuno sforzo particolare per essere in una 
condizione di sanità. La persona ferita, invece, deve impegnarsi a fondo per fingere di essere sana – 
ma c’è una domanda che le ronza per la testa di continuo, che la incalza: “Perché?”
 Alcuni amici mi hanno regalato due piantine di rosmarino – “un segno di 
commemorazione”. Un arbusto lo pianterò in giardino, sotto la finestra attraverso la quale vedevo 
spesso Ray mentre leggeva il “New York Times”, sparpagliando fogli e pagine sul tavolo; l’altro lo 
porterò al cimitero di Pennington e lo interrerò accanto alla targa della sua tomba.
 
 68

 Perdonami, per favore!
 “Sì, oggi lo farò.”
 Se la trasformerò in una sorta di cerimonia, forse ci riuscirò. O perlomeno, inizierò a 
farlo.
 Andrò a sedermi in giardino – su una bianca panchina in ferro battuto accanto ai tulipani
di Ray, dove un tiepido fascio di luce solare d’inizio aprile forma una pozza – e aprirò le lettere.
 Quelle lettere di partecipazione, condoglianze, commiserazione, confinate finora nella 
grande borsa verde – ora è diventata un borsone pesante e panciuto –, che non avevo mai trovato la 
forza di aprire. Ho riflettuto con calma, e dentro di me è sorta anche una certa aspettativa, un’attesa.
‘Lo farò. È chiaro che devo farlo. A questo punto, mi sento abbastanza forte.’
 26 febbraio 2008
 Sono rimasto molto, molto addolorato per la morte di Ray. Lo ricordo come un uomo 
estremamente affabile e gentile. Quando ci si trovava di fronte a lui, si aveva la sensazione... Come
dire?... La sensazione di essere al cospetto di una mente brillantissima, in grado di valutare e 
comprendere le posizioni altrui: in poche parole, ci si sentiva presi in considerazione, al sicuro. 
Con la sua enorme e schietta integrità, attraverso la sua presenza e il suo modo d’essere, ha 
testimoniato una caratura e una qualità umana che mai dimenticherò. Benché io non lo abbia 
conosciuto profondamente, sono in grado di affermare che la mia vita è risultata arricchita dalla 
sua conoscenza. Non oso neppure immaginare il dolore che lei prova per la perdita di suo marito: 
comunque, sappia che le sono vicino con il pensiero. Conservo gelosamente il ricordo di quando, a
Princeton, ho visto Ray e lei fermi sul ciglio della strada: lei era smontata dalla bicicletta per 
soccorrere un animale ferito – mi pare che fosse un cucciolo di cervo. O forse era la madre a 
essere stata uccisa e lei si stava prodigando per salvare il cerbiatto. È un’immagine che ho 
conservato per molti anni, e che adesso mi ritorna vivida alla mente...
 Questa è la prima lettera che ho estratto dalla grossa borsa “Earth Reusable”: me l’ha 
scritta un amico poeta che si è trasferito da Princeton a New York. Leggendola, sono rimasta molto 
scossa, e ho dovuto mordicchiarmi le labbra per non piangere. Com’è straniante – com’è 
spersonalizzante – stare seduta qui al sole, in questo mattino dell’aprile 2008, e tuttavia sentirsi 
scaraventata di colpo nel passato: “... lei era smontata dalla bicicletta per soccorrere un animale 
ferito...” Sì, era accaduto in Bayberry Road: me lo ricordo perfettamente. E adesso mi vergogno 
tremendamente di non aver risposto subito a questa lettera delicata e intrisa di serenità – fino a 
pochi momenti fa, non l’avevo neppure aperta: ho lasciato passare settimane prima di guardarla, e 
ora mi sento piena di vergogna.
 Quante situazioni sono cambiate, quante cose hanno preso strade diverse? Tante, 
sfuggendo al mio controllo.
 Improvvisamente divento ansiosa. Mi chiedo se sia una buona idea quella di aprire la 
posta confinata nel borsone. Chiamo i gatti – “Reynard! Cherie!” – perché mi facciano compagnia. 
La porta della cucina è socchiusa; uno dei mici sguscia fuori piano, esitante, guardingo: è Reynard, 
il gatto anziano, che viene avanti con un’andatura rigida; Cherie, la soriana giovane, negli ultimi 
tempi ha incominciato a fidarsi di me, forse riconoscendo, con l’acuta sapienza dei felini, che ormai
ci siamo solo noi, che Ray non tornerà più a dar loro da mangiare la mattina, che non le permetterà 
più di stendersi sul “New York Times” mentre sta leggendo – mai più.
 Alla fine, arrivano entrambi i gatti, stringendo e battendo rapidamente le palpebre come 
se fossero storditi dalla luce solare. Si sdraiano sul gradone lastricato, al sole. Reynard sferza 
ritmicamente l’aria con la coda, e ciò significa che è inquieto, sospettoso. Cherie si crogiola sulla 
pietra calda, girandosi ora a destra ora a sinistra e mostrando il ventre dalla pelliccia grigio chiaro: è
in uno stato di totale sollucchero. Vorrei poter chiamare Ray, perché venga ad ammirare i nostri 
gatti al sole: sono sicura che scoppierebbe a ridere alla vista di Cherie.
 “Tesoro? Dove sei? Vieni a vedere.”
 Un giovane daino al di là della finestra del mio studio; i tacchini selvatici che 
passeggiano davanti alla veranda; e le cinciallegre, le ghiandaie blu e i cardinali dal piumaggio 
rosso lucente che si affollano intorno alla piccola vasca dove si bagnano gli uccelli: “Tesoro? Vieni 
a vedere! Presto!”
 Un giorno, nel giugno scorso, mi ero precipitata nello studio di Ray per invitarlo a 
venire subito da me per osservare una femmina di cervo che stava partorendo due cerbiatti in una 
piccola area boscosa a una ventina di metri dalla mia finestra.
 Restammo a guardare la scena affascinati: la madre era calma, il parto ci sembrò 
un’operazione facile; i cuccioli, grandi quanto un grosso gatto, si erano messi presto in piedi sulle 
esili zampe, già in grado di muoversi, seppure con passi malfermi.
 L’urgenza della natura è tale che i cerbiatti devono saper camminare – e correre – 
pochissimo tempo dopo la nascita. Altrimenti i predatori li divoreranno.
 Nella contea di Mercer, qui nel New Jersey, non vivono specie predatrici. In alcune 
zone, però, tra l’autunno e l’inverno è aperta la caccia, anche se non in prossimità delle aree 
residenziali. Non qui.
 Un inverno, prima che il municipio di Hopewell vietasse questa pratica atavica ancorché
ingenua, Ray cominciò a lasciare del cibo per i cervi su alcuni gradoni di pietra nei pressi dello 
stagno, in modo che potessimo ammirare gli animali durante il pasto attraverso le vetrate del 
soggiorno o della veranda. La prima volta che vedemmo comparire qualche cervo, dei cerbiatti e un 
giovane camoscio fummo davvero deliziati; il giorno dopo, il numero degli animali raddoppiò, e 
quello successivo ancora triplicò: alla fine, c’erano così tanti cervi, alcuni litigiosi e rumorosi – una 
femmina molto aggressiva allontanava i giovani maschi, soffiando e raspando il terreno con gli 
zoccoli –, che Ray disse: “Penso che non sia stata un’idea particolarmente brillante.”
 Così, niente più cibo per i cervi. Per qualche tempo, continuarono a venire: restavano 
immobili a guardare verso le nostre finestre con espressioni di muto rimprovero animale.
 Una volta, chiamai Ray perché venisse immediatamente nel mio studio – oltre la 
finestra stava andando in scena uno spettacolo davvero buffo, quasi incredibile: un cerbiatto 
piuttosto giovane era inseguito da un tacchino selvatico che cercava di beccargli i garretti. 
Restammo stupefatti di fronte a quella caccia, ma presto i due animali svoltarono l’angolo della casa
e uscirono dal nostro campo visivo. Il cerbiatto aveva preso a correre e l’aggressivo pennuto non 
aveva intenzione di mollare la presa. Ray sentenziò: “Se non l’avessimo visto con i nostri occhi, 
sarebbe persino inimmaginabile.”
 Mio marito spesso diceva: “È difficile combinare qualcosa in questa casa, con tutto 
quello che succede al di là delle nostre finestre.”
 Sto cercando di ricordare quando il mio amico poeta ci ha visto “soccorrere” il 
cerbiatto. Cinque anni fa? O dieci? Procedevamo in bicicletta lungo Bayberry Road quando ci 
siamo accorti che, oltre il ciglio della strada, c’era un cerbiatto molto piccolo, apparentemente 
abbandonato. Con un gesto ingenuo, l’avevo preso e portato a casa nel cestino della bicicletta, dopo 
averlo avvolto nel mio maglione. Quando abbiamo chiamato la Protezione Animali di Hopewell, 
siamo stati rimproverati per aver “interferito” nel corso della Natura: avremmo dovuto lasciare il 
cerbiatto dove l’avevamo trovato, presupponendo che la madre sarebbe tornata per riunirsi al suo 
cucciolo.
 “Sì, certo. Ma se la madre non fosse ritornata?” chiese Ray.
 Salimmo in macchina e riportammo il cerbiatto dove l’avevamo “soccorso”. Lo 
lasciammo oltre il ciglio della strada. Quando ripassammo di lì, qualche ora più tardi, non c’era 
traccia della bestiola.
 Pare che sia un principio inviolabile: “Non si deve interferire con la Natura!”
 Le lettere successive non mi toccano in modo altrettanto profondo, pur contenendo 
espressioni molto gentili e molto meditate di partecipazione. È doveroso che la vedova sappia che la
morte di suo marito ha segnato anche gli altri, e le loro parole vogliono trasmettere conforto, 
consolazione. “Volevamo molto bene a Ray. Era un uomo speciale, intelligente, saggio e gentile. È 
una perdita devastante...” Ecco la lettera di un’amica scrittrice che abitava a Princeton e che ora 
vive a Philadelphia:
 Sono davvero triste al pensiero che Ray non ci sia più. Mi mancheranno i suoi occhi 
luminosi e vispi, il suo humour e il suo spirito allegro. Quando mi è capitato di frequentarlo, ho 
passato ore incantevoli grazie alla sua gentilezza.
 La morte è un evento misterioso. Quando [il mio compagno] è morto, ho trovato 
un’enorme consolazione nel cercare le parole per esprimere ciò che stavo provando: malgrado mi 
fosse capitato di affrontare altre morti, ho dovuto inoltrarmi in un territorio ignoto, nel quale mi 
sono ritrovata a sperimentare sensazioni inesplorate. Conoscendo la tua maestria nella scrittura, 
credo che tu stia già finendo il primo di molti racconti che ti aiuteranno a elaborare il vissuto 
recente...
 A queste parole, comincio a tremare – in effetti, sto tremando dal freddo, sebbene mi 
sforzi per soffocare una sorta di furia che mi pervade. “Conoscendo la tua maestria nella scrittura, 
credo che tu stia già finendo il primo di molti racconti che ti aiuteranno a elaborare il vissuto 
recente...”
 Naturalmente, l’amica scrittrice non vuole affatto essere crudele: non credo che voglia 
prendermi in giro né sbeffeggiarmi. So perfettamente quali erano le sue intenzioni: mi ha scritto una
lettera fitta di parole meditate e profonde, che io non devo giudicare sulla base della mia disperata 
visuale. ‘Finire un romanzo! Non riesco nemmeno a terminare un biglietto di ringraziamento!’
 Ho impilato ordinatamente le prime lettere: so – ne sono assolutamente consapevole – 
che le “buone maniere” obbligano la vedova a rispondere a ciascuna di queste espressioni di 
partecipazione – a meno che il mittente non abbia aggiunto: “Non darti la pena di rispondere” –, 
tuttavia non sono pronta a farlo adesso.
 Ciecamente, infilo di nuovo la mano nel borsone. La maggior parte del contenuto è 
costituito di biglietti – alcuni molto belli, al punto che sembrano realizzati in maniera artigianale –, 
ma ci sono anche numerose lettere, sia dattiloscritte sia scritte a mano. Ray resterebbe davvero 
sorpreso nel vedere questa profusione di attenzioni!
 Non riesco a capacitarmi del fatto che Ray sia mancato. Ma ora che questa notizia 
triste e terribile non può essere smentita, io mi rifiuto ancora di accettare l’iniquità dell’evento. 
Egoisticamente penso all’equità, alla giustizia in termini personali, e mi dico che Ray era molto più
giovane di me. Inoltre, è sempre stato in buona salute: di conseguenza, immagino che abbia seguito
una dieta sana e praticato un costante esercizio fisico. E semmai la generosità e la bontà 
contribuissero a determinare una nozione di equità, be’... posso tranquillamente testimoniare che 
Ray era un uomo buono, saggio, gentile e straordinariamente generoso... Se penso alla dote di 
“mantenere la calma di fronte al pericolo”, il mio pensiero corre subito a Raymond Smith. 
Supponiamo che lui e io ci trovassimo su una barchetta al largo di Nantucket e stessimo per 
affondare a causa di un’improvvisa tempesta: ebbene sono sicuro che Ray resterebbe calmo e 
saprebbe prendere la decisione giusta per portarci in salvo.
 Mi è impossibile prendere coscienza del fatto che non rivedremo più Ray Smith. Non 
può essere vero. Entrambi vi siete sempre mostrati così gentili con noi: siete state le prime persone 
a invitarci a cena, durante il mio primo ciclo di radioterapia... Ci avete accolto nella vostra casa, e
mi avete fatto sentire una persona sana e normale. Probabilmente tu non ricordi quella serata, ma 
io l’ho stampata nella mente. Sedevo accanto a Ray, ed ero felice. Non abbiamo parlato di 
malattie. Ray era il ritratto della felicità: era contento degli uccellini, dei suoi fiori e di te, la sua 
amata.
 Stamattina presto Kate è venuta a dirmi che Ray era mancato durante la notte. Poi 
siamo andate a sederci in cucina e abbiamo iniziato a ricordare quell’uomo impareggiabile, a 
pensare alla maniera di aiutarti, a chiederci che cosa avremmo potuto fare. Liz ha detto: 
“Potremmo cucinare un cosciotto di maiale e portarlo a Joyce.” Ci siamo subito rese conto che 
era qualcosa di improponibile – perlomeno a Princeton.
 Voglio esprimerti tutto il mio cordoglio per la perdita del caro Ray. So che l’intenso 
ricordo dello splendido e profondissimo rapporto che avevate (avete) è la sola cosa che ti può 
consolare, anche se è fonte di dolore. Tutti apprezzavano e rispettavano Ray. In quest’epoca in cui 
regnano la rozzezza e la scortesia, si è sempre dimostrato un autentico signore... Parlare con lui 
era davvero divertente e rassicurante. Mi è sempre piaciuto vedervi insieme: osservandovi, mi sono
resa conto di quanto ti facesse sentire sicura. Spero che tu non perda quella sicurezza. Se prevedi 
di onorare la sua memoria con una raccolta di fondi per un’istituzione benefica – magari l’hai già 
fatto –, ti prego di farmelo sapere.
 Sono rimasto profondamente scioccato e affranto nell’apprendere della morte di Ray. 
Mi sembra ieri che ci siamo parlati per l’ultima volta. Era una persona che ammiravo molto – 
forse non sa che la “Ontario Review” ha pubblicato il mio primo racconto autobiografico... Negli 
anni, il sostegno di Ray – ma anche il suo – ha significato praticamente tutto per me. Il prossimo 
numero del Pushcart Prize sarà dedicato a Ray, al pari del mio intervento al Symphony Space, il 26
marzo... Un modesto tributo a un uomo eccezionale.
 Da un’amica scrittrice che, di recente, ha perduto la figlia grande:
 Tu e io sappiamo perfettamente che non esistono parole in grado di mitigare un dolore 
enorme e insondabile. Spero che tu non decida di abbandonare la scrittura, e che tu riprenda a 
scrivere presto. È difficile farlo, quando non c’è gioia. (Finora io non sono riuscita a 
ricominciare.) Ma il silenzio è davvero la nostra unica via d’uscita? È veramente così? Tu sei in 
grado di offrire molti momenti di gioia agli altri. Riusciremo a liberarci dei nostri fardelli, ne sono 
sicura: a un certo punto, accetteremo di vivere con una profonda tristezza dentro – di vivere, però, 
nonostante tutto. Sappi che puoi contare su di noi, sul nostro affetto, che non verrà mai a mancare.
 Da un ex collega della University of Windsor, diventato un importante scrittore 
canadese:
 Ho un ricordo molto vivido e riconoscente di Ray, e non soltanto per il grande lavoro 
che ha fatto, insieme a te, per arrivare alla pubblicazione della mia prima raccolta americana, ma 
anche per la splendida persona che era... Farò celebrare una messa in suffragio di Ray perché, 
anni fa, mi ha raccontato che suo padre si era mostrato più orgoglioso di lui quando aveva 
superato l’esame di chierichetto rispetto a quando aveva ottenuto il Ph.D. Be’, sarà una funzione in
memoria di un ex chierichetto che, nella vita, avrebbe conseguito molti titoli, oltre al Ph.D.
 E un’altra collega canadese:
 Sono molto triste per la grande perdita che ti ha colpito e spero che tu riesca a trovare 
la forza per superare questi momenti di immenso dolore... Non esiste alcuna consolazione 
possibile, lo so, ma devi cercare di reagire. Avete condiviso ogni momento della vita per così tanto 
tempo: già trent’anni fa, la gente vi vedeva camminare tenendovi per mano. La scomparsa di Ray è
un colpo durissimo, ma non devi sentirti sola... Quando è morta mia madre, ogniqualvolta il dolore
diventava insopportabile, ricorrevo a un principio della Gestalt e mi dicevo: “Ho scelto di avere 
una madre che è morta” – era qualcosa che mi aiutava... Dopo un certo tempo, il fatto di non 
accettare la realtà o di dolersi continuamente di essa diventa autopunitivo.
 Ray era un uomo straordinario – un’anima gentile e onesta e dolce. Spesso ho pensato 
a lui come all’uomo perfetto. Appariva assolutamente adatto per essere il marito di una... 
scrittrice. Poche scrittrici hanno avuto come compagno una persona del valore di Ray. In 
considerazione del modo in cui seguiva gli studenti (e anche le mie figlie), posso affermare che era 
un “uomo davvero eccezionale”. Gli ho detto che era un individuo che li avrebbe aiutati in ogni 
loro sforzo, come se quegli impegni fossero suoi: li avrebbe sostenuti in maniera sincera, senza 
gelosie o egoismi.
 Ray mi mancherà. Ma avvertirò la sua presenza in ogni momento: per me, sarà sempre 
uno dei fili con cui ho tessuto la mia persona...
 Ti ho scritto perché non volevo prendere coscienza del fatto che non sarebbe stato più 
Ray a rispondermi al telefono...
 Mi sono resa conto che non ti ho mai vista da sola, senza Ray – sì, vi ho sempre visti 
insieme. Non riesco a immaginarti scissa da lui...
 Ho letto avidamente le lettere di altre vedove, perché hanno un linguaggio che adesso 
comincio a capire.
 In questi giorni, hai occupato costantemente i miei pensieri, giacché conosco – e bene –
la devastazione del dolore crudo e impossibile che si prova per la perdita della persona più vicina 
e più cara. Comunque, reputo un tuo enorme privilegio il fatto di aver vissuto, in questa vita, 
un’unione perfetta, dove si compenetravano armonia, amore e lavoro. Fin dalla prima volta che vi 
ho incontrati, ho potuto ammirare la tenerezza reciproca e la stupenda complicità... Benché non 
serva granché per lenire la tristezza della tua perdita, voglio condividere con te le parole che [il 
mio defunto marito] mi disse pochi giorni prima di morire: “Anche se sarai afflitta per il resto 
dell’esistenza, non perdere la tua vitalità.”
 Non esiste una via facile per superare l’esperienza che stai vivendo: lo so 
perfettamente. Qualsiasi cosa ti possano dire gli altri, non servirà ad allontanare il dolore. La vita 
con il mio defunto marito mi mancherà per sempre – una mancanza che anche oggi, in questo 
momento, è disperatamente struggente, inaccettabile, enorme.
 Dopo quasi due anni, le mie ferite sono forse meno sanguinanti, tuttavia i miei pensieri 
ritornano sempre a lui. Adesso sto trovando conforto nella convinzione che [il mio defunto marito] 
viva nel mio cuore. È lì che voglio mantenere viva la sua memoria... Dopo la sua morte, credo di 
aver passato un lungo periodo sotto shock – non so come abbia potuto vivere. Mi è difficile 
immaginare come tu riesca a continuare a insegnare – a essere te stessa nelle occasioni 
pubbliche... Ti prego, abbi cura di te. Alla fine, guarirai – quando sarà il momento. Hai bisogno di 
tempo per te, ricordalo. Oh, come mi piacerebbe che fossimo meno lontane. Chiamami in qualsiasi 
momento. Ti voglio bene, Joyce, e ti abbraccio e ti bacio da lontano.
 ... solo qualche riga per dirti che ti ho pensato spesso da quando Ray è mancato. 
L’assoluta definitività della morte è la sua connotazione più ovvia e più sorprendente nel 
contempo: ecco perché ho impiegato un tempo piuttosto lungo per superare l’annichilimento di 
fronte alla scomparsa [di mio marito], anche se di fatto era assai prevedibile. (Lo capisco ora.) 
Spero che tu stia bene e che abbia ripreso a lavorare: all’inizio, per me la scrittura è stata una 
componente delle difficoltà – non c’era nessuno che leggesse. Eppure...
 Dalla prima e-mail con la tremenda notizia che mi hai spedito, quel lunedì mattina, ho 
subito notato che, anche se eri in uno stato di shock, in un momento in cui la vita senza Ray ti 
appariva sicuramente inconcepibile (l’ho pensato allora, e credo che tu non abbia cambiato idea), 
la tua scelta delle parole rivelava un desiderio di superare la disgrazia e una ferma volontà di 
riannodare i fili della tua esistenza – sì, capisco, se la tua esperienza era simile alla mia, allora 
potevi anche immaginare che non aveva alcun senso continuare a vivere. Ho notato tutto questo, 
perché credo che siano poche le persone che hanno una tale reazione: è qualcosa di involontario, 
di incontrollabile – l’ho capito quando sono rimasta vedova all’improvviso. Poi, quando sei venuta
a casa di Jeanne, ho potuto vedere che, malgrado il terribile dolore, non eri depressa: apparivi 
attenta, vigile, interessata a ciò che accadeva intorno a te. Mi sono sentita risollevata e felice nel 
momento in cui ti ho visto in quella condizione. Forse è impossibile superare davvero la perdita, 
per la persona che resta. Di recente, una conoscente mi ha detto che era contenta di scoprire che 
avevo “superato” il cordoglio per mio marito. Ho subito replicato, chiedendole: “Cosa ti fa 
pensare che l’abbia superato?” E, come sai, mio marito è morto vent’anni fa.
 Cara Joyce, come ben sai, le parole arrivano e scivolano via in fretta, in periodi come 
questi...
 È proprio così. Le parole possono scivolare via, risultare vane, ma sono tutto ciò che 
abbiamo per puntellarci contro la rovina – alla fine, sappiamo di poter contare solo su alcuni degli 
altri.
 È trascorsa un’ora, e il sole s’è spostato. Entrambi i gatti hanno lasciato il giardino, e io 
sono sola: è una solitudine che mi pesa addosso come una lastra di piombo. La mia 
spersonalizzazione mi porta a dover ripensare – ricostruire – il posto in cui mi trovo, il motivo per 
cui sono qui.
 Quante lettere e quanti biglietti! Quanta solidarietà e quanta gentilezza!
 Avevo intenzione di cominciare a rispondere alle lettere. Mi ero premunita di un fascio 
di cartoline postali e delle rubriche degli indirizzi (quella di Ray e la mia), ma adesso sono 
sopraffatta dall’apatia e dall’indolenza, da una sensazione di malessere e di sprofondamento. ‘È uno
sbaglio. Non riesco a rispondere. Non ancora.’
 Nel tempo trascorso qui fuori, un’ora e mezza, ho aperto solo una piccola parte delle 
lettere conservate nella borsa – la sento ancora pesante della messe di carte di condoglianze. Sono 
terribilmente dispiaciuta, ma non riesco a continuare e a rispondere.
 Se sei una delle persone che mi hanno inviato un biglietto o una lettera di 
partecipazione, scusami, per favore. Colei alla quale hai scritto non è più qui – e io non so chi abbia 
preso il suo posto.
 
 69

 “Felice ed eccitata”
 Impulsivamente – ingenuamente – eravamo andati a vivere a Beaumont, nel Texas.
 Fra tutti i posti più improbabili, capitammo in questa città industriale costiera nel Texas 
sudorientale, vicino al confine con la Louisiana, nella tarda estate del 1961.
 A Ray era stato offerto un posto di insegnante al Lamar College di Beaumont – o, più 
precisamente, un incarico di assistente – e l’aveva subito accettato: era accaduto qualche tempo 
dopo il nostro matrimonio, nel gennaio di quell’anno. Aveva ritenuto che fosse meglio avere un 
lavoro ragionevolmente sicuro per “mantenere” una moglie. Con un Ph.D. in letteratura inglese del 
Settecento ottenuto presso la University of Wisconsin, Ray era parso un soggetto estremamente 
interessante alla direzione del dipartimento di lingua e letteratura inglese del Lamar – altri istituti 
l’avevano interpellato, arrivando a offrirgli anche un incarico di professore associato: ricevette una 
proposta pure da un college del Wisconsin settentrionale, nei pressi della frontiera canadese.
 In qualche modo, avevo immaginato che il Texas potesse essere romantico e lontano: 
infatti avevamo pensato che quello stato fosse assai distante da dove ci trovavamo. Per quanto folle 
possa sembrare in retrospettiva, entrambi volevamo frapporre una distanza considerevole tra noi e le
nostre famiglie... Volevamo essere “indipendenti”.
 Negli anni successivi, sarei diventata molto attaccata ai miei genitori e, di conseguenza, 
il fatto di aver pensato di allontanarmi da loro, adesso mi sembra una cosa estranea alla mia 
persona. Anche Ray visse una situazione analoga, e si riavvicinò alla famiglia – che viveva a 
Milwaukee – dopo la morte di suo padre.
 Nei primi anni sessanta, era quasi scontato che il marito “mantenesse” la moglie. Non 
era affatto comune che una donna – seppure con un master in letteratura conseguito presso la 
University of Wisconsin – manifestasse l’intenzione di lavorare, o fosse nella condizione di trovare 
un impiego: ecco perché quando mi candidai per insegnare inglese agli studenti del primo anno del 
Lamar College – e, più tardi, con un’ingenuità forse inspiegabile a quell’epoca, agli allievi delle 
scuole superiori di Beaumont e dintorni –, tutte le mie domande furono respinte.
 Quando Ray aveva sostenuto i colloqui con i dirigenti del Lamar College, su mio 
suggerimento aveva avanzato la proposta che collaborassi con lui al conseguimento del master, in 
qualità di insegnante d’inglese per le prime classi: per me fu davvero una grande delusione – una 
sorta di shock –, allorché appresi che l’ufficio di presidenza del dipartimento si era dichiarato 
contrario a una simile evenienza. Al Lamar accettavano soltanto insegnanti con lauree che 
prevedevano un’attività di docenza, provenienti preferibilmente da università pubbliche del Texas.
 (Il sistema scolastico di Beaumont era fortemente segregazionista, al pari 
dell’amministrazione cittadina. Né Ray né io eravamo al corrente di quella situazione quando ci 
trasferimmo lì, ma presto ci rendemmo conto che i “negri” erano molto diversi dai “bianchi” – così 
differenti che la loro parlata sembrava un dialetto astruso e pressoché incomprensibile alle nostre 
orecchie.)
 In quel periodo, affrontai colloqui davvero umilianti! Ricordo l’incontro con 
un’“assistente del sovrintendente scolastico” di Beaumont: per tutto il tempo, la donna seguitò a 
guardarmi freddamente, come se le mie due lauree – quella della Syracuse University e quella della 
University of Wisconsin di Madison – e le varie pubblicazioni elencate nel mio curriculum non 
fossero altro che le abili manipolazioni di una bugiarda sovversiva. “Dunque... la sua prima materia
era inglese,” disse, aggrottando la fronte e leggendo le mie note biografiche, “mentre la seconda era 
‘fi-lo-so-fia’.” Compitò il termine filosofia come se fosse il nome di una malattia rara.
 “Sì,” risposi, con una certa esitazione. Comunque, quell’affermazione corrispondeva a 
verità.
 “Bene!” continuò la donna, con un sorriso e uno sguardo di trionfo. “Di conseguenza, 
presumo che lei abbia studiato ‘fi-lo-so-fia’ alle superiori.”
 “No, non l’ho studiata,” replicai.
 “E allora, perché pensa di poterla insegnare nelle scuole superiori di Beaumont?”
 Ecco, mi aveva liquidato: aveva azzerato tutte le mie pretese.
 “Comunque, nelle scuole superiori di Beaumont non si insegna ‘fi-lo-so-fia’, signora 
Smith.”
 Per l’“assistente del sovrintendente scolastico” fu un trionfo assoluto. La mia domanda 
venne respinta.
 Mortificata, mi riuscì pressoché impossibile replicare; mormorai soltanto un “Grazie” e 
me ne andai in fretta.
 Ray mi aspettava nel parcheggio, nella nostra Volkswagen nera, acquistata di seconda 
mano – la nostra prima automobile: per comprarla, avevamo dovuto farci prestare cento dollari dal 
fratello di mio marito. Quando vide la mia espressione tirata, Ray mi prese una mano e la strinse 
forte, dicendo “Non importa, tesoro. Puoi restare a casa e scrivere.”
 Una magra consolazione, pensai, dopo aver ricevuto un rifiuto professionale così 
beffardo.
 Beaumont, Texas! Dopo quell’assurdo colloquio, per quasi cinquant’anni, quando Ray e 
io ci trovavamo di fronte a una situazione tragicomica – la qual cosa accadeva abbastanza di 
frequente – avevamo l’abitudine di dire: “Ma non siamo a Beaumont!” Oppure: “Almeno non siamo
a Beaumont.”
 Il mio ricordo di quella città del Texas orientale vicina al Golfo del Messico, uno dei 
punti del cosiddetto “Triangolo d’Oro” (Beaumont, Port Arthur, Orange), è vivido, profondo, 
viscerale: l’aria caliginosa e sfocata, che sapeva di arance in procinto di marcire, con tracce di un 
odore chimico; il cielo che, al tramonto, si colorava di tinte apocalittiche – dal cremisi all’arancio 
fiammeggiante, al porpora brunito. “Ma non è un cielo... stu-pendo?!” esclamavano i locali, come 
se quei tramonti fossero un segno divino, e non la conseguenza dell’inquinamento dovuto 
all’attività delle raffinerie di petrolio lungo la costa, allora in pieno boom.
 Ma, a parte l’atmosfera caliginosa, il ricordo predominante di Beaumont era l’attesa: 
aspettare, aspettare sempre, in lunghe file di macchine ferme ai passaggi a livello, mentre i lunghi e 
sferraglianti treni merci passavano piano, in una litania pressoché infinita. Pioveva quasi ogni 
giorno, e talvolta la pioggia era davvero torrenziale; dal Golfo arrivavano venti di tempesta e 
presagi di uragani; gli scrosci violentissimi e gli inevitabili allagamenti procuravano ingenti danni 
alle strade, che spesso erano rese impraticabili: in qualche occasione, le auto dovevano far manovra 
per evitare una carcassa d’animale con il ventre gonfio d’acqua o procedere piano tra corpi di 
serpenti schiacciati o tranciati di netto. Durante gli anni trascorsi con Ray, ci siamo ripetuti migliaia 
di volte una battuta – ammesso che battuta sia il termine appropriato per un incidente che ci aveva 
lasciato carichi di allarme, di disgusto e di una forma d’isteria – che riguardava una varietà di 
scarafaggi che infestavano la zona: delle enormi blatte alate pressoché invincibili. Nel corso della 
prima notte nell’appartamento ammobiliato che avevamo preso in affitto poco distante dal campus 
del Lamar, insistetti affinché Ray investigasse sulla provenienza di un rumore simile a un lieve 
trapestio che risuonava nella nostra stanza: fu così che il mio giovane marito, armato di torcia 
elettrica, si imbatté in una colonia di blatte; a quel punto, ero già salita su una sedia e, in piedi, 
gridavo di terrore, incapace di profferire una parola di senso compiuto. Non potendo contare sul 
mio aiuto, con una scopa Ray riuscì a scacciare quegli orrendi insetti – più tardi, mi raccontò che la 
blatta più grande sembrava davvero intenzionata ad “affrontarlo” e lo “fissava”.
 La mattina dopo, scoprimmo con orrore che l’intero appartamento era infestato – 
c’erano blatte ovunque: tra i materassi, sotto le reti dei letti, nel divano, nelle poltrone, negli armadi,
nei cassetti, negli interstizi dei muri. In fretta e furia, ci trasferimmo in un appartamento in una zona
più signorile di Beaumont: un alloggio che, dato il modesto stipendio di Ray, potevamo a malapena 
permetterci.
 Credo che la nostra profondissima intimità sia cresciuta anche grazie a imprevisti come 
questo.
 Quando si è giovani, i peggiori errori possono trasformarsi in vantaggi. Era stato uno 
sbaglio madornale andare a vivere a Beaumont. Mio marito aveva preso una terribile cantonata 
accettando il posto di assistente al Lamar College dove, alla fine del primo semestre, suscitò una 
sorta di scandalo, allorché giudicò i suoi allievi con i parametri della University of Wisconsin – 
d’altronde, era stato assunto per “migliorare il livello qualitativo” del college. Per una coppia 
appena sposata, trasferirsi in una zona del paese così remota – una zona dove entrambi non 
conoscevano nessuno, a centinaia di chilometri dalle rispettive famiglie – fu un errore. 
 Però, in qualche modo, gli otto o nove mesi nell’esilio di Beaumont furono idilliaci, 
teneramente intimi e molto produttivi. In quel periodo, Ray e io ci avvicinammo ulteriormente e 
diventammo dipendenti l’uno dall’altra: si trattò di qualcosa che non era accaduto mentre vivevamo 
a Madison e frequentavamo le lezioni: è stato laggiù che ci siamo “sposati” per la vita, che abbiamo
imparato a essere amici e compagni ancora più stretti di quanto non fossimo già.
 In quel periodo, elaborammo la routine della nostra vita domestica: lavoro durante il 
giorno, passeggiata nel tardo pomeriggio, cena e lettura/lavoro la sera, fino all’ora di andare a letto. 
Mentre Ray teneva i suoi corsi in un basso edificio di cemento, senza finestre e a forma di cubo – il 
progetto architettonico mirava a contenere i costi di condizionamento degli ambienti, nell’impietoso
clima di Beaumont –, io affrontavo la mia sconosciuta solitudine rivedendo e riscrivendo una 
raccolta di racconti e iniziando la stesura di un romanzo, ispirato in parte alla durezza del paesaggio 
texano e alla mia sensazione di essere perdutamente lontana da tutto ciò che mi era familiare. Sia i 
racconti sia il romanzo evocavano temi “filosofici” con un’esplorazione, in forma narrativa, delle 
idee sulla predestinazione e sull’autodeterminazione che mi avevano particolarmente affascinato 
durante gli anni da studentessa a Syracuse.
 Nella mia vita, non mi ero mai sentita così isolata, e la mia “connessione” con il mondo 
era rappresentata da un singolo individuo: mio marito. Non avevo mai avuto a disposizione un 
tempo così lungo e ininterrotto in cui lavorare, giacché prima ero stata soltanto una studentessa, e la
mia vita era inevitabilmente frammentata e cadenzata dagli impegni e dagli orari. Adesso, sola per 
ore, potevo tuffarmi nella scrittura come ci si lancia sotto la superficie del mare. Di certo, in 
quell’isolamento sarei potuta annegare: c’erano delle mattinate – delle intere giornate – durante le 
quali, avvertendo una sorta di panico, mi dicevo che forse stavo commettendo uno sbaglio – 
l’ennesimo? – nell’immergermi in qualcosa che precedentemente mi era sembrato troppo pericoloso
persino da prendere in considerazione: una vita da scrittrice.
 Mi era sempre parso – e la sensazione permane – una sorta di millanteria, o di boria, il 
fatto solo di dire che uno è un artista, uno scrittore. Nella classe lavoratrice dei miei genitori e 
nonni – un gruppo sociale appartenente alla cosiddetta sottocultura –, una simile pretesa sarebbe 
stata accolta con incredulità, se non con derisione. La comicità involontaria dell’“assistente del 
sovrintendente scolastico” di Beaumont rappresentava esattamente il tipo di reazione che ci si 
sarebbe potuto aspettare in quegli anni negli ambienti rurali dello stato di New York: “fi-lo-so-fia?”
 Nel nostro appartamento (quasi) senza scarafaggi in un quartiere periferico di Beaumont
– Sweet Gum Lane era il nome sinistramente lirico della via! – avevo un tempo pressoché infinito 
per leggere quegli scrittori che, all’epoca degli studi, reputavo assolutamente fondamentali, oltre 
che seducenti e ammalianti – Dostoevskij, Kafka, Pascal, Spinoza, Nietzsche, Mann, Sartre, 
Camus... Durante un corso, uno dei miei professori, Donald Dike, aveva tenuto alcune lezioni su un
autore di cui nessuno aveva sentito parlare, Samuel Beckett, affrontando la trilogia di Molloy, 
Malone muore e L’innominabile. Poco dopo la nostra conoscenza, quando raccontai a Ray che stavo
studiando Beckett e che avevo pubblicato un articolo sulla trilogia su una rivista accademica di 
critica letteraria, lui mi guardò con una certa sorpresa, sorrise e disse: “Per cortesia, cerca di essere 
seria!”
 In effetti, io ero davvero seria già allora – la mia serietà, comunque, non ha mai 
costituito un impiccio per il nostro matrimonio. 
 Nei periodi di Milwaukee e di Madison, cioè prima di frequentare l’università, Ray era 
fermamente intenzionato a diventare uno “scrittore” – a quei tempi iniziò a scrivere il romanzo che, 
più tardi, avrebbe intitolato Messa nera, sul quale tornò a più riprese per anni. Lessi il manoscritto a
grossi frammenti, corrispondenti ai capitoli che considerava “meno incoerenti” – alcuni li giudicava
“abbastanza buoni” –, anche se, in generale, era piuttosto dubbioso sul risultato: a ogni modo, non 
desiderava che l’incoraggiassi, visto che ero la sua giovane moglie che l’adorava. “Qualsiasi cosa tu
mi dica, non può essere obiettiva, giacché cercherai sempre di evitarmi le critiche più dure.”
 Io ribattevo: “No, non è affatto così!”
 In realtà, forse stavo mentendo. Probabilmente è sempre così: quando giudichiamo un 
testo della persona amata, non vogliamo ferirla. Tutti vogliamo far felici le persone amate e, poiché 
desideriamo essere gli strumenti con cui vengono rese felici, risulta impossibile rivolgergli una 
critica obiettiva.
 Per queste ragioni, e per altre più personali, non ho mai voluto far leggere a Ray ciò che 
scrivevo. La sua reazione riguardo ai miei lavori sarebbe stata probabilmente identica a quella di 
fronte ai miei piatti: “Tesoro, ma è davvero buono!” Oppure: “Tesoro, è eccellente.”
 Benché in altri contesti mio marito fosse estremamente critico, al punto che divenne un 
insegnante assai controverso nel dipartimento d’inglese del Lamar (dove nel primo semestre di 
lezioni respinse un numero di studenti maggiore di quello di tutti i suoi colleghi messi insieme, e 
appioppò moltissimi voti bassi), si mostrava di rado perplesso su ciò che scrivevo – ma forse dovrei 
dire che non si è mai accanito sui miei testi, incoraggiandomi e manifestando persino un certo 
entusiasmo. Per oltre quarant’anni, Ray ha letto i miei saggi e le mie recensioni con l’occhio 
implacabile di chi ha studiato dai gesuiti, per scovare incoerenze, improprietà linguistiche e 
imprecisioni grammaticali: era un editor ideale, che annotava a matita i commenti sui margini dei 
fogli, delicatamente.
 Mentre scrivo, mi sovviene il pensiero che Ray non mi leggerà più...
 Non vedrò mai più la sua annotazione a matita “Poco chiaro”, o quel “?” che poteva 
voler dire innumerevoli cose.
 Il matrimonio ideale di uno scrittore/una scrittrice è con la sua/il suo editor – ammesso 
che tra loro nasca anche il sentimento.
 Durante le pause delle mie lunghe giornate di scrittura, seduta a un tavolino nella nostra 
camera da letto in Sweet Gum Lane, maturai la decisione di iscrivermi a un corso di 
specializzazione presso la Rice University (che allora si chiamava Rice Institute of Technology), a 
Houston, a circa centocinquanta chilometri di distanza – credo che allora mi sembrasse il passo 
logico da compiere per una persona che aspirava a insegnare in un college. Non provavo una grande
attrazione per lo studio dei documenti storici, che era – e forse lo è ancora – la componente 
principale del lavoro di ricerca sulla letteratura inglese, tuttavia volevo diventare autosufficiente, 
non intendevo essere mantenuta da mio marito in eterno: non mi sembrava giusto che Ray dovesse 
lavorare, in condizioni piuttosto difficili, peraltro, mentre io me ne stavo a casa a scrivere. Fu così 
che, a metà di ogni settimana, prendevo un autobus per Houston, per frequentare due seminari post-
universitari sui documenti storici riguardanti Shakespeare e il diciottesimo secolo. La sera, Ray mi 
raggiungeva con la Volkswagen, cenavamo insieme e passavamo la notte in un albergo; poi, la 
mattina, risaliva in macchina e tornava a Beaumont. Era una cosa davvero romantica! Il solo fatto di
fuggire da Beaumont era un gran sollievo, perché Houston era una città, e il campus del Rice 
Institute costituiva un’oasi – oltretutto, era considerato un posto di assoluto prestigio, al punto che, 
quando mi capitò di accennare alla moglie di un docente di Beaumont che stavo seguendo dei corsi 
di specializzazione lì, la donna sgranò gli occhi per lo stupore: “Oh! È molto difficile entrare al 
Rice. Devi essere davvero intelligente.”
 Lasciai i seminari del Rice all’improvviso, gettando alle ortiche il Ph.D., quando scoprii
che un mio racconto, pubblicato su un periodico letterario, era entrato nell’antologia The Best 
American Short Stories 1962, curata da Martha Foley – lo appresi da un giornale mentre ero 
sull’autobus che stava portandomi a Houston.
 È assai probabile che Ray abbia letto alcuni dei racconti – ma forse li ha letti tutti – 
pubblicati nel mio primo libro, By the North Gate, poiché il volume era dedicato “A Raymond 
Smith”; tuttavia reputo piuttosto remota l’ipotesi che abbia affrontato le pagine del mio primo 
romanzo, With Shuddering Fall, scritto in gran parte durante l’“esilio” a Beaumont.
 Ricordo di aver annunciato a Ray la decisione di porre come esergo di With Shuddering
Fall un aforisma di Nietzsche: “Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male.”
 Quando glielo lessi, mio marito mi chiese di rileggerglielo.
 “Quel che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male.”
 L’ex allievo dei gesuiti, l’acutissimo editor di nome Ray, mi disse: “‘Sempre...’ Be’, 
personalmente cerchierei quell’avverbio e gli metterei accanto un bel punto interrogativo.”
 Ricordo la mattina in cui lo chiamai dal telefono a moneta di una stazione di servizio 
vicino a casa nostra – eravamo troppo poveri per permetterci il telefono nell’appartamento di Sweet 
Gum Lane – per annunciargli la “buona novella”, un’incredibile “buona novella”: By the North 
Gate era stato accettato da un editore di New York noto per i suoi libri “di sinistra”, che aveva 
pubblicato alcune opere di James T. Farrell, oltre al primo romanzo di Saul Bellow, L’uomo in 
bilico. Per me, era stato uno shock sia ricevere la lettera, anziché il solito manoscritto restituito con 
un plico e la formula “Siamo spiacenti d’informarla...”, sia leggere le prime parole dopo il nome e 
l’indirizzo: “Abbiamo il piacere d’informarla...”
 Ma era ancora più straordinario il fatto che avrei ottenuto un anticipo sui diritti di 
cinquecento dollari – l’equivalente di cinquemila dollari attuali.
 Se scrivere può essere una discesa nel proprio “io” più intimo, più nascosto e profondo, 
per una giovane autrice arrivare alla pubblicazione comporta una specie di pesca: getta la lenza in 
un corso d’acqua torbido e misterioso nella speranza di essere “accettata” – più lenze si gettano, più 
ci si dispera, tuttavia si hanno maggiori probabilità che, un giorno, qualcosa (qualcosa di positivo!) 
accada. E per me è accaduto.
 Nelle turbolente e impietose “acque editoriali” del nostro tempo, quale sarebbe il 
destino di una simile raccolta di racconti d’impianto “filosofico”, scritti da una giovane sconosciuta 
e offerti con il titolo By the North Gate, sotto il quale campeggiava l’indirizzo “Sweet Gum Lane, 
Beaumont, Texas”? 
 Qual è il destino attuale di tanti manoscritti inviati spontaneamente a una casa editrice di
New York?
 Naturalmente, la piccola e indipendente Vanguard Press – un’impresa a conduzione 
famigliare – non esiste più da tempo, e il suo ricco catalogo è stato acquistato dalla Random House.
 Quella mattina, mentre stavo per chiamare Ray al college per annunciargli la 
straordinaria notizia, la mia euforia venne smorzata dall’insorgere improvviso di alcuni sintomi 
fisici: vedevo a chiazze; avevo il fiato corto e il battito cardiaco irregolare; sentivo le dita delle mani
e dei piedi gelate e la lingua curiosamente intorpidita! “Devo darti un paio di notizie: una bella e 
una brutta,” gli dissi, battendo i denti. “La bella: il mio manoscritto è stato accettato dalla Vanguard 
Press; la brutta: penso che stia per venirmi un infarto...”
 Ray mi chiese di descrivergli i sintomi. Poi disse: “Sei soltanto felice ed eccitata. 
Congratulazioni!”
 
 70

 Sangue nell’acqua!
 Joyce Carol Oates è sinceramente dispiaciuta di non poter leggere – e tanto meno 
valutare – la gran copia di manoscritti, bozze e libri che le vengono inviati nel corso di un anno: 
migliaia di testi che spesso rivelano un indubbio valore. Inoltre, è rammaricata per non essere in 
grado di iniziare un regolare scambio epistolare con persone che, in circostanze diverse, sarebbe 
davvero contenta di conoscere.
 Joyce Carol Oates si rammarica di non poter fornire testi per risvolti di copertina, se 
non in situazioni eccezionali, poiché è subissata di richieste di questo tipo.
 Joyce Carol Oates è enormemente rattristata per il fatto di non poter aiutare nessuno a 
sistemare la propria esistenza, visto che deve badare alla sua, dopo la recente tragedia.
 È davvero dispiaciuta per questo impedimento!
 Con l’acutezza tipica degli squali che avvertono il sentore di sangue nell’acqua e la 
presenza di una preda vulnerabile, nelle settimane successive alla morte di Ray molti estranei – 
ahimè, non tutti degli estranei – mi inviano richieste che cominciano con le 
inevitabili/identiche/agghiaccianti parole: “Immagino che lei sia terribilmente occupata, tuttavia...”
 Ora che la messe di lettere e biglietti di partecipazione al lutto è calata, e che da 
settimane non sono più costretta a ricevere i “cesti di condoglianze” della Harry & David, sembra 
che stia aumentando in misura allarmante questo tipo di missive, che potrebbero essere definite 
intercessorie, se non supplicanti.
 Io so perfettamente che è distrutta dal lutto, indubbiamente in preda a pensieri suicidi, 
stremata e con la mente obnubilata, tuttavia oso sperare che non mi neghi il piccolo favore che le 
chiedo: il testo del risvolto di copertina per il mio libro. D’accordo, mi conosce appena, ma... 
confido nel fatto che mi arrivi al più presto, visto che la consegna dei materiali è lunedì prossimo.
 Una peculiarità inattesa della vedovanza è la mancanza di pazienza o di tolleranza, che 
determina un aumento dell’irritabilità, la quale costituisce il primo gradino della scala che porta 
all’isteria, e così mi sento incline, non soltanto a non rispondere alle lettere più supplicanti, ma a 
togliermele letteralmente di torno, cioè a gettarle nel bidone verde della raccolta differenziata.
 “Lasciatemi in pace! Perché non provate a lasciarmi in pace!”
 Talvolta mi si prende anche per il naso (sì, “prendere per il naso” è l’espressione 
giusta), e ciò accade quando le parole della lettera vogliono esprimere un sentimento di solidarietà: 
“Ho appreso della morte di suo marito e sono enormemente dispiaciuto...”, prima di arrivare a 
chiedermi il solito favore – non di rado, queste richieste arrivano da persone i cui lavori sono stati 
pubblicati sulla “Ontario Review”. Tra i più insistenti, c’è un illustratore di New York, il quale mi 
ha chiesto di scrivere un pezzo sulle sue opere per il catalogo di una mostra imminente e, quando gli
ho spiegato – scusandomi, all’inizio – che ero esaurita, con una mole di lavoro arretrato, schiacciata
dalle innumerevoli responsabilità derivanti dalla morte di Ray, e che mi era davvero impossibile 
occuparmi della sua presentazione, lui mi ha subito riscritto per dirmi che comunque, la scadenza 
sarebbe stata solo a novembre.
 Sì, quegli individui mi sembrano proprio degli squali. Provo un autentico risentimento 
verso quella gente! E non solo per la palese e aggressiva insensibilità, ma anche per l’ingenuità che 
dimostrano pensando che ogni cosa che pubblicano oppure ogni azione che compiono possa fare 
una qualche differenza nella loro vita, o in quella degli altri.
 Talvolta sono così agitata che mi aggiro per la casa stringendo i pugni e battendoli uno 
contro l’altro – in modo delicato, ma anche rude. Mi sforzo per immaginare come reagirebbe Ray, 
se fosse qui a consigliarmi.
 “Tesoro, sei soltanto agitata. Non prendere troppo seriamente queste persone.”
 “Ma... come faccio a non prenderle seriamente? Tutte queste faccende, tutte queste 
persone stanno cercando di occupare gran parte della mia vita, adesso.”
 “Non è così. Stai esagerando. Non agitarti inutilmente.”
 “Ma... cosa devo farne, di tutte queste lettere? E dei manoscritti? E delle bozze dei libri 
in uscita? Non ho neppure il tempo sufficiente per occuparmi dei conti, delle ‘imposte di 
successione’. Tu mi hai lasciato così improvvisamente. Come posso gestire la mia vita, senza di 
te?”
 Ora c’è silenzio. Ho parlato senza riflettere, astiosamente. Non avrei dovuto rivolgermi 
in un modo simile al mio povero marito.
 “Dovrai farlo. Non hai altra scelta.”
 Ecco il mio nuovo mantra. Spero che scaccerà la litania che adesso stride nella mia testa
come una falena prigioniera della ragnatela: una frase di James Joyce che forse proviene da quella 
massiccia pietra tombale che è Finnegans Wake: “Com’è piccolo il tutto!” 
 “Dovrai farlo. Non hai altra scelta.”
 E così, a questo punto, mi dico che sarebbe opportuno andare dal mio medico di 
Pennington e farmi prescrivere degli antidepressivi – lo penso, e lo farò.
 Dove si scorge del sangue nell’acqua è possibile che ci sia anche una creatura guizzante,
la quale cerca solo di sopravvivere. Io sono quella creatura, e non cederò.
 “Dovrai farlo. Non hai altra scelta.” 
 
 71

 Un ferito in grado di camminare
 Così vicina alla morte, e tuttavia ancora “viva”: una grande sorpresa per la vedova 
consiste nel ritrovarsi insieme alla folla di coloro che potrebbero essere definiti i feriti in grado di 
camminare.
 Naturalmente Ray e io sapevamo che alcuni nostri amici assumevano degli 
antidepressivi. Non si trattava di un segreto: anzi, ne parlavano apertamente, durante le 
conversazioni – un paio di queste persone avevano persino scritto dei messaggi su Internet riguardo 
all’uso di questi farmaci, dicendo che avevano tratto dei benefici, ma anche incontrato degli 
svantaggi. (Un poeta – un amico intimo – ebbe un giovamento iniziale considerevole prendendo un 
antidepressivo chiamato Paxil ma, dopo qualche anno, quando l’efficacia della medicina cominciò a
scemare, gli effetti collaterali furono terrificanti.) Nella mia corrispondenza notturna via e-mail, sto 
scoprendo che esiste una percentuale inaspettatamente alta di individui che vivono “sotto costante 
terapia antidepressiva”.
 Che shock! Alcune delle persone che sembrano equilibrate, sicure, ragionevoli e 
soprattutto spensierate – tutti individui che conosco bene –, non solo sono sotto terapia con 
antidepressivi, ma affermano che non potrebbero vivere senza quel tipo di supporto: si tratta di 
persone particolarmente esperte nell’utilizzo di psicofarmaci che, dopo anni di assunzione, talvolta 
mi forniscono informazioni dettagliate, elenchi di preparati farmaceutici e sfilze di effetti collaterali.
Una delle mie amiche più serene e allegre mi ha confidato di essere diventata un’“esperta” di 
medicine contro la depressione e mi ha suggerito che cosa devo dire al medico, in modo da farmi 
prescrivere non solo l’antidepressivo più adatto, ma anche un farmaco di supporto da assumere 
contemporaneamente. Comunque, tutti si sono premurati di avvertirmi che questo genere di 
medicamento comincia ad agire dopo circa due settimane, e che gli effetti possono risultare instabili
per un certo periodo.
 “Soffri, Joyce. Ray se lo merita.”
 Mi vergogno davvero di essere così debole! Sì, la grande scoperta della mia vita 
postuma è proprio questa: non sono abbastanza forte per continuare a vivere con nessun altro 
scopo se non quello di riuscire ad attraversare prima il giorno e poi la notte. Non sono abbastanza 
forte per credere che una vita così piccola possa valere lo sforzo di insistere per continuarla. 
 Tra i numerosi antidepressivi che gli amici mi hanno raccomandato, ricorre 
frequentemente il Cymbalta – un nome melodioso, che fa pensare a un pianeta lontano e non ancora
contaminato dalle nevrosi dell’Homo Sapiens. E così, a metà aprile, quando capisco che una nuova 
stagione è imminente, e che il tempo gelido e stordente della morte di Ray sta svanendo, io 
comincio ad assumere – con una certa esitazione e qualche speranza – una compressa da 30 mg al 
giorno. Alla quale aggiungo, durante la notte, un assortimento improvvisato di ipotetici coadiuvanti 
del sonno – quasi tutti medicinali ottenibili senza ricetta, come il Benadryl.
 Tutto ciò deve essere integrato, nel corso del giorno, da un consapevole sforzo per farmi
assumere un atteggiamento positivo nei confronti della vita: è come se fossi rimasta coinvolta in un 
incidente automobilistico, e stessi riprendendomi... 
 
 72

 Dead Woman Walking
 “Joyce Carol Oates, autrice di...”
 Mi alzo dalla poltroncina, cammino e salgo sul palcoscenico. Questo strano linguaggio 
ovattato risuona in lontananza, dentro una bolla dove non c’è alcun rumore, ma soltanto una serie di
vibrazioni che vengono decifrate dal cervello attraverso un processo o un meccanismo misterioso; 
poi una luce accecante, riflettori da ribalta che cancellano l’uditorio. È davvero strano essere 
applauditi in un posto simile – chissà dove si trova –, tuttavia so che non esiste alcuno 
sbeffeggiamento in questo applauso, così come non c’è stata nessuna presa in giro nelle frasi assai 
generose che sono state dette su di me dalla donna che mi ha presentato – no, questo non è il regno 
dell’orrenda e ghignante creatura lucertolesca. ‘Ecco una donna totalmente sola: è qui, davanti a 
voi. Ecco una donna assolutamente non amata. Ecco una donna che non vale neanche un sacchetto 
di spazzatura. Perché la applaudite: siete pazzi?’
 In qualche modo, è arrivato aprile: sono circa due mesi da quando Ray è mancato.
 Avverto quasi la necessità di scusarmi con Ray. Mi sento investita da una valanga di 
colpe per il fatto di essere ancora qui e di vivere tuttora come la persona che ero prima della sua 
morte – la sua vita, invece, è svanita. Tutto ciò che era suo, adesso è irrevocabilmente perduto.
 Penso che ci sia qualcosa di basso, di sconcio e di insignificante in questa specie di 
sopravvivenza.
 Se comprendete ciò che intendo dire, allora capite quello che provo.
 Se non è così, allora...
 Voi, i sani di mente. Voi, che vi immaginate in salvo su un’isola galleggiante in mezzo 
al Mar dei Sargassi del dolore.
 Non provo risentimento perché è inutile: penso soltanto che, sì, questo è ciò che merito. 
Di certo, la mia indignazione riguarda quello che è accaduto a Ray. 
 Sfruttando solo un briciolo della ragione, e rifuggendo i suggerimenti del raziocinio, la 
vedova parla una lingua che gli altri non possono capire. Proprio come accade con il ragno 
identificato appropriatamente con il nome di “Vedova Nera”, è meglio evitare la vedova (umana).
 Pian piano, sono sgusciata fuori dal sonno – fuori dal mio stato da Cymbalta-zombie – 
per partecipare a questo incontro a Camden, nel New Jersey, presso il campus della Rutgers 
University, quasi un’isola nel panorama deprimente delle città americane più provate 
economicamente e infestate dalla criminalità.
 All’improvviso, mi ritrovo a pensare che, non lontano da questo podio, in una piccola 
casa dai graticci di legno – una casa che, restaurata, ora ospita un centro artistico –, Walt Whitman 
ha vissuto gli ultimi anni di una vita straordinariamente esuberante: si potrebbe dire della più 
esuberante delle vite da poeta. Whitman è stato il più importante cronista dell’animo americano nel 
suo aspetto espansivo ed estroverso, così come la sua coetanea Emily Dickinson lo è stata per 
quanto riguarda la sua forma riservata e introiettiva. Oh, Walt, se potessimo crederti, anche solo 
nella misura in cui ti ammiriamo e bramiamo di sussumerti dentro di noi, affinché tu possa 
diventare il nostro migliore “io”, quello più coraggioso e più ottimistico:
 ... Il più minuto germoglio
 Dimostra che davvero non c’è nessuna morte...
 Tutto continua e si estende, niente si annulla,
 E morire è qualcosa di diverso da quello che si suppone,
 Qualcosa di più fortunato.*
 La sera, cena a buffet in una grande sala della Rutgers-Camden insieme a molti colleghi 
che partecipano al festival. In un incessante brusio di voci e scoppi di risate conviviali, ho vissuto 
un momento piuttosto angoscioso, un momento di precarietà in cui mi è sembrato che 
l’ottundimento derivante dal Cymbalta fosse deleterio: è accaduto quando mi sono ritrovata a 
fissare delle fette di carne sgocciolanti sangue su vassoi ornati di foglie di lattuga vizze e a 
osservare molte persone cordiali, disponibili, felici – principalmente uomini – che le arpionavano e 
le mettevano nei loro piatti, quasi senza alcuna esitazione di fronte alla carne sanguinolenta. Era un 
atteggiamento che mi ricordava quello di un leone che squarcia la gola della sua preda ancora viva. 
Alla cena partecipa anche una sorella di lutto, una poetessa/memorialista/traduttrice con la quale ho 
parlato in modo franco e confidenziale: è una donna che sta vivendo la crepuscolare – e 
particolarissima – condizione di vedova non ancora vedova, poiché il marito è stato colpito molto 
precocemente dall’Alzheimer.
 Rachel ha scritto intorno a questa durissima prova: non è un segreto e, di conseguenza, 
non sto violando la fiducia che ripone in me. In mezzo ai vivaci carnivori che affollano la sala, ci 
siamo aggrappate l’una all’altra, come sorelle. Se la morte del proprio marito è una cosa terribile, 
una situazione forse ancora più difficile da gestire è la perdita della persona che il compagno è 
stato: vivere con lui giorno dopo giorno e vederlo peggiorare, sino ad arrivare a capire che non 
esiste altra scelta se non quella di farlo ricoverare in una struttura adeguata, magari affrontando le 
proteste dei parenti e degli amici, che non immaginano neppure cosa tu stia affrontando... Rachel è 
molto esile e ha l’incarnato assai pallido: anche lei è un ferito in grado di camminare. Vorrei tanto 
confortarla: “Sei rimasta traumatizzata. Devi assolutamente aver cura di te.”
 Aveva conosciuto Ray come direttore editoriale; io non avevo mai incontrato suo 
marito, tuttavia avevo sentito parlare della sua splendida carriera di docente alla Columbia.
 Sulla nostra conversazione aleggia una domanda taciuta: “Tra noi due, chi è stata la 
donna meno fortunata?”
 È meglio perdere il marito improvvisamente, oppure vederlo scomparire pian piano?
 È meglio perdere il marito confortata da miriadi di condoglianze, oppure tra accuse e 
recriminazioni?
 Mi domando se a Rachel compaia il basilisco all’angolo dell’occhio. O in qualche 
angolo dell’anima. Chissà se ha mai udito le cose che la creatura lucertolesca perversamente mi 
sussurra con la sua voce beffarda.
 Non oso chiederglielo. Ho timore di ciò che potrebbe rispondere.
 E, anche se potrei farlo, non le domando se assume farmaci per l’ansia, la depressione o 
l’insonnia.
 Avverto una profonda affinità con Rachel! O, perlomeno, penso di sentirla. Perché nel 
mio stato di Cymbalta-zombie non sono mai sicura di “provare” davvero molte delle cose che 
percepisco, o se invece si tratta soltanto di sensazioni elaborate mentalmente di ciò che una persona 
normale proverebbe in quelle circostanze – è qualcosa di analogo al fatto che sono diventata esperta
a impersonare Joyce Carol Oates come una specie di post-whitmaniano faro di esuberanza e di 
ottimismo.
 “Joyce Carol Oates, autrice di...”
 Ma forse tutto ciò è uno sbaglio. Questa serata, in questo posto.
 Forse stavolta crollerò davvero. E potrebbe persino essere l’obnubilamento da Cymbalta
a tradirmi.
 Perché questo è – è stato – il ristorante preferito di Ray a New York. Perché siamo 
venuti qui numerose volte, in giornate di sole; in un paio di occasioni con amici: di solito, però, 
eravamo soli. Abbiamo festeggiato qui alcuni dei miei compleanni: pranzo al Boathouse Restaurant 
in Central Park, a un tavolo che dà su un laghetto dove i cigni e altri uccelli acquatici nuotano senza
rivalità e, se si aguzza la vista, nell’acqua scura si possono scorgere delle tartarughe appena sotto la 
superficie: sono talmente grandi e dall’aspetto quasi preistorico che sembrano provenire da un’era 
primordiale.
 Ora sono qui per una raccolta di fondi a beneficio della Autistic Children’s Association. 
Può darsi che io sia stata invitata come relatrice particolarmente adatta alla manifestazione visto che
ho una sorella minore autistica, ma propendo a credere che l’invito mi sia giunto perché sono amica 
di una persona legata strettamente a una delle organizzatrici – oltre che per il fatto di essere quasi 
sempre disponibile.
 Per accrescere l’atmosfera della partecipazione attiva, del quasi-reale, ho deciso di 
recitare una mia poesia scritta molti anni fa e che, probabilmente, non ho letto davanti a un uditorio 
da almeno vent’anni: si intitola “Autistic Child”, ed è una breve lirica dedicata a mia sorella Lynn, 
ricoverata in un istituto di Amherst fin dai primi anni sessanta... Alla fine, quando qualcuno tra il 
pubblico mi chiede di commentare la poesia e di parlare di mia sorella, rispondo francamente che, 
negli anni cinquanta, al tempo in cui Lynn fu dichiarata autistica, si sapeva ben poco dell’autismo e 
si facevano innumerevoli ipotesi riguardo alla malattia: era un’epoca impregnata di teorie freudiane,
nella quale le madri dei soggetti autistici – al pari di quelle degli omosessuali – venivano 
“biasimate” per le “aberrazioni” della loro prole.
 Mentre racconto tutto questo, nella sala scende un silenzio tombale. Perché il biasimo è 
una reazione assai naturale al cospetto di una vita distrutta.
 Biasimare la persona più vicina e vulnerabile, chiunque essa sia – compreso la madre!
 Che serata piovosa, ventosa e fredda! Sembra incredibile che questo posto flagellato 
dalla pioggia sia il Boathouse Restaurant che piaceva tanto a Ray e a me.
 È davvero impietosa questa serata gelida, umida e sferzata dal vento – 27 aprile 2008. Il 
mio pensiero va a un tempo più felice, pieno di sole: Ray e io che ci teniamo la mano, seduti al 
nostro solito tavolo affacciato sul laghetto.
 “Noleggiamo una barca a remi?”
 “Potremmo farlo... Magari un’altra volta.”
 Ripenso al nostro minuscolo laghetto tra gli alberi, dietro la casa al 9 di Honey Brook 
Drive: Ray l’aveva popolato di tartarughe acquistate presso un “venditore di specie animali protette 
per laghetti e stagni”, nel Wisconsin. Eravamo deliziati dalla vista di quelle creature che si 
crogiolavano beate al sole su un tronco caduto che Ray aveva trascinato fino allo stagno, 
affondandolo parzialmente nell’acqua con un’angolazione studiata per quello scopo. In preda a una 
sorta di eccitazione infantile, restavo in attesa che le tartarughe vi salissero, per poter chiamare mio 
marito: “Vieni a vedere, Ray! Vieni a vedere le tue tartarughe!”
 Ray aveva messo nel laghetto anche dei girini – e l’operazione era andata a buon fine. 
(Durante la stagione calda, se ci si avvicina alla riva, dozzine di rane saltano nell’acqua, 
gracchiando allarmate.) Mio marito aveva avuto meno successo quando si era deciso a immettere 
nello stagno delle piccole carpe colorate: infatti, nel giro di qualche settimana, furono divorate da 
un rapace airone azzurro dalle zampe sottili, che piombava sul loro tranquillo ambiente come 
un’araldica/demoniaca creatura uscita da un dipinto di Bosch.
 Uno dopo l’altro, quegli splendidi pesci furono annientati dall’uccello predatore – 
quando non ne rimase neppure uno, il terribile volatile scomparve.
 “Ricordi le nostre carpe?”
 “Ricordi il grande airone azzurro?”
 “Ricordi quanto fummo colpiti da quella storia? Rimanemmo senza parole...”
 “Ricordi quando corresti al laghetto per scacciare l’airone, gridando e agitando le 
braccia? E l’uccello volò via tra gli alberi, ma poi tornò e si fermò a pochi passi di distanza: non era 
affatto spaventato, forse era solo in attesa.”
 “Che tristezza! Com’erano belli i nostri pesci!”
 Al termine della raccolta di fondi, mi viene comunicato che la serata è stata “un grande 
successo”, aggiungendo che “ha contato molto”, per i genitori e le famiglie con figli autistici, il 
fatto che io abbia parlato apertamente di mia sorella e abbia risposto alle varie domande 
dell’uditorio. Mi ritrovo a pensare a un verso che Anne Sexton – la poetessa con l’ossessione del 
suicidio – ha adottato come una sorta di mantra:
 Che tu viva o muoia, non devi guastare il mondo altrui.
 E adesso, in questa mattina silenziosa, sono qui a scrutare il giardino.
 In modo confuso, mi accorgo che c’è qualcosa di sbagliato, lì.
 Se prima dell’utilizzo del Cymbalta, sarei stata assalita dall’ansia e dallo 
sconvolgimento, adesso, intontita e/o anestetizzata, mi limito a registrare il fatto che i tulipani di 
Ray sono stati letteralmente decapitati, come se apprendessi la notizia da una voce computerizzata 
e distante.
 È come se qualcuno fosse penetrato nel giardino con una falce e avesse sterminato le 
piante di Ray: in quei monconi di gambi verdi è pressoché impossibile identificare i tulipani che 
sono stati.
 Mi ci vuole qualche momento per comprendere e assimilare la faccenda. Non che io sia 
agitata o sconvolta – no, non lo sono –, tuttavia anche nell’obnubilamento dovuto al Cymbalta mi 
rendo conto che dev’essere accaduto qualcosa di terribile e di irrimediabile.
 Durante la notte, i cervi sono entrati nel giardino. Spingendolo con le corna, hanno 
aperto il cancelletto – senza dubbio, non l’avevo chiuso bene –, e hanno divorato gli splendidi 
tulipani di Ray: in pochi secondi, li hanno masticati e deglutiti, con la stessa noncuranza e 
immediatezza con cui avrebbero mangiato delle erbacce.
 Vorrei piangere, ma non mi sono rimaste più lacrime.
 È la prima volta che mi ritrovo a pensare che l’assenza di Ray sia un fatto positivo: 
‘Non fa niente. Ray non è qui e non vede questo scempio: ne sarebbe così dispiaciuto.’
 ‘Non fa niente. Ray non è qui.’
 In questa terribile mattina di violenta emicrania, sono sulla soglia dell’ingresso 
principale e chiamo il nostro vecchio gatto tigrato: “Reynard? Reynard!”
 Sembra che, durante la notte, sia letteralmente svanito.
 A quanto pare, però, non provo nessuna “emozione” – nello stordimento da Cymbalta 
riesco appena a ricordare cosa siano le “emozioni” –, e invece dovrei essere sopraffatta dall’ansia e 
dai sensi di colpa. 
 “Reynard? Dove sei? È ora della pappa...”
 La mia voce si perde nell’aria. Che parola sciocca e lamentosa è pappa.
 Una volta, quand’era un gatto giovane, con la pelliccia arancio brunito, pronto a sedurti 
strofinandoti il muso contro le caviglie e ad acciambellarsi vicino a te sul divano facendo le fusa, 
Reynard era stato il “coccolo” di Ray – forse perché l’aveva scelto fra una nidiata di cuccioli al 
rifugio per animali e l’aveva portato a casa, facendomi una sorpresa.
 Se ben ricordo, dev’essere accaduto una dozzina d’anni fa – come sono passati in fretta!
 Reynard non si è ripreso dalla morte di Ray – di certo, non avrebbe saputo definire 
quella presenza, tuttavia non riesce a capacitarsi del fatto che non ci sia più.
 In queste ultime settimane, ha cominciato a invecchiare visibilmente. In poco tempo, 
tutte quelle caratteristiche di giovanilità felina che i gatti conservano a lungo, sono scomparse. 
Adesso la sua testa sembra troppo grossa rispetto al corpo, mentre le sue zampe sono diventate più 
sottili. Pare che sia dimagrito da un giorno all’altro: sotto il pelo si scorge il disegno delle costole e 
della spina dorsale.
 La spina dorsale! Quando lo coccolo, percepisco il profilo delle vertebre, e sono 
percorsa da un brivido.
 L’ultima volta che la veterinaria l’ha visitato, lo scorso autunno, ha detto che Reynard 
era un gatto “anziano”, ma che “si manteneva bene”: ora, forse, non potrebbe ribadire quel 
commento.
 Di tanto in tanto, negli ultimi tempi, mi è sembrato che avesse qualche difficoltà 
respiratoria. Ieri sera, l’ho preso e l’ho portato sul divano del soggiorno – mi sono seduta dalla parte
di Ray –, pensando che se avesse dovuto morire, avrei preferito che avvenisse durante il sonno 
quieto dei gatti, magari sul mio grembo o tra le mie braccia: comunque, non è accaduto.
 Per qualche tempo, Reynard è rimasto vicino a me sul sofà, ansimante, mentre cercavo 
di tranquillizzarlo; quindi ha iniziato a dimenarsi per fuggire, dapprima piano e poi con maggiore 
energia: alla fine, ha estratto gli unghielli, e ho dovuto lasciarlo andar via.
 È stato piuttosto seccante – anzi, mi ha turbato – accorgermi della “rabbia” che 
sosteneva la sua scelta di scappare da me. Davanti alla porta del cortile sul retro, ha incominciato a 
miagolare affinché gli venisse aperto: ho deciso di farlo uscire, nonostante fosse una notte fredda e 
piovosa. E così ho socchiuso l’uscio, e Reynard si è fiondato fuori con sorprendente sveltezza, a 
dispetto della sua età; nel corso della sera, sono andata a chiamarlo diverse volte, sia dalla porta sul 
retro sia dall’ingresso principale, tuttavia non è mai venuto. E questa mattina non l’ho trovato 
acciambellato nella piccola veranda davanti all’ingresso, al suo solito posto, in paziente attesa che 
gli venisse aperta la porta per entrare a mangiare.
 Durante la notte, sprofondata nello stordimento del Cymbalta – uno stato che non 
diventa mai un sonno autentico –, mi è sembrato che Reynard fosse accoccolato vicino ai miei piedi
e premesse contro la mia gamba.
 “Reynard? Dove sei?...” 
 E adesso, dopo averlo chiamato ripetutamente dalla soglia dell’ingresso principale, resto
inorridita quando lo scopro a pochi passi dalla porta sul retro dalla quale era uscito ieri sera: giace 
disteso immobile contro il muro della casa, in una posizione nella quale mi era impossibile vederlo 
dall’interno.
 ‘È come se avesse voluto tornare dentro. Ma la porta era chiusa.’
 Adesso sto piangendo. Ora posso solo singhiozzare – “Reynard! Oh, Reynard!”.
 È una dolorosa commozione fatta di singhiozzi ignari come quella che mi ha assalito 
nella camera di Ray all’ospedale, il giorno precedente alla sua morte, quando non sembrava proprio 
che dovesse morire.
 Un altro orrore: Reynard è rigido, come un animale scolpito nel legno. Ha i denti 
scoperti e gli occhi socchiusi: se un gatto può avere un’espressione, quella di Reynard manifesta 
un’estrema angoscia, una terribile pena.
 ‘Di certo, non è stato un pacifico trapasso nel sonno. Si è trattato di una morte 
angosciosa e animale, di una sofferenza solitaria.’
 Quella scomparsa mi ottunde ulteriormente; sono assalita dalle vertigini. Mi sento così 
sconvolta che ho paura di perdere il senno. Reynard non era un gatto giovane, però: era vecchio! 
Eppure non riesco a smettere di piangere: non è un dolore normale, bensì un’afflizione fortissima, 
desolante. Come una bambina sconvolta, accarezzo la fredda pelliccia ruvida di Reynard, come se 
potessi infondergli di nuovo la vita; gli accarezzo la testa, ossuta e bitorzoluta. I denti scoperti 
ricordano un ghigno fiero e irato, la cui vista mi appare sconcertante...
 ‘Anche questo è colpa tua. L’hai lasciato fuori, al freddo. Il gelo l’ha ucciso. È morto in 
solitudine.’
 Delicatamente avvolgo Reynard in un grande telo da bagno, un ampio asciugamani 
utilizzato da Ray. Cherie mi osserva sospetta, mantenendosi a distanza, mentre porto Reynard oltre 
il giardino e lo poso nell’erba alta. È la cosa giusta da fare? È un gesto assennato? Non ho 
abbastanza forze per scavare una tomba in questa terra soda e compatta. D’un tratto, scivolo e cado 
sulle ginocchia, e Reynard mi sfugge dalle braccia, rigido come se fosse congelato.
 Mi sembra di vedermi dall’esterno, in lontananza: come in un disegno di Charles 
Addams, una donna è diventata un personaggio da fumetto e trasporta un gatto stecchito, anch’esso 
da cartoon.
 ‘Non fa niente. Ray non è qui. Ne sarebbe così dispiaciuto.’
 * “Il canto di me stesso”, in Foglie d’erba, traduzione di Giuseppe Conte, Milano, 1991 [N.d.T.].
 
 73

 Tabù 
 C’è un argomento tabù. Il modo in cui i morti vengono traditi dai vivi.
 Noi vivi – noi che siamo sopravvissuti – comprendiamo che la nostra colpa è ciò che ci 
lega ai morti. In qualsiasi momento, possiamo sentire che essi ci chiamano, con una sorta di 
crescente scetticismo nelle loro voci: “Tu non mi dimenticherai, vero? Come potresti dimenticarmi?
Non ho altri che te.”
 Nella gran parte dei giorni – e anche delle ore –, la vedova dimora nell’inferno del non-
è-qui e non-è-lì. Nella maggior parte delle ore del giorno, la vedova brama l’indicibile oblio del 
sonno.
 Perché la vedova è una persona postuma che cammina tra i vivi. Quando sorride, o 
quando ride, nei suoi occhi si scorge il brillio della vedovanza, la pazzia totale: quella tizia è 
un’attrice disperata che recita la sua parte per compiacere gli altri, e soltanto un’altra vedova – 
un’altra donna che ha perduto il marito – può percepire l’inganno.
 Una vedova lancia uno sguardo rapito a una donna nella sua medesima condizione: 
‘Accade la stessa cosa anche a te? Ti senti morta pure tu?’
 [...] ho impiegato un tempo piuttosto lungo per superare l’annichilimento di fronte alla
scomparsa [di mio marito], anche se di fatto era assai prevedibile. (Lo capisco ora.)
 Rileggendo la lettera di una mia amica, sono colpita da queste parole – prima non le 
avevo comprese appieno.
 Me le ha indirizzate una scrittrice molto nota, le cui memorie sulla morte del marito e 
sulla propria sopravvivenza hanno determinato l’origine, alcuni anni fa, di un acclamato best-seller. 
Rileggendo ora la sua lettera, mi domando se sia stato il fatto di essere rimasta “stupefatta” a 
spingere la mia amica a scrivere il memoir, nel quale si compenetrano l’elemento clinico e quello 
poetico: se allora avesse compreso che la morte del marito era “assai prevedibile”, avrebbe scritto 
quel libro? Avrebbe potuto/voluto farlo?
 E così adesso mi sento spinta a riflettere sull’argomento: esiste forse una prospettiva 
dalla quale il dolore della vedova viene visto come un’autentica vanità, un atto di narcisismo, una 
pretesa che la perdita subita sia assolutamente speciale, così speciale da risultare unica e 
incomparabile?
 Esiste forse un angolo visuale dal quale l’afflizione della vedova non è soltanto una 
sorta di patologico passatempo o hobby, una predilezione per una sindrome classificata come 
disordine ossessivo-compulsivo (DOC), non diversa da quella di lavarsi le mani in continuazione; o 
di accumulare ogni sorta di cianfrusaglia; oppure, mani e ginocchia a terra, di “dare la cera” sul 
parquet con gli asciugoni di carta; o di lucidare i mobili con un prodotto specifico; o di passare 
l’aspirapolvere a notte fonda, magari su tappeti e stuoie già puliti?... Se solo ci fosse qualcuno che 
ridicolizzasse pubblicamente la vedova, che le rifilasse un bel calcione o una sberla, oppure che le 
ridesse in faccia, quel sortilegio potrebbe essere infranto.
 Alle quattro del mattino, queste rivelazioni mi arrivano come comete in miniatura. Sono
momenti di saggezza che, nel giro di poche ore, svaniranno nello stordimento successivo 
all’insonnia e alla nausea derivante dagli antidepressivi – farmaci che non arrivano mai a regalarmi 
una veglia acuta, oppure una completa incoscienza, o una lucidità di pensiero: anzi, ovattano e 
rendono inestricabile anche il più pressante dei pensieri, come accade per le scariche di energia 
elettrostatica con le comunicazioni radio. Ho provato a cercare su Internet qualcosa riguardo ai 
medicinali che assumo e non sono stata particolarmente sorpresa dai risultati:
 Gli antidepressivi sono indicati per il trattamento di individui soggetti a pensieri 
ossessivi, insonnia, depressione, manie suicide, tuttavia possono talvolta esacerbare quel tipo di 
manifestazioni. Di solito, gli antidepressivi provocano ritenzione urinaria, costipazione, sopore, 
disturbi visivi, incubi notturni, tremore, ansia, palpitazioni, sudorazione e fenomeni di 
spersonalizzazione.
 Simili farmaci possono risultare giovevoli? Oppure peggiorano la situazione?
 Mi è impossibile saperlo. Dopo la morte di Ray, sono stata trasformata, da persona che 
raramente pensava alla propria “salute” o alla propria “sanità mentale”, in un coacervo ambulante di
sintomi: mi sembra di essere uno scheletro che sbatacchia dentro un grosso sacco di iuta. Certi 
giorni non riesco neppure a immaginare quale personificazione posso aver avuto in passato: anzi, 
non ricordo neanche di essere stata una persona.
 Il mio medico di Pennington mi ha consigliato di assumere 60 mg di Cymbalta al 
giorno: 30 mg si sono dimostrati “chiaramente insufficienti”.
 Come un personaggio folle di un romanzo di Dostoevskij con pulsioni autodistruttive, 
all’interno della farmacia di Pennington ingollo una compressa da 60 mg del farmaco appena il 
dottore mi consegna il flacone. Mentre guido verso casa, penso che un enorme batuffolo di cotone 
idrofilo stia prosciugandomi il cervello e le arterie. C’è qualcosa di vero in tutto questo: infatti, la 
mia vista si sta offuscando. E il mio cuore spesso “zoppica”, “s’inceppa”, si perde in “palpitazioni” 
– eppure non sto più pensando ossessivamente a Ray nel letto d’ospedale, o nella saletta delle 
pompe funebri, quando non ho voluto vederlo per l’ultima volta. ‘Questa medicina è una tela 
semitrasparente attraverso la quale è possibile vedere gli oggetti, seppure in modo indistinto, 
sfocato al punto che non si riesce a capire cosa siano. Non si riesce neppure a comprendere il 
motivo per cui dovrebbero avere un qualche significato per te, o per qualsiasi altra persona.’ 
 
 74

 “La vergogna di essere ‘bianca’”
 È accaduto molto tempo fa, a Detroit, nel Michigan. In un quartiere residenziale, un 
isolato a ovest di Woodward Avenue e uno a sud di Eight Mile Road, dove avevamo comprato casa 
– la nostra prima casa! – in Woodstock Drive.
 Ci eravamo trasferiti al nord da Beaumont, al termine dell’anno accademico 1961-1962.
Eravamo così ansiosi di lasciare il desolato paesaggio del Texas orientale che Ray inviò per posta le
valutazioni finali dei suoi allievi mentre stavamo percorrendo la strada verso Detroit, dove avevamo
ottenuto entrambi un contratto da insegnante per l’anno successivo. Eravamo riusciti a stipare tutte 
 
le nostre cose nel Maggiolino Volkswagen nero che, senza riscaldamento tranne l’aria calda 
proveniente dal motore, rombava a novanta chilometri orari.
 A Detroit, avevamo vissuto per un anno in un palazzo residenziale in Manderson Road, 
nei pressi di Palmer Park, prima di acquistare una casa in stile coloniale, con quattro camere, in 
Woodstock Drive, una via nella zona di Green Acres. Nel maggio 1963, pagammo 17.900 dollari 
per quell’abitazione.
 Come docente alla Wayne State University, la retribuzione annuale di Ray era di 5.000 
dollari; il mio stipendio come insegnante alla University of Detroit ammontava a 4.900 dollari. Mi 
assunse un uomo dai modi estremamente gentili, il cui nome – piuttosto noto da quelle parti, 
all’epoca – era Clyde Craine. Al termine del colloquio finale, mi confidò che il direttore del 
dipartimento di inglese della Wayne State e lui si erano consultati per assicurarsi che lo stipendio di 
Ray fosse leggermente più alto del mio.
 In Woodstock Drive, nella tarda primavera del 1963, la nostra abitazione appariva 
splendente di novità e voglia di vivere. Rivestimento esterno bianco alluminio, pavimenti di 
mattonelle aranciate, imposte blu scuro: per noi, quella casa era magnifica – saremmo rimasti ad 
ammirarla per l’eternità. Prima di acquistarla, ci eravamo passati davanti centinaia di volte, 
estasiati, immaginando come avremmo potuto arredarla. Naturalmente, non eravamo in grado di 
comprarla in contanti, e così accendemmo un mutuo.
 Ricordo di esser rimasta ferita e turbata quando, in banca, mi sono resa conto che il mio 
stipendio della University of Detroit non veniva preso in considerazione: contava unicamente il 
salario di Ray. Ero una donna sposata, mi disse il funzionario, con un’espressione di sdegno 
frammisto a pietà: nel giro di qualche anno, avrei potuto avere un figlio e lasciare il lavoro.
 “Ma noi non pensiamo di avere un bambino.”
 “Mi spiace, questa è la nostra regola.”
 Sommati, i nostri stipendi arrivavano a una rendita discreta. Tuttavia, calcolando 
soltanto il salario di Ray, saremmo stati obbligati ad accendere un mutuo trentennale.
 Trent’anni! Ricordo l’espressione di Ray mentre firmava i documenti.
 “Così finiremo di pagare nel 1993. In teoria...”
 Presto scoprimmo che, a Detroit, la separazione razziale era pressoché analoga a quella 
di Beaumont. La zona in cui vivevamo era abitata esclusivamente da bianchi. Due giornali di 
Detroit, il News e il Free Press, pullulavano di resoconti su incidenti che venivano bollati come 
“razziali” – a patto che li si interpretasse in un certo modo. Comunque, la violenza non sarebbe 
esplosa in città fino al luglio del 1967.
 Prima che ci trasferissimo nella nostra nuova casa, prima ancora che ci venissero 
consegnate le chiavi, alcune sere andavamo là a sistemare il “prato” – che allora era un semplice 
appezzamento di terra dura coperta di erbacce. Acquistammo sacchi di terriccio, torba e humus, e 
piccole piante. All’inizio, seminammo un tappeto d’erba. Il terreno sul retro della casa era piuttosto 
ampio e delimitato da un vialetto; al di là, sorgeva una fila di case più piccole e scorreva il traffico 
sostenuto della Eight Mile Road. Un giorno, mentre Ray lavorava nel cortile posteriore e io 
rastrellavo nell’area antistante l’edificio, un bambino del vicinato mi raggiunse e mi chiese: “Hai 
diciott’anni? Mia madre dice che non sei abbastanza vecchia per essere sposata.”
 Risi nell’udire quelle parole. Avevo ben più di diciott’anni: ne avevo addirittura 
ventiquattro. Il mio primo libro era stato accettato per la pubblicazione, che però sarebbe avvenuta 
nell’autunno di quell’anno. Ero una docente – seppure senza cattedra – della University of Detroit, 
retta dai gesuiti, dove, nel dipartimento d’inglese, insegnavano solo due donne: un’anziana suora 
dall’impressionante nome di “Sorella Bonaventure” e io; il mio gentile e splendido marito, invece, 
teneva un corso presso la Wayne State, la più importante “istituzione scolastica” della zona, che 
vantava un mandato dello stato del Michigan per fornire un’istruzione decente agli studenti 
culturalmente disagiati – vale a dire, soprattutto ai neri. Con il Ph.D. ottenuto alla Wisconsin 
University, Ray era considerato un accademico assai rispettabile, che avrebbe fatto carriera nella 
stessa Wayne State, o altrove; io, con il mio master in letteratura e le varie pubblicazioni, ero 
reputata “un soggetto promettente”. Eravamo così giovani, felici e ottimisti: il mondo sembrava 
aprirsi di fronte a noi.
 Qualche mese dopo il trasferimento nella casa di Woodstock Drive, conoscemmo alcuni
vicini, i quali si lamentavano del fatto che, sull’altro lato della strada, stessero per venire ad abitare 
dei “negri” – questo genere di “confidenze” erano appannaggio di Ray, che all’epoca posava delle 
mattonelle nel cortile sul retro per realizzare un piccolo patio. Gli abitanti delle villette accanto 
parlavano di un proprietario che aveva “tradito” i vicini, affidando la vendita della propria casa a 
un’agenzia immobiliare che trattava anche con i “negri”: si vociferava che l’avesse fatto perché 
voleva “realizzare” in fretta.
 Nella nostra ingenuità, Ray e io non avevamo alcuna cognizione del melodramma 
razziale che covava in Green Acres, dove ci eravamo trasferiti senza avere alcuna coscienza di 
simili problematiche. Sapevamo assai poco delle violenze avvenute a Detroit nel 1943: una 
sanguinosa sommossa a Belle Isle, una zona periferica della città, nella quale persero la vita 
trentaquattro persone, e molte altre rimasero ferite. La minaccia di operazioni immobiliari 
speculative in diversi quartieri residenziali, gestite da agenti senza scrupoli che offrivano a famiglie 
di colore di trasferirsi in comprensori “bianchi” acquistando case a basso prezzo, indussero tanti 
residenti preoccupati a vendere le loro proprietà, diffondendo ulteriormente il panico – si raccontava
che, dalla sera alla mattina, interi isolati degli insediamenti residenziali a ovest si erano riempiti di 
cartelli VENDESI. Si trattò di una diabolica parodia di integrazione razziale che, alla fine, avrebbe 
indotto la maggioranza bianca della popolazione cittadina a trasferirsi nei sobborghi – Birmingham, 
Bloomfield Hills, Southfield, Grosse Pointe e Claire Shores –, e a far sì che interi quartieri si 
trasformassero in schiere di case abbandonate e spiazzi deserti, com’era accaduto subito dopo la 
guerra (al momento, però, non era prevedibile un accadimento del genere).
 Comunque, nel 1963, a Green Acres, dove le case erano in generale più nuove, meglio 
tenute e abbastanza lontane dal centro cittadino, non si registrò un autentico panico.
 A Beaumont, le razze vivevano separate, e tuttavia non era chiaramente percepibile una 
qualche tensione. A Detroit, dove alcuni avevano beneficiato di una sorta di boom e altri si erano 
ritrovati a vivere una congiuntura difficile, l’apprensione si avvertiva esplicitamente. Benché non 
guardassimo mai la televisione – in realtà, non possedevamo un televisore –, Ray e io ci rendevamo 
conto che un latente isterismo permeava l’intera città: in quanto “donna bianca”, piuttosto spesso mi 
veniva consigliato di prestare grande attenzione quando ero costretta a camminare da sola in posti 
semideserti, o a parcheggiare l’auto fuori dal campus universitario.
 I media locali avevano versato fiumi d’inchiostro per la vicenda di una donna sola – una
“donna bianca” – che, di sera, era rimasta a piedi sulla John Lodge Expressway ed era stata 
molestata, inseguita, picchiata e violentata da una banda di “giovani teppisti negri”.
 Forse fu allora, o un anno o due più tardi, che si dibatté accesamente sul fatto – 
ammesso che si potesse considerare davvero tale! – che a Detroit esistevano più pistole di quanti 
non fossero gli abitanti e che, negli ambienti dei tutori della legge, la città era nota con il nome di 
Murder City.
 In una strada di Green Acres, un cartello VENDESI collocato davanti a un edificio in 
mattoni di due piani fu divelto e rimosso; poco tempo dopo, ne venne piazzato un altro, che subì il 
medesimo destino. Quotidianamente, percorrendo in auto Woodstock Drive, con una certa 
inquietudine Ray e io verificavamo se ci fosse o no un certo cartello VENDESI. Se era scomparso, 
uno di noi chiedeva, a voce alta: “Ma chi sarà mai a fare questo?” A quel punto, l’altro rispondeva: 
“Chi vuoi che sia? Qualcuno dei nostri vicini.”
 Oltre le case che si affacciavano sul lato opposto di Woodstock Drive rispetto alla 
nostra, c’era un cimitero.
 Poiché alcuni dei nostri vicini ritenevano che “i negri” provassero una sorta di paura 
qualora si ritrovassero a vivere nei pressi di un camposanto, un gruppo di persone era andato 
furtivamente a tagliare rampicanti e arbusti che nascondevano la vista del cimitero alle proprietà 
occupate dagli “invasori”. Quando Ray apprese la faccenda da un tizio che abitava accanto a noi, 
forse non replicò nel modo in cui l’altro si aspettava, e ciò determinò la fine improvvisa della 
conversazione.
 Io non ero lì e, di conseguenza, non ho potuto sentire. Non ho idea delle parole 
pronunciate da mio marito e della replica dell’altro. A ogni modo, so che lo scambio verbale non fu 
certo gentile, e che Ray rimase seccato e disgustato dal comportamento del vicino.
 “C’è da vergognarsi di essere un ‘bianco’.”
 Anche Milwaukee, dove Ray era nato e vissuto fino alla partenza per il college, aveva 
dei quartieri e dei sobborghi abitati esclusivamente da bianchi. Ma la città non aveva mai vissuto 
tensioni simili a quelle di Detroit, e la violenza razziale era pressoché sconosciuta.
 Ray parlava raramente di casa sua e della sua famiglia. Il padre era un cattolico 
praticante e aveva sperato che lui diventasse prete: quando il figlio abbandonò il seminario dopo 
aver conseguito il diploma nella prestigiosa Marquette High School, retta dai gesuiti, fu una grande 
delusione per l’uomo, simile a quella provata dalla madre allorché Ray, a diciott’anni, smise di 
andare alla messa domenicale – a differenza del marito, la donna non cercò di “discuterne” con il 
giovane.
 Poiché una moglie deve rispettare la famiglia del marito anche nel caso – come talvolta 
accade – in cui questi nutra un certo risentimento o si mostri insofferente nei confronti dei suoi 
atteggiamenti, io parlavo dei genitori di Ray solo in termini affettuosi e positivi; comunque, se 
accadeva che gli chiedessi qualcosa riguardo al padre, mio marito mi faceva capire, con un 
repentino cambio di espressione e un’evidente ritrosia a rispondere, che stavo intromettendomi in 
faccende troppo personali e che sarebbe stato opportuno desistere.
 Di certo, avevo capito che i genitori di Ray erano politicamente dei conservatori, come 
molti cattolici, e che, nella complessa questione dei diritti civili dei “negri” e nelle innumerevoli 
faccende riguardanti i cambiamenti – radicali o anche moderati – della società americana all’inizio 
degli anni sessanta, loro erano schierati decisamente all’opposizione.
 Ripensando al brano di Bob Dylan “The Times They Are A-Changin’”, è possibile 
immaginare che questo folk-singer provocatorio si rivolgesse al tipo di americano bianco che 
somiglia ai genitori di Ray: “Your sons and your daughters are beyond your command”, “I vostri 
figli e le vostre figlie sono al di là dei vostri comandi”.
 Sono parole che scatenano un orrore terribile nei cuori dei genitori, specialmente in 
quelli dei genitori cattolici e conservatori.
 (Ray ammirava enormemente Bob Dylan, in quella prima, elettrizzante e iconoclasta 
fase della sua carriera!)
 Qualche tempo dopo, la casa sull’altro lato di Woodstock Drive, a Green Acres, fu 
venduta proprio a una famiglia di “negri”.
 Una famiglia che, comunque, ci sembrò del tutto “rispettabile”.
 Ovviamente sapemmo in anticipo che stavano per arrivare dei nuovi vicini. E così ci 
ritrovammo a guardare dalle nostre finestre i traslocatori che trasportavano mobili e scatoloni 
nell’edificio al di là della strada.
 (Infatti, era pressoché impossibile non essere a conoscenza dell’arrivo dei nuovi 
residenti e, di conseguenza, come potevamo non guardare i facchini al lavoro? Benché non 
badassimo a chi abitava in Woodstock Drive, e probabilmente non avremmo riconosciuto nessuno 
dei nostri vicini qualora l’avessimo incontrato lontano da lì, ci accorgemmo subito della presenza di
una famiglia di “negri”. La diversità razziale ci rende estremamente vigili, in un modo assai 
primitivo e penoso.)
 Aspettavamo ansiosamente che accadesse qualcosa, magari un futile atto di vandalismo 
o di meschinità. Se la famiglia nera subì un qualche tipo di molestia, noi non ne sapemmo nulla – e 
comunque, nessuno ce l’avrebbe detto. Un giorno, Ray disse: “Andiamo a presentarci e dargli il 
benvenuto.”
 E così attraversammo la strada, suonammo il campanello, stringemmo le mani ai nostri 
nuovi vicini e dicemmo: “Mi chiamo Ray Smith”, “E io sono Joyce Smith”.
 Non rammento nessuna parola della conversazione, tuttavia penso che sostanzialmente 
ci limitammo a dare il benvenuto a quella famiglia appena arrivata nel quartiere; non ricordo 
granché della coppia, tranne che era leggermente più anziana di quanto ci era parso in lontananza, e 
che l’uomo era un dottore uscito dalla facoltà di medicina della Wayne State. Ora mi sovviene che 
sia lui sia la moglie ci guardarono in modo interrogativo, sorridendo: non ci invitarono a entrare, e 
sembrava che non avessero molte cose da chiederci. 
 Dopo quell’incontro, non scambiammo più una parola con la coppia di “negri”. Con una
certa frequenza, capitava che ci rivolgessimo un cenno di saluto con la mano, mentre rientravamo in
macchina o lavoravamo nel piccolo giardino antistante la casa. Sorridevamo e mimavano frasi di 
circostanza: “Salve! Come va?!” Ray e io pensavamo che questi atteggiamenti potessero aiutare a 
sconfiggere il razzismo a Detroit.
 Quattro anni dopo, la città fu sconvolta da scoppi di violenza razziale. Dopo anni di 
“brutalità nei confronti dei ‘negri’ da parte degli agenti”, domenica 23 luglio 1967, un raid della 
polizia di Detroit contro i militanti della United Community League for Civil Action avrebbe 
innescato un cataclisma sociale, con incendi, saccheggi, tumulti e persino spari di cecchini: nei 
disordini furono coinvolti sia bianchi sia persone di colore, ma fu la furia “negra”, pubblicizzata dai 
media, a creare maggior scompiglio. I tumulti si protrassero per diversi giorni, facendo di Murder 
City un monumento nazionale al caos razziale/sociale americano.
 Alla fine delle violenze si contarono 44 morti, 5.000 senzatetto, 1.300 edifici distrutti e 
2.700 negozi saccheggiati. Il puzzo degli incendi aleggiò a lungo su molti quartieri – si potrebbe 
dire che non li abbandonò mai più. Durante la prima notte della rivolta, gli abitanti bianchi 
restarono chiusi in casa con porte e finestre sbarrate, ad ascoltare i terribili ululati delle sirene, i 
secchi colpi degli sporadici spari, attendendo la proclamazione della legge marziale e l’occupazione
della città da parte della Guardia Nazionale del Michigan.
 “C’è da vergognarsi di essere un ‘bianco’”: ma qual era l’alternativa?
 
 75

 “Non aveva fatto alcuna differenza”
 “... alla mia vecchia High School di Los Angeles, quattro suicidi da giugno.”
 “... alla mia High School di Boston, due da Natale.”
 “... un bambino di undici anni, a New Brunswick.”
 “... tre ragazze della High School che erano amiche intime, a Toronto.”
 “... alla Berkeley.”
 “... alla Cornell.”
 “... alla NYU.”
 Sulla scia di un racconto dolorosamente esplicito sul suicidio scritto da una giovane 
donna coreano-americana che frequenta il mio laboratorio di scrittura creativa, e che ha già trattato 
l’argomento, mi ritrovo a considerare il modo in cui i miei allievi discutono di quel gesto estremo, e
penso che, per loro, sia un tema tabù, del quale, in altre circostanze, non parlerebbero volentieri. 
Adesso, invece, durante il workshop, l’animazione che traspare dalle loro parole mi suggerisce che 
sia una questione cui hanno dedicato una profonda riflessione. 
 “... a Tokyo, è una specie di epidemia.”
 “... a Delhi...”
 In molti corsi universitari, la comunicazione si basa sull’impersonalità: l’enunciato deve
essere proposto con una forma di discorso scrupolosamente impersonale. Nei corsi di scrittura 
creativa che si tengono nell’Arts Building al 185 di Nassau Road, invece, è possibile esprimersi in 
maniera molto informale, affrontando anche le istanze più imbarazzanti. Paradossalmente, la fiction 
affonda le proprie radici nella “realtà più autentica”: raccontando di individui inventati, il giovane 
autore scrive molto probabilmente di sé.
 Ma, naturalmente, rimane sempre fiction: se, in un racconto, un allievo suicida 
s’impicca nella doccia del college, non sarà uno studente di Princeton, bensì di Yale.
 Oppure di Harvard.
 (Nei racconti elaborati dagli allievi dei miei workshops, non è mai accaduto che uno 
studente non appartenente a una delle otto prestigiose università della Ivy League si sia impiccato. 
Anche le fantasie suicide rispettano un tenore elevato in virtù di un certo snobismo residuale.)
 “... bisogna che tu renda il campus di Yale più reale, più credibile.”
 “... dovresti fare in modo che il protagonista non sembri uno studente di Princeton. 
Leggendo il tuo racconto, si pensa che sia proprio così.”
 È davvero penoso che i miei giovani scrittori – il più vecchio avrà venti o ventun anni; il
più giovane, diciannove – siano tremendamente ossessionati dal suicidio: forse non tanto dal 
suicidio in sé, ma dalla profonda depressione che lo precede. Le fantasie suicide vengono presentate
in forme che spaziano dal serio al comico, e talvolta sono assemblate con una certa crudeltà, come 
in un cartone animato di Robert Crumb. Spesso le storie si basano sull’esperienza di una persona 
che il narratore ha conosciuto, o della quale ha avuto notizia – “All’epoca in cui frequentavo la 
scuola secondaria”, “Il compagno di stanza di mio fratello, alla Stanford”... Quando, durante la 
discussione nel laboratorio, sono criticate o contestate le modalità del gesto estremo, 
inevitabilmente la risposta assume un tono protestatario: “Ma è successo veramente così!”
 Nel corso delle animate discussioni, diversi studenti restano seduti in silenzio ad 
ascoltare: è il caso della giovane coreano-americana che ha scritto i racconti più introspettivi e 
inquietanti sulle fantasie suicide – in alcuni di essi, compaiono dettagli impressionanti: ricordo la 
scena di una ragazza delle scuole superiori intenta a “tagliuzzarsi i polsi” come preludio al taglio 
netto delle vene.
 Sono davvero molto intelligenti, dotati e privilegiati, questi studenti di Princeton! Si è 
tentati di pensare: ‘Questo è il loro soggetto segreto. È ciò che li accomuna!’
 Naturalmente, non direi mai loro che una mia amica, la vicepresidente della Rutgers 
State University di New Brunswick, l’altra sera mi faceva notare che, in alcune aree del paese, il 
suicidio tra gli studenti di college è diventato una sorta di “epidemia”.
 Allo stesso modo, ovviamente, non potrei mai parlargli del basilisco. 
 (Cosa succederebbe se qualcuno dei miei allievi – magari più di uno – avesse 
dimestichezza con il basilisco?)
 Di sicuro, non me la sentirei di riferire loro le parole utilizzate da Anne Sexton per 
descrivere il desiderio di morire: “Quella lascivia quasi innominabile.” Né gli direi che ho 
conosciuto e frequentato almeno un suicida.
 C’è stato perlomeno un suicida, tra le centinaia di studenti cui ho insegnato, fin dal 
1962, a Detroit.
 Mi era sembrato quasi un caso che Richard Wishnetsky prendesse a girovagare nelle 
vicinanze del mio studio alla University of Detroit, in un pomeriggio di primavera del 1965 – 
“girovagare” è il termine esatto, giacché mi era parso che Richard stesse girellando oziosamente. 
Per essere uno studente, era ben vestito, con una camicia bianca di cotone, e aveva un taglio di 
capelli perfetto e un paio di occhiali raffinato e pulitissimo. Mi salutò con un sorriso, ma la sua voce
aveva un sottile tono di sfida. “Lei è... Joyce Smith? Mi hanno detto di presentarmi a lei.”
 Alla University of Detroit, io ero sempre “Joyce Smith”. Comunque, era risaputo – lo si 
leggeva spesso sui giornali locali, che ero anche Joyce Carol Oates, la scrittrice. Richard 
Wishnetsky pronunciò il nome “Joyce Smith” con un lieve ammiccamento, con una contrazione 
della guancia, come se volesse dirmi qualcosa del genere: “Ma io so chi sei veramente: la mia 
anima gemella.”
 Sicuro di sé – o, perlomeno, volendo apparire tale –, Richard Wishnetsky si presentò a 
me dando per scontato che, in quel momento, avessi del tempo da dedicargli, o intendessi 
procurarmelo, visto che ero impegnata a lavorare su alcuni appunti. Con un gesto fermo, stese la 
mano per afferrare la mia e stringerla: qualcosa che nessun altro studente di quella università aveva 
mai fatto. Aveva ventitré anni; io ne avevo ventisette.
 Era una lotta tra volontà opposte? In aula, avevo imparato a simulare una specie di 
giocosa autorità; fuori dell’aula, invece, ero sempre stata piuttosto schiva, persino reticente – ancora
oggi mi comporto così. Le personalità forti mi soverchiano e, se non tengo i sensi bene allerta e sto 
sulla difensiva, alcune persone arrivano letteralmente a levarmi il respiro.
 E così mi ritrovai di fronte a un giovane uomo che aveva un’altissima considerazione di 
sé: nel giro di due minuti, mi comunicò che si era laureato col massimo dei voti alla University of 
Michigan e, cosa ancor più importante, era un Woodrow Wilson Fellow. (La faccenda mi sembrò 
subito strana: perché mai un Woodrow Wilson Fellow aveva deciso di frequentare la University of 
Detroit per laurearsi in sociologia, nel dipartimento piuttosto anonimo di quell’università altrettanto 
sconosciuta? Un Woodrow Wilson Fellow può accedere a qualsiasi ateneo.) Nel corso della 
conversazione, riuscii a capire che gli interessi di Richard andavano al di là della sociologia e 
riguardavano la filosofia, la religione, la letteratura europea, l’Olocausto e il giudaismo: di ciò ebbi 
conferma anche negli incontri successivi. Comunque, fin dall’inizio compresi che quel giovane era 
un soggetto brillantissimo, ma allo sbando: si esprimeva in modo estremamente appropriato, benché
spesso parlasse con una velocità tale che lo faceva apparire quasi balbuziente – e allora le sue labbra
si imperlavano di goccioline di saliva. Talvolta i suoi discorsi rivelavano un acuto disprezzo verso 
le persone: “Sono animali da gregge” era un commento piuttosto frequente, di derivazione nicciana.
Era molto aspro nella denuncia della Detroit suburbana, dove aveva vissuto gran parte della propria 
vita – tutta, eccetto i quattro anni trascorsi ad Ann Arbor –, e nei confronti della famiglia, dei 
parenti, degli amici e dei vicini di Southfield: cioè i frequentatori abituali della prestigiosa sinagoga 
Shaarey Zadek di Southfield. Nel 1965, era raro incontrare qualcuno che parlasse così diffusamente,
e con grande precisione, della Shoah: la maggior parte degli ebrei – e anche dei gentili – tendevano 
a negare il genocidio perpetrato dai nazisti. Esisteva un tremendo vuoto culturale riguardo a un 
periodo storico che pochi avevano avuto il coraggio di esplorare. Come insegnante universitaria 
priva di cattedra, ero troppo giovane e inesperta per rendermi conto che quel giovane laureato era 
animato da una smania di conoscenza estrema – in Richard ardeva la fiamma del desiderio di 
sapere, a differenza di molti studenti indubbiamente validi e colti.
 Benché non si fosse mai iscritto a uno dei miei corsi o seminari, spesso frequentava 
quelli più impegnativi, nei quali mi capitava di investigare e discutere I fratelli Karamazov o I 
demoni di Dostoevskij (erano tempi meravigliosi, quelli, in cui ci si poteva aspettare che gli studenti
leggessero ancora lunghi romanzi); Al di là del bene e del male o Così parlò Zarathustra di 
Nietzsche; La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj; La metamorfosi di Kafka; oltre a romanzi e commedie 
di Sartre, Camus, Beckett e Ionesco. Insofferente verso gli studenti più giovani e meno preparati di 
lui, Richard aveva l’abitudine d’intervenire rivolgendosi direttamente a me, come se fossimo i soli 
interlocutori di un dialogo intenso e personalissimo, mentre il resto della classe ascoltava in 
silenzio, provando un certo risentimento nei confronti di quel collega che sfoggiava una mirabile 
eloquenza e citava Goethe, Aristotele, Heidegger e Nietzsche. Spesso arrivava vicino al punto di 
scompaginare totalmente la lezione, e io ero costretta a chiedergli di attenersi all’argomento trattato 
e moderare i suoi toni – se l’avesse desiderato, avrebbe potuto discutere con me in privato, al 
termine dell’ora. È elettrizzante – e pericolosamente contagioso – assistere alle manifestazioni di 
una forma maniacale, se non si capisce quale sia il suo fulcro.
 Fra tutte le idee che tormentavano la sua mente, Richard provava un’ossessione 
particolare per la “disgustosa ipocrisia” degli ebrei post-Olocausto nell’opulenta America, e per la 
proclamazione zarathustriana “Dio è morto”.
 Negli anni successivi, l’espressione “Dio è morto” è diventata riconoscibile e famosa 
come L’urlo di Edvard Munch: entrambi hanno rappresentato una straziante intuizione che, 
penetrando nella psiche dell’uomo moderno, ha trovato una collocazione precisa nella cultura 
popolare, arrivando persino a influenzare la sensibilità comico-satirica di un Woody Allen. Povero 
Richard Wishnetsky! Avrebbe pagato un prezzo troppo alto per essere vissuto prima del suo tempo.
 Un tardo pomeriggio, tornando nel mio studio presso il dipartimento d’inglese 
dell’università, lo trovai seduto alla mia scrivania, intento a sfogliare impudentemente le mie carte. 
Malgrado una sorta di egualitarismo derivante dalle nostre discussioni intellettuali, rimasi allibita 
alla vista del giovane seduto sulla mia seggiola: anche se si trattava di un’inezia, ero sconcertata di 
fronte a quella violazione del rapporto insegnante-studente. Nello sguardo di Richard c’era qualcosa
che mi dava i brividi.
 “Hai paura di me, Joyce? Ti faccio paura?”
 La risata di Richard era stridula ed eccessivamente prolungata. Sul suo volto rilucevano 
minuscole gocce di sudore. Gli dissi che non avevo affatto paura, anche se in quel momento, sola 
nello studio con lui, ero piuttosto spaventata. 
 Mi era capitato di parlare a Ray di Richard Wishnetsky. Tuttavia non gli avevo mai 
raccontato di averlo trovato seduto alla mia scrivania. Né gli avevo mostrato i quesiti e le profezie 
di impianto zarathustriano che il giovane aveva battuto rozzamente a macchina per consegnarmeli.
 Mio marito aveva incontrato Richard una sola volta, allorché era venuto a prendermi in 
auto al campus. Mentre camminavo verso la macchina, lo studente mi aveva seguito, con 
l’intenzione di parlarmi. Durante il viaggio verso casa, Ray mi aveva detto: “Penso che tu non 
debba incoraggiarlo. Non credo che sia una buona idea.”
 “Ma... non ha nessuno con cui parlare, tranne me.”
 “Mi sembra di sentire lui.”
 “È così gentile e commovente...”
 “Non è un tuo allievo, vero?”
 “Non lo è, ma...”
 “Qualsiasi cosa voglia da te, non puoi dargliela.”
 “Ma...”
 “Non puoi.”
 Non era da Ray disapprovare un mio comportamento, o dirmi cosa dovevo fare. Evitai 
di discutere – non è nella mia natura polemizzare con le persone che mi vogliono bene e che io 
rispetto – e, anche se non diedi alcun valore al suo giudizio su Richard Wishnetsky, non glielo dissi.
Soltanto diversi anni dopo, avrei capito che, in quel giovane inquieto, Ray aveva rintracciato alcuni 
residui del suo “io” adolescenziale: non l’enfasi delle idee né il messianico disprezzo verso il 
prossimo, bensì la tremenda solitudine, l’estraneità nei confronti dei genitori e l’ossessione per la 
“religione”.
 In effetti, Richard Wishnetsky non era un mio studente. Entrò e uscì ripetutamente dalla 
mia esistenza con il progredire delle sue turbe, allorché si dimostrò sempre più incapace di vivere in
un mondo che reputava spregevole, abitato da “animali da gregge”. Si sparse la voce che i genitori 
avevano cercato di farlo ricoverare in una clinica psichiatrica di Ypsilanti, senza successo, e che era 
stato espulso dal campus per aver interrotto una lezione. Più tardi, appresi che aveva mostrato una 
sorta di battagliera affinità con un docente del dipartimento di tedesco.
 (In quel periodo, scrissi il racconto intitolato “Nella regione di ghiaccio”. Si tratta di un 
curioso mix di realtà e immaginazione. È un testo nato dall’intrusione di Richard Wishnetsky nella 
mia vita e, benché raccontato dall’angolo prospettico di una monaca cattolica, ripercorre – in 
maniera enfatizzata – il mio rapporto con il giovane studente ebreo, brillante e alienato: il 
protagonista litiga con i famigliari, gli amici e i professori, abbandona la sua confortevole casa in un
quartiere residenziale e fugge in Canada, dove si suicida. Se mi fosse stata chiesta la ragione della 
scrittura di questo racconto, avrei risposto: “Perché la figura di Richard Wishnetsky mi affollava la 
mente, e io volevo esorcizzarla.” A un certo punto, durante la stesura, avevo pensato che quel 
racconto fosse una sorta di ammonimento, che avrei dovuto consegnare a Richard al successivo 
incontro.) 
 Un incontro che non avvenne: non rividi mai più Richard Wishnetsky.
 A meno di un anno dal suo ingresso nella mia esistenza, la mattina del 12 febbraio 1966,
Richard interruppe i riti del Sabbath nella sinagoga Shaarey Zadek di Southfield, intenzionato a 
uccidere, prima di suicidarsi. Brandendo una pistola calibro 32 acquistata a Toledo, nell’Ohio, salì 
sulla bimah – la struttura dalla quale il rabbino cinquantanovenne Morris Adler aveva appena finito 
di parlare alla congregazione, composta da quasi ottocento persone (c’erano anche i famigliari del 
giovane) – e, come un personaggio uscito dai Demoni di Dostoevskij, si rivolse ai presenti con un 
tono di sfida, leggendo un proclama che gli sarebbe sopravvissuto, inciso sul nastro del registratore 
della sinagoga:
 “Quest’assemblea è una farsa e un abominio. Con la sua ipocrisia, si è fatta beffe dello 
spirito e della bellezza del giudaismo... Questo è un atto di protesta contro una situazione 
umanamente orripilante e, di conseguenza, inaccettabile.”
 A quel punto, freddamente Richard sparò per due volte al rabbino Adler; poi rivolse 
l’arma contro se stesso. Morirono entrambi per le ferite, ma non subito.
 Dai numerosi articoli usciti sulla tragedia, si sarebbe appreso che Richard Wishnetsky 
aveva ricevuto il suo bar mitzvah proprio su quella bimah, che il rabbino Adler era stato il modello 
spirituale della sua vita, oltre a essere un amico di famiglia.
 Perché perché perché perché perché?!
 Che perdita! Che follia! Ammazzare il rabbino Adler, l’uomo che più ammirava, e 
uccidere se stesso in nome di semplici idee.
 Il racconto “Nella regione di ghiaccio” è confluito in numerose antologie e ha ricevuto il
Premio O. Henri; è stato sceneggiato e portato sullo schermo da Peter Werner in un film in bianco e 
nero crudamente drammatico, che ha vinto l’Academy Award 1977 nella categoria dei 
cortometraggi. Quando mi capita di rileggerlo, resto ancora incantata di fronte ai dialoghi, nei quali 
ritrovo l’eloquio di Richard, sebbene in forma molto abbreviata. Immancabilmente provo simpatia, 
dispiacere e senso di colpa per il protagonista. ‘Avrei potuto fare di più. Avrei potuto fare... 
qualcosa.’
 Per confortarmi, Ray mi ripeteva sempre che io non avevo alcuna colpa. Richard 
Wishnetsky avrebbe ucciso il rabbino Adler e poi avrebbe rivolto la pistola verso se stesso anche 
non mi avesse mai incontrato – “Era molto malato”.
 Però mi aveva incontrato, pensavo. Anche se non aveva fatto alcuna differenza.
 
 76

 Pozzi senza fondo
 È indispensabile che la vedova impari a prestare attenzione ai pozzi senza fondo!
 Il terrore del pozzo senza fondo non sta nella sua esistenza. Occorre specificare: i pozzi 
senza fondo devono esistere. Il terrore deriva dal fatto che una persona possa non vedere quel 
baratro, più e più volte, e capisca che è ci cascata dentro soltanto quando incomincia ad affondare – 
e viene tirata giù, giù, giù...
 Un grande studio medico che ospita diversi dottori, in Harrison Street. Un uomo alto e 
incurvato, con i capelli grigi: uno dei professionisti che visitano lì. Mi guarda e sorride – mi 
conosce? Avverto un tonfo al cuore, perché spesso quel genere di sorriso è il presagio di parole che 
faranno male, che pungeranno; di frasi che mi serreranno la gola, anche se chi le pronuncia si sforza
per mostrarsi gentile, naturalmente, proprio come l’individuo brizzolato sulla sessantina che si 
dirige verso di me, che non ha evitato di venirmi incontro stendendo la mano e accompagnando il 
gesto con un’espressione compita e un altro sorriso quasi affettuoso. Quando si presenta, ricordo 
che era uno dei medici curanti di Ray: il suo nome mi è vagamente familiare. Annuisco e mi dico: 
‘Sì, è così’, mentre lui mormora: “Sono addolorato per la morte di Ray. Ho visto la sua foto sul 
giornale. Suo marito era molto...” Si blocca, in cerca delle parole giuste, come un uomo che fruga 
nelle tasche per trovare le chiavi della macchina, lasciate chissà dove: solo un attimo prima, ha 
capito di averle messe in un posto sbagliato. Il medico aggrotta la fronte e aggiunge: “... era 
eccezionalmente simpatico.” Poi fa un’altra pausa, e mi indirizza un sorriso triste. “Mi piaceva 
davvero Ray... Raymond. Davvero tanto.”
 “No, non mi parli così. Ho il cuore a pezzi.”
 Naturalmente ringrazio il dottor P. per le sue parole. Anche se sono annientata, 
annichilita, come se fossi stata impalata da un’acuminata asta d’acciaio, mi profondo in 
ringraziamenti, frenando le lacrime che mi bagnano gli occhi. Sto male: dovrò trascinarmi da 
qualche parte, nascondermi nel bagno delle donne o, meglio ancora, andare via e tornare a casa.
 Su una panchina all’esterno del deposito ferroviario di Princeton Junction, scorgo dei 
fazzoletti di carta usati.
 Qualcuno ha lasciato una mezza dozzina di fazzolettini fradici, appallottolati.
 Nessuno li ha notati, soltanto io. E perché una persona dovrebbe accorgersi della loro 
presenza? Sono semplici rifiuti, cose gettate via. Qualcuno potrebbe arricciare il naso per il 
disgusto: abbandonare dei fazzoletti usati in un luogo pubblico!
 Avverto una fitta al cuore – come la puntura di una lama di ghiaccio o di una scheggia 
di vetro – e, all’improvviso, mi sento debole, vacillante. Eppure non sprofondo nel panico: è 
impossibile sprofondare nel panico con tutte le medicine che prendo. Il panico è qualcosa di 
indescrivibile: immaginate che, in un’industria alimentare, una creatura vivente – un tacchino o un 
vitello – venga obbligata a entrare in uno spazio talmente piccolo da impedirle ogni movimento, 
oppure figuratevi una scimmia da laboratorio alla quale sono state recise le corde vocali, dimodoché
non possa urlare dal dolore.
 Comunque, alla fine riesco ad allontanarmi dalla panchina. Non ho il coraggio di 
voltarmi a guardarla. Anzi, spero solo di dimenticarla. Potrò dire di essere sfuggita a un infido 
pozzo senza fondo, quando sarò capace di scordare la panchina.
 Questa è stata la prima cosa sbagliata. I fazzolettini usati gettati via. 
 E ricordo – cioè penso – che, la sera prima, Ray era rimasto seduto alla solita 
estremità del divano a leggere e si era soffiato il naso molte volte: sul tavolino accanto c’erano 
diversi fazzolettini appallottolati e, quando s’era alzato per ritirarsi, li aveva presi e buttati 
nell’immondizia. Era accaduto la sera prima del viaggio al pronto soccorso: evidentemente era già
ammalato. La fine era già cominciata: quei fazzolettini usati erano stati il segno – l’ho capito 
soltanto ora.
 Una volta cominciata, la fine non può essere fermata. L’inesorabile tuffo nella morte: 
l’inesorabile pozzo senza fondo.
 Spersonalizzazione: tra gli innumerevoli effetti collaterali dei farmaci psicotropici, 
questo è sicuramente quello più benefico.
 Alla fine della serata, i rituali bacetti sulle guance.
 Poiché mi trovo ai margini dell’assembramento, forse riesco a svicolare senza essere 
vista.
 Troppo tardi! Sono precipitata nel pozzo senza fondo: i baci e gli abbracci, i saluti e le 
esclamazioni di voci acute. Sono scivolata in “un’oscurità dieci volte più nera”, come avrebbe detto 
Melville, riprendendo il concetto dell’“oscurità dell’anima senza speranza”. Mentre mi allontano 
vacillante, rivedo con una vividezza allucinatoria – come se fossi di nuovo lì, come se non fossi mai
andata via – l’unità di monitoraggio avanzato, la soglia della camera di Ray con gli operatori 
sanitari stranamente immobili, mentre sul letto giace mio marito, anch’egli assurdamente fermo: 
“No, non è possibile: non sta accadendo questo. Non è la realtà: è qualcosa che non può essere 
successo.” Poi mi chino su Ray, lo bacio sulla guancia e gli parlo. Sono arrivata troppo tardi: la sua 
pelle ha il colore della cera e sta cominciando a raffreddarsi.
 “Cominciando a raffreddarsi”: che cosa possono significare queste parole!
 Nel pozzo senza fondo il tempo non si muove. Nel pozzo senza fondo, è sempre quel 
tempo. Nonostante il mio ottundimento da zombie, riesco a capire che, come il sibilo del sangue 
nelle mie orecchie, questo è il tempo di un eterno e incessante presente.
 Al Pennington Market – che abbiamo frequentato per... trent’anni: possibile? – Ray 
aveva fatto amicizia con uno dei cassieri più anziani, che noi conoscevamo come “Bob”: era un 
pensionato sulla tarda sessantina o all’inizio della settantina che, dopo la morte della moglie, 
sentendosi estremamente solo, aveva deciso di tornare al lavoro, trovando un posto nel grande 
emporio di alimentari della cittadina – lì poteva incontrare molta gente, e questo era un ottimo 
antidoto alla solitudine. Prima della morte di Ray, allorché mi ero ritrovata a fare la spesa da sola, 
Bob mi aveva squadrato e, con un’espressione piuttosto ansiosa, mi aveva domandato dove fosse 
mio marito. Con voce allegra, gli avevo risposto: “Oh, Ray è a casa. Oggi faccio compere da sola.”
 Dopo la scomparsa di Ray – che mi sembra avvenuta soltanto l’altroieri, sebbene siano 
ormai passati più di due mesi –, quando vengo al Pennington Market a fare la spesa (un’incombenza
che rimando il più a lungo possibile), cerco sempre di evitare Bob: un’improvvisa sensazione di 
panico mi avvisa della sua presenza innocente e innocua alle casse, qualcosa che il cervello forse 
percepisce prima che il mio occhio lo registri, poiché i nostri gangli nervosi ci fanno reagire in 
modo istintivo e rapido all’avvicinarsi di un pericolo, di una minaccia al nostro benessere – ci 
accade anche quando scambiamo un bastone per un serpente velenoso. In qualche occasione, mi è 
capitato persino di dirigere il carrello verso un’altra cassa, mettendomi in fila dietro un certo 
numero di clienti, quando di fronte a Bob non c’era nessuno. Naturalmente, evito sempre di 
guardare verso di lui: ho il terrore che mi veda. (Suppongo che abbia notato che, da qualche tempo, 
faccio la spesa da sola e credo che sappia che è “accaduto qualcosa” a mio marito – molto 
semplicemente è morto. E magari ha intuito perché non oso guardare verso di lui.) Forse perché 
sono distratta da mille pensieri, o perché lo scudo protettivo della mia mente obnubilata si rivela 
meno efficace del solito, oppure perché la mia inettitudine, la mia negligenza, la mia stupidità 
hanno preso il sopravvento – il basilisco è stato assai rapido ad accorgersi della situazione (“Sei una
perfetta stupida, che non vale niente. Hai dimenticato la lista della spesa. E magari ti sarai scordata 
anche le chiavi della macchina, per l’ennesima volta!”) –, oggi pomeriggio mi sono ritrovata alla 
cassa di Bob, con un unico cliente che mi precede. Poiché lui mi ha visto, non posso 
improvvisamente filarmela col carrello, per andare a mettermi in un’altra fila: e così, quasi 
all’improvviso, senza alcuna preparazione, sono obbligata a incrociare lo sguardo indagatore e il 
sorriso amichevole di Bob. È un individuo davvero dolce e cortese, probabilmente capace di 
dissimulare il dolore della vedovanza che gli strugge il cuore dietro le buone maniere. Quando mi 
chiede di mio marito – “Dov’è Ray? È un po’ di tempo che non lo vedo” –, resto stupita per il fatto 
che non sappia. A quel punto, non ho scelta e balbetto: “Ray è morto il mese scorso. Sono disperata.
Ray è morto...”
 Errore: Ray non è morto il mese scorso. Siamo alla fine di aprile, adesso, e mio marito è
morto più di due mesi fa.
 È come se avessi tirato uno schiaffo a Bob: sul suo volto è comparsa un’espressione 
scioccata, incredula. I suoi occhi cercano i miei, timorosamente. “Ray è morto?”
 Da quasi due mesi, evito questo confronto. Avevo previsto ogni particolare, e ora mi 
sento annichilita dal dolore, malgrado la compressa da 60 mg di Cymbalta assunta stamane. Sto 
stringendo la barra del carrello con una tale forza che le mie nocche sono diventate bianche.
 Non c’è scampo. Bob continua a fissarmi, quasi frastornato. In realtà, quest’uomo 
gentile non ha davvero conosciuto Ray: avranno scambiato le solite quattro chiacchiere una dozzina
di volte al massimo, eppure è letteralmente distrutto per la notizia, come se riguardasse un vecchio 
amico.
 “Ma... com’è successo? E quando...?”
 Replico con la litania pronunciata innumerevoli volte nelle ultime settimane. 
“Polmonite. Medical Center di Princeton. Un miglioramento: doveva essere dimesso nel giro di 
pochi giorni. Complicanze dovute a un’infezione: è morto.”
 Complicanze dovute a un’infezione: è morto.
 “Mi sono chiesto il motivo per cui non vedevo Ray da... Da un po’ di tempo.” Incurante
dei clienti in fila dietro di me, Bob continua a fissarmi. Le mie labbra si piegano in quell’orrendo 
spasmo nervoso che identifico come un segnale di pericolo. Balbettando, gli dico che non posso 
parlare, che devo andare: “Mi d-dispiace, ma... mi è impossibile p-parlare.”
 Comprendendo la mia angoscia, Bob si scusa. Con la fronte aggrottata, fa scivolare i 
miei acquisti sul vetro del lettore di codici a barre. È davvero strano affrontare la solita procedura – 
scontrino, carta di credito, firma – mentre entrambi siamo terribilmente scossi. Avevo appreso da 
Ray che la morte della moglie di Bob, avvenuta qualche tempo prima per un cancro, dopo molti 
anni di felice matrimonio, l’aveva sprofondato nella depressione, forse dovuta anche alla solitudine;
per un certo periodo, pure il fisico ne aveva sofferto. Successivamente ho saputo che vive da solo, 
nei dintorni di Pennington, e che ha un paio di figli grandi, che abitano lontano.
 Questo è un pozzo senza fondo che avrei potuto evitare. Un baratro che mi ha sfiancato 
e sconvolto. Mentre spingo il carrello nel parcheggio, avverto la presenza dell’orrida creatura 
lucertolesca: mi osserva e ghigna, mentre goffamente svuoto il carrello e depongo i sacchetti della 
spesa nel bagagliaio della macchina – “Non penserai di andare avanti in questo modo? Stai vivendo 
una vita disperata: vuoi continuare così?”.
 Ficcare la spesa nel baule dell’auto e tirarla fuori appena arrivata a casa: com’è strano, 
bizzarro, “sbagliato” fare tutte queste cose da sola, senza avere accanto mio marito.
 “Non hai alcun orgoglio, e neppure vergogna: come puoi continuare questa vita?”
 (C’è qualcosa che ha cominciato a spaventarmi: talvolta il basilisco si manifesta nel mio
obnubilamento da Cymbalta, senza alcun preavviso. Ovviamente, qualora si sia assunta una dose 
piena – da stato semicomatoso, nonostante il concetto di “posologia stabilita dal medico” – non 
esiste creatura lucertolesca che possa penetrare nella coscienza: per quanto mi riguarda, temo una 
sedazione profonda, giacché si tende sempre ad aumentare la quantità di farmaco per ottenerla. È 
una crudele scoperta accorgersi che al basilisco importa assai poco dell’“io” pubblico: in poche 
parole, non è impressionato da alcun tipo di risultato letterario, di plauso professionale, o da una 
cattedra in una delle università della Ivy League – nonostante ciò, mi sento tremendamente 
vulnerabile quando vengo presentata in un’occasione pubblica, davanti a un uditorio, e l’orrida 
entità compare nell’angolo dell’occhio con un ghigno impietoso e straniante. Con una misteriosa 
perspicacia, il basilisco ha capito che essere sola, non amata, abbandonata, è qualcosa di veramente 
spregevole per una persona di una certa “levatura”, qualcosa che altri individui potrebbero magari 
tollerare, pensando che il fatto di acquisire un certo status le renderebbe meno miserabili e, di 
conseguenza, meno vulnerabili.)
 Paradossalmente, l’intera Detroit può essere considerata un pozzo senza fondo. Come 
anche la nostra amata casa di Woodstock Drive, e quella più grande in cui ci eravamo trasferiti 
qualche anno dopo, un paio di chilometri a sud, più vicino al campus della University of Detroit, in 
Sherbourne Road: fu una casa che amammo di meno e nella quale vivemmo – giudicando in 
retrospettiva – in modo assai meno felice, forse anche perché ci barricammo lì nelle terribili e folli 
ore della “rivolta”, ad ascoltare i secchi spari in Livernois Avenue e a respirare l’odore del fumo, 
con la speranza che ci fosse risparmiato ogni male.
 Poi ci trasferimmo nella casa di Windsor, al numero 6000 di Riverside Drive East.
 Mentre giro la chiave nella toppa e apro la porta del mio studio all’università, talvolta 
vedo per un istante una figura fantasmatica seduta alla scrivania, che sfoglia le mie carte. Non è 
Ray, naturalmente: in trent’anni, mio marito non si è mai accomodato sulla seggiola dietro il tavolo 
da lavoro del mio ufficio nel campus – anzi, è venuto lì pochissime volte. A occupare il mio posto è 
sempre Richard Wishnetsky che, disperato, ha scelto di morire per mano propria, oltre 
quarantacinque anni fa.
 Anche l’anima ospita un pozzo senza fondo.
 A un’amica di Evanston, Illinois, 29 aprile 2008.
 [...] la difficoltà di vivere da sola, Leigh. La mia vita è totalmente cambiata. Impiego 
più tempo per fare qualsiasi cosa, e non riesco a concentrarmi... Nella mia testa echeggia un 
ronzio continuo, il rumore furioso di una corsa tra pensieri inutili. Soltanto i medicinali mi 
garantiscono una pace notturna di 4-5 ore... Sto prendendo un antidepressivo, dal quale forse 
trarrò un qualche giovamento... Mi sento completamente cambiata – è come se fossi stata 
smembrata e rimessa insieme –, eppure quando incontro degli amici, mi dicono che sono la Joyce 
che hanno sempre conosciuto: ho il medesimo aspetto e mi comporto allo stesso modo! Non penso 
che sia solo un atto di gentilezza, e questo rende la faccenda molto strana. Ad angustiarmi è il fatto
di continuare a vivere in questo modo: è uno sforzo tremendo e mi chiedo se ne valga la pena. Tutti
mi ripetono che “il tempo guarisce tutto” ma, quando si è soli e si ha una certa età, è assai 
improbabile che la situazione possa migliorare. Di certo, gli amici continuano a comportarsi in 
modo meraviglioso...
 Un abbraccio,
 Joyce
 La verità è semplicemente questa: molto probabilmente non sarei ancora viva, se non 
fosse per i miei amici.
 A un amico poeta di Boston, la cui madre sta morendo in un ospizio in Virginia, 30 
aprile 2008.
 Sei nei miei pensieri, caro Henri... Naturalmente noi resisteremo, e saremo felici di 
nuovo. Magari solo qualche volta, e soltanto se capiterà all’improvviso: forse a luglio.
 Con affetto,
 Joyce
 (La madre del mio amico poeta è mantenuta in vita artificialmente: viene alimentata per 
mezzo di un sondino. Mi dico che, perlomeno, Ray non ha subito un simile trattamento: non si è 
spento giorno dopo giorno in un ospizio, ma è morto all’improvviso, apparentemente senza alcuna 
sofferenza – e forse senza neppure avere coscienza dell’imminenza del trapasso. Non ho dovuto 
sopportare la visione di mio marito alimentato con un sondino in un ricovero, mentre accanto al suo 
letto mi accertavo che la cannula non si ostruisse.)
 Un modo per sfuggire – per eludere – il pozzo senza fondo dell’anima è quello di 
tuffarmi nel lavoro. Perché il lavoro, anche se non porta sempre alla sanità mentale, è un ottimo 
antidoto alla follia.
 “Se sei pazza, non puoi lavorare davvero; non puoi lavorare, se sei davvero pazza”: 
sono parole che infondono speranza!
 In realtà, non mi sento più in grado di scrivere un testo narrativo, se non in modo 
frammentario: sono una donna ubriaca, barcollante e rintronata che va a sbattere contro le pareti ... 
Per settimane, ho lavorato a un breve racconto, che ho finalmente terminato sei o sette giorni fa. 
Quando si alza la nebbia del Cymbalta, molte idee di racconti mi turbinano nella mente, eppure 
sono convinta di non poterne portare a compimento neppure una: non riesco a concentrarmi, sono 
troppo stanca... Stendere il progetto di un nuovo romanzo è al di fuori delle mie possibilità, 
attualmente: è come se pretendessi di attraversare a piedi il Sahara o l’Antartico. In questo primo 
periodo di vita postuma, comunico principalmente – quasi esclusivamente – attraverso le e-mail.
 A questo punto, potrei riprendere il romanzo che avevo terminato prima della morte di 
Ray. Voglio salvarmi, e allora, come chi è sul punto di annegare e si aggrappa a una cima o a una 
sagola per tirarsi su – su, su –, ho deciso di riscrivere tutto il testo: sillaba dopo sillaba. Cambierò il 
titolo. Cambierò il tono, la “voce”. In esso, ora piangerò la perdita di mio marito; nella sua stesura 
originaria, piangevo la scomparsa del mio povero padre. Scrivendo, cercherò di sconfiggere il 
basilisco che mi sbeffeggia – sì, “terrò duro”.
 Guido con il buio e sono quasi arrivata a casa, quando mi accorgo che la strada è 
diventata una sorta di tunnel, con automezzi parcheggiati su entrambi i lati – forse c’è una festa nel 
circondario. Ma perché questa visione mi sembra infausta, minacciosa? Il cuore comincia a battermi
forte, mentre procedo piano nello stretto spazio tra i veicoli posteggiati – SUV e monovolume, 
principalmente di colore scuro. Ho il timore di strisciare contro la fiancata di qualcuna di quelle 
macchine; mi pare di impiegare un tempo davvero eccessivo – una sfilza di minuti – per percorrere 
quel varco. Inizio a sudare sotto i vestiti; poi, finalmente, ecco la nostra casa: non c’è nessuna luce 
accesa; è un posto desolato, abbandonato. ‘Soltanto io sono sola, in questa strada. Sono una persona
abbandonata alla sua solitudine.’ Poiché non ho lasciato accesa alcuna lampada – né dentro né fuori,
in modo da illuminare un lembo di giardino –, devo brancicare nel buio per riuscire a entrare. ‘Sono
l’unico essere al mondo che brancola per varcare la soglia della propria casa. Chi altri potrebbe 
dimostrarsi tanto ridicolo!’ Stavolta non è il basilisco a farsi beffe di me: sono io stessa.
 Alcune settimane fa, quando tornavo a casa a quest’ora, fuori dall’uscio potevo trovare 
qualche “omaggio” di un’amica: una pentola con una pietanza ancora calda, una megaconfezione di
succhi di frutta... Adesso, alla fine di aprile, mi capita di imbattermi solo in consegne UPS e FedEx.
La pianta di sanguinella fiorita è un fantasma nell’ombra: alla luce del giorno, mi risulta impossibile
guardarla.
 Presto, l’altra sanguinella – quella giapponese, piantata davanti all’ingresso, che posso 
ammirare dal mio studio – comincerà a sbocciare. Anch’essa era tra le preferite di Ray.
 Non è mai semplice tornare in una casa deserta. Quando varco la soglia mi aspetto 
sempre – cioè temo – di trovare dei danni procurati durante la mia assenza. Cuscini gettati sul 
pavimento, sedie rovesciate, lampade rotte... La mia amica Lois mi ha detto: “Oh, Joyce, sono 
davvero preoccupata per il fatto che tu debba vivere in quella casa da sola. È così... ‘accessibile’.”
 A Detroit, durante il primo anno in Woodstock Drive, una sera Ray e io tornammo e 
scoprimmo che la porta era stata scassinata.
 Ingenuamente e sventatamente entrammo. All’inizio, nessuno dei due notò qualcosa di 
strano, di “sbagliato”. Poi, vedendo le due sedie della cucina spostate, i cassetti del buffet aperti e 
sghembi, e la porta a soffietto che immetteva nel ripostiglio semichiusa, rimanemmo in silenzio a 
fissare quella scena improbabile, come se ci trovassimo di fronte a un enigma impossibile da 
decifrare per le nostre menti.
 Salimmo di corsa le scale. Nella nostra camera da letto, guardammo con occhi sbarrati i 
cassetti del comò rovesciati sul pavimento; tutt’intorno c’erano capi di vestiario e cuscini, gettati 
alla rinfusa. “Chi si è introdotto qui? Cos’è questo scempio?” È strano come fummo lenti a 
comprendere la situazione, quanto risultassero tardi i nostri pensieri, quasi fossero entità che si 
muovevano sott’acqua, o al rallentatore – si dice che questa sia una reazione piuttosto comune, 
allorché si scopre un furto nella propria casa, visto che si tratta di una violazione talmente intima 
che, in qualche modo, l’essere umano si rifiuta di registrarla immediatamente.
 Rimasi immobile per un lungo momento sulla soglia del mio studio – una piccola stanza
sul retro della casa che ospitava poche suppellettili: un tavolino da gioco usato come scrittoio, una 
sedia, due o tre piccole librerie di legno grezzo –, prima di rendermi conto che era scomparsa la 
macchina per scrivere.
 La mia macchina per scrivere! All’epoca, non esistevano ancora le macchine per 
scrivere elettriche, e io ero molto attaccata a quell’aggeggio manuale – “attaccata” come può esserlo
uno schiavo ai remi di una galera, che hanno finito per diventare un’estensione delle sue braccia. 
Comunque, qualcuno avrebbe potuto ragionevolmente affermare: “Joyce ama la sua macchina per 
scrivere! Joyce dipende totalmente dalla sua macchina per scrivere.”
 Benché io scrivessi a mano, avevo l’abitudine di battere a macchina la stesura definitiva
del testo. Adesso ero in difficoltà, visto che i ladri mi avevano sottratto uno strumento di lavoro. Né 
Ray né io riuscivamo a capire lo scopo di quel furto: non era una macchina nuova e neppure un 
modello costoso e, di sicuro, era pressoché impossibile da vendere. Chissà, forse l’avrebbero 
impegnata.
 Ray chiamò la polizia. Quando arrivarono gli agenti, fu lui a parlare con loro. Era tardi: 
le undici passate. I poliziotti girarono per la casa, poi ci chiesero che cosa mancasse. Riuscimmo a 
rispondere in modo impreciso, incespicando sulle parole: era come se avessimo subito 
un’aggressione fisica, e non eravamo in grado di pensare agli oggetti sottratti – a parte la macchina 
per scrivere e un servizio da tavola in argentone, un regalo di nozze. Ci chiesero se avessimo armi 
da fuoco o soldi nascosti da qualche parte, e noi dicemmo di no, non ne avevamo. Quando ci 
domandarono se fossimo assicurati e se intendessimo denunciare l’accaduto per il risarcimento dei 
danni, replicammo in modo affermativo.
 Gli agenti rivolsero la maggior parte delle domande a Ray. Prendevano appunti ma, a 
quanto sembrava, piuttosto svogliatamente. Appariva evidente che, a Murder City, i furti con scasso
nelle abitazioni non venivano tenuti in grande considerazione dalla polizia. L’ispezione della casa 
alla ricerca di tracce degli intrusi fu veloce e disinvolta. Prima di andarsene, i poliziotti fecero 
capire a Ray che avevamo corso un grosso rischio salendo al piano superiore, dopo aver scoperto la 
violazione di domicilio e il furto: “Se fossero stati ancora di sopra, e non avessero avuto modo di 
filarsela senza problemi, lei e sua moglie vi sareste trovati in una situazione piuttosto complicata, 
signor Smith.” Le ultime parole – “Signor Smith” – vennero pronunciate con una certa durezza.
 Fu un discorso tra uomini. La moglie doveva soltanto ascoltare. Dopo che se ne furono 
andati, Ray non mi disse niente. E, per alcuni giorni, mantenne uno strano silenzio sull’intrusione. 
 Pian piano, capii. Lo avevano insultato. Gli avevano mancato di rispetto. Era un uomo 
che si era comportato in maniera stupida e pericolosa: non aveva protetto sua moglie.
 La veranda. Come proteggersi? Niente persiane, niente serrande – un ambiente aperto, 
“accessibile”.
 Lì, di giorno e di notte, è possibile scorgere riflessi inquietanti: immagini fantasma, 
sagome scure che si muovono all’angolo dell’occhio, profili di cervi che si riflettono e rimbalzano 
di vetro in vetro, figure umane... Ray? Spesso, nel corso degli anni, mio marito si specchiava nelle 
vetrate della veranda – e così, adesso, il mio cuore è pervaso di...
 Di un equivalente adrenalinico della speranza.
 La speranza contrapposta al buon senso.
 È un pazzo – una definizione parziale, improvvisata – chi crede che una cosa incarni 
perfettamente il suo desiderio anche quando non è così. Essere sani di mente vuol dire riconoscere 
che quanto si desidera nel profondo dell’anima non corrisponde a ciò che si manifesta.
 Ecco perché arrivo alla conclusione di non essere pazza – perlomeno, non ancora.
 Forse è davvero pericoloso vivere qui da sola. Ma i miei rischi non derivano certo da 
scassinatori o serial-killer.
 Nella mia mente si stagliano le anonime figure degli operai di Metropolis di Fritz Lang 
che marciano come zombie verso il mondo sotterraneo nel quale vivono.
 E mi ritrovo a pensare a un museo che Ray e io abbiamo visitato insieme – forse era il 
Louvre, un altro pozzo senza fondo di sfinimento, nel quale erano conservate cose “belle” e “rare”. 
Ci siamo mossi in silenzio nel padiglione riservato all’arte antica, resi muti dalle effigi di re defunti 
da molto tempo, i cui volti erano ridotti a pochi tratti primitivi. Abbiamo ammirato sculture di corpi 
senza braccia, senza gambe, senza testa – egizi? – e rappresentazioni umanoidi di antiche specie 
estinte, e tuttavia condannate a “esistere” nelle sale del museo. Nella grigia e soffusa penombra, 
quelle figure cieche e inespressive avevano perduto il loro significato originario: a dar loro un 
senso, era la nostra visita, la nostra testimonianza dell’assurda rivendicazione d’identità, valore, 
autorità dell’uomo.
 A un certo punto, Ray mi ha preso la mano e mi ha detto: “Andiamocene da questo 
posto!”
 Quando si vive da soli è molto facile spersonalizzarsi.
 Penso: ‘Devo smettere di prendere queste pillole. Mi sto avvelenando.’
 (Si dice che, nel New Jersey, l’aria sia inquinata anche in quelle località, come 
Princeton, in cui viene dichiarata salubre. Talvolta, comunque, è possibile percepire/annusare le 
tossine – per esempio, in alcune occasioni si può notare un debole sbiadimento dell’aria, che 
diventa di un colore simile a quello dell’urina di gatto su un certificato di morte rilasciato dallo stato
del New Jersey.)
 A differenza di suo padre – un genitore che gli era sentimentalmente estraneo –, Ray ha 
pianto una sola volta, perlomeno in mia presenza. Era nel suo studio, al suo tavolo da lavoro, e 
quando sono entrata e ho visto le lacrime, sorpresa e preoccupata per il suo atteggiamento davvero 
insolito, gli ho chiesto che stava succedendo, quali problemi aveva, cosa lo angustiava: 
immediatamente, mio marito aveva voltato il capo dall’altra parte, dicendo che non era nulla, che 
gli era tornato in mente il padre – soltanto questo, nient’altro.
 A quell’epoca, suo padre era morto da un anno, forse da due.
 Ray era piuttosto restio a parlare della sua famiglia: lo faceva di rado e con difficoltà. 
Ma mi aveva raccontato di aver visto suo padre piangere in più di un’occasione. Una volta, quando 
era molto giovane, aveva trovato il genitore chino sul tavolo, con la testa appoggiata alle braccia 
incrociate. Si spaventò tremendamente: fa davvero paura vedere il proprio padre che piange, 
abbattuto, inerme, sconfitto. Anni dopo, quando era ormai un diciottenne e aveva smesso di andare 
a messa la domenica, suo padre era scoppiato a piangere all’improvviso, sconvolto e angosciato: 
“Se perdi la fede, io verrò biasimato. Finirai all’inferno, e sarà colpa mia. Verrò criticato e 
insultato.”
 Un uomo adulto che piange! Che cerca di spaventare un ragazzo con l’Inferno! 
Raccontandomi l’episodio, Ray rideva – ma sulle sue labbra quel riso era una smorfia amara.
 “Ma... tuo padre parlava seriamente?” gli chiesi. Per me, era una faccenda piuttosto 
strana: i miei genitori non erano particolarmente devoti (non si poteva nemmeno definirli dei 
cattolici praticanti); io ero cresciuta in una famiglia nella quale non si parlava di Dio, di Gesù 
Cristo, della Vergine Maria, del Demonio, del Paradiso o dell’Inferno più di quanto non capitasse di
affrontare argomenti matematici di alto livello. In qualche modo, sembrava che a Millersport, nello 
stato di New York, un piccolo paese rurale composto da una dozzina di case, simili temi “profondi” 
fossero considerati abbastanza frivoli.
 Ray mi disse che, sì, suo padre parlava sul serio.
 Allora io gli domandai come si potesse veramente credere che...
 Irritato, mio marito replicò che il genitore ci credeva davvero. Suo padre era un fervente
cattolico, per cui “credeva”... – credeva in ciò che la religione affermava.
 “Ma...”
 “Lasciamo perdere questo argomento,” disse Ray. “Per favore.”
 Nel matrimonio, come in qualsiasi altra relazione intima, esistono i pozzi senza fondo.
 O forse i campi minati.
 Quando vivi e ti muovi al loro interno, non puoi sgarrare. Non sono ammessi errori.
 Non si può commettere uno sbaglio più di una volta – se si è fortunati.
 Per Ray, il pozzo senza fondo era stata la sua famiglia.
 Era un baratro immenso che, oltre alla famiglia, inglobava la religione, la Chiesa, 
l’Inferno... 
 Ray mi disse che fu sul punto di precipitare in un pozzo senza fondo, di sprofondare, di 
affogare. Era accaduto prima che io lo incontrassi.
 Cioè, da giovane moglie mi parve di capire questo.
 Allora ebbi l’impressione che Ray fosse riuscito a evitare il pozzo senza fondo, pagando
un prezzo altissimo sul piano emotivo e psicologico. Non ottenni mai una conferma della mia 
teoria, visto che non potevo chiederla a lui – allo stesso modo, non gli domandai mai spiegazioni sul
comportamento del padre. Era una situazione analoga a quella di una pallottola che si ferma troppo 
vicino alla spina dorsale o nel cranio: un intervento per rimuoverla è troppo rischioso.
 Raccontando queste vicende, penso di tradire Ray, in qualche modo. Tuttavia, se non le 
descrivessi, forse non mi sentirei pienamente onesta.
 E, se non fosse basato sulla sincerità e sull’onestà, questo memoir non avrebbe alcuna 
ragione d’essere: d’altronde, non esiste nessun motivo valido per dichiarare un amore infedele.
 Per anni, Ray e io abbiamo vissuto ignorando il suo passato – un tempo sempre più 
lontano. Ma, all’inizio del nostro matrimonio, quel periodo era abbastanza vicino e accadeva che 
scivolasse nel presente, visto che i genitori di mio marito erano ancora vivi. (La madre di Ray visse 
ben oltre i novant’anni; all’epoca della morte, era vedova da quarant’anni.)
 Come deve porsi una giovane moglie nei confronti della famiglia del marito? Se il 
coniuge è in buoni rapporti con i genitori, non c’è alcun problema. In caso contrario, invece, 
inevitabilmente si presentano delle incognite.
 Mi sento particolarmente a disagio quando devo muovere una critica verso qualcuno. 
Non sono una credulona, e tuttavia non voglio essere – o anche solo apparire – una persona 
sprezzante, scettica, indifferente o irrispettosa verso le convinzioni altrui. Specialmente verso i 
convincimenti religiosi vissuti con fervore.
 Ecco perché, sulle vicende della famiglia di Ray, allora mi astenni da qualsiasi 
commento. Non insistetti né presi posizione sul fatto che il padre di mio marito si credesse davvero 
responsabile – di fronte a Dio? – dell’allontanamento del figlio dalla Chiesa cattolica. Al limite, 
potevo essere stupita, sinceramente stupita.
 Come disse Ray: “Lasciamo perdere...”
 Ci fu un altro fatto sul quale riflettei a lungo. Avvenne poco tempo dopo l’inizio della 
nostra relazione, quando a Madison, ci vedevamo ogni sera, eccitati, cercando di svelare a noi stessi
ciò che, per timidezza, non avevamo neppure il coraggio di nominare: il nostro reciproco 
innamoramento. Durante un incontro, Ray mi aveva detto con voce esitante che sua sorella era stata
“ricoverata”.
 Un’autentica coincidenza, visto che anche mia sorella Lynn, di diciott’anni più giovane 
di me, era ricoverata in un istituto.
 I miei genitori furono obbligati a rinchiudere Lynn in una struttura specializzata all’età 
di undici anni, poiché affetta da una grave forma di autismo. Era diventata violenta, e minacciava 
mia madre. Fu un periodo straziante nella vita dei miei genitori: io avevo già lasciato la famiglia ed 
ero al college e, nell’economia degli affetti, la mia sorellina avrebbe dovuto essere quella che mi 
rimpiazzava.
 Forse Lynn era stata un incidente di percorso, una figlia concepita per sbaglio quando 
mia madre aveva già compiuto quarant’anni.
 Comunque, la sorella di Ray non era autistica. Dai suoi racconti, Carol non era una 
ragazza con un deficit mentale: era soltanto “irritabile”, “difficile”, “disobbediente”.
 Dei quattro figli della famiglia Smith, Carol era la ribelle che aveva reagito in modo 
assai duro al clima religioso che regnava in casa, rifiutandosi di seguire le regole imposte dai 
genitori.
 “Cioè?” domandai.
 “Be’, non si è mai comportata come una brava ragazza... Come una brava ragazza 
cattolica. Non è mai stata religiosa. Rispondeva, discuteva...”
 “E poi, cos’è successo?” chiesi.
 “È stata ricoverata. Aveva all’incirca undici anni. Come tua sorella. Per differenti 
motivi, però.”
 Oltre a ciò, Ray non aggiunse una parola. Poiché era un argomento che lo turbava, non 
volli assolutamente insistere.
 Qualche tempo dopo, conobbi il fratello minore di Ray: un tipo estremamente gentile 
ma reticente, che lavorò per tutta la vita in un ufficio delle poste di Milwaukee. Era una persona 
diversissima da mio marito, intellettualmente, caratterialmente e sotto ogni altro aspetto, tanto che 
nessuno avrebbe detto che fossero fratelli. Feci la conoscenza anche della sorella maggiore, che si 
era sposata e aveva lasciato Milwaukee, sottraendosi alla forte sfera d’influenza della famiglia già 
da anni. Ray ammirava Mary perché era riuscita a costruirsi una “vita normale” da sola.
 “Scappò. Carol non avrebbe potuto farlo.”
 Carol morì all’improvviso nella “residenza” in cui viveva dalle parti di Milwaukee, 
quando noi abitavamo già a Princeton. Ray parlò al telefono con il fratello e la sorella, ma non andò
al funerale – non so neanche se furono celebrate delle esequie. Comunque, non volle mai parlare 
della sua perdita.
 Dovrei specificare che “perdita” non è un termine del lessico di Ray – piuttosto 
appartiene a me.
 Quando mio marito morì, nella confusione di quei terribili giorni ho cercato invano 
l’indirizzo di Mary nella rubrica di Ray. Un funzionario della sezione per l’omologazione dei 
testamenti della corte della contea di Mercer mi aveva detto che avrei dovuto scrivere a tutti i 
parenti stretti del defunto per informarli della sua morte, in modo che – qualora lo desiderassero – 
potessero prendere visione del testamento: se avessero voluto impugnarlo per una qualsiasi ragione, 
avrebbero dovuto farlo immediatamente. Era una mia incombenza spedire una raccomandata ai 
consanguinei di mio marito, tuttavia non riuscii a trovare il recapito di Mary. Ricordo che, in preda 
alla disperazione, stavo frugando tra le carte di Ray nei cassetti della scrivania e nei vari 
raccoglitori, quando mi chiamò un giornalista del “New York Times”, per una questione del tutto 
diversa: approfittai dell’occasione per chiedergli di aiutarmi a trovare l’ineffabile “Mary Samolis”, 
che viveva da qualche parte in Massachusetts o, forse, in Connecticut. Alla fine, attraverso un’altra 
fonte, riuscii a scovare l’indirizzo di mia cognata e le scrissi, con un certo ritardo.
 Rimase tremendamente scioccata nell’apprendere la notizia che Ray era morto così 
all’improvviso! (Il loro fratello minore, Bob, era scomparso alcuni anni prima.)
 L’altro giorno, mentre ero in giardino e sfogliavo le pagine costellate di ditate della 
rubrica di Ray, ho ritrovato l’indirizzo e i recapiti di Mary – erano sempre stati lì.
 Negli ultimi tempi, spesso mi è capitato di scoprire all’improvviso cose che non ero 
riuscita a trovare: cose che magari avevo avuto sotto gli occhi, e che tuttavia, chissà come, mi era 
stato impossibile vedere. È una situazione nuova, per me. Proprio come questo... stordimento.
 Mi sovviene il volgare biglietto lasciato sotto un tergicristallo della nostra macchina: 
IMPARA A PARCHEGGIARE, STUPIDA TROIA. Questa fu la prima indicazione che avevo 
perso la lucidità di pensiero e che avevo smesso di comportarmi in modo normale. La prima 
indicazione che mi arrivava dal mondo esterno – un mondo al quale non importava niente di me, o 
di Ray – e che mi diceva che stavo per entrare in una nuova fase della mia vita, dalla quale non 
potrò ritornare mai più.
 Fazzolettini usati, zuppi, appallottolati: li ho buttati io sul tappeto accanto al letto. 
 
 77

 Il giardino
 Di sicuro, il giardino di Ray è un pozzo senza fondo. E, altrettanto di sicuro, 
commetterei un terribile errore se camminassi al suo interno.
 Eppure sto già aprendo il cancelletto per entrare. Un’ondata di commozione mi assale: 
penso che potrei svenire. L’ultima volta che Ray e io siamo stati qui insieme era autunno: oh, era 
differente il giardino, allora, e assai diverse le nostre vite...
 Ci sono le sedie da esterno che avevamo portato per crogiolarci al sole e mangiare qui. 
Ray s’era quasi emozionato quando gli avevo fatto la proposta: il giardino era sempre stato il suo 
regno e, quando gli comunicai la mia idea, fu molto felice.
 Eravamo in giardino e stavamo chiacchierando; i gatti – Reynard e Cherie – erano 
subito arrivati, ignorandosi bellamente.
 Mi piace pensare che Ray fosse molto felice in quelle occasioni. Che non pensasse alla 
“Ontario Review” e alla casa editrice, alle questioni finanziarie e alle tasse, alla “gestione” della 
casa e della proprietà – che poteva essere considerata un’occupazione a tempo pieno.
 Se lo spirito di Ray è da qualche parte, credo che dimori qui. 
 È penoso vedere quanto l’inverno abbia rovinato il giardino. Le tempeste hanno infierito
sugli alberi e sui cespugli, spargendo frammenti di corteccia e rami tutt’intorno. Sto cercando di 
ricordare dove siano le calendole e le zinnie di Ray ma, in questa devastazione, non riesco a 
scorgere neppure un accenno dei loro vividi colori. Scorze ammaccate e frutti spaccati sono tutto 
ciò che rimane delle zucche. Alcuni pomodori invernali pendono fradici e vizzi – simili a nervi 
consunti – dalle piante sorrette dai paletti. Sulla rete metallica della recinzione, vedo un intrico di 
rampicanti di cetriolo dell’anno scorso.
 In mezzo a quello scempio, scorgo alcune punte di verde: sono germogli, non erbacce 
infestanti, e appartengono a quella che mio marito chiamava “vegetazione spontanea”. Non credo 
che questa definizione sia particolarmente appropriata, visto che si tratta di pianticelle di fiori 
sopravvissute ai rigori invernali che ritornano alla vita in uno scenario desolato. Non riesco a capire 
a quale specie appartengano, e soltanto più tardi scoprirò che si tratta di garofani dei poeti a 
mazzetti.
 Naturalmente, i convolvoli si ripresentano ogni anno con le loro corolle azzurro pallido 
e bianche: devo averli piantati io stessa, diversi anni fa – non ero un’estranea nel giardino di Ray: 
anzi, lo amavo.
 Questo è il periodo dell’anno in cui mio marito vangava e zappava il giardino, 
rivoltando e frantumando la terra dura e compatta, in modo che fosse pronta ad accogliere le nuove 
sementi. Dapprima seminava la lattuga, la rucola, il basilico, e mi chiedeva, speranzoso: “Perché 
non vieni con me da Kale’s?” Nel mio studio, seduta alla scrivania, io rispondevo, mormorando: “Ti
ringrazio dell’invito, ma ho da fare con...”
 Troppo tardi, adesso. Quell’insulso “da fare” si è diffuso come un gas venefico e 
ammorba tutta la mia vita.
 Ora, nel maggio 2008, posso soltanto lasciare che il giardino di Ray diventi un coacervo
di sterpaglie; oppure, in alternativa, adoperarmi per realizzare un mio giardino – una scelta che mi 
sembra altrettanto indesiderabile.
 Quando un giardiniere appassionato muore, i famigliari devono sempre compiere questa
scelta. Ecco perché, in molte occasioni, si vedono terreni infestati da erbacce laddove c’erano 
giardini rigogliosi: è difficile trovare qualcuno che voglia accettare la sfida di mantenere vivi e 
splendenti i fiori e le piante del defunto.
 Quando ci siamo trasferiti in questa casa, il giardino non era curato. Aveva una 
recinzione alta quasi due metri, che Ray si era premurato di sistemare e rinforzare. Non era una 
barriera dall’aspetto particolarmente solido, ma serviva a evitare l’intrusione dei cervi. Penso: ‘No, 
non ce la farei proprio. Non posso dedicarmi al giardino. Non saprei cosa fare. Inoltre, non sono 
abbastanza robusta e non posso disporre del tempo necessario. Forse questo sarà un altro sbaglio 
postumo del quale mi pentirò.’
 Esiste un’alternativa, però: pagare qualcuno che se ne occupi. Ma sarebbe una cosa 
davvero triste. Disperata.
 Una volta, volendo fare uno scherzo a Ray, ho comprato una splendida zucca e l’ho 
sistemata tra le grosse foglie delle cucurbitacee sul fondo del giardino. Era un periodo nel quale un 
nugolo di tremendi parassiti aveva aggredito le piante di zucche di mio marito, i cui frutti 
avvizzivano non appena iniziavano a ingrossare. Ecco perché avevo piazzato quel magnifico 
esemplare a forma di ghianda laggiù.
 “Guarda che spettacolo!” disse Ray, arrivando in cucina con la zucca.
 Ero scoppiata a ridere, e mio marito aveva capito.
 “Non è affatto divertente,” disse, aggrottando le sopracciglia.
 In effetti, appariva piuttosto risentito. Comunque, alla fine, riuscì a riderne anche lui.
 Adesso gli scherzi sono finiti! Questo è un ricordo agrodolce.
 Penso che, davvero, non ho scelta. Non posso lasciare che il giardino di Ray si tramuti 
in un intrico di sterpaglie: sarebbe troppo doloroso. E, di sicuro, qualcuno dei nostri amici 
proverebbe un certo risentimento.
 Infatti, diverse persone si sono offerte di venire qui per aiutarmi a curare “il giardino di 
Ray” – sarà sempre “il giardino di Ray”, sia che venga mantenuto o dismesso.
 E così mi ritrovo in macchina, diretta al vivaio di Kale’s. È una decisione improvvisa e 
impetuosa, della quale spero di non pentirmi. A Millersport, nel piccolo orto-frutteto della nostra 
fattoria, aiutavo mia madre a badare alle aiuole delle verdure e alle coltivazioni di fragole, e mi 
occupavo delle galline: le nutrivo, raccoglievo le uova, pulivo le stie maleodoranti – in realtà, non 
sono mai stata versata per la vita campagnola, per la matematica o per il canto lirico: mi manca un 
gene, forse.
 Da Kale’s acquisterò soltanto piante perenni – Ray privilegiava le specie annuali. Ne 
comprerò di resistenti quanto le erbacce, fiori che sboccino per gran parte dell’estate – qualsiasi 
cosa che richieda un impegno assai limitato e che sopravviva facilmente.
 In questo modo, senza alcuna volontà meditata e forse in contrasto con il proprio 
temperamento, la Vedova ha preso una decisione assai buona – è davvero una scelta brillante. 
Anziché vagare per la casa come un fantasma, sempre sul punto di precipitare nel baratro della 
depressione, la Vedova si prenderà cura del giardino abbandonato del marito, anche se lo 
coltiverà in modo diverso: resistenti piante perenni e non piante annuali delicate, fiori e non 
verdure, cespuglietti di lavanda russa (una specie assai robusta, che cresce in fretta), gialle 
margherite australiane e margherite di campo, malve e liliacee hosta, salvia, emerocallidi, peonie. 
Ingenuamente, la Vedova ha previsto di andare al vivaio un paio di volte al massimo, invece vi 
tornerà molte volte durante l’estate. Quando le è stato chiesto se fosse una cliente registrata del 
negozio – la registrazione dà diritto a uno sconto del dieci per cento sugli acquisti –, la Vedova ha 
risposto che... sì, suo marito è un cliente registrato: “Raymond Smith, 9 Honey Brook Drive.” 
 
 78

 Il pellegrinaggio 
 Ora comincio a capire: questo memoir è un pellegrinaggio.
 Tutti i memoriali sono viaggi, investigazioni; alcuni si configurano come pellegrinaggi.
 Parti dal punto “A” per arrivare al punto “Z”. Dovrai arrivare alla fine, in qualche modo.
 All’inizio, nel confuso incubo diurno/notturno successivo alla morte di Ray, lo spazio 
(familiare) in cui mi muovevo era diventato terrificante – non-familiare. Anche la casa in cui 
vivevo, la “nostra” casa, si era trasformata in un ambiente infido, pericoloso, persino orrido: talvolta
lo è ancora e anch’essa mi appare “non-familiare”.
 Il suo significato originario si è stemperato, è scomparso pian piano, proprio come un 
colore che viene sbiancato dal sole.
 L’umanità di un individuo deriva dal vivere un’esistenza che abbia un senso. Vivere 
un’esistenza priva di senso significa essere un soggetto subumano, un’entità che ha subito un danno
irreversibile in un’area del cervello preposta al controllo del linguaggio, delle emozioni, della 
memoria.
 Nei primi giorni/settimane/mesi della sua nuova vita postuma, la vedova è costretta a 
vivere un’esistenza priva di senso, come in un’ontologica commedia degli orrori in cui sembra che 
gli altri stiano recitando sulla base di dettagliati copioni: sono attori che si muovono all’interno di 
un’elaborata trama insondabile, mentre lei – la vedova, quella che ha accusato una perdita 
irrevocabile, simile all’amputazione di un braccio, all’enucleazione di un occhio, o alla demenza 
senile – deve arrancare tra le scene, poiché ha smarrito ogni collegamento vitale con ciò che la 
circonda, con il significato della rappresentazione. Perché?
 Perché? È la domanda che viene posta soltanto dalla miserabile, infelice, improbabile, 
interdetta, esasperata, svenevole, afflitta anima nerofangosa che si muove ai margini di una 
luminosissima commedia sociale.
 Perché? La domanda che, qualora sia tu a farla, rivela che sei una persona ferita e 
disturbata: una persona che rivolge il potentissimo fascio di luce di una torcia elettrica sul proprio 
viso contorto.
 Perché? La domanda che non ha risposta.
 Perché ti sei innamorata di quel tipo?
 Perché non ti sei innamorata di qualcuno che non ti interessava?
 Perché lui/lei ha ricambiato il tuo amore? Forse lui/lei non ti conosceva come ti 
conosci tu.
 Perché lui/lei non è stato in grado di conoscerti davvero? Forse hai fatto in modo di 
celare il tuo vero “io” ai suoi occhi. E per quale motivo?
 E perché credi – sì, lo credi di sicuro – di sapere chi è la persona della quale ti sei 
innamorata?
 Queste sono tutte evenienze che spaventano la vedova. 
 Sono eventualità alle quali non vuole assolutamente pensare.
 Perdere il proprio marito è sufficientemente rovinoso e, di certo, non riuscirebbe a 
sopportare il tremendo dolore derivante dal fatto di accorgersi che forse avrebbe potuto non 
conoscerlo in modo profondo e intimo.
 Questi pensieri mi assalgono solo nel giardino di Ray: non mi tormentano quando sono 
altrove – no, soltanto nel giardino del mio defunto marito.
 Ho ingaggiato un uomo per dissodare il terreno, come Ray faceva ogni anno in questo 
periodo. Comunque, ho deciso di cominciare a sarchiare, zappettare, rastrellare: mi sono infilata i 
vecchi guanti da lavoro di mio marito e... via! Adesso sto usando i suoi attrezzi; tra poco 
impugnerò la sua canna per bagnare, ammesso che riesca ad attaccarla al rubinetto sul retro della 
casa, dove c’è un mucchio disordinato di stanghe e bacchette che usava per sostenere le piante di 
pomodoro.
 Penso che Ray sarebbe orgoglioso di sapere che sto lavorando in giardino. Penserebbe: 
‘Sono stato così felice lì! Mi piacerebbe davvero esserle accanto, in questo momento!’
 In un angolo, in cima a un paletto, c’è la casetta per gli uccelli vittoriana dai colori 
accesi: è piuttosto malconcia e sghemba a causa dei rigori e delle tempeste dell’inverno. Se ci fosse 
Ray, si premurerebbe di fissare il sostegno nel terreno; io, invece, penso di non essere capace. Mi 
limiterò ad appoggiare la casetta in cima a un palo del recinto, sperando che non cada.
 La recinzione è ricoperta di rampicanti, di convolvoli e dei resti contorti e secchi delle 
piante di cetriolo dell’anno passato. Alcuni rami sono caduti sul tetto del piccolo casotto degli 
attrezzi, ammaccando la lamiera. È davvero strano pensare che sono nel giardino di Ray senza di 
lui: è come se qualcuno si trovasse nel mio studio, seduto alla scrivania, a frugare tra le mie carte, e 
io non fossi lì.
 L’assenza è particolarmente terribile: la perdita definitiva, impensabile.
 Penso: ‘Se lo spirito di Ray dev’essere da qualche parte, allora è qui.’
 Al vivaio, ho comprato delle piante: credo di aver ecceduto. Mi duole la testa al 
pensiero di dover scavare un’infinità di buche, togliere le piante dai vasi e metterle a dimora, 
pressando leggermente la terra tutt’intorno. E poi iniziare ad annaffiare. Ray mi direbbe: “Piàntane 
quante riesci, oggi. Le altre aspetteranno al sicuro. L’importante è che tu le bagni.”
 Ho vissuto un momento d’angoscia, da Kale’s, quando il cassiere ha cercato nel 
computer il nome di RAYMOND SMITH. Per un attimo, ho temuto che mi dicesse: “Mah, qui non 
c’è nessun Raymond Smith. Mi spiace.”
 Ray diceva: “Quando si estrae una pianta dal vaso, bisogna sempre tagliare le barbe che 
fuoriescono dal blocco di terra, che dev’essere sbriciolato, affinché le radici possano respirare.” Ho 
detto che non conosco alcun rudimento del giardinaggio, eppure – non so come né perché – questa è
una cosa che ricordo.
 Ray diceva anche: “La buca dev’essere abbastanza profondo: non troppo, però. È 
indispensabile assicurarsi che l’acqua arrivi alle radici, ma senza farle marcire.” 
 Se una vedova è sincera riguardo ai suoi sentimenti, riconoscerà che, dopo la morte del 
marito, ha temuto di apprendere qualcosa di lui che non sapeva – qualcosa che, all’improvviso, le 
hanno sbattuto in faccia. A quel punto, è stata assalita dal dubbio di non averlo conosciuto in modo 
profondo e intimo o, se ciò è avvenuto, di essere all’oscuro di cose che altri sanno.
 Infatti, in alcuni casi l’intimità può rendere ciechi: quanto più si è vicini a una persona, 
tanto meno si riesce a vedere.
 D’altronde, in tutti noi – o, perlomeno, in molti di noi – c’è qualcosa di inconoscibile, di
inaccessibile. Una caparbia, intrattabile, intransigente alterità.
 Perché Ray parlava con grande riluttanza di suo padre e, quando lo faceva, le sue labbra 
si torcevano in una smorfia strana, risentita, amara? Perché si scostava da me quando cercavo di 
avvicinarmi di più a lui? Sono misteri che scaturiscono dall’alterità.
 Una moglie deve rispettare l’alterità del marito: deve accettarla, giacché le è 
impossibile conoscerlo totalmente.
 Penso a tutto questo mentre scavo, sarchio e rastrello, con le mani protette dai vecchi 
guanti sporchi di mio marito – ho orrore delle vesciche. Nelle mie riflessioni cerco una spiegazione,
un indizio o una conclusione che voglio assolutamente trovare. Quando si è schiavi di farmaci 
psicotropici, si è alla costante ricerca di un elemento chiarificatore: ci si sforza di squarciare un 
velo, proprio come un uccello si dibatte per liberarsi della rete che lo imprigiona. Mi muovo, mi 
agito, faccio due cose contemporaneamente: lavoro nel giardino di Ray per salvarlo dalle erbacce e 
creo un nuovo giardino in sua memoria – lavoro con le mani, con la schiena e con le gambe per 
trasformare il terreno, e penso. Sì, lavoro e penso, sebbene i miei pensieri attuali – come ho detto – 
appartengono soltanto a questo luogo, e mi sarebbe impossibile formularli persino nel letto, nel 
nido. Questo genere di pensieri si manifesta con il lavoro in giardino, dove alcune aree del mio 
cervello si eccitano, vivono una condizione particolare.
 Credo che tutto questo mi porterà a leggere Messa nera.
 In queste settimane, in questi mesi, ho provato una sorta di paura al solo pensiero di 
affrontare quel testo. Il manoscritto del romanzo di Ray mi aspetta. Mi procurerà dei dispiaceri? 
Sarebbe meglio che lo riponessi in un cassetto e decidessi di non aprirlo mai più? Racconta la vita 
segreta di Ray, quella che non intendeva confessare a nessuno? E tuttavia, se fosse così, perché 
mio marito non ha distrutto il manoscritto tanto tempo fa? Si è dimenticato di farlo? Oppure ha 
deciso di fregarsene? O magari voleva che lo leggessi, prima o poi? È davvero arrivato quel 
tempo? Io sono l’esecutrice testamentaria di mio marito, di conseguenza... 
 
 79

 “Avevate un aspetto così felice”
 Ray e io ci trasferimmo a Windsor, in Ontario, nell’estate del 1968, andando ad abitare 
in una bianca casa in mattoni in Riverside Drive East, sul fiume Detroit, di fronte a Belle Isle. 
Entrambi insegnavamo all’università, e ogni giorno – ogni pomeriggio – facevamo lunghe 
passeggiate su una collina che costeggia il fiume, o per le strade alberate dei quartieri residenziali 
vicino a Riverside, a diversi chilometri dall’ateneo. Talvolta prendevamo la macchina e ci 
dirigevamo a sud, fiancheggiando il Detroit fino al lago Erie e a Point Pelee Park.
 (Sto guardando una serie di fotografie scattate allora: campi di grano autunnali nei 
pressi di Amherstburg, cieli azzurri e tersi, file ordinate di monconi di granoturco mietuto – mi 
spezza il cuore la vista di queste scene assolutamente normali... Mi chiedo: ‘Queste foto le ho 
scattate io? Guidava Ray? Di cosa parlavamo in quel momento? Ci eravamo fermati a mangiare da 
qualche parte in riva al lago? Che cosa ci aspettava al rientro a casa? Quali erano le nostre 
preoccupazioni in quel periodo?’)
 Ricordo una donna conosciuta a Windsor, che aveva all’incirca la mia età, o forse era 
più giovane: era la moglie di un collega del dipartimento di inglese, malato di sclerosi multipla. 
Quando le sue condizioni si erano aggravate, aveva dovuto inevitabilmente usare una sedia a 
rotelle; poi era avvenuto un ulteriore peggioramento, ed era stato obbligato a smettere di insegnare: 
a quel punto, pian piano era uscito dalle nostre vite e dalla memoria degli studenti. Quando la 
moglie mi incontrava durante le riunioni del corpo insegnante, mi guardava in modo strano – non 
erano certo sguardi ostili, ma neppure amichevoli –, e io mi sentivo a disagio e cercavo di evitarla. 
Nel giro di qualche anno, il marito morì: era molto giovane, aveva poco più di trent’anni.
 Alla cerimonia di commemorazione all’università, vidi la moglie – la vedova – 
circondata dagli amici: mi stava fissando con un sorriso fiero, ma appena accennato. Quando mi 
avvicinai per farle le condoglianze, mi disse che aveva visto Ray e me passeggiare sul lungofiume, 
tenendoci per mano. Aggiunse: “Avevate un aspetto così felice.”
 Era una specie di accusa, un rimprovero, quel fiero sorriso di vedova, appena accennato.
 Allora non riuscii a capirlo. Ora so che cosa significava.
 
 80

 Messa nera I
 Di fronte a me, sul piano della scrivania, c’è una cartelletta malconcia con il manoscritto
del romanzo incompiuto di Ray.
 Molti anni fa, mio marito mi aveva fatto leggere alcune parti. Solo qualche capitolo, di 
cui ho un vago ricordo. Successivamente, quando abitavamo a Windsor, Ray aveva ripreso il testo, 
senza però mostrarmi niente: d’altronde, l’argomento Messa nera non era tra quelli che volesse 
discutere con me, al pari di molti altri.
 Una volta, mi capitò di sentire Ray che parlava a un amico del mestiere di editor: 
secondo lui, era assai diverso da quello dello scrittore – “Nessuno s’è mai ucciso per l’‘editing’!”.
 Questo manoscritto malconcio e fittamente annotato non racconta la vita adulta di Ray. 
Messa nera è scritto da un giovane di poco più di vent’anni che non ho mai conosciuto: un 
intellettuale, una persona molto intelligente e tuttavia insicura, angustiata da problemi famigliari, 
turbata dalla religione – un cattolico “non praticante” che non riusciva a gestire e ad apprezzare la 
sua nuova libertà di non credere.
 Per un cattolico che proviene da una famiglia devota, i problemi non derivano soltanto 
dalla perdita della fede, ma anche dalle pressioni emotive dei famigliari, i quali insistono affinché, 
in pubblico, finga di essere un credente.
 Ogni domenica, i cattolici vanno a messa e, magari, si comunicano.
 Quasi tutte le religioni prevedono dei riti. Allorché la partecipazione a uno di essi è 
vissuta in modo comunitario dai membri di una famiglia, l’allontanamento volontario collide con il 
desiderio di non sconvolgere, di non mancare di rispetto, di non schierarsi contro i famigliari.
 Ovviamente, i genitori di Ray avevano mandato tutti i figli alla scuola parrocchiale. 
“Affidatemi un bambino prima che abbia compiuto sette anni, e lo avrò per tutta la vita” è 
un’affermazione, priva di ironia, che ispira e guida ogni gesuita.
 Ray mi aveva raccontato di essere stato un ragazzino assai impressionabile. E così 
probabilmente credeva a tutto ciò che gli adulti gli dicevano, dall’alto della loro autorità. A quei 
tempi, la Chiesa si reggeva su una regola ferrea: l’assoluta obbedienza dei fedeli al dettato del prete,
del vescovo, dell’arcivescovo, del cardinale, del papa. Ai giovani cattolici veniva insegnato che 
anche le mancanze più lievi e banali (per esempio, prima che le disposizioni ecclesiastiche 
venissero sottoposte a revisione: mangiare carne il venerdì; rompere il digiuno prima della 
comunione, lasciando che anche solo un fiocco di neve si sciogliesse sulle labbra; un qualsivoglia 
controllo delle nascite) potevano costituire una colpa grave, che avrebbe condannato all’Inferno il 
peccatore.
 I peccati veniali spedivano al Purgatorio, per un periodo non quantificato; i peccati 
mortali mandavano all’Inferno, per sempre.
 La Chiesa insegnava che c’era sempre una strada che conduceva fuori dal Purgatorio. 
Era come salire dei ripidi gradini fino a raggiungere la cima di una montagna: sarebbe occorso del 
tempo – magari molto – ma, alla fine, era possibile uscirne.
 La famiglia poteva aiutare il peccatore pregando la Vergine per la sua salvezza, o 
facendo celebrare messe per la redenzione della sua anima.
 Dentro la camicia di forza dell’assurda legge canonica, la Chiesa è – per tradizione – 
curiosamente “flessibile”, per non dire “stravagante”. Il fatto che i preti dopo la morte di un 
individuo preghino per il defunto rappresenta una pratica degna del miglior lobbismo, poiché si 
verifica immancabilmente un passaggio di denaro verso coloro che incarnano l’autorità. La Vergine 
Maria è la dolce, femminina e materna figura alla quale si rivolgono le preghiere affinché interceda 
presso la severa, mascolina e paterna figura di Dio. All’epoca della gioventù di Ray, i cattolici 
credevano che l’intervento della Madonna poteva accorciare la permanenza in Purgatorio di un 
peccatore, spalancandogli le porte del Paradiso, anche se il Signore aveva deciso di tenerlo laggiù 
per molto tempo – in poche parole, era una via che portava a una porta sul retro.
 Da qui, il termine usato nel football americano, incomprensibile per i non-cattolici, Hail
Mary Pass – il “Passaggio dell’‘Ave Maria’”: un lancio lunghissimo, dettato principalmente dalla 
disperazione, con scarse possibilità di successo.
 L’“Ave Maria” è la preghiera rivolta esclusivamente alla Madonna: “Ave Maria, piena 
di grazia, il Signore è con Te. Tu sei benedetta fra le donne, e benedetto è il frutto del Tuo seno, 
Gesù...”
 Quante volte ho sentito Ray mormorare questa preghiera? Centinaia? Migliaia? E 
quante volte l’ho visto farsi il segno della croce: toccare con le dita la fronte, lo sterno, la spalla 
sinistra e poi quella destra?
 Era un gesto rituale che si era impresso profondamente nel suo codice comportamentale:
molto più profondamente di qualsiasi altra cosa che condizioni la vita “consapevole” di un cattolico.
 Il Purgatorio non è differente dalla vita: è assimilabile a un’esistenza con una condanna 
da scontare, con una colpa dalla quale ci si può redimere. L’Inferno è qualcosa di totalmente 
diverso.
 Non esiste una strada che conduca fuori dall’Inferno. La famiglia non ha alcuna 
possibilità di soccorrere il peccatore. Non ci sono né preghiere né messe che possono aiutarlo a 
uscire: l’Inferno è per sempre!
 E laggiù si soffrono tormenti inenarrabili, fisici e spirituali.
 Al tempo in cui Ray frequentava la scuola parrocchiale, molti insegnamenti 
riguardavano la punizione dell’Inferno. Il Paradiso era un luogo di luce, descritto in modo vago, 
retto da Dio e popolato dagli angeli; l’Inferno, invece, era un posto dipinto con grande dovizia di 
dettagli, comandato dal Demonio e abitato dai diavoli.
 Ogni peccatore doveva aspettarsi di essere punito dal suo personale demonio.
 Per la descrizione delle sadiche punizioni inflitte ai peccatori si veda Il ritratto d’artista
da giovane di James Joyce, rammentando che, nonostante le espressioni di ripudio della Chiesa e il 
disprezzo mostrato verso simili “superstizioni primitive”, lo Stephen Dedalus di Joyce ammette di 
essere dispiaciuto per la presenza di una “realtà malevola” che riguarda ciò a cui egli non crede più.
 La maggior parte dei genitori cattolici sperava che almeno uno dei figli abbracciasse la 
vita religiosa e prendesse gli ordini: ovviamente anche il padre di Ray nutriva una simile 
aspettativa, e insisté affinché il giovane si facesse prete. Dopo essersi diplomato alla Marquette 
High School di Milwaukee – un istituto con un’ottima reputazione, retto dai gesuiti –, Ray entrò in 
un seminario della Compagnia di Gesù a diciott’anni.
 In alcune fotografie, il diciottenne Ray Smith dimostra assai meno della sua età – 
sembra che abbia quattordici o quindici anni.
 Non so che cosa accadde in seminario: mio marito fu sempre restio a parlarmene e, 
quando lo fece, si mantenne sul vago – “Le cose non funzionavano. Mi sono ritirato dopo pochi 
mesi”.
 I sentimenti di Ray riguardo alla Chiesa, che coinvolgevano l’infanzia e la giovinezza 
trascorse a Milwaukee, erano molto complessi. Una moglie più aggressiva – forse una coetanea – 
magari sarebbe riuscita a ottenere racconti più dettagliati e più lunghi, che avrebbero sicuramente 
toccato anche i suoi sentimenti verso i genitori; una moglie più aggressiva magari sarebbe riuscita a 
conoscere meglio la sua famiglia.
 Ray ha intrecciato uno splendido rapporto con i miei genitori, come se fossero dei 
consanguinei, mentre io ho conosciuto appena i suoi. Non mi incoraggiò mai ad avvicinarmi a loro, 
e andammo a Milwaukee di rado.
 I miei pochi ricordi dei genitori di Ray sono piacevoli. Quando vedevo mio marito con 
la sua famiglia – suo padre, sua madre, suo fratello Bob: allora Mary se n’era già andata –, scoprivo 
aspetti sconosciuti dell’uomo che amavo: lì, era un figlio, un fratello. Non mi sentivo defraudata di 
qualcosa: a differenza di molte giovani mogli, non temevo che la mia importanza nella vita di Ray 
fosse minore rispetto a quella della sua famiglia.
 Dopo la nostra prima visita a Milwaukee, mi disse: “Hai visto come ti guardava mia 
madre? Come ti sorrideva. Non smetteva di toccarti...” Era un’attenzione che l’aveva riempito di 
gioia, e fui contenta che la volle condividere con me.
 È forse questo il motivo per cui mi sono sempre sentita legata alla madre di Ray, anche 
se la incontrai pochissime volte. Quando morì, in età molto avanzata – penso che avesse 
novantanove anni –, il modo nel quale la pianse mi confermò il fatto che non aveva mai avuto alcun
contrasto con lei.
 Man mano che cresceva, mio marito incominciò ad assomigliare al padre, Raymond 
Joseph Smith, dal quale aveva preso il nome – era qualcosa di misterioso, di inquietante. Dapprima, 
iniziò a detestare le istantanee che lo ritraevano; poi si impuntò per essere lui a scattare le 
fotografie, in modo che non esistessero sue immagini.
 Nelle prime notti insonni dopo la morte di Ray, mentre giacevo stordita ed esausta a 
domandarmi cosa fosse accaduto – come la vittima di un terremoto o di un naufragio si chiede cos’è
capitato, senza minimamente considerare il dolore e la paura che la attanagliano e l’eventualità che 
quel terribile fenomeno si possa ripetere –, per qualche strana ragione mi ritrovavo spesso a pensare
a mio marito e a suo padre: li vedevo entrambi, i loro volti quasi si fondevano, e mi dicevo che Ray 
sembrava più vecchio di suo padre quando era morto, che Ray avrebbe dovuto perdonare il 
proprio genitore.
 Non avevo una chiara idea di cosa dovesse “perdonare”.
 Non mi sarei mai azzardata a condividere un simile pensiero con mio marito.
 Alla fine, sono riuscita a darmi una spiegazione: non soltanto Ray aveva sorpreso il 
padre che piangeva, ma si era sentito in colpa quando lui gli aveva detto che sarebbe stato 
biasimato, criticato e insultato per causa sua. A questo va aggiunto il fatto che detestava le preghiere
recitate ad alta voce in modo che gli altri fossero obbligati ad ascoltare – la giaculatoria “Gesù, 
Giuseppe e Maria” che il cattolico ripete per vincere le tentazioni o ottenere il perdono, per 
esempio.
 Quando una donna attraente compariva sul teleschermo, subito il padre di Ray attaccava
a mormorare “Gesù, Giuseppe e Maria...”, nella speranza di cancellare istantaneamente un 
indesiderato/peccaminoso pensiero sessuale.
 Per la religione cattolica, i pensieri impuri rappresentavano una colpa grave. Qualora la 
persona avesse omesso di confessarli al prete e si fosse accostata all’eucarestia, avrebbe commesso 
un peccato mortale e, se fosse morta in quella condizione, sarebbe finita all’Inferno per l’eternità.
 Sono davvero ridicoli questi dettami – per alcuni, almeno.
 Per altri, invece, risultano inoppugnabili, fondamentali. Bisogna considerare che la 
maggior parte della popolazione mondiale “è convinta” dell’esistenza di una forma di relazione 
personale con Dio – spesso punitiva. Il suolo del pianeta è intriso del sangue di individui morti per 
le loro credenze religiose e di persone uccise in nome della fede.
 Da giovane, il padre di Ray aveva combattuto nella prima guerra mondiale. Era un 
fervente cattolico fin dalla nascita e, tranne in caso di malattia, non aveva mai mancato di 
partecipare alla messa della domenica o delle feste comandate.
 Faceva il venditore di automobili a Milwaukee. Riuscì a lavorare anche durante la 
Grande Depressione. Mio marito diceva di lui: “Era un lavoratore indefesso. Lavorava sempre. 
Stava in concessionaria, passava ore al telefono. Non si è mai fermato. Si è logorato. La sua unica 
gioia era la Chiesa – e fare la comunione.”
 Se ben ricordo, Ray identificava il genitore solo con le parole “Mio padre”. Non 
rammento che si sia mai rivolto a lui con l’appellativo di “Papà”.
 Adesso penso di aver commesso un errore evitando di insistere affinché Ray si 
rappacificasse davvero con suo padre: a quanto pare, non mi sono mai soffermata a considerare 
questa possibilità. Con ogni probabilità, traevo un certo piacere dal fatto che mio marito fosse 
sentimentalmente lontano dalla sua famiglia e, quindi, avesse un rapporto più stretto con me.
 Invece vedevamo spesso i miei genitori, ed eravamo in ottimi rapporti con Carolina e 
Fred.
 Durante le riunioni di famiglia, ammiravo l’armonia che regnava tra Ray e i miei 
genitori: stavamo davvero bene insieme, sempre. Eravamo felici, e io avrei potuto persino pensare: 
‘Non ha bisogno di nessun altro, neppure della sua famiglia. Lui ha noi.’
 Era un’idea ingenua: il tipico pensiero di una giovane sposa, la gelosia di una persona 
che non è totalmente sicura di sé.
 Ora che è troppo tardi – un ritardo quantificabile in decenni –, sono dispiaciuta per tutto 
questo. Non so neppure se mio marito amasse o no il proprio genitore: di certo, era a disagio, 
imbarazzato, forse adirato, quando doveva relazionarsi con lui. Non so neppure se il padre di Ray 
fosse particolarmente scontento per il fatto che suo figlio vivesse tanto lontano e, di conseguenza, 
tornava a trovare i suoi genitori piuttosto di rado. Poi un giorno, verso la fine degli anni sessanta, il 
fratello di Ray telefonò per dire che il padre era morto. Andammo a Milwaukee: durante il funerale,
Ray appariva stordito, muto, perso nei suoi pensieri. Quali che fossero i suoi sentimenti, non li 
condivise con me.
 Ero giovane e ingenua, allora. Probabilmente ho pensato che Ray non fosse 
particolarmente afflitto per la morte del padre: d’altronde, non mi aveva quasi parlato di lui. 
Quando gli domandai come si sentiva, Ray fece spallucce e disse: “Bene. Va tutto bene” – era una 
risposta sensata.
 Di certo, un figlio ama sempre suo padre, al di là di quello che può sembrare. Le forme 
dell’amore filiale si presentano aggrovigliate e contorte come le radici di un albero gigantesco.
 Mi domando se adesso sarei in grado di chiedere a Ray di parlarmi di suo padre o della 
sua famiglia. Oserei farlo? Mi sentirei ancora avvilita di fronte all’inarcarsi delle sue sopracciglia 
che preludeva al cambio di argomento di conversazione?
 Come moglie, mi sono sempre sforzata di non scontentare mio marito. Ho sempre 
cercato di evitare le discussioni, ribattere seccamente o mostrarmi scontrosa. Il fatto di poter essere 
non amata mi sembrava un pericolo: un rischio che una moglie corre quando vuole imporre un 
confronto che il marito rifiuta.
 E ora, senza che ciò sia accaduto, eccomi non amata. Che strana acutezza mi conferisce 
questo pensiero: quella di un disinfettante versato su una ferita.
 Dalle annotazioni manoscritte di Ray:
 MESSA NERA. Titolo: doppio significato – messa da requiem e inversione satanica 
della messa. V. stava lavorando a una poesia con questo titolo quando si è suicidata. P. lo scopre 
nel suo diario... La poesia (incompleta) descrive il loro incontro sessuale nei termini della messa 
nera di una strega: è la proiezione ironica della colpa che V. immagina che lui provi... P. ha otto 
anni più di lei; è un professore e un prete...
 Il manoscritto di Messa nera è composto da circa un centinaio di pagine dattiloscritte 
con una numerazione irregolare. Nella cartelletta ci sono numerosi fogli con annotazioni e schemi 
dettagliati. Alcune pagine sono battute con inchiostro rosso, altre con inchiostro nero. Considerata 
l’età del manoscritto, i caratteri non appaiono particolarmente sbiaditi; un certo numero di paragrafi 
sono stati cancellati ribattendogli sopra lunghe file di “X”, e gli appunti a margine di essi risultano 
pressoché illeggibili.
 Leggendo le note di Ray, vengo sopraffatta da una sorta di trance. La battitura a 
interlinea singola conferisce alla sua scrittura un’aura d’intensità, d’urgenza. Mi sembra di ascoltare
mio marito che parla a se stesso, e la sensazione provata mi rimanda a qualcosa che avvertivo da 
ragazza quando, passeggiando in campagna, mi ritrovavo di fronte a un cartello con scritto 
VIETATO L’ACCESSO.
 I principali personaggi di Messa nera sono due: V. (Vanessa), una poetessa che può 
ricordare Sylvia Plath; e P. (Paul) che, qualora non si consideri la sua appartenenza al clero, può 
rimandare al giovane romanziere Ray Smith.
 La poetica di V. è genuina, espressa con voce personale... La scrittura le conferisce 
un’identità precisa, improntata allo sfogo psicologico. La protagonista guarda con l’occhio del 
poeta, assemblando continuamente versi nella sua testa – vuole “ordinare il mondo”. Conosce 
Paul in Wisconsin. Lo incontra in diverse occasioni: una di queste è la festa natalizia di un 
laureato, che manifesta un sincero interesse per le sue liriche e la incoraggia... 
 Che sia una coincidenza, soltanto un caso? Ray e io ci siamo conosciuti al party di uno 
studente laureato, non a Natale, bensì in ottobre. E forse è solo un’altra coincidenza il fatto che Paul
abbia otto anni più di Vanessa? Continuando nella lettura, emerge in modo chiaro che Paul è l’alter 
ego di Ray, il perno consapevole intorno al quale ruota il romanzo. La vicenda viene raccontata 
retrospettivamente, dopo la morte/suicidio di Vanessa, allorché Paul (che ha quarantun anni ed è un 
gesuita) ritorna col pensiero al rapporto amoroso al quale aveva posto fine – un rapporto che forse 
non era neppure stato consumato. La maggior parte delle annotazioni riguardano Paul.
 Paul proviene da una famiglia medio-borghese di Milwaukee ed è di madre irlandese. 
Il padre appare insoddisfatto per una vita gravata dal “fardello” costituito dalla moglie e dai 
figli... I doveri ecclesiastici di Paul si sono ridotti alla celebrazione della messa ogni mattina e alla
recita di passi del breviario – due incombenze che compie in modo meccanico... Crede che il suo 
impegno religioso abbia una ragione d’essere solo quando aiuta il prossimo... È uno dei “nuovi” 
preti. Quando Paul incontra Vanessa, la giovane è al quarto anno di università e sta lavorando 
alla tesi... Ritiene che quella ragazza sia migliore di tutti gli altri studenti che lavorano per il 
dottorato, e assume un atteggiamento protettivo nei suoi confronti. È contento di poter leggere le 
sue poesie e di fornire un certo contributo critico.
 Penso che anche questo coincida parzialmente con la nostra realtà: infatti, quando ci 
conoscemmo, Ray era quasi arrivato al termine del ciclo di studi e stava scrivendo la tesi. E 
parimenti si era offerto di leggere alcuni miei scritti – non poesie, ma testi narrativi –, tra i quali un 
racconto pubblicato su “Mademoiselle” quando avevo diciannove anni. In qualche modo, si 
dimostrava “protettivo” nei miei confronti...
 La componente immaginaria del personaggio di Paul è la carriera di accademico: dopo 
aver lasciato Madison, ottiene un incarico alla University of Detroit (!) e, in seguito, diventa preside
del dipartimento di inglese alla Fordham, un’università di New York gestita dalla Compagnia di 
Gesù. Vanessa, la poetessa problematica, si ritira dalla facoltà dopo aver fallito gli orali per il 
conseguimento del Master of Arts – mentalmente è troppo indipendente e brillante per dare agli 
esaminatori le risposte che si aspettano... (Di sicuro, si tratta di un’altra supposta coincidenza 
perché, anche se io ho superato gli orali per il M.A. nella primavera del 1961, i miei esaminatori 
[maschi e compiaciuti di sé] hanno cercato di rendermi le cose difficili, sconsigliandomi alla fine di 
studiare per ottenere il Ph.D.: è una faccenda che aveva fatto arrabbiare terribilmente Ray – molto 
più di me, visto che allora non avevo alcun interesse a proseguire nel severo e noioso cimento della 
scalata accademica.)
 Leggendo le annotazioni di Ray, mi sembra di udire la sua voce che si sofferma su mille
questioni – spesso l’autore s’interroga sulla soggettività dei personaggi, che per lui sono 
inevitabilmente “reali”, visto che appartengono al nostro mondo –, e sono davvero commossa. Mi 
appare chiarissimo che Paul è Ray: un Ray che aveva realizzato le aspirazioni del padre, entrando 
nell’élite dei religiosi cattolici, i gesuiti. (Tra gli ordini della Chiesa cattolica romana, la Compagnia
di Gesù può essere considerata una casta braminica. Anche se i gesuiti hanno fatto voto di povertà, 
castità e obbedienza, in una maniera piuttosto perversa tradizionalmente/storicamente hanno sempre
frequentato le classi sociali più elevate, sia in Europa sia negli Stati Uniti, esercitando un’influenza 
politica sproporzionata rispetto all’esiguità del loro numero. Tra gli amici gesuiti di Ray c’erano 
diversi miei colleghi della University of Detroit.) 
 Risulta evidente che la Chiesa ha sempre esercitato una forte attrazione verso mio 
marito, nonostante il rifiuto intellettuale di essa, e questo avvalora la tesi che Ray si identificasse 
appieno con Paul, attratto dalla giovane donna a dispetto dei suoi voti.
 L’elemento-chiave del romanzo è costituito dal rifiuto di Paul nei confronti di Vanessa, 
la quale sceglie di suicidarsi: non subito, bensì diversi anni più tardi. Nella storia, il presente è 
affidato alla messa da requiem che il colto gesuita celebra per l’ex amante, e alla sua tardiva presa 
di coscienza del sentimento che nutriva per lei. “Se potesse riportarla in vita, abbandonerebbe la 
Chiesa? Abbandonerebbe il suo stato sacerdotale?” A rispondere agli innumerevoli interrogativi, c’è
questa netta affermazione:
 Egli non ha lasciato il suo stato sacerdotale. Vanessa è morta.
 Nell’intenzione dell’autore, forse Paul e Vanessa dovrebbero rimandare ad Abelardo ed 
Eloisa, i fatali amanti della tradizione medioevale cristiana, le cui lettere Ray aveva letto con 
profonda commozione. Chiaramente, nel testo si può scorgere anche un parallelo con la vita e la 
precoce fine di Sylvia Plath, giacché Vanessa come la Plath si ammazza con il gas della cucina, in 
un appartamento in affitto a Londra. (Comunque va detto che, quando Ray lavorava a Messa nera 
alla fine degli anni cinquanta, la fama di Sylvia Plath era agli albori, e la complessità della sua 
storia, lungi dall’essere familiare, costituiva un severo ostacolo per una trasposizione romanzata.) 
Di certo, il personaggio di Paul è enormemente distante da Ted Hughes: la sua sessualità è molto 
più consapevole e più contrastata. È un cattolico intriso di sensi di colpa, di terrore per il peccato, 
proprio com’era mio marito durante l’adolescenza; quando cede al desiderio e prende Vanessa, in 
una sorta di ribaltamento rituale la condanna involontariamente a morte, al suicidio: “In quale 
misura P. è implicato nel suicidio di V.? L’ha incoraggiata a percorrere la strada della poesia, che
per lei era un’esperienza vivificante... Ma quando capisce che l’ama davvero, decide di non 
vederla più...” In un’annotazione alla fine della prima parte, Ray scrive: “Come posso gestire la 
faccenda del ‘diario’? Come fa P. a procurarselo? Rappresenta il punto di vista di V. e aiuta a 
definire il quadro degli ultimi giorni. Però non offre alcuna risposta esaustiva.”
 Oltre agli appunti dattiloscritti, ci sono dei fogli di bloc-notes – una dozzina – riempiti 
fittamente dalla scrittura di Ray: ospitano ventitré paragrafi numerati. Riesco a decifrare solo alcuni 
passi di quella grafia minuta e secca: mi sento confusa, disorientata, e mi dico che è davvero triste 
che mio marito abbia lavorato sodo al suo romanzo, che si sia dedicato con tanta cura ai personaggi 
– personaggi che devono aver dimorato nel suo intimo per anni –, senza arrivare a un risultato 
compiuto. Qua e là compaiono degli interrogativi: “Come viene riportata la voce di V.???? Per V. 
sarebbe troppo idealistico rinunciare a P.? Scomparire dalla vita di lui?”
 Ripensando a ciò che è accaduto, è straziante leggere la sinossi dettagliatissima del 
romanzo: ventisei capitoli identificati con nomi di località (“Londra”, “Madison”, “Madison”, 
“Londra”, “Detroit”, “Londra”, “New York”, “Londra” ecc.), inframmezzati da brani tratti dal 
diario della poetessa (“Vagabondaggio poetico nel Midwest”, “Passeggiata a mezzanotte sul George
Washington Bridge”, “Ultimi giorni prima del suicidio e ‘Messa nera’”), con le cronologie delle 
vite dei personaggi, il necrologio comparso sul “Sunday Times” in occasione della morte di 
Vanessa e molto altro ancora... Esiste anche un finale alternativo, in cui V. si limita a tentare il 
suicidio, e P. la raggiunge precipitosamente a Londra: “Come posso giustificare il fatto che P. 
compia questa scelta? È sufficiente descrivere l’arrivo trafelato a Londra? Spera che V. non abbia 
riportato alcun danno cerebrale e che guarisca? Si chiede se lei è dispiaciuta di essere rimasta viva.”
(Nessun punto di domanda nell’ultima frase.) Il romanzo comincia in medias res, con una pagina 
battuta fittamente, che presenta alcune parti cancellate: osservandole con attenzione, riesco in 
qualche modo a leggere. La prosa è piatta, diretta, disincantata, cronachistica, e ricorda la scrittura 
di Hemingway: è uno strumento impiegato per creare una tensione sub-testuale – il risultato, però, 
non deve aver soddisfatto l’autore perché, nel volgere di poche pagine, la struttura della scena 
cambia, la descrizione si dissolve, e il racconto riprende da una diversa prospettiva.
 Sorprendentemente, mi accorgo che Ray aveva scritto il resoconto di un sogno! In 
quelle frasi, scopro che il mio giovane marito utilizza stilemi lessicali che raramente ha usato nei 
suoi discorsi con me:
 SOGNO. Nel sogno ritornavo alla Marquette High School, dove erano presenti i miei 
compagni che avevano successivamente preso i voti (circa una dozzina). Era una sorta di riunione?
Indossavano abiti “civili”: giacche sportive dalle tinte sgargianti, completi con cravatta – 
ciascuna diversa, come se i colori identificassero personalità differenti... Ero seduto su un divano e
parlavo con un mio vecchio amico, sul quale ho modellato il personaggio di Jerry nel romanzo. 
Mentre lo osservavo, pensavo al modo per migliorare la descrizione delle sue caratteristiche: 
avvertivo un certo senso di colpa per quell’attenzione interessata. Dopo qualche momento, mi sono
alzato e ho iniziato a chiacchierare con padre Boyle, il mio professore di classe, che sembrava 
contento di vedermi. Gli parlavo come se fossi il Paul del mio romanzo, e gli raccontavo, tra le 
altre cose, che avevo preso i voti due anni prima. A differenza dei compagni, non ero vestito 
riccamente: non indossavo una giacca, bensì un pullover senza maniche, e anche la mia posizione 
(la mia funzione) era differente – chiaramente inferiore. Non so come debba essere interpretata 
questa sconcertante faccenda. Padre Boyle portava il tradizionale abito talare. In precedenza, 
avevo ricevuto un plico dall’ex preside, accompagnato da una lettera manoscritta: “Con l’invio di 
questo ‘Bollettino degli Alunni’, le chiedo anche di avere notizie di Raymond Smith.” (C’era un 
altro Raymond Smith nella mia classe, ma era morto.)
 Indubbiamente, il sogno si integra perfettamente col romanzo, il quale può essere 
considerato sia uno sforzo estemporaneo per arrivare a quella vocazione “più alta”, che avrebbe 
riempito di gioia mio padre (o i miei padri), sia un modo per mostrare gli elementi negativi di quel 
percorso. Paul rappresenta il mio alter ego: è quello che sarei diventato, se fossi entrato nella 
Compagnia di Gesù a diciannove anni, quando ebbi un crollo nervoso.
 Un “crollo nervoso”: è qualcosa che mi lascia stupefatta...
 In effetti, all’inizio della nostra frequentazione, Ray mi aveva raccontato qualcosa 
riguardo a un esaurimento nervoso sofferto una decina d’anni addietro: nelle nostre prime e intense 
conversazioni, affrontavamo argomenti dei quali non avremmo parlato mai più. Quindi, in un certo 
senso, ero a conoscenza dell’episodio, sebbene me ne fossi dimenticata.
 Comunque, ricordo che, nella classe di mio marito, c’era un altro Raymond Smith, che 
aveva preso i voti e, successivamente, era morto – il decesso era avvenuto in circostanze piuttosto 
misteriose in un convitto gesuita dell’Ohio. Ray mi aveva raccontato che lui e il suo omonimo si 
erano frequentati durante gli anni della scuola, seppure non fossero legati da un’amicizia 
particolarmente stretta. Tuttavia, quando padre Smith morì, all’epoca in cui Ray studiava a 
Madison, ne fu molto scosso. 
 Dopo i primi giorni della nostra relazione, Ray non aveva più parlato del suo “crollo”. 
Ricordo che, quando me l’aveva confessato, io gli avevo detto che non costituiva affatto un ostacolo
ai nostri sentimenti – la qual cosa, ovviamente, corrispondeva a verità. L’avevo baciato e 
rassicurato, dicendogli che quanto accaduto più di dieci anni prima non era assolutamente 
importante per me, e non avrebbe alterato il mio amore nei suoi confronti.
 Allo stesso modo, quando lo informai del mio “murmure cardiaco” – come mi piaceva 
definire la tachicardia –, Ray rispose che era impossibile che determinasse un cambiamento nel 
nostro splendido rapporto.
 In effetti, nei decenni passati insieme, né il “crollo nervoso” né il “murmure cardiaco” 
hanno causato un qualche sommovimento nel nostro matrimonio. Se ripenso ai gesti di franchezza, 
di fiducia e d’intimità che hanno caratterizzato gli esordi della nostra storia, riesco a trattenere a 
fatica le lacrime.
 Dalle annotazioni personali di Ray, vergate con un inchiostro blu ormai sbiadito, in uno 
stile che ricorda il libro del catechismo:
 “Quale funzione ha avuto il ‘crollo nervoso’?”
 Mi ha proiettato fuori dalla situazione in cui mi trovavo, dalla realtà confessionale, 
intrisa di terribili sensi di colpa. Mi ha allontanato dalle chiese, da tutto ciò che fosse religioso, 
dandomi la possibilità di vedere le cose in modo più obiettivo...
 “Come hai escogitato la soluzione del ‘crollo nervoso’?”
 Mi sono lasciato andare – poco cibo e poco sonno. Ho cominciato a perdere il ritmo 
dei miei compagni del college. Mi sono presentato impreparato a importanti verifiche di chimica. 
Ho riflettuto sulla pignoleria morale, sul digiuno di penitenza, sui cattivi pensieri ecc. Poi ho preso
a non andare a scuola...
 “Che cosa ne hai ricavato?”
 “Amore.” Una tresca con una giovane donna, in una casa di cura. Quell’esperienza mi
ha dato una ragione per vivere, qualcosa cui pensare – una nuova ossessione, per così dire. Lo 
psichiatra mi diceva che ero “affamato d’amore”. (Anche Paul era affamato d’amore?)
 Ho letto e riletto più volte queste parole: “Amore”, “Una tresca con una giovane donna, 
in una casa di cura”, “Lo psichiatra mi diceva che ero ‘affamato d’amore’”...
 Ray non me l’aveva mai detto. Era stato assai vago, allorché mi aveva parlato del suo 
“crollo nervoso” a diciannove anni: mi era sembrato imbarazzato e vergognoso, in qualche modo 
angosciato, come se temesse che potessi restare disgustata dalle sue parole. Non mi aveva 
raccontato praticamente nulla delle donne che aveva frequentato prima di incontrare me: mi ero 
fatta l’idea che non avesse mai avuto un’autentica “storia d’amore”, e che io fossi la prima 
donna/ragazza che amava...
 Naturalmente è qualcosa che non dovrebbe sorprendere: è pressoché scontato che un 
giovane di diciannove anni s’innamori, abbia una “storia d’amore”. Il fatto di apprendere tutto ciò 
adesso, molti anni dopo, quando Ray non c’è più, non dovrebbe crearmi alcun disagio, invece... 
‘Non me l’ha mai detto! Era il suo segreto. Era stato «affamato d’amore». E qualcun’altra 
gliel’aveva dato.’
 Cerco di riordinare i miei pensieri, di dare una struttura logica alla faccenda: quando ci 
conoscemmo a Madison, dieci anni dopo il “crollo”, Ray era una persona assai diversa e, 
ovviamente, aveva rotto con la giovane donna della casa di cura molto tempo prima. È ridicolo che 
io provi una gelosia retroattiva una mattina di maggio del 2008, leggendo di una vicenda accaduta 
nel 1949...
 Adesso mi sento come stordita. Da qualche momento, mi sto sforzando per ignorare un 
dolorino pungente – una sorta di scarica elettrica – tra le scapole, enfatizzata dalla postura: da ore, 
sono china sulla scrivania, a leggere le pagine di Messa nera battute fittamente a macchina. E sto 
cercando anche di scacciare le macule e i puntini che, come moscerini, si muovono nei miei occhi, 
rifugiandosi lentamente nell’angolo del campo visivo.
 Affamato d’amore. Nel maggio del 2008, io sono affamata d’amore, proprio come lo era
Ray nel 1949, al tempo del “crollo nervoso”.
 
 81

 Messa nera II
 “Perché non hai terminato il tuo romanzo, Ray?”
 “A un certo punto, l’ho accantonato e non l’ho più ripreso. Mi interessavano altre cose.”
 Così rispondeva Ray agli amici, sempre con un sorriso. Con queste parole replicava a 
chiunque sapesse che si era avventurato a scrivere un romanzo.
 Spesso aggiungeva: “Pubblicare una rivista è molto più gratificante. Ti porta a 
conoscere nuovi scrittori. Ogni numero rappresenta qualcosa di nuovo. Con la posta arrivano... È 
una sorpresa continua.”
 Queste frasi racchiudono le mutazioni del pensiero di Ray, avvenute con il passare del 
tempo. Se all’inizio desiderava diventare un narratore, negli anni settanta scelse di impiegare il suo 
acume e la sua creatività nel mondo editoriale. Era diventato uno splendido giardiniere sfruttando la
sua grande passione per il lavoro manuale – amava affondare le mani nella terra –, e si era 
comportato allo stesso modo nella professione di editor: era un’avventura sempre nuova lavorare 
con gli scrittori, svezzando e nutrendo i loro scritti e pubblicandoli. Molte delle sue amicizie più 
strette erano nate nell’ambito letterario e si erano consolidate attraverso un intenso scambio di 
lettere, telefonate e fax. Con la sua scrupolosità maniacale, che caratterizza quasi tutti gli allievi dei 
gesuiti, Ray era un redattore impareggiabile, che si sentiva in dovere di leggere più volte i testi – in 
manoscritto, in prima bozza e in prova di stampa.
 I redattori e i giardinieri sono degli inguaribili ottimisti: una persona che privilegia il 
senso tragico della vita non dovrebbe mai scegliere nessuna di quelle professioni. 
 Penso che mio marito abbia fatto bene ad accantonare l’idea di diventare uno scrittore. 
La scrupolosità da ex studente dei gesuiti, così importante nel lavoro editoriale, avrebbe 
rappresentato un handicap, qualora si fosse cimentato nella fiction – le qualità che lo rendevano un 
eccellente revisore, si sarebbero rivelate ossessive, logoranti e claustrofobiche per un narratore. Chi 
ha passato l’intera vita a scrivere è sempre piuttosto restio a sollecitare gli altri a intraprendere quel 
genere di attività e, allorché viene a conoscenza del fatto che Tizio o Caio hanno abbandonato l’idea
di “fare lo scrittore”, si sente sollevato.
 Il fatto che, per anni, Ray abbia lavorato sporadicamente a un unico romanzo, senza 
terminarlo, suggerisce che, malgrado la sua appassionata immedesimazione nel protagonista, non 
possedeva la rabbia e la disposizione d’animo dell’artista, che vuole assolutamente portare a 
compimento un progetto per poter proseguire nel suo cammino. Se è essenziale calarsi 
completamente in un’opera, è altrettanto fondamentale superarla e affrontare nuove prove. Venire 
fagocitati dal proprio lavoro è una cosa terribile: bisogna imparare a mettersi in salvo – è come 
fuggire lontano da un incendio furioso.
 Indubbiamente alcuni grandi scrittori sono stati fagocitati dal proprio lavoro, e magari 
non hanno provato alcuna gioia: l’esempio più eclatante è quello di James Joyce, il quale ha 
trascorso una decina d’anni della vita immerso nel Finnegans Wake, il suo libro monstre.
 In generale, però, lo scrittore deve preoccuparsi di non cadere in trance di fronte ai 
propri materiali, privandosi così di quella visione prospettica che serve a organizzarli. Nelle pagine 
frammentarie di Messa nera, appare evidente che, in un certo momento, Ray era rimasto 
psicologicamente intrappolato nella storia parallela e dipendente dalle sue esperienze di vita. 
Lunghe scene di incalzanti dialoghi, brani intrisi di ricordi d’infanzia, spiegazioni, analisi, capitoli 
che si chiudono bruscamente, trame secondarie che si accavallano e si perdono: questo romanzo 
frammentario si configura come una testimonianza intensa e vissuta nell’intimo, come il sofferto cri
de coeur di un individuo distrutto dai sensi di colpa per essersi lasciato scivolar via dalle dita la 
propria esistenza. Se, per me, Messa nera è una lettura affascinante, per altri potrebbe risultare 
assurda e impenetrabile.
 All’inizio, nella mente mi era balenata un’idea folle. Avevo pensato: ‘Forse dovrei 
finire io Messa nera. Visto che l’epilogo è ormai prossimo, potrei davvero cimentarmi 
nell’impresa.’
 La conclusione, però, non era affatto vicina come pensavo. Riflettendo, mi sono detta 
che sarebbe stato indispensabile “ristrutturare” l’intero testo: su quelle malferme fondamenta, avrei 
dovuto impiantare una struttura narrativa completamente nuova. E a quale scopo?
 Non ha senso pensare che Ray lo vorrebbe. Di certo, rifiuterebbe un simile intervento, 
in qualsiasi caso.
 Tuttavia la prospettiva di “completare” il romanzo mi intriga, mi stuzzica. Anche perché
il mio lavoro di scrittura procede con una lentezza tormentosa.
 Senza dubbio, sono affascinata – incantata – da questi materiali, e sarei davvero felice di
sperimentare un’intimità sconosciuta col mio amato e perduto marito, una compenetrazione che mi 
è stata negata quando era in vita. 
 Pur conoscendo Ray profondamente, ignoravo i meccanismi della sua immaginazione.
 Conoscevo il suo “io” quotidiano, il suo dolce “io” domestico, sempre gentile e pieno di
attenzioni. E conoscevo il suo “io” sociale, quello che determinava le relazioni con gli altri. Tuttavia
ignoravo ogni elemento dei meccanismi della sua immaginazione, i codici che traspaiono dal 
romanzo frammentario di Ray.
 Non sono stupita del fatto che mio marito fosse in grado di inventare, per esempio, il 
personaggio di un prete. Che fosse capace di descrivere il “terribile senso di colpa” e la “situazione 
religiosa” che avevano condizionato pesantemente la sua vita dopo aver abbandonato il seminario 
dei gesuiti ed essersi schierato contro la Chiesa. Paul, Vanessa, il gesuita, la poetessa “turbata, dal 
brillante talento”... mi sembrano figure estremamente attraenti, assai vivide e “autentiche” sulla 
pagina.
 Mentre sfoglio il manoscritto di Messa nera, cercando di stabilire una sequenza 
attendibile delle scene, sebbene molte pagine siano prive di numerazione e corposi frammenti di 
testo risultino cassati, penso che ora è come se mi muovessi dentro la testa di Ray, magicamente, 
come se non fosse morto e, giovane e pieno di speranze, si affannasse a battere sui tasti di una 
macchina per scrivere manuale, in quel suo modo sghembo, ma rapidissimo – poiché non aveva mai
imparato un metodo di battitura, usava soltanto uno o due dita di ciascuna mano.
 Pressoché a ogni pagina, dalla mia mente scaturisce un ricordo prezioso, che nasce 
magari da un modesto episodio che Ray mi aveva raccontato molto tempo fa e che avevo 
dimenticato:
 Una sera Lucy [la sorella di Paul] mi parlò del suo fidanzato. Eravamo rimasti seduti 
al tavolo della cucina... Io stavo bevendo una bottiglia di birra di mio padre. Erano circa quattro 
anni che stavo in seminario, ed ero venuto in visita a casa. “Ho ceduto,” disse lei. “Ieri sera, ho 
lasciato che mi toccasse... Anche i seni. Era molto vicino. È considerato un peccato mortale. Ma io
non credo che lo sia, se si ama qualcuno. Lo amo tanto.” Mi guardava di là del tavolo, aspettando 
il mio giudizio. Non potevo contraddirla, trasmetterle un senso di colpa...
 Questo brano è ancora più carico di ricordi:
 Eravamo seduti uno di fronte all’altra a un tavolino della caffetteria degli studenti. 
Fuori si stendeva la vista panoramica del lago gelato [il Mendota], bianco e silente; di tanto in 
tanto, il ghiaccio crepitava, e quegli schiocchi sembravano colpi di fucile. Le nostre tazze di caffè 
erano vuote. La piccola rivista che V. mi aveva portato – la “Pacific Review” – giaceva aperta sul 
piano del tavolo. Io stavo leggendo la sua poesia per la seconda volta, cercando di concentrarmi... 
Per firmare quella lirica, V. aveva usato solo le due iniziali del nome e il cognome: una scelta che 
trovai curiosa.
 “Perché solo le iniziali?” le domandai.
 “Perché l’editore non sapesse che sono una donna,” rispose.
 Alzai lo sguardo e vidi che mi stava osservando, seria. I suoi folti capelli scuri erano 
pettinati all’indietro e le ricadevano sulle spalle.
 “Non capisco,” dissi io. 
 “È più facile essere pubblicati quando si è un uomo,” replicò, con un tono d’ovvietà, 
mentre si accendeva una sigaretta.
 Mi mostrai dubbioso.
 “Funziona così in ogni campo della vita,” disse, un po’ accalorata. “È sempre più 
facile per un uomo che per una donna. Da una donna, ci si aspetta di più – una prestazione 
superiore.”
 Mi resi conto che viveva in un mondo nel quale le donne erano in costante 
competizione con gli uomini. Fino a quel momento, non avevo mai pensato che potesse esistere 
qualcosa del genere: una competizione professionale tra i sessi. Nella Chiesa non esisteva. Le 
suore non rivaleggiavano con i preti. Le donne potevano avvicinarsi all’altare solo fino alla 
balaustrata – per la comunione.
 Quel dialogo riportava, quasi alla lettera, lo scambio di battute che Ray e io avevamo 
avuto nella caffetteria della University of Wisconsin, dove eravamo seduti a un tavolino affacciato 
sul lago Mendota ghiacciato. Ray aveva espresso un qualche scetticismo riguardo ad alcune mie 
osservazioni: lo reputai una sorta di giocosa perplessità da corteggiamento, visto che mi sembrava 
che le sue posizioni fossero assai simili alle mie. Mi suonava strano soltanto che Ray avesse detto, 
con un tono piuttosto annoiato: “Le suore non rivaleggiano con i preti”, come se fossero una 
sottospecie al confronto con la controparte maschile. Comunque, mi è ancora più difficile capire 
perché, a parte la sigaretta, il ritratto di V. mi appaia tremendamente familiare...
 Ray stava forse scrivendo di me?
 Magari solo parzialmente, tratteggiando un personaggio che inglobava Sylvia Plath, la 
giovane moglie Joyce e una donna partorita dalla sua immaginazione...
 C’è un’altra cosa stonata: comincio a rendermi conto che gran parte della stesura di 
Messa nera è avvenuta dopo che Ray mi aveva conosciuto, e non prima. Le parole di mio marito mi
avevano sempre indotto a credere che il nucleo più corposo del testo fosse stato scritto prima del 
1960 e che, di conseguenza, non avesse niente a che fare con la nostra relazione, o con me: ma 
valutando alcuni elementi cronologici presenti nell’opera, che arrivano ai primi anni settanta, posso 
tranquillamente affermare che Ray aveva lavorato al romanzo anche nel 1972, 1973, 1974.
 In uno dei capitoli, Paul è a Londra, dove noi abbiamo vissuto tra il 1971 e il 1972. Le 
strade descritte sono quelle che percorrevamo nel quartiere di Mayfair, nel quale abitavamo, in un 
appartamento affacciato su Hyde Park; inoltre, spesso passavamo davanti all’imponente edificio 
dell’ambasciata americana, con gli uomini del servizio di sicurezza in perpetua allerta contro i 
manifestanti antiamericani. Sono rimasta affascinata nel vedere come Ray abbia saputo utilizzare 
questi materiali per creare un fondale alla sua storia da Midwest: a me non sarebbe possibile 
ambientare un romanzo a Londra, benché io ami quella città, proprio come mio marito.
 Ed è stato altrettanto affascinante scoprire come abbia utilizzato il meeting della Modern
Language Association a Chicago, al quale eravamo andati all’epoca di Beaumont, e il suo breve 
periodo di insegnamento a Windsor, presso il dipartimento di inglese. Dovunque la narrazione si 
concentri su Vanessa, il tono e il ritmo cambiano – lei rappresenta l’alterità misteriosa, come la 
Christabel nella poesia di Coleridge: il protagonista si sente attratto da lei quasi contro la sua 
volontà, esattamente allo stesso modo in cui la giovane è tentata da quel prete che aveva fatto voto 
di castità e di celibato.
 Non è che Ray, nel nostro matrimonio, immaginava di essere un “prete che aveva fatto 
voto di castità e di celibato”?
 E si figurava che io, sua moglie, fossi un’“alterità misteriosa”?
 Sinceramente, non lo penso: non posso pensarlo. Nel nostro matrimonio c’erano risa e 
tanto divertimento. Messa nera descrive uno scenario inesistente, non una vita reale.
 È possibile che l’“alterità misteriosa” sia la giovane della quale si era innamorato in 
clinica – colei che l’aveva salvato dalla disperazione, e che lui aveva perduto.
 Ma Vanessa è una poetessa – presumibilmente molto brava. E si uccide quando Paul la 
allontana da sé.
 Paul la respinge perché è obbligato al celibato, in quanto prete: non la scaccia perché 
non la ama. Paul prova un sentimento profondo, ma non assoluto verso la religione, identico a 
quello che Vanessa vive nei confronti della poesia, e infatti dice: “La sua poesia non le bastava.”
 L’amore perduto, una sentenza di morte. Un amico della giovane dice al gesuita, con 
una voce carica d’ira: “Tu hai scelto di vivere in una condizione di celibato, maledizione. E ora 
pretendi di scrivere un libro su di lei!”
 Ecco, anch’io adesso sto scrivendo un libro su Ray.
 Sto scrivendo un libro sul mio Ray perduto.
 Anche se è rimasto incompiuto, Messa nera possiede una sorta di finale: una poesia di 
Vanessa che Paul scopre dopo la sua morte. Gli ultimi verso dicono: “Riposa in pace, riposa in 
pace.”
 Vorrei che Ray mi avesse mostrato il manoscritto di Messa nera dopo la revisione, in 
modo da poterlo discutere apertamente; vorrei che mi avesse messo nella condizione di aiutarlo: 
avrei potuto incoraggiarlo ad andare avanti. Forse la prima volta che mi aveva fatto vedere alcune 
parti del suo romanzo, poco dopo le nostre nozze, non ero in grado di fare alcun commento e, se 
avessi parlato, probabilmente avrei detto solo sciocchezze: come giovane donna sposata a un uomo 
“più grande” – un uomo autorevole, che conosceva cose delle quali ignoravo persino l’esistenza –, 
ogni mia opinione mirava a tranquillizzarlo, a divertirlo o a impressionarlo positivamente. Ho 
impiegato anni per trovare il coraggio di dire a Ray che non mi piaceva un certo tipo di musica che 
aveva l’abitudine di suonare sullo stereo – composizioni machiste come l’Aleksander Nevskij di 
Prokofiev; il coro finale della Nona sinfonia di Beethoven, con il suo inesorabile inno alla gioia, 
gioia, gioia (chiodi piantati nel cervello); o molti lavori di Mahler...
 Adesso, invece, sarei davvero felice di ascoltare quei brani sparati dalle casse 
dell’impianto stereo.
 Da quando Ray è morto, nella casa regna il silenzio. Non ho più suonato un solo CD. Di
rado, accendo la radio in cucina: Ray l’ascoltava sempre, mentre preparava la colazione o si faceva 
un caffè.
 Il caffè di Ray: il sacchetto è ancora nel frigorifero. Poiché non ne bevo, non lo aprirò 
mai. Ma, nonostante ciò, non riesco a trovare la forza di gettarlo nell’immondizia: allo stesso modo,
non ho il coraggio di spostare i libri di Ray dal tavolino del soggiorno... Di certo, temo che se 
arrivassero degli amici – tra quanto tempo? Mesi? Anni? – e li vedessero ancora lì, proverebbero 
una certa pietà nei miei confronti: ‘No, non ce la faccio. Non posso spostare i libri di Ray. Se li 
tolgo, il tavolino resterà vuoto. No, non posso proprio.’
 Con l’imbrunire, il dolore tra le scapole peggiora. E mi sembra che sia collegato a una 
serie di fitte – brevi, verticali – che ora interessano tutta la cassa toracica. Nonostante il male dovuto
alla posizione, non riesco a smettere di leggere Messa nera: mi sento letteralmente risucchiata dalla 
melanconica storia di P. e V., il prete obbligato al celibato e la poetessa “turbata, dal brillante 
talento”... Quasi dimentico che è fiction: quel testo ha il sapore di un memoir cui siano stati 
aggiunti degli elementi narrativi, come leggere pennellate di acquerello.
 Verso la fine del romanzo, all’interno di un gruppo di pagine scritte in rosso e prive di 
numerazione, ci sono diversi paragrafi cancellati che riesco a decifrare con grande difficoltà. Mi 
sembrano una sequenza di ricordi: Paul che rammenta il “comportamento ribelle” di sua sorella – 
non la sorella “buona”, Lucy, bensì quella più giovane e “cattiva”, Caroline, una ragazzina di dodici
anni che si scaglia rabbiosa contro il padre virtuoso, si rifiuta di recitare il rosario con la famiglia, si
comporta in modo disdicevole durante la messa, si trascura e diventa una persona sciatta e 
“puzzolente”, che ride in maniera “smodata”.
 “Caroline” è chiaramente Carol: qui, Ray scrive della sorella ricoverata in un istituto. Il 
racconto, però, s’interrompe bruscamente a metà del foglio.
 Poi, alcune pagine dopo, ecco altri ricordi su Caroline, scritti con una grafia frettolosa e 
contorta: il padre di Paul chiama un prete della loro parrocchia per “pregare su” Caroline – il 
sacerdote ritiene che sia “posseduta dal Demonio”; quindi si decide di ricorrere a un “esorcismo”, 
che ha luogo nella camera da letto dei genitori (Paul, che ha nove anni, e Lucy sono terrorizzati alla 
vista delle pratiche alle quali è sottoposta la sorella e vengono allontanati). Più tardi, Caroline è 
ricoverata in una clinica, dove subisce un intervento di lobotomia al cervello, per “calmarla”. 
Quando il protagonista rivede la sorella, non la riconosce subito; poi la giovane viene rinchiusa al 
St. Francis of Assisi, una casa di cura, un ospedale, o un ospizio...
 Anche questo passo s’interrompe di colpo. La prosa è piatta, diretta, cruda, e la grafia di
Ray risulta quasi illeggibile.
 Una lobotomia! Ecco cos’ha subito la sorella di Ray quand’era ancora una ragazzina.
 Carol era stata “lobotomizzata”: le connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo 
erano state recise con una procedura chirurgica; si trattava di un intervento eseguito frequentemente 
negli anni quaranta e cinquanta da sedicenti neurochirurghi. Lo scopo era quello di modificare i 
comportamenti e la personalità disturbata degli schizofrenici e di altri malati mentali, ma il fine 
sotteso mirava a rendere inoffensivi quei soggetti che assumevano atteggiamenti molesti, offensivi 
o ribelli – e questo era il caso della sorella di Ray.
 Il 1949 è stato l’anno in cui, negli Stati Uniti, si è avuto il “picco” di lobotomizzazioni: 
ne vennero eseguite quarantamila! In quel medesimo anno, il portoghese Antonio Egas Moniz 
ricevette il Premio Nobel per la Medicina per aver elaborato un metodo – la trapanazione in vari 
punti del cranio e la distruzione della sostanza bianca dei lobi frontali mediante iniezioni di alcol – 
che sarebbe stato screditato solo alcuni anni più tardi. Nel frattempo, migliaia di individui curati con
questa tecnica furono mutilati.
 Questo era il vergognoso segreto del quale Ray non aveva mai voluto parlare, se non in 
modo molto velato.
 Questo era il ricordo traumatico che aveva marchiato Ray durante l’infanzia, segnando 
incancellabilmente il suo intimo, come la paura del peccato e dell’Inferno.
 Nel suo frammentario Messa nera, queste brevi descrizioni della vita di Caroline 
risultano cassate. Come quasi tutte le scene riguardanti la famiglia di Paul: rimangono soltanto dei 
rimandi al padre, intrisi d’avversione e di sarcasmo. Nei passi dove compare o viene evocato il 
genitore, la scrittura di Ray diventa ironica, sprezzante. Nonostante gli sforzi, non sembra che 
l’autore riesca a trovare un tono e una voce per trattare questi materiali dolorosi: è come se avesse 
preso coscienza che una convincente esposizione del marasma famigliare avrebbe potuto eclissare 
la storia romantica e convenzionale del prete votato al celibato e della bella poetessa.
 Se Ray avesse terminato il romanzo e fosse arrivato alla pubblicazione, molto 
probabilmente avrebbe eliminato queste parti. Non perché siano troppo crude o incongrue rispetto 
alla trama – avrebbe potuto tranquillamente rimediare con una revisione e una riformulazione –, 
bensì per il fatto che si riferivano a vicende troppo personali. Al tempo in cui stava scrivendo il 
romanzo, entrambi i genitori, le sorelle e il fratello erano ancora vivi.
 Ma forse mi sbaglio. Probabilmente Ray, con un atto di coraggio e di sfida, avrebbe 
inserito quelle storie – magari nella forma meditata e abbreviata che io utilizzo per raccontare di lui.
 È una notte turbolenta, agitata: resto sveglia, al buio. Non cerco neppure di leggere, o 
guardare la TV. Fitte brucianti mi crivellano la parte superiore della schiena: è come se colonne di 
formiche rosse marciassero al di sotto della mia pelle – non riesco a trovare una posizione in cui 
giacere. Penso a Ray: mi manca tremendamente. Non c’è nessuno cui possa raccontare la mia 
lettura, mettendolo a parte di ciò che sto scoprendo. Mi sforzo per ricordarmi quello che mio marito 
mi aveva detto della sorella: Carol era stata sottoposta anche a una serie di elettroshock? Oppure 
qualcuno aveva suggerito questa terapia per Ray, quando era stato ricoverato nella casa di cura? 
Ma... che tipo di clinica era? Un istituto privato o una struttura collegata alla Chiesa cattolica? Lui 
non me l’aveva mai detto.
 Quando era ragazzo, Ray vedeva sua sorella? E con quale frequenza? Andava a trovarla 
nell’istituto dove era ricoverata? Carol tornava a casa per far visita alla famiglia?
 Forse adesso sto pensando a mia sorella Lynn, che papà riportava a Millersport la 
domenica. Si diceva che, in quelle visite, Lynn prestava poca attenzione ai genitori: che era soltanto
interessata a sbafarsi i suoi dolci preferiti che mamma le preparava. Mio fratello Fred affermava che
la sua venuta era un “impegno gravoso” per mia madre – ma, per anni, mio padre aveva insistito per
andare a prendere Lynn ogni domenica. Fu per assecondare i desideri di papà e per far fronte alle 
stancanti incombenze derivanti dalla presenza di mia sorella che mamma Carolina cominciò a 
prendere dei tranquillanti – Xanax, in particolare –, farmaci dei quali sarebbe diventata 
dipendente... E questo perché la mia gentilissima e adorata madre non sapeva opporsi a mio padre 
neppure nelle piccole cose – figurarsi in questa. La volontà del marito era molto più forte della sua.
 Fred mi aveva detto che ogni domenica, quando si avvicinava il momento in cui mio 
padre l’avrebbe riportata nell’istituto di Amherst, Lynn diventava inquieta e smaniava per partire. 
“Non si sente a proprio agio in nessun altro posto. Sembra quasi che sia più contenta di stare con 
persone come lei.”
 Mi domando se la sorella di Ray vivesse la medesima ansia. Se il St. Francis of Assisi le
offrisse una sorta di felicità, o qualcosa di equivalente, benché la sua vita di donna fosse stata 
distrutta dalla follia medica. 
 
 82

 “Brava ragazza!”
 A turno, lanciamo il bastone nel campo. È un pezzo di ramo segnato dai morsi del cane 
e bagnato dalla sua saliva. Mentre l’animale si precipita a recuperarlo, restiamo incantati a guardare 
quello splendido collie dal lungo pelo fulvo, dorato e bianco. Trixi è una femmina, con orecchie 
pronte a cogliere ogni rumore e occhi cristallini: sembra quasi che ci sorrida – il sorriso ansioso di 
una creatura la cui felicità consiste unicamente nel compiacere il padrone o la padrona.
 “Che brava ragazza! Trixi è proprio una brava ragazza...”
 Il nostro amico arruffa il pelo del capo della sua collie, la accarezza, raccoglie il legno e 
lo scaglia di nuovo lontano – e subito Trixi scatta per andare a riprenderlo.
 “Non è davvero una brava ragazza?... Vieni, Trixi!”
 Trixi trotterella verso di noi con il bastone stretto fra i denti; ansima di gioia, muove 
ritmicamente la coda e scuote la testa. Ma presto il gioco del riporto viene a noia: sono i suoi 
padroni a essere particolarmente tediati, visto che lo fanno spesso d’estate, nella loro casa di 
campagna.
 “Per adesso basta, Trix. Okay?”
 Siamo venuti a trovare alcuni amici che vivono sui monti Pocono, in Pennsylvania, la 
cui vecchia e grande casa di pietra domina un piccolo lago. Passeremo la notte nella camera degli 
ospiti, che ha un camino di pietra ed enormi scaffali stipati di libri interessanti – da qualche parte, ci
sarà anche un nido di ragni che uno di noi scoprirà, lanciando un grido: entrambi ci ricorderemo 
subito dell’appartamento di Beaumont, infestato dagli scarafaggi e qualcuno dirà: “Siamo stati 
capaci di uscirne vivi!”
 Non ricordo esattamente in quale estate soggiornammo tra le montagne della 
Pennsylvania: forse sono trascorsi quattro anni, o magari molti di più. Perché adesso il tempo passa 
davvero velocemente. È come se le rivoluzioni del sole e della luna fossero piroette che gli occhi 
guardano stupiti, senza capire. Di certo, non siamo andati là la scorsa estate, e neppure quella 
precedente. Negli ultimi quindici anni, Ray e io siamo stati immortalati in diverse foto scattate nelle
case di campagna di amici ma, se non riportano la data, quelle istantanee risultano intercambiabili – 
un’estate si fonde con l’altra.
 Osservandole, si penserebbe che non è avvenuto alcun cambiamento in noi: le fotografie
dovrebbero mostrare l’invecchiamento di una persona, ma ciò avviene in modo così lento che è 
pressoché impossibile notarlo.
 Quando Ray guardava le foto che avevo appena fatto sviluppare nel negozio di 
Pennington – fasci di istantanee scattate durante un viaggio recente o a un party di qualche tempo 
prima –, dovevo essere pronta a sfilargliele dalle dita affinché, dopo aver visto la sua figura e aver 
assunto un’espressione costernata, non le gettasse via.
 “Cosa c’è che non va, tesoro?” gli domandavo. “Sei splendido in questa fotografia.”
 “Splendido!” ripeteva, e scoppiava a ridere.
 Non era affatto una persona vanitosa. Al contrario! Quando controllava il suo aspetto 
allo specchio, si ravviava i capelli e corrugava la fronte, un certo imbarazzo traspariva dai suoi 
gesti.
 “I tuoi occhi sono davvero belli. Con quel colore grigio-azzurro...”
 Sì, Ray aveva due occhi fantastici, che risaltavano anche dietro le lenti con la montatura
di metallo – occhi perfettamente disegnati, nient’affatto prominenti. Mi ritrovo a chiedermi se 
qualche altra persona ha affondato il proprio sguardo in quell’oceano grigio-azzurro, oltre a sua 
moglie, che lo ama ancora disperatamente.
 In alcune istantanee, scattate con una certa condizione di luce e da un’angolatura 
particolare, il volto di Ray assumeva i lineamenti di suo padre – una sorta di ombra, la cui vista lo 
inquietava.
 Una volta, insieme con i coniugi dei monti Pocono, avevamo trascorso l’ultimo 
dell’anno in casa di amici comuni, a Princeton. Sul davanzale nel mio studio, c’è una fotografia che 
ricorda quella serata. In essa, compaiamo tutti e otto, allegri, sorridenti, spensierati. Io porto i 
capelli più lunghi e più ricci di adesso; e Ray è dietro, in piedi, quasi nell’ombra: ha la cravatta con 
il particolare dell’“Arazzo dell’Unicorno”, quella che avevamo comprato insieme a New York, nel 
maggio di anni prima, quando eravamo sgattaiolati via dall’interminabile cerimonia dell’American 
Academy of Arts and Letters, durante la sfilza di annunci dei premi letterari, e avevamo raggiunto 
l’Upper West Side, a Manhattan, a qualche chilometro di distanza, rifugiandoci nel Cloisters 
Museum, uno dei posti che rendevano Ray estremamente felice...
 All’improvviso, mi sento scagliata nel passato, in un mare agitato di ricordi. Penso che 
potrei annegare, tra queste onde.
 “Che brava ragazza!”: mi ritorna alla mente quell’esclamazione.
 “Non è davvero una brava ragazza? Per adesso basta, Trix. Okay?”
 Non riuscirò mai più a pensare a questi amici – ai quali ci lega un affetto profondo e 
corrisposto –, senza che mi torni in mente mio marito: no, credo che mi sarà impossibile rivederli 
senza Ray.
 In un certo modo, provo vergogna nei loro confronti perché, quando mi telefonarono, il 
giorno dopo la morte di Ray, io non riuscii ad alzare il ricevitore.
 Non osai farlo. Lessi il loro nome sul display del telefono, ma non fui capace di 
rispondere.
 “Ciao, Joyce. Abbiamo saputo la terribile notizia...”
 “Ci richiami, per favore?...”
 “Facci sapere come stai. Vuoi che ti raggiungiamo a Princeton? Potremmo arrivare già 
domani pomeriggio...”
 “Per favore, richiama. Dicci come va...”
 “Joyce ci sei? Mi senti?”
 Quelle parole celavano il mio futuro – inimmaginabile.
 Davanti ai miei occhi scorrono le visioni di quel tardo pomeriggio estivo nei Pocono! 
Una nebbiolina grigia tra i monti e una schiera di cupi nembi all’orizzonte; ma, oltre le vette, il cielo
sfavillava di una luce brillante, quasi soprannaturale, simile a quella che illumina The Coming 
Storm, il paesaggio magico e inquietante di Martin Johnson Heade.
 Trixi era un collie preso al canile – “un cane miracolato” – che adesso viveva 
un’esistenza felice. Era un concentrato di energia, che guardava con occhi adoranti i suoi padroni, 
entrambi innamorati della loro “creatura”. Era straordinario vedere come il suo muso cercasse le 
nostre mani, per spingerci a coccolarla e accarezzarle lo splendido manto e la coda che muoveva 
ritmicamente. Anche Ray e io l’avevamo fatta giocare, lanciandole il bastone, prima di sentirci 
stanchi: a quel punto, aveva mostrato una certa delusione, era diventata inquieta e aveva preso ad 
abbaiare – guaiti brevi e acuti, simili agli strilli di un bimbo che piange per avere più attenzione, per
ottenere dagli adulti considerazione e gesti affettuosi. L’esistenza canina di Trixi era 
indissolubilmente legata alla vita degli umani – era impossibile concepirla senza. “Che brava 
ragazza! Va bene, Trixi, un lancio ancora. Vai, va’ a prendere il bastone, piccola!”
 E, di nuovo, il pezzo di legno insalivato venne lanciato lontano nel campo di cerfoglio, e
Trixi partì di scatto per andare a riprenderlo, abbaiando felice.
 Fu in quel momento che il nostro amico ci sorprese dicendo, quasi casualmente: 
“Quando Trixi morirà, prenderemo un cane più piccolo, in modo da poter portarlo in aereo.”
 Rimasi sbalordita da quell’osservazione, e non fui in grado di replicare. Non osai 
neppure lanciare un’occhiata a Ray.
 “... è un tale problema, metterla in un canile. Soffre tremendamente, e poi manca anche 
a noi. Persino se stiamo via soltanto un giorno o due...”
 “... cerchiamo sempre di portarla con noi, quando è possibile...” 
 “... quando possiamo, certo. Peccato che, di solito, non... Non è...”
 “... non è particolarmente agevole.”
 “A meno che non si parta in auto...”
 “... In macchina, va tutto bene. Non è l’ideale, ma insomma...”
 “... va bene. Ma è un problema, comunque. È davvero adorabile, Trixi, magnifica... E 
noi le vogliamo un bene dell’anima, ma... Metti giù quel dannato bastone, Trix, avanti! Adesso 
basta, okay?” 
 
 83

 La decisione
 Il mattino, osservandomi allo specchio, noto che la parte alta della mia schiena è 
costellata di striature verticali composte da vescichette rosse che sembrano pulsare per il calore – si 
tratta di herpes? Per un lungo momento, resto a guardare immobile, stupefatta.
 Mi dico: ‘È un fenomeno reale. Posso vederlo, osservarlo.’
 Nella mia ingenuità, penso: ‘Potrei persino considerarlo qualcosa di positivo, visto che 
mi impedirà di tormentarmi con altre cose.’
 Facendo una ricerca su Internet, apprendo che “l’herpes è una violenta e dolorosa 
eruzione cutanea causata dal virus della varicella, il cui insorgere, secondo alcuni studi, è 
strettamente correlato a un grave carico di stress”. Scopro inoltre che la forma dalla quale sono 
afflitta è l’Herpes Zoster (sarebbe un nome magnifico per un personaggio di Thomas Pynchon), 
caratterizzata da “macchioline rosse che, nel decorso della malattia, si trasformano in vescicole 
assai simili a quelle della varicella... La rottura delle piccole vesciche origina delle ulcere, che 
generalmente guariscono nel volgere di due o tre settimane”.
 Per evitare serie complicazioni, è consigliabile iniziare il trattamento farmacologico 
entro ventiquattro ore dall’insorgere dei sintomi.
 Ma, quando il dottor M. mi visita, dice seccamente che non ho l’herpes.
 “Non ho l’herpes? Ma...”
 Quando il medico mi domanda se ho ancora problemi di sonno, gli rispondo che non sto
dormendo particolarmente bene. A quel punto, mi chiede se ho tratto giovamento dalla cura con gli 
antidepressivi, e io gli dico che non so: non lo so davvero... Vorrei nascondere il viso tra le mani e 
gridare: “Non lo so! Non so come mi sento! Mi sembra di stare tremendamente male... Credo che, 
in me, ci sia qualcosa che non va, ma... Non lo so.”
 Il dottor M. compila nuove ricette per il Lunesta e per il Cymbalta. Non ho il coraggio 
di confessargli che ho smesso di prendere il Lunesta per paura di diventare dipendente, e che sono 
intenzionata a interrompere anche la terapia con il Cymbalta: penso che quel farmaco mi renda 
molto strana, ma non ne sono sicura... Non sono sicura di molte cose: è come se il mio cervello 
venisse colpito con una piccozza e sezionato con un bisturi nelle aree frontali, dove risiedono i 
sentimenti.
 E così, benché il mio medico curante abbia sentenziato che non ho l’herpes (l’Herpes 
Zoster, più precisamente) e io debba sentirmi tranquillizzata dalla sua affermazione (un placebo 
verbale, che potrebbe portare grandi miglioramenti alla mia salute), l’eruzione di rosse papule sulla 
mia schiena impazza. Dopo una miserabile notte insonne, resa ancor più insopportabile dal dolore 
fisico, quando mi guardo nello specchio al mattino, noto che anche il petto è costellato di vescicole: 
sono tantissime, punteggiano l’intera cassa toracica e mi fanno un male tremendo – è un fuoco, 
quello che mi tormenta! In preda alla disperazione, telefono allo studio del dottor M. e fisso un altro
appuntamento. Con un certo imbarazzo, il mio medico curante esamina il mio torso in fiamme, che 
sembra aver subito una severa punizione a colpi di frusta: alla fine, conclude che, sì, in effetti si 
tratta di herpes.
 “Il più brutto caso di Herpes Zoster che io abbia visto.”
 Ma, poiché sono trascorse più di ventiquattro ore dall’insorgenza dei sintomi – almeno 
quarantotto –, immagino che gli effetti terapeutici del preparato antivirale prescrittomi dal dottor M.
saranno limitati. Di colpo, mi ritrovo devastata dall’herpes, e non riesco a immaginare cosa fosse la 
mia vita prima della malattia: proverei un’immensa felicità se fossi libera da questo tormentoso 
pizzicore bruciante che si diffonde attraverso i miei nervi logori! La vita senza dolore fisico – quella
vissuta sino a pochi giorni fa – mi pare idilliaca, adesso: la dimensione del mio sgomento e della 
mia disperazione precedenti è data dal fatto che reputo questa malattia una sorta di benedizione, 
giacché è reale e “tangibile”, a differenza dell’orrida creatura lucertolesca che mi invita a inghiottire
tutte le pillole dell’armadietto del bagno, a rannicchiarmi nel nido e a morire.
 Cercando altre informazioni su Internet, scopro che l’herpes non è un malanno che si 
risolve in due o tre settimane, ma una malattia virale assai seria:
 Talvolta il dolore si può protrarre per mesi, o anche per anni. In alcuni casi, la 
“nevralgia post-erpetica” si presenta in forma molto severa, arrivando a complicazioni che 
includono la cecità (qualora esistano lesioni agli occhi pregresse), la sordità, la sepsi, 
l’encefalomielite e lesioni permanenti ad alcuni organi...
 All’improvviso, sono terrorizzata: l’herpes è davvero una malattia così seria? Cosa 
succede se si formano delle papule sugli occhi? La vita postuma della vedova è già sufficientemente
difficile, ma cosa accadrebbe se lei diventasse anche cieca?
 Credo che, al momento, esista un unico rimedio per sottrarmi all’angoscia: fuggire da 
queste stanze, dove miriadi di pensieri truci mi assillano e mi intrappolano – è come se fossi 
prigioniera di una tela di ragno. Poiché non ho ancora messo a dimora alcune piante perenni 
acquistate da Kale’s, mi dedico al giardinaggio, e il lavoro richiede una tale concentrazione che 
quasi dimentico il pungente dolore dell’herpes. Scavo delle piccole buche per gli anemoni – molto 
belli – e per una mezza dozzina di Lilium Davidii, una varietà di giglio rosso-arancio che produce 
cascate di fiori. Mi sono infilata i guanti da giardino di Ray e sto usando i suoi attrezzi. Se non 
alzassi gli occhi e non mi guardassi intorno, potrei immaginare mio marito che lavora insieme con 
me, poco lontano, in silenzio, senza alcun bisogno di parlare. Se fosse qui, non gli racconterei che la
parte superiore del mio torso è costellata di macchioline e vescicole dell’herpes, pronte ad aprirsi: 
ne sarebbe tremendamente preoccupato; allo stesso modo, tacerei che il dottor M. non ha saputo 
riconoscere i sintomi della malattia alla prima visita, evitando di prescrivermi l’adeguata terapia 
antivirale.
 Di sicuro, mio marito sarebbe curioso di vedere cosa sto piantando. Penso che sarebbe 
contento del mio lavoro: si renderebbe conto che ho seguito i suoi insegnamenti per mettere a 
dimora le piante e ho bagnato abbondantemente le radici. Guarderebbe l’echinacea purpurea – il 
“fiore della prateria selvaggia” –, i gigli bianchi e viola, e l’iris siberiana: un tipo di giaggiolo che 
non conoscevo. Adesso metà del giardino di Ray è a posto. La salvia russa appare rigogliosa; i semi 
di convolvolo sono germogliati, e il terreno è disseminato di verdi butti. Sono sorpresa e orgogliosa 
dei risultati che ho ottenuto in poche settimane: sono riuscita a sconfiggere il caos della sterpaglia, 
creando uno spazio ordinato. Mi sovviene uno scambio di battute con Ray riguardo al racconto 
“L’uomo che era morto” di D.H. Lawrence, sul quale avevo tenuto una lezione alla University of 
Windsor, durante un seminario sulla prosa e sulla poesia dello scrittore britannico – il testo è una 
sorta di parabola poetica e provocatoria intorno alla “vera” resurrezione di Cristo, in cui viene posta
la domanda: “Per cosa e in quale modo la salvezza avrebbe dovuto essere consegnata a un mondo in
preda allo smarrimento?”
 Ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che non c’era salvezza, visto che essa non aveva 
alcun motivo di esistere. Proprio come il giardino di Ray, il mondo semplicemente era – è.
 Quando ci si trova in un giardino, è abbastanza facile essere felici. O dimenticare 
l’infelicità – che equivale alla stessa cosa.
 La mattina del giorno dopo, le papule dell’herpes appaiono più gonfie sulla schiena, sul 
petto e sui fianchi, simili a sottili serpi frementi. Le vescicole sono piene di un pus acquoso, e io 
devo bucarle e tamponarle con grande cautela, affinché l’infezione non si propaghi. (In particolar 
modo, devo stare attenta a non toccarmi gli occhi.) Procedo alla medicazione diverse volte al 
giorno, interrompendo le mie occupazioni. All’improvviso, mentre sono in giardino e sto per 
rientrare in casa per dedicarmi alle pustole, decido di smetterla con il Cymbalta: visto che sono 
obbligata ad assumere il preparato antivirale, è meglio che rinunci allo psicofarmaco.
 In giardino, illuminata da un sole caldo, mi chiedo perché dovrei prendere un 
antidepressivo: da questa prospettiva, la vita appare molto diversa.
 Alcuni amici con lunghe esperienze di cure a base di sostanze psicotropiche mi hanno 
messo in guardia sul fatto che non si deve smettere di assumere questo genere di medicinali di 
colpo. Esiste un’elevata possibilità che subentrino allucinazioni, tremori, fantasie suicide, malesseri 
diffusi e persino convulsioni. A questo punto, mi dico che domani prenderò soltanto una compressa 
di Cymbalta da 30 mg, anziché la dose di 60 mg prescrittami dal dottor M. Poi, la mattina 
successiva, dividerò a metà la pastiglia da 30 mg: seguirò la regola della metà del giorno 
precedente, fino a smetterla con il Cymbalta. E ciò avverrà il 1° giugno.
 Questo è il mio piano. La mia speranza.
 È una decisione che sono stata in grado di prendere soltanto perché ero nel giardino di 
Ray.
 
 84

 “Ray amava lo swing?”
 Jeanne mi ha scritto:
 Per la prima volta dalla morte di mio padre, oggi ho ascoltato tutta La Bohème. Sulla 
via del ritorno a casa, dopo un lungo vagabondaggio, mi sono fermata accanto al cimitero, ho 
spalancato tutte le portiere dell’auto e ho suonato “Quando m’en vo” per Ray. Al funerale di mio 
padre, una mezzosoprano del coro della cattedrale aveva cantato quest’aria. Alla fine della 
cerimonia, dopo che tutta la gente era uscita addolorata dalla chiesa, ho messo nello stereo un CD 
di mio padre della Glenn Miller Band e ho suonato le due versioni di “Sing Sing Sing”, con Gene 
Krupa alla batteria.
 Ray amava lo swing?
 Ti abbraccio.
 Jeanne
 
 85

 “Titolo di proprietà”
 “È una cosa dolorosa. Ma devi farla.”
 La mia amica Susan si è offerta di accompagnarmi in macchina all’Ufficio della 
Motorizzazione sulla Route 1, a Lawrenceville, per espletare l’ultimo adempimento della sfilza di 
formalità per le pratiche di successione: il trasferimento all’“esecutrice testamentaria” di Raymond 
Smith del titolo di proprietà della nostra Honda bianca del 2007.
 Mi consolo pensando che questa sarà l’ultima incombenza per i diritti di successione. 
Sono davvero stanca di tutte queste scartoffie, la mia anima si rattrappisce come una foglia secca 
buttata nel fuoco al solo pensiero di espressioni come “esecutrice testamentaria”, “certificato di 
morte”, “la qui presente Joyce Smith”...
 In simili momenti, le lesioni dell’herpes pulsano con virulenza particolare. Il pizzicore 
assume una connotazione beffarda, giacché si manifesta in aree del corpo difficili da raggiungere e, 
in ogni caso, precluse alle dita della vedova in presenza di altre persone.
 Penso a queste lesioni come a nervi esposti, terminazioni nervose frementi e scoperte: è 
come se l’anima mutilata e furiosa della vedova premesse attraverso la pelle, simile allo scisto che 
cerca di aprirsi la via verso la superficie terrestre. E tutto in modo sotterraneo e segreto, in un 
terribile silenzio. 
 Il fatto di essere in giro con Susan, di andare al Quaker Bridge Mall e girovagare per 
mezz’ora tra gli ambienti di JCPenney e Macy’s, di trovarmi in compagnia di un’amica a quest’ora 
del giorno – è primo pomeriggio –, per me è una sorta di avventura; visto che le mie compere (che 
faccio malvolentieri e di rado, quasi imponendomele) si sono ridotte unicamente a prodotti 
alimentari, muovermi nei grandi magazzini, nei centri commerciali, in qualsiasi posto frequentato 
da persone spesso in compagnia di un parente è troppo penoso per me, e comunque lì non c’è niente
che io voglia comprare.
 Fare la spesa da sola mi costringe a pensare al fatto di andare a far compere con 
qualcuno, e mi sovvengono i tempi in cui, da ragazza, accompagnavo mia madre Carolina al 
mercato: era un’avventura, un’esplorazione, perché i denari scarseggiavano e la mamma doveva 
ponderare gli acquisti molto attentamente, dopo aver valutato i prezzi dei vari venditori, con ripetuti
andirivieni tra le bancarelle; quando mi recavo a far compere con Ray, era tutto diverso: allorché 
entrava in un negozio, il suo fine era quello di uscirne il più presto possibile, con o senza le merci 
che cercava.
 In alcuni centri commerciali intorno a Princeton, se non mi impongo di essere lucida e 
di fissare l’attenzione su una certa vetrina, mi sembra di vedere noi due – il fantasma Ray e il 
fantasma Joyce – che saliamo la scala mobile e spingiamo il carrello verso l’ingresso di Wal-Mart, 
illuminato da deprimenti luci al neon.
 Fare shopping con Susan è facile e divertente. Oltre al fatto che abbiamo gli stessi gusti,
entrambe amiamo scandagliare le offerte di JCPenney e di Macy’s alla ricerca di biancheria da 
notte.
 Un sabato d’estate, Susan mi ha portato a Hopewell, quando l’intera cittadina si 
trasforma in un luogo tra il mercato delle pulci e una svendita di articoli fuori produzione. Per 
fortuna, Ray non aveva alcun interesse a questa creativa caccia al tesoro, e così non ho penosi 
ricordi fantasmatici di acquisti fatti insieme laggiù.
 Nel pomeriggio del venerdì c’è sempre una gran ressa all’Ufficio della Motorizzazione. 
È davvero scoraggiante entrare e vedere tutti i sedili della sala d’attesa occupati, proprio come è 
accaduto alcune settimane fa nella sezione per l’omologazione dei testamenti della corte della 
contea di Mercer, a Trenton.
 Qui, però, non si percepiscono pozzi di ricordi/ammassi di memoria. Questo è un luogo 
senz’anima, torvo.
 Con un flusso costante, i nuovi arrivati riempiono i moduli da consegnare agli impiegati
dietro il bancone; poi prendono posto nelle lunghe code che si muovono lentamente e, pian piano, 
diventano “processioni di persone sedute” su malferme seggiole di plastica.
 Con i documenti relativi alla successione stretti in una mano, mi accodo a una delle file, 
e penso: ‘Chi saranno tutte queste persone? Non pensavo che il lutto avesse colpito così tanta 
gente...’
 Avverto una gran voglia di fuggire e nascondermi da qualche parte, magari in una 
toilette: le mie dita e le mie unghie, infatti, bramano di rimuovere dalla mia pelle le papule 
infiammate dell’herpes. Sarei disposta a ferirmi a sangue per attenuare o sconfiggere il prurito, ma 
so perfettamente che i miei gesti peggiorerebbero soltanto la situazione, il pizzicore enfatizzato 
dallo stress.
 “Soffri, Joyce! Ray se lo merita.”
 Non ne sono particolarmente sicura. Cioè, senza dubbio Ray merita che io soffra per lui,
ma è per il valore assegnato alla sofferenza che non riesco a capire. Il dolore fisico, il dolore 
emotivo e il dolore psicologico hanno un qualche scopo? In questa sala d’attesa, i volti di tanti 
individui – tra i quali noto molti ispanici e asiatici – appaiono provati dallo stress: non so se derivi 
dalla tristezza per la scomparsa di una persona cara o per qualche altro genere di perdita. Benché 
abbia deciso di scrivere questo memoriale per raccontare in modo dettagliato l’elaborazione del 
“lutto” nella vita di una persona, ora non sono più convinta che il cordoglio sia informato da un 
valore assoluto: qualora esista, credo che sia costituito dalla consapevolezza che scaturisce 
dall’esperienza di una terribile perdita, dalla presa di coscienza che si tratta di un fenomeno 
imprescindibile della vita umana.
 È l’inizio di giugno, e io non sto più prendendo il Cymbalta. Sembra che il metodo di 
dimezzare la dose giorno dopo giorno abbia funzionato, visto che non sono stata assalita da quei 
terribili sintomi dei quali mi avevano parlato alcuni amici; di certo, la mia depressione non è 
aumentata né diminuita.
 Se voglio dormire almeno qualche ora, devo ricorrere a medicinali di automedicazione, 
alterando i dosaggi. Ma con l’herpes, reputo questa pratica piuttosto rischiosa; comunque, devo 
adottarla: è pressoché impossibile aspettare che arrivi un sonno naturale dopo ore e ore e ore di 
ansiosa veglia, con il tormento delle vescicole che prudono.
 Non ho detto a nessuno dell’herpes. Dopo aver superato la fase del contagio, ho pensato
che, nel giro di alcune settimane, il rush cutaneo, le pustole e il pus acquoso sarebbero scomparsi, al
pari delle fitte di dolore bruciante, ma ciò non è ancora avvenuto.
 Di sicuro, sono terribilmente stanca di essere malata. Quando qualcuno mi chiede come 
sto, rispondo sempre che mi sento bene: “Ah, va molto meglio.”
 E alcuni amici confermano: “Joyce, si vede che stai molto meglio.”
 C’è un’osservazione – piuttosto frequente – che susciterebbe il riso di Ray, qualora la 
ascoltasse: “Sembri molto più riposata, Joyce, davvero.”
 (È una lusinga rivolta sovente alla vedova: una sorta di ambiguo complimento, il quale 
induce a pensare che, in precedenza, aveva un aspetto distrutto e orribile.)
 Quando gli amici mi salutano con un abbraccio, devo sforzarmi per soffocare strilli di 
dolore, visto che stanno infierendo sulle mie piaghe, seppure inconsapevolmente. Anche se le 
lacrime mi rigano le gote, sorrido e rassicuro i miei amici: “Sì, mi sento davvero molto meglio. Sì, 
sono ancora viva. Qualche settimana fa, invece, dubitavo di esserlo.”
 Spesso i miei occhi si riempiono miserabilmente di lacrime, che mi asciugo in modo 
furtivo con le dita. Accade anche qui, nell’Ufficio della Motorizzazione, dove sto aspettando di 
terminare la pratica per “acquisire il possesso” di un’auto che ho sempre guidato: è come se dovessi
riconquistare il diritto di disporre di un bene acquistato con i soldi del conto corrente congiunto che 
avevo con mio marito. Quando la vedova viene interrogata sull’argomento della sua vedovanza, è 
probabile che provi amarezza e risentimento – sì, in una simile situazione, quella donna si sentirà 
molto depressa. Per fortuna, Susan si trova in un altro ufficio e non è testimone della mia 
défaillance quando, per un motivo che ignoro, un’impiegata scortese mi tratta in modo assai rude. 
‘Pensa forse che mi sia inventata la morte di mio marito? Che abbia stampato questo certificato di 
morte per impadronirmi della sua macchina?’ Scontrosamente mi viene detto di attendere che i miei
documenti vengano controllati e accettati.
 Certificato di morte: “accettato”.
 Certificato di diritto di possesso.
 Estratto dell’atto che comprova il titolo di esecutore testamentario.
 Patente di guida. Immatricolazione dell’autovettura. Assicurazione. Libretto.
 Vedove, sopravvissute. Mi domando quante ce ne siano qui, nella mia medesima 
condizione. Ex conviventi, compagne più vecchie. Ci sono più donne che uomini in questa sala 
d’attesa, in questo luogo inospitale, dove io adesso cerco disperatamente di evocare Ray. Mi 
immagino di vederlo al di là della finestra del mio studio, mentre mi saluta con la mano e mi dice: 
“Vieni a vedere la nuova macchina.”
 E io ero uscita e avevo visto la Honda bianca nel vialetto: “Ma è proprio identica alla 
vecchia.”
 “Naturalmente.”
 A questo punto, penso che Ray avrebbe potuto intestare l’auto a entrambi – e non 
soltanto a lui. E così adesso non sarei costretta a starmene davanti a uno sportello dell’Ufficio della 
Motorizzazione, a pietire un documento che mi riconosca la proprietà di una macchina che guido 
dal gennaio 2007, cioè da quando Ray l’ha portata a casa.
 Mesi dopo, in autunno, quando verrò fermata per il superamento della linea di mezzeria 
– Pretty Brook Road è una strada di campagna piuttosto stretta e tortuosa, con diverse curve cieche 
– e il poliziotto mi chiederà di mostrargli il libretto di circolazione dell’auto, il documento non sarà 
ritenuto valido perché incompleto. Invano frugherò nel porta-oggetti del cruscotto alla ricerca di 
chissà quale appendice, e mentre il solerte agente compilerà il verbale dell’infrazione per 
l’irregolarità, mi tornerà alla mente l’accigliata impiegata dell’Ufficio della Motorizzazione che non
mi aveva restituito l’allegato – un talloncino grande quanto un biglietto da visita che aveva staccato 
dal vecchio certificato di circolazione.
 A quel punto, sorgeranno in me alcune domande: ‘Si tratta della vendetta dell’impiegata
scontrosa? Vendetta – e per che cosa?’ Mi chiederò se non sia stato un semplice errore materiale: la 
donna ha tolto il foglietto e si è semplicemente dimenticata di restituirmelo. Non aveva alcuna 
intenzione malevola, non c’era nessuna villania sottesa, non voleva assolutamente spedirmi – una 
mattina presto di un lunedì di ottobre – davanti a un giudice di Titusville che mi condannerà al 
pagamento di un’ammenda di trecento dollari...
 L’“Estratto dell’atto che comprova il titolo di esecutore testamentario” è uno dei 
documenti che mi sarebbero diventati odiosi. Poiché certifica che “Joyce Smith” è l’esecutrice 
testamentaria delle proprietà di “Raymond J. Smith, Jr.”, appare subito evidente che la 
summenzionata “Joyce Smith” è la vedova/sopravvissuta e che “Raymond J. Smith, Jr.” ha lasciato 
questo mondo.
 È un assunto sbagliato, innaturale: chiunque abbia conosciuto Ray, potrebbe affermare 
che lui non se ne sarebbe mai andato, che non mi avrebbe abbandonato.
 Non se ne sarebbe andato lasciandomi in questo infinito turbine, da sola.
 Un altro documento che odio è il Certificato di morte di Raymond J. Smith, Jr, con 
l’intestazione STATO DEL NEW JERSEY, che recita:
 Cause della morte: blocco cardiopolmonare in seguito a complicazioni derivanti da 
polmonite.
 Ora della morte: 00:50 del 18 febbraio 2008.
 Dopo quasi quattro mesi, riesco a leggere queste parole senza pensare subito: ‘Voglio 
morire. Io devo morire.’ Ho persino imparato a leggerle come se fossero vocaboli normali e non 
parole terribili che sanciscono in modo meccanicamente formale la fine della vita di mio marito, e 
insieme della mia, così come l’avevo conosciuta.
 Quando sono sola nella casa in cui Ray e io abbiamo vissuto per tanti anni, spesso mi 
ritrovo a fantasticare sulla felicità famigliare, che mi appare sempre molto più grande di qualsiasi 
gioia io possa sperimentare; invece, quando sono in un luogo pubblico e vedo delle persone insieme
ai famigliari, mi dico che non mi piacerebbe affatto essere al loro posto, neppure con la fantasia. Mi
rende triste il fatto che i legami sanguinei di questi individui sono destinati a sciogliersi, spesso nel 
giro di poco tempo – molti, infatti, sono degli anziani, cui non resta granché da vivere. Se mi accade
di osservare una mia coetanea insieme con una donna molto più vecchia – senza dubbio la madre –, 
sono indotta a pensare: ‘Credo che non avrai tua madre ancora per molto, ahimè. Io ho perduto la 
mia sei anni fa. Ho pensato che non sarei mai più riuscita a ridere, e neppure a sorridere – e invece, 
poi, naturalmente... Naturalmente, l’ho fatto.’
 Susan ha sfruttato la venuta all’Ufficio della Motorizzazione per effettuare la revisione 
annuale della sua auto. Quando mi raggiunge, appare piuttosto sorpresa del fatto che non ho ancora 
concluso la pratica per il trasferimento del “titolo di proprietà” della Honda bianca: sto attendendo 
in un’altra fila la consegna del documento. Mi guarda e dice: “Incredibile! Non è possibile che 
questa gente sia così lenta!”
 Susan è una delle mie amiche scrittrici, e ha un marito stupendo. Penso che è 
perfettamente consapevole che la sua energia, la sua fiducia, il suo buon umore e il suo zelo 
derivano dalla felicità e dalla pienezza del suo matrimonio, tuttavia credo di non sbagliare dicendo 
che non conosce l’esatta misura della portata di questa “benedizione”. È un bene che Susan e le 
altre amiche non vedove non abbiano coscienza di ciò.
 Potrebbero non averla mai – glielo auguro di cuore.
 “Be’, non abbiamo nessuna fretta,” dice Susan, stringendomi un braccio. “Possiamo 
anche aspettare.”
 
 86

 “Suo marito è ancora vivo”
 “La vostra vita insieme è stata puramente casuale, non devi scordarlo. È stata un dono 
elargito liberamente, che avresti potuto anche non meritare.”
 Una domenica sera, a un raduno di allievi della University of Wisconsin di Madison, in una sala della leggendaria associazione studentesca che si affacciava sul lago Mendota, egli venne a sedersi accanto a me.
 Dapprima ebbi soltanto la vaga sensazione di una nuova presenza: quella di un giovane uomo alto e magro, dai capelli scuri. Scelsi di non guardarlo. Ero immersa in una piacevole conversazione a più voci durante un’occasione mondana e, come tutti i presenti, avevo un largo sorriso dipinto sul volto.
 Può darsi che, al rientro nelle nostre stanze, saremmo tornati a essere degli individui solitari.
 Può darsi che fossimo persone molto sole, alcune delle quali magari erano arrivate da poco a Madison, e non conoscevano ancora nessuno.
 Comunque, tutti eravamo lì per fare delle conoscenze, per trovare nuove amicizie – e 
così lui aveva attraversato la sala ed era venuto a sedersi accanto a me. Prima ancora che lo 
guardassi bene in faccia, per qualche strana ragione mi ritrovai a pensare: ‘Ma è qualcosa... 
qualcuno di davvero speciale... E forse...’
 Con un gesto studiato, aveva preso una seggiola e l’aveva piazzata accanto alla mia. Si 
era seduto tranquillo e, a un certo punto, si era presentato: “Mi chiamo Ray Smith.” Io gli avevo 
detto il mio nome. Poi mi aveva raccontato alcune cose di sé: era un dottorando ed era in procinto di
terminare la sua tesi su Jonathan Swift; aveva un incarico da assistente ma, in quel semestre, non 
stava insegnando. Quando me lo chiese, gli dissi che frequentavo la University of Wisconsin per 
conseguire il M.A. in inglese, che avevo una borsa di studio Knapp e che, di conseguenza, non ero 
ancora ammessa all’insegnamento. Mi domandò cosa stessi studiando e io gli risposi che stavo 
incontrando delle difficoltà con l’Old English. Scoppiò a ridere e disse: “Se vuoi, posso aiutarti con 
il ‘grande spostamento vocalico’.” Dopo un momento, mi invitò a cena: era la sera del 23 ottobre 
1960, e io accettai. Cenammo insieme anche la sera dopo, e quella dopo ancora, e così via, finché 
mangiare insieme divenne una consuetudine. Un mese più tardi, il 23 novembre, dopo una cena 
improvvisata nella piccola stanza d’affitto di Ray, ci fidanzammo. Il 23 gennaio 1961 ci sposammo 
nella piccola chiesa cattolica di Madison. Siamo rimasti insieme – quasi sempre l’uno accanto 
all’altra – per quarantasette anni e venticinque giorni. La mattina dell’11 febbraio 2008, ho 
accompagnato mio marito al pronto soccorso del Medical Center di Princeton, e lì è iniziata la 
tragedia. I nostri quarantasette anni e venticinque giorni sono terminati nelle prime ore del 18 
febbraio 2008, quando sono stata svegliata dal trillo del telefono e una voce mi ha detto di andare 
subito all’ospedale: “Sì, suo marito è ancora vivo, signora Smith.”
 
 Epilogo
 
 Tre piccole visioni in agosto
 11 agosto 2008. La scorsa notte, il giardino era soffuso di luce: una strana luminosità 
che sembrava provenire da tutte le direzioni. Non sono riuscita a distinguere chiaramente la scena, 
ma il giardino mi sembrava davvero quello di Ray – cioè, il nostro: mio e di mio marito –, sebbene 
fosse più grande e meno coltivato. E Ray c’era? Sì, era accanto a me, e mi guardava: io, però, non 
riuscivo a scorgere il suo volto in modo nitido. Di sicuro, la sua vista mi aveva riempito di felicità e 
avevo detto: “Stai bene, allora? Sei qui?”
 19 agosto 2008. Mi è accaduta una cosa strana, misteriosa, eppure del tutto normale. Le 
undici di sera appena passate, ed ero a letto. Leggevo. Ho cominciato ad avvertire una certa 
sonnolenza: era una sensazione di sprofondamento, di dissolvimento, di lento scivolamento in un 
mare di acqua calda – era qualcosa che non provavo dal giorno in cui Ray era stato ricoverato in 
ospedale; qualcosa che mi era diventato sconosciuto; qualcosa che potevo soltanto evocare nelle ore
notturne di veglia, quando gli insonni ricordano cupamente i giorni in cui riuscivano a dormire; 
qualcosa che racchiudeva in sé un senso di meraviglia, di dolcezza, di conforto, perché non avevo 
(ancora) ingurgitato nessun prodotto che inducesse il sonno: forse, a mezzanotte, avrei preso una 
pastiglia di un farmaco da banco che non dà assuefazione, affinché mi aiutasse a scivolare tra le 
braccia di Morfeo e, se e quando mi fossi risvegliata – probabilmente verso le quattro del mattino –,
ne avrei ingollata un’altra. Finora questo era il rituale della mia notte, la strategia per sopravvivere 
alle ore insonni, assumendo una postura precisa dentro la camicia da notte per minimizzare il 
calore/prurito/dolore delle lesioni dell’herpes, che hanno cominciato a essere meno fitte, persino a 
scomparire, e tuttavia continuano a mostrare una curiosa vita autonoma, caratterizzata da un fastidio
“strisciante”, come se l’orrida figura lucertolesca si fosse infilata sotto la mia pelle, scavando 
minuscoli cunicoli che originano cicatrici e scoloriture simili a maliziose voglie. Malgrado tutto ciò,
sono stata pervasa da quella sensazione di sonnolenza, salita come una bruma autunnale dalla terra. 
Non ho avuto il tempo di comprendere cosa mi stava accadendo, di interrogarmi sulla stranezza di 
quel fenomeno: ho potuto soltanto chiudere il libro che stavo leggendo – o che mi sforzavo di 
leggere, visto che seguitavo a riprendere lo stesso paragrafo da qualche minuto –, posarlo sul 
tavolino accanto al letto e spegnere faticosamente la luce, prima di piombare nel sonno. Nelle notti 
successive, ho dormito anche per sette o otto ore senza assumere alcun farmaco: mi è sembrato una 
sorta di miracolo, e non ne ho parlato con nessuno, per il timore che il prodigio svanisse 
all’improvviso, proprio come si era presentato. In qualche occasione, mi sono domandata: ‘Sto 
abbandonando Ray? Quello che mi sta accadendo è...’
 30 agosto 2008. Questa mattina, appena sveglia e ancora un po’ intontita, ho avvertito 
una sorta di bramosia frammista ad apprensione. Nei miei pensieri, c’era qualcosa che non 
quadrava: non ero più maritata. A quel punto, avrei potuto risposarmi con Ray – sì, l’avrei fatto, di 
sicuro. Dopo questa decisione, mi sono sentita investita da un’ondata di sollievo. 
 Quando i miei sensi hanno ripreso la naturale lucidità, mi sono ricordata il motivo per il 
quale non ero più sposata con Ray e non potevo sperare di risposarlo.
 All’improvviso, una schiacciante sensazione di perdita mi ha travolto. Era come se, fino
ad allora, non mi fossi resa conto che avevo perso Ray. Come se, fino ad allora, non avessi 
veramente capito come avevo perduto Ray. Adesso dovevo analizzare la situazione da un punto di 
vista differente, come chi si trovi ad agire sulla scena di un cataclisma e debba valutare le 
conseguenze della tragedia per decidere le proprie mosse. Ora che la mia insonnia è scomparsa e io 
sono ancora viva, quando ho la fortuna di essere con degli amici mi sento contenta; ora che il 
numero finale della “Ontario Review” è stato pubblicato e ha imboccato le mille strade che lo 
diffonderanno proprio come Ray avrebbe voluto, io mi ritrovo a pensare, con un certo timore: 
‘Forse adesso sto di nuovo bene. Credo proprio che sia così. Sì, ce la posso fare.’
 Il sogno, però, mi ha detto che non è affatto così: non va tutto bene.
 Più tardi, quella stessa mattina, poco distante dal vialetto d’ingresso vedo un bidone 
della spazzatura rovesciato: il contenuto è disseminato di fronte al passo carraio. Quello scempio 
dev’essere opera di alcuni procioni, che hanno rovistato tra l’immondizia per trovare degli avanzi di
cibo – dovevano aver fiuto, quelle bestiacce. Ieri sera, la mia amica Ebet e io abbiamo invitato a 
cena Harry Frankfurt, un docente di filosofia, la cui moglie è ancora in vacanza. Alla piccola 
riunione conviviale di fine agosto hanno partecipato altre persone i cui coniugi erano fuori città, 
oppure erano state lasciate, o entrambe le cose. Eravamo solo in sei, me compresa. Non conoscevo 
soltanto uno dei miei ospiti: un neurologo della Princeton invitato da Ebet. Di certo, mi sarebbe 
stato difficile persino immaginare che, come mi era accaduto quasi mezzo secolo prima a Madison, 
nel Wisconsin, quando Ray era venuto a sedersi accanto a me, la mia vita avrebbe potuto cambiare. 
Chissà. “La vostra vita insieme è stata puramente casuale, non devi scordarlo. È stata un dono 
elargito liberamente, che avresti potuto anche non meritare.”
 Mentre sono inginocchiata sul vialetto a raccogliere tutte le cose disseminate qua e là 
dai procioni – fazzolettini usati, tovaglioli di carta, pezzi di stagnola, involucri di prodotti, vasetti 
vuoti di yogurt, un vassoio d’alluminio accartocciato che conteneva la pizza preparata e portata da 
Ebet –, in mezzo ai rifiuti, scorgo un luccichio: è un orecchino d’argento che pensavo di aver 
perduto. L’avevo posato su una mensola della cucina e, con ogni probabilità, era finito tra gli avanzi
da buttare. Io ricordavo soltanto di essermi tolta gli orecchini e di averli appoggiati sul ripiano, dopo
che gli ospiti se n’erano andati. Evidentemente sovrappensiero, l’avevo messo insieme alle cose da 
gettare. Ma adesso, con le ginocchia segnate dalla ghiaia del vialetto, ecco che l’ho ritrovato. 
Stupendo! Sono i miei orecchini preferiti, quelli: li indosso spesso, sebbene non siano particolarmente preziosi e non me li abbia regalati Ray. All’improvviso, penso: ‘Questa è la mia vita, adesso. Assurda, ma imprevedibile. Non assurda perché imprevedibile, bensì imprevedibile 
perché assurda. Se, insieme all’amore del mio adorato marito, ho smarrito il senso dell’esistenza, forse posso ancora trovare qualche piccolo tesoro tra l’immondizia che alcune bestiacce si divertono a spargere in giro.’
...
.
...
Il manuale della vedova.
...
.
...
Tra gli innumerevoli tributi di successione che la vedova deve pagare, ce n’è soltanto uno che conta davvero: quello che le darà la forza per affermare, nel primo anniversario della morte del marito: “Mi mantengo viva.”
...
.
...
FINE.